“Iron Man lives again!”

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Quando si conquista il potere politico e lo si conserva per un tempo sufficientemente lungo, è difficile rinunciarvi, specialmente se si sta giocando l’ultima grande partita della propria vita.
Al potere corrispondono quei privilegi cui i pretoriani del Cav. (e i loro famigli e poi giù, sino all’ultimo usciere) non possono più rinunciare. C’è l’immunità dall’azione della Magistratura. Ci sono le rendite delle posizioni acquisite nella gigantesca macchina dello Stato (le poltrone negli enti pubblici o nelle partecipate, gli appalti vinti illecitamente, le commesse a prezzi fuori mercato, le consulenze inutili, le prebende di ogni tipo). C’è il brivido dell’esercizio del Potere in sé, che posso solo provare ad immaginare. Ma credo ci sia soprattutto il terrore di perdere tutto questo assieme a ciò che si possedeva, più o meno legittimamente, prima di conquistare il Potere. Perché per alcuni la conquista del Potere ha rappresentato una scommessa nella quale si è puntato veramente tutto, col rischio, quindi, di perdere tutto. Infine, non va dimenticato il legame più forte, anche se invisibile ai più, che unisce chi eserciti il Potere nelle sfere più alte: quello del ricatto. Giuliano Ferrara descrive anzi la ricattabilità come una condizione necessaria al mantenimento del Potere.

A partire da simili premesse, nessuno può essersi stupito del ritorno del nostro Iron Man. Il problema è che la paura dei berlusconiani di perdere tutto è soltanto il riflesso della paura del Paese. Tutti gli italiani hanno paura. Ce l’ha chi esercita una piccola o grande quantità di potere, ce l’ha chi al Potere deve la sua sopravvivenza e ce l’ha pure chi dal Potere ha sempre e solo ricevuto calci. Quando si ha paura si sragiona. E’ facile, quando si ha paura, cercare di proiettarla su nemici fantomatici o comodi capri, è facile mettersi nelle mani di chi promette ricchezze o vittorie o rivalse impossibili (e indesiderabili). Mai come in quest’ultimo anno è emerso con chiarezza il carattere populista, illiberale, antieuropeista e reazionario del berlusconismo. Le ultime tirate retoriche del Cav. lo confermano. Realisticamente, è difficile che il Nostro torni in sella, a far danni come un disperato Sansone (i capelli li ha già persi da quel dì, del resto). Ma altri, più freschi di lui, stanno raccogliendo il testimone. Purtroppo Berlusconi non ha mai inventato nulla. Ha solo avuto un buon orecchio per il brontolio del ventre molle del Paese.

La verità è che a risentirci per lo sgambetto a Monti siamo stati davvero in pochi. Difficile, in questa situazione, rassicurare chi ci ha prestato e ci continua a prestare il danaro necessario a coprire gli sciali degli ultimi trent’anni. E’ comprensibile che si perda la fiducia, di fronte a certi comportamenti. Questo succede nella vita quotidiana, tra le persone. E perché mai i mercati finanziari, che sono una creazione delle persone, dovrebbero reagire diversamente? Il buon Bersani ce la sta mettendo tutta, magari rilasciando interviste al Wall Street Journal e mettendo Fassina e Vendola al posto loro. Non credo basti, ma lo sforzo è apprezzabile. Sull’altro versante, qualcuno potrebbe intanto farci la cortesia di rassicurare tutti quei liberal-conservatori, quegli elettori della “destra perbene” che hanno creduto una o più volte alla favoletta della “Rivoluzione liberale”e che non riescono a scendere dalla nave dei folli (folli in senso letterale, gente da TSO, o buffoni o teste di cazzo) del centrodestra berlusconiano? Ormai lo sanno pure loro che ad aver paura dei comunisti si rischia il ridicolo. (Sembra che gli ultimi duri-e-puri abitino qui sull’isoletta in cui mi trovo, dove Renzi ha raggiunto quindici punti in meno rispetto alla risultato nazionale. Ripetono la tiritera sugli “speculatori amici di Monti” e “L’Europa delle banche”, a volte si confondono con la nuova destra. Ma stanno bene nel loro buco del due per cento e in ogni caso non hanno la minima intenzione di governare). Io mi preoccuperei piuttosto del succitato ventre molle, che, come è noto, in tempi di crisi si gonfia e ad un certo punto deve pur scaricare il suo maldigerito prodotto. Da un buco o da quell’altro qualcosa potrebbe uscire. Qualcosa è già uscito, in realtà, se una parte non trascurabile degli italiani vorrebbe tornare alla liretta, “uscire dall’Europa” e chiudere le frontiere, in un sogno malato di autarchia. Le idee più balorde, dalle assurdità sul signoraggio alle teorie del complotto, sono diventati argomenti accettabili in movimenti di massa che arriveranno ad occupare parte del Parlamento. Non sarà più una faccenda da leghisti, o da peones molesti come Shittypoty. Ma ne riparleremo presto, ahinoi.

Xilografia da 'Stultifera Navis' di Sebastian Brant, Basilea, 1497
Xilografia da ‘Stultifera Navis’ di Sebastian Brant, Basilea, 1497

Monti, gli asili cattolici e i cani di Pavlov

Vaghi, vaghissimi ricordi. Non so se a partire da qualche criterio psicopedagogico o dall’arbitrio della mother superior, un certo numero di marmocchietti veniva selezionato per una dimostrazione di talento rivolta alle famiglie. I prescelti venivano sottoposti ad alcuni mesi di formazione intensiva in vista di quello che per molti sarebbe stato il primo episodio importante di panico e tremori e pisciarella: il saggio di fine anno. Qualunque cosa possa significare, il figlio del comunista (ovverosia il vostro affezionatissimo blogger) imparava i pezzi a quattro mani di Schubert e Boccherini, mentre il figlio del democristiano – poi berlusconiano – imparava la preghierina dell’angioletto per recitarla con due ali di polistirolo attaccate alla schiena. Buffo, no? Meno buffa fu l’esperienza per come la vissi, o meglio, per come la ricordo. Considerato il bamboccio che ero, molto amato e vezzeggiato, l’impatto con suor Tiziana – così si chiamava la mia insegnante di pianoforte – fu piuttosto duro. Poco avvezzo ai giudizi severi, alle bacchettate – non metaforiche – sulle mani ed allo stress della performance, la mia reazione al termine del saggio fu tale da scoraggiare i miei dal farmi proseguire gli studi di pianoforte. Sviluppai un odio per gli strumenti musicali in genere che durò fino ai dodici anni, quando, rovistando a casa dei nonni, trovai una vecchia chitarra scassata con la quale, ad orecchio, strimpellare i motivetti sentiti alla tele.

Eh sì, ho fatto l’asilo dalle suore. Più precisamente, in una scuola materna fondata e gestita dalle Figlie di Nostra Signora del Rifugio in Monte Calvario, congregazione nata dall’ordine delle Suore di Nostra Signora, etc., istituito dalla nobildonna genovese Virginia Centurione Bracelli  (escludo che all’asilo ci fossero figlie rassomiglianti il ritratto della fondatrice, che avrei però riconosciuto, qualche anno più tardi, nella novizia Gloria Guida. E comunque sia, forma bonum fragile est!). Alt! Capisco l’automatismo nell’attribuire le mie numerose tare all’imprinting cattolico. Eppure, calvario pianistico a parte, non rimprovero alle figlie del calvario nulla che non possa rimproverare anche ai miei insegnanti degli anni successivi, anche a quelli de sinistra. Ma ammettiamo pure che il sottoscritto abbia subito qualche danno. Il fatto è che la mia famiglia non aveva altra scelta, dal momento che al paesello l’unica scuola materna esistente era (ed è tuttora, trent’anni dopo, in un nuovo e più brutto edificio) quell’asilo parificato gestito dalle suore. Così è in gran parte del Veneto, regione tradizionalmente bianca,  e in varie altre regioni d’Italia (i dati li trovate qui).

Dopo la polemica di qualche mese fa, relativa alla scelta di Monti di far pagare l’IMU anche alla Chiesa Cattolica, mitigata da una provvidenziale – è il caso di dirlo – esenzione relativa proprio agli edifici scolastici, il tema dei fondi alle scuole parificate ritorna in primo piano nei giorni della spending review. A parte la soppressione-accorpamento di alcuni enti ed istituti di ricerca, che sinceramente saluto con favore (non si capisce perché l’Istituto per l’Alta Matematica, in un Paese che disprezza persino l’aritmetica, non possa stare dentro il CNR, ad esempio), in queste ore la rete frigge di una nuova indignazione di stampo pavloviano: “Eccolo là, il Monti, il democristo, che toglie 200 milioni all’Università per darlo alle scuole dei preti!” Curiosamente, basta voltare lo sguardo all’altra sponda per sentire i Cattolici piangere miseria e deplorare i nuovi tagli alle scuole parificate. Come la mettiamo? Ancora una volta, il fatto che i pianti e i latrati di Guelfi e Ghibellini vadano all’unisono è un segno che l’amministratore del condominio sta lavorando bene. In questo caso si è deciso che dai tagli previsti alle scuole paritarie –  le quali, in termini assoluti, riceveranno circa 50 milioni in meno rispetto all’anno scorso –  siano abbuonati 200 milioni. Che all’Università sia tolta la stessa cifra ha naturalmente favorito la polemica. Comunque la si pensi, per i motivi che ho descritto sopra, questa è l’unica soluzione possibile, a meno di non far pagare direttamente alle famiglie le bollette degli asili – e poco ci manca.

Scongiurato il pericolo che il (non più così) fiorente Nord-Est rimanga senza asili, rimane la solita considerazione generale sui privilegi della scuola privata, in gran parte cattolica, e quindi sui privilegi della Chiesa. Certo noi progressisti, noi gente laica e de sinistra, potendo, vorremmo vedere i nostri figli in uno di quei begli asili pubblici emiliani, puliti, moderni, colorati ed accoglienti, fiori all’occhiello del socialismo padano. Gli studenti nella scuola privata cattolica (considerata nel suo insieme, dalla materna ai licei, su tutto il territorio nazionale) rimangono attorno al 9% del totale, nonostante un calo forse legato più a questioni demografiche che a scelte culturali. Già, le scelte culturali. Che vi (ci) piaccia o no, l’imposta sugli immobili della Chiesa l’ha decisa un cattolico, Mario Monti – cattolico di quelli che vanno a messa  al mattino presto, prima di andare in ufficio, e che chiedono udienza al Papa subito dopo il loro insediamento al Governo. Non l’ha decisa nessuno dei vari governi di Centrosinistra che pure abbiamo avuto in questi ultimi vent’anni. Non l’ha decisa il Gentiluomo di Sua Santità Massimo “Richelieu” D’Alema, che durante la sua breve esperienza da Presidente del Consiglio assieme a Luigi Berlinguer – prima quindi di Berlusconi e della Moratti e di chiunque altro – stabilì la parità tra scuola pubblica e privata, estendendo quindi a quest’ultima i sussidi diretti, che ad oggi ammontano a circa 500 milioni di Euro, ripartiti tra contributi di mantenimento e buoni scuola. Il tutto in nome della conquista del Centro. E se non vi basta, chiedete un po’ a questi signori e a tutti l’homeni de cultura amici loro in che scuole hanno fatto studiare i loro figlioli.

A proposito di rigore

E’ probabile che a tanti italiani il risultato portato a casa da Monti stanotte non tocchi quanto quello portato a casa dagli Azzurri. In effetti la natura tangibile di due gol batte l’annuncio dell’accordo raggiunto a Bruxelles.  E ormai la vulgata, da destra a sinistra, racconta di tecnocrati impegnati a salvare le banche e a far suicidare la povera gente. Nonostante i fatti dicano qualcosa di diverso, in tanti a sinistra continueranno a parlare di “offensiva neoliberista” . Ma non ha importanza, ciò che importa è che sia possibile un buon compromesso tra le politiche di spesa e quelle di rigore fiscale, che la moneta unica tenga e che nessuno venga lasciato per strada. Ecco perché le quindici ore di “partita” giocata, in buona sostanza, tra Monti e la Merkel dovrebbe interessare anche i monomaniaci con i loro abbonamenti Sky e i loro 42″ comprati a rate. O forse no:

Certo, me la sono goduta e sofferta pure io, Germania-Italia. Come un bel film. Anzi, meno di un bel film, perché domani non ricorderò nulla dei movimenti in campo e forse neppure dei gol. Continuo a pensare che il calcio professionistico – cioè il discorso su di esso – in questo Paese occupi troppo spazio, troppo tempo, troppe risorse. Ma piace alla maggioranza, e tanta gente ci campa, dunque va bene così. E’ poi capitato – e capita ancora spesso – che un oggetto così pervasivo, alla base di un immaginario così forte e diffuso, diventi materiale di riflessione intellettuale e di creazione letteraria. Impossibile dimenticare Umberto Saba e le sue Cinque poesie sul calcio. Pur non condividendo la passione dei tifosi, il grande poeta triestino così scriveva:

E’ (il gioco) più popolare che ci sia oggi, ed è quello in cui si esprimono con più appassionata evidenza le passioni elementari della folla. L’atmosfera che si forma intorno a quegli undici fratelli che difendono la madre è il più delle volte così accesa da lasciare incancellabili impronte in chi ci è vissuto dentro. E questo per non parlare della bellezza visiva dello spettacolo, dei gesti necessari dei giocatori durante lo svolgimento della gara. Che dire poi di quello che succede tra il pubblico e i giocatori quando una  squadra paesana riesce a segnare un goal contro una squadra superiore (la cui superiorità molte volte è dovuta a denaro) e rinnova, sotto gli occhi dei concittadini, lucenti alle lacrime, il miracolo di Davide che vince il gigante Golia?

Un’allegoria riproposta in queste settimane, inevitabilmente. Oggi l’edizione online del Corrierone riporta la prima pagina del 13 luglio 1982, un paio di giorni dopo la fine del Mundial. Scorrendo i nomi degli scrittori e degli intellettuali che commentavano la nostra vittoria mi è impossibile non tentare un confronto con il nostro presente: Moravia, Testori, Parise, Volponi, Sereni…e, tra gli scrittori, un professore di economia nemmeno quarantenne, il bocconiano Mario Monti. Il suo pezzo va letto come se fosse stato scritto oggi:

Mi sembra che negli ultimi anni si siano sviluppati due fenomeni: il gusto della spettacolarità e la sfiducia, nel prossimo e nella verità. Il gusto della spettacolarità l’abbiamo visto emergere nelle marce non competitive, nella contemplazione in massa di opere d’arte, persino in una politica giocata e valutata in termini di immagine molto di più che di contenuti. In senso opposto e cioè centrifugo, ha giocato la sfiducia. Se parli con qualcuno che non conosci e forse anche se lo conosci bene, può essere un terrorista, un aderente a società segrete, un impeccabile bancarottiere. Soprattutto sei posto sempre più spesso davanti a eventi misteriosi “dietro” i quali stanno cose gravi e contraddittorie per cui l’unica certezza è che non conoscerai mai la verità. Ecco di colpo la vittoria dell’Italia: è una verità semplice, giustamente ritenuta importante e a tutto tondo: “dietro” non c’è niente. Credo che non sia un ritorno di nazionalismo, malgrado il revival degli anni Trenta e il fatto che eravamo stati campioni nel ’34 e ’38. Piuttosto da economista quale sono vedo in tutto ciò tre caratteristiche che si ritrovano anche quando l’Italia “gioca” l’economia invece del calcio: il passaggio dall’autoflagellazione all’entusiasmo spinto; la difficoltà di identificazione rispetto all’estero (“siamo proprio gli ultimi; ma no, in fondo siamo i più brillanti”) e infine il saper agire risolutamente solo in condizioni di emergenza (il rischio era di essere accolti a pomodori al ritorno in Italia oppure una crisi della lira). Abbiamo battuto i brasiliani per fantasia, i tedeschi per gioco di squadra. Sarà un caso, ma il nostro punto debole è stato il…rigore. Come in economia.

Era meglio avere il figlio tossico

Sperando che i Russi non ci taglino il gas, non c’è niente di meglio che un bel bagno caldo per mitigare i rigori dell’inverno. Prima scoperta dell’acqua calda effettuata dai blogger italoindignati: il governo Monti è un governo di destra. Il fatto è che l’elettorato italiano necessita di occhiali correttivi, di quelli che si mettono ai bimbi strabici: vota il caimano credendo di votare la destra. None, la destra (europea & liberaldemocratica) è rappresentata da Monti. Ora che finalmente la blogosfera lo certifica, possiamo scriverlo sul nostro blocchetto degli appunti: il governo Monti è di destra. Bene, proseguiamo. Seconda scoperta dell’acqua calda: i figli di Monti, Cancellieri, Fornero e il giovane ordinario Martone sono sistemati per bene, hanno occupazioni stabili, salari alti o molto alti e non lavorano troppo distanti da mamma e papà. Ma non mi dire. L’implacabile giornalismo d’inchiesta internettaro ha dunque scoperto che le élites tendono a riprodurre loro stesse. Aggiungerei che non è sempre così, dipende dalla qualità dei rampolli, senza trascurare un pizzico di fortuna, necessaria in tutto e a tutti. Non so davvero se Armando Cossutta, Luciana Castellina e Alfredo Reichlin avessero sperato per i figli le loro brillanti carriere nel mondo della finanza, ho invece il sospetto che la famiglia operaia di Elsa Fornero puntasse proprio alla monotonia del posto garantito vicino casa e, infine, sono certo che l’Avvocato Agnelli avrebbe preferito qualunque cosa alla sorte capitata ad Edoardo, persino un part-time in copisteria.

I tecnocrati non si intendono di comunicazione politica, è evidente. Si lasciano sfuggire qualche cazzata. Ma è davvero importante cosa fanno i loro familiari? Non per me. Tutto mi separa da Monti e dai suoi: il ceto, la cultura politica, l’età, la visione della vita. Tutto però mi avvicina a Monti nel momento in cui il suo gruppo di tecnocrati riesce, per così dire, a mettere in sicurezza un Paese in bilico. C’è un tempo per ogni cosa, dice la Scrittura. Quando un chirurgo milionario ti sta mettendo le mani nella pancia, tentando di salvarti, non è il momento per l’invidia di classe o i processi alla coerenza personale.

Piena fiducia, quindi? Purtroppo no. Un governo che non ha mandato per far nulla se non per evitare che la barca affondi, e che debba quindi unicamente mettere in pratica una schietta sapienza ragionieristica, non dovrebbe manifestare alcun tic ideologico. Mi riferisco naturalmente all’insistenza sulla questione dell’articolo 18. Obiezione: perché le liberalizzazioni vanno bene, e la riforma dello Statuto dei Lavoratori no? La risposta è molto semplice: si tratta di un’evidenza sperimentale. Non c’è alcuna prova che uno strumento di tutela che interessa forse il 5% delle aziende ed esiste, in altre forme, in sistemi assai più liberisti del nostro, rappresenti il grande spauracchio che allontana i capitali e che frena la crescita economica. Se questa insistenza rappresenta, come io credo, una sorta di test politico, un modo per saggiare il terreno, punzecchiando le parti sociali e lanciando decisi segnali simbolici agli investitori esteri, rispondo modestamente allo stimolo – rappresentando unicamente me stesso, è ovvio: cari professori, lasciate stare l’articolo 18, perché il suo emendamento non rappresenta una priorità. Se il vostro progetto, condivisibile, è quello di salvare il Paese attirando contemporaneamente nuovi investitori, la ricetta la conoscete benissimo: occorre far pagare le tasse a tutti, far funzionare i tribunali e gettar via tutti i pezzi inutili della gigantesca macchina statale. Se invece preferite lo spettacolo dello sciopero generale, accomodatevi pure.

Uno scontrino di civiltà

E’ assurdo prendersela col neoliberismo, la speculazione finanziaria e il malvagio Rockerduck, invocando poi la tutela dei beni comuni, se nella realtà dei fatti tu stesso – o quantomeno i tuoi vicini, tutti i tuoi vicini – considerano lo Stato, cioè la collettività, come un soggetto altro da sé e nemico, da fregare ogni qual volta sia possibile, con tutti i mezzi possibili. Ci mancava solo il chiagniefotti dei bottegai luxury di Cortina. Lo spot sulle nefandezze dei montanari arricchiti va bene, purché non rimanga uno spot. Il resto d’Italia aspetta.
Ero passato centinaia di volte davanti a quel negozio. La tipica attività di smercio da tardogiovani middle class refrattari al lavoro salariato – categoria nella quale mi riconosco in parte. Una sorta di centro-servizi che fa un po’ da copisteria, un po’ da internet point, e vende pure le magliette con la foglia di maria (ora pro nobis). Non avevo motivi per mettervi piede, fino a quando non mi sono ricordato di quel cartello  “VENDITA CARTUCCE RIGENERATE”. Quello che ci voleva per la mia piccola accapì. L’accapì P-milleequalcosa è una stampante laser in bianco e nero, unico avanzo di un’attività fallita e di un ufficio abbandonato – assieme ad una lampada alogena a piantana, di quelle che d’estate si riempiono di moscerini e quando le accendi diffondono nel tinello una piacevole fragranza di insetto arrostito. Pare brutto buttarle, soprattutto la stampantina, soprattutto dopo aver perso alcuni giorni lavorando perché fosse riconosciuta dal sempre meno amato Ubuntu. Ma il vero problema dell’accapì P-milleequalcosa è dato dall’esorbitante costo del toner, qualcosa come tre quarti/quattro quinti del costo della stampante stessa. Settanta euri o giù di lì. Improponibile, specie in questo periodo. Eccomi quindi entrare nel negozio di cui sopra, dove sono riuscito a fare due volte la figura del fesso. La prima perché credevo che il toner che avevo portato con me venisse “rigenerato” proprio lì, seduta stante. No, evidentemente no, come ho capito dal sorrisino del proprietario.

«No, sai, noi abbiamo il fornitore che ce le vende già rigenerate…che modello è? Accapì…»

«E..scusa, quanto viene?»

«Ehm, adesso guardo, un secondo solo…»

Dall’incertezza con la quale il tale cerca il listino, lo scorre più volte e mi comunica il prezzo, capisco di essere tra i primi a richiedere questo prezioso bene rigenerato.

«Sono 47,80»

«Ah però…pensavo meno, onestamente» (un bel risparmio, in realtà, comunque un furto, considerato che si tratta più o meno di una scatola di plastica trovata nell’immondizia e riempita di polvere di carbone e limatura di ferro)

Il sorriso si spegne sulle labbra del venditore:

«Ah no, beh, scusa, aspetta un attimo…un attimino solo» (ma che sia ino-ino, mi raccomando)

Si rivolge al socio seduto al pc – immagino dedito al ritocco di immagini porno – e torna a sorridere:

«No, scusa, avevo sbagliato modello…a te non serve fattura, vero?»

«No…»

«Ecco, allora sono 39 e 50!»

«Ah, ok»

«…sai, avevo sbagliato modello…»

«Ah..» (39,50+21%=47,80)

Ecco la mia seconda figura da fesso: perché il bottegaio, come dimostra la sua ridicola giustificazione, si è accorto che tra noi due non valeva l’unico patto sociale vigente in questo Paese, il tacito accordo tra evasore e acquirente di beni&servizi. Ad un centinaio di metri dal negozio decido di tornare indietro per chiedere lo scontrino, poi desisto, non ho le palle di Alessandro Rimassa, evidentemente.
Parliamoci chiaro, l’entità della nostra debolezza “di fronte ai mercati” e quindi i tremori per gli insostenibili tassi dei nostri titoli di Stato, e in ultima analisi il nostro debito stesso, sarebbero di gran lunga più modesti se in questo paese tutti avessero pagato e pagassero le tasse. Persino gli sprechi di un welfare che in sostanza non è mai esistito – a meno che non si voglia chiamare welfare la cassa integrazione pagata coi soldi delle pensioni – sarebbero visti con altro occhio, e superati con riforme meno dure ed emergenziali, se non fossimo malati di quella brutta malattia che si chiama evasione fiscale. Lo sapete già, si pagherebbero meno tasse, se le pagassero tutti, ma pare che si tratti di un argomento che non convince nessuno. E’ anzi in tempi di crisi che chi la crisi non la sente (non la vive, cioè le sue abitudini non ne sono per nulla toccate) si attacca ancora più strettamente alla roba, acuendo l’odio sordo per il Fisco. Ieri sera mi è capitato di ascoltare un pezzo dell’osceno Fabrizio Rondolino recitato da lui medesimo, a Matrix. L’esternamente rosso ex PR del Grande Fratello e di Richelieu D’Alema proponeva nel suo piccolo editoriale le consuete formule retoriche del comunista convertito alla destra e al libero mercato – poi uno si chiede se uno così il comunista lo sia o lo faccia, l’abbia fatto o lo sia mai stato, ma in questa sede non ci interessa. In sintesi, Rondolino dixit: “le tasse strozzano la libera iniziativa e pagano un pessimo servizio pubblico, questo è un paese cattocomunista in cui la ricchezza è una colpa, e che vogliamo finire come in URSS, e invece ricordate che la ricchezza è segno del merito…eccetera”. Se non ci fosse la smania del volgare voltagabbana a rendere come di consueto insopportabile il nostro, verrebbe da dire che questa volta un po’ di ragione ce l’ha. Ma proprio poca. E’ vero ad esempio che lo scialo criminale di denaro pubblico ha reso ancora più debole la buona volontà del contribuente. Ma Rondolino non ha ragione quando afferma che la ricchezza è semplicemente un frutto del merito. Sappiamo invece che non lo è quasi mai, essendo, nella migliore e più diffusa delle ipotesi, frutto del Caso – come tale, logicamente non può essere una colpa. Il tema del cosiddetto cattocomunismo andrebbe poi elaborato meglio. E’ esistita nella storia delle società cristiane una corrente di rifiuto del denaro in quanto tale, che dai movimenti ereticali arriva sino ad alcune frange della sinistra antagonista attuale. Per qualcuno esisterebbe ancora una vergogna della propria ricchezza, appunto vista come colpa. Un pensiero in fondo funzionale al paleocapitalismo italiota: meno gente lo maneggia, il denaro, e meglio è. Epperò, se alziamo il naso dai libri e ci facciamo una passeggiata in città, vediamo una realtà ben diversa. Non mi sembra che la visione suddetta abbia molto peso in un Paese nel quale l’ostentazione della ricchezza attraverso i beni di lusso è da tempo costume diffuso e insegnato sin dalla culla, al punto che anche i morti di fame vi si devono adeguare, il proletario incolto come l’intellettualoide indignato, tutti in coda per il nuovo iphone.
E’ possibile, mi dico, che il sottoscritto debba ancora una volta plaudere al liberista cattolico Monti il quale, assumendo toni calvinisti ci dice, con grande pacatezza, senza le smanie rondoliniane, che la ricchezza è una cosa buona per la collettività e che le tasse vanno pagate proprio per (ri)compensare la collettività della sua partecipazione alla formazione della ricchezza stessa? Come tutte le cose buone, aggiungo io, la ricchezza andrebbe diffusa, distribuendola meglio. In attesa di instaurare un regime di frugalità & ordine alla coreana, come piacerebbe (ma non gli crede nessuno) a Marco Rizzo, cominciamo a chiedere sempre lo scontrino, a farci fare la fattura, a rifiutare gli affitti in nero. Dice: non mi conviene: bravo, continua a fregartene, italiota, risparmia per comprare il macchinone. Io no, visto che son fesso. E’ il mio proposito per il 2012, ultimo anno dell’umanità, secondo alcuni poveri illusi. E se si riuscirà ad abbassare del 50% il tasso di evasione in Italia, non ho dubbi, sarà davvero la fine del mondo.