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Perché l’arca di Felice Casson è naufragata?

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In genere non amo l’uso disinvolto delle metafore in politica, eppure ieri sera, dopo una giornata di pioggia a dirotto, la mente è andata subito all’immagine di un diluvio particolare, per così dire, immagine che in una città nata, più volte salvata e sempre minacciata dalle acque assume una concretezza unica. Sarà il trauma della sconfitta, fatto sta che non riesco a non pensare a Felice Casson come ad una sorta di Noè chioggiotto. Felice/Noè ha fallito nel tentativo di portare in secca l’arca della Sinistra veneziana e, dopo ventidue anni, il governo della città passa alla Destra.

Sulle cause di questa sconfitta dibatteremo – anche ferocemente, tra militanti – per mesi e mesi, e ognuno troverà i propri capri espiatori – mentre sarà difficile trovare la forza per sopportare ancora i «ve l’avevo detto» di Massimo Cacciari. In attesa di puntare i riflettori su Brugnaro, che per quanto mi riguarda rimane ancora un oggetto non identificato, mi concentrerei su ciò che è andato storto con Casson, sconfitto per la seconda volta in dieci anni e in queste ore rimasto silenzioso – un silenzio condiviso da un centrosinistra attonito. In primo luogo, sappiamo che esiste una fisiologia del consenso. Vent’anni sono un ciclo abbastanza lungo perché al suo termine ci si possa aspettare un cambiamento. Se poi quel ciclo corrisponde al declino della città, un cambiamento diventa ancora più probabile. Sottoscriverei l’analisi lucida ed onesta (e solitaria) fatta da Laura Fincato a spoglio non ancora terminato: la crisi di consenso del centrosinistra a Venezia inizia ben prima dell’arresto di Orsoni e segue di pari passo gli errori fatti e soprattutto l’incapacità di correggerli. Personalmente, volendo tentare una sintesi (forse un po’ brutale) che spieghi il “fisiologico” cambiamento di cui sopra, guarderei ai vent’anni nel loro insieme, anche oltre Venezia. Il primo centrosinistra nato nel post ’89 è proprio il centrosinistra dei governi locali, quello della grande stagione delle autonomie e del “partito dei sindaci”. A Venezia, durante e dopo l’era Cacciari, i consensi si sono mantenuti attraverso la leva della spesa pubblica, che potremmo dividere in tre grandi aree: a) Servizi pubblici, welfare locale e produzione culturale b) posti di lavoro nelle partecipate e controllate, fornitrici dei servizi al punto precedente c) urbanistica contrattata e rapporto con i grandi contractor privati delle opere pubbliche. Un modello che, se ben bilanciato, riesce in teoria a garantire crescita economica e consenso politico.

Per ragioni varie e complesse (la mia vena reazionaria direbbe: semplicemente a causa della natura umana), questo modello ad un certo punto va in crisi.  Le istanze ai punti b) e c) si mangiano quelle al punto a) e, proprio all’apice di una crisi finanziaria locale, nazionale e globale, emerge il sistema corruttivo relativo al punto c). Come sappiamo, la storia finisce con l’arresto del Sindaco in carica, giusto un anno fa, cui purtroppo non è seguita un’adeguata autocritica del gruppo dirigente del PD e del centrosinistra tutto. Centrosinistra forse non del tutto consapevole della più grave crisi di consenso dei vent’anni del suo governo, e che tuttavia, dopo le primarie, si affida a Noè/Felice, alla figura del sindaco-magistrato-moralizzatore. Uno schema che altrove, almeno sul piano elettorale, ha funzionato. Non qui in Laguna. A Venezia si è letteralmente sbriciolato quel blocco di consenso che ha garantito la continuità al centrosinistra almeno sino all’elezione di Orsoni. L’astensione si è manifestata soprattutto in quel blocco, frutto di una disillusione e di un rancore ormai troppo profondi. Casson non è riuscito a coinvolgere gli indignati nemmeno attraverso la propria lista civica, un tentativo in realtà piuttosto goffo di marcare la distanza dal Partito Democratico. Il fatto è che la lista Casson non nasce da qualche spontaneo movimento della c.d. società civile, ma da una raffinata opera di ingegneria politica che oltre ad alcune (irrilevanti) rotture – vedi Pizzo e Seibezzi – aveva portato anche ad alcune importanti ricomposizioni – tra cui il capolavoro di Nicola Pellicani, già candidato della Ditta sconfitto alle primarie, divenuto capolista.

In una città in cui il nuovo corso renziano ha avuto sul partito locale riflessi debolissimi, e nelle cui vicende Renzi non è mai intervenuto direttamente, non è servito che una parte della coalizione prendesse le distanze dal “renzismo” – abbiamo letto candidati segnalare gli elogi di Brugnaro a Renzi per convincere il riluttante elettore antirenziano a votare Casson, mentre quest’ultimo ringraziava – giustamente – il governo per la disponibilità ad allentare i cordoni della borsa per dare respiro alle esauste finanze cittadine. Soprattutto, si è rivelato del tutto inutile il tentativo, a tratti imbarazzante, di lisciare il pelo agli elettori del Movimento 5 Stelle, del quale certa sinistra dialogante non sembra ancora aver compreso bene la natura. Il rilancio compulsivo che i campaign staffer di Casson negli ultimi giorni hanno fatto delle dichiarazioni dei vari Imposimato e Travaglio è servito soltanto a infastidire quelli che, come il sottoscritto, hanno fatto campagna per Casson con e dentro il Partito Democratico, a volte sentendosi dei paria. La speranza è che per qualcuno – non tanto gli irrecuperabili grillini, quanto la “Sinistra dei puri” sia finalmente suonata la sveglia. Il danno ormai è fatto. E, sia chiaro, lo scrivo più da cittadino preoccupato che da supporter colpito dalla sconfitta. Il problema non è infatti l’alternanza, che, come dicevamo, in democrazia va messa in conto.

Il problema è che l’alternativa di centrodestra guidata – obtorto collo, in fondo – da Brugnaro non mi sembra minimamente in grado di affrontare gli enormi problemi della Sinking City. Non vorrei offendere nessuno, ma la qualità della classe dirigente del centrodestra cittadino è persino inferiore a quella nazionale. Se poi dovessi sbagliarmi, sarò il primo a riconoscerlo con piacere. Nel frattempo, da cittadino prima che da oppositore, darei al Sindaco Brugnaro due soli suggerimenti non richiesti. Innanzitutto, fossi in lui, metterei subito a posto i più esagitati tra i suoi alleati destrorsi e leghisti, mossi soltanto da bassi sentimenti di revanche nei confronti dei “comunisti”. In secondo luogo, come Casson avrebbe voluto chiamare Arese, Daverio, Giavazzi e Rosso come “superconsulenti”, il vincitore provi a fare una scelta simile. Si circondi di gente diversa da lui e da ciò che rappresenta. Provi a stupirci. Tornando infine agli sconfitti, dopo i primi inevitabili psicodrammi, questa potrebbe essere l’occasione per verificare se la Sinistra a Venezia sappia ancora fare opposizione, e se esista ancora una Sinistra al di là della gestione (anche) clientelare delle risorse pubbliche. Ciò che non ha fatto la crisi, farà la sconfitta elettorale. Non avendo un Comune da gestire, la sinistra cittadina potrebbe ricominciare a studiare davvero i problemi del Comune e recuperare un rapporto col proprio elettorato. Un paradosso tutto da verificare.

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Breve riassunto delle primarie veneziane e di ciò che aspetta Felice Casson

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È vero, si è trattato soltanto di primarie, e il cammino dell’elezione a sindaco è appena iniziato, ma inevitabilmente questa vittoria di Felice Casson assume i tratti di una (parziale) rivincita su Massimo Cacciari. Come dieci anni fa, la sinistra cittadina – PD, Rifondazione, Verdi – sostiene Casson, ma questa volta Cacciari è fuori dai giochi. A Nicola Pellicani non è bastato il sostegno di tutto l’apparato del partito, della fitta rete clientelare delle partecipate comunali, delle cooperative amiche, dell’Associazione Albergatori, della Fondazione Venezia. Poco o niente hanno contato gli endorsement aziendali del gruppo l’Espresso, da Gad Lerner a Lucio Caracciolo. Pellicani si ferma al 25%, con grande scorno dei mandarini locali che fino a poche settimane fa sognavano di espellere i candidati non graditi al partito.

Ormai soltanto quei mandarini rifutavano di credere che Casson avrebbe vinto. Chioggiotto, magistrato impegnato prima contro l’eversione nera e poi nello storico processo sulle morti al Petrolchimico di Marghera, schierato contro il MOSE, sconfitto nel 2005 da Cacciari (allora eletto sindaco anche grazie alla destra) e oggi Senatore civatiano, Casson è certamente organico all’area, anche culturale, degli opliti della Vera Sinistra (da Flores d’Arcais al professor Settis) e tuttavia, forse per un’apprezzabile mitezza di fondo, sembra poco incline alle violente tirate antirenziane. Casson a Venezia, e non solo, è in sostanza un uomo-simbolo, l’uomo che dovrebbe tirar fuori la città dalle secche in cui da troppo tempo è finita.

Personalmente avrei preferito un candidato senza troppi legami, senza troppo passato, per così dire, non direttamente coinvolto nelle vicende della politica nazionale. Uno come Jacopo Molina, giovane renziano della prima ora (ma di ascendenza diessina) che, privo del capitale politico degli altri due e già inviso ai dipendenti delle partecipate, avrebbe almeno potuto sperare nel sorpasso su Pellicani. Ma forse il messaggio tendente al moderatismo che poteva fargli acquisire consensi a destra ha invece soltanto ottenuto il risultato di allontanare qualche indeciso di sinistra, oltre che di infastidire parecchio il sottoscritto (che negli ultimi mesi ha donato qualche ora al candidato curandone il profilo twitter). Il punto è che alle primarie veneziane, altrove sin troppo aperte, hanno partecipato quasi soltanto gli elettori di centrosinistra, peraltro in gran parte non troppo ben disposti verso il nuovo corso renziano.

Sulla semplificazione dei media nazionali, per cui Casson avrebbe vinto sui «due renziani» ci sarebbe molto da dire.  Nella sua scalata al Partito, Renzi si è guardato bene dal intervenire direttamente nelle situazioni locali troppo complicate, lasciando larga autonomia ai suoi. Così, se Pellicani ha cercato invano l’investitura di Roma come candidato unitario, buona parte dei renziani di Venezia, come già ai congressi locali, hanno ritenuto di stringere un patto con la vecchia dirigenza. In una situazione per certi versi simile a quella della Liguria, qui i renziani si sono divisi tra Pellicani e Molina (Conosco anche qualche civatiano passato a sostenere Molina, ma si sa, Venezia è una città strana).

Casson quindi vince, anzi stravince contro l’apparato, e tuttavia sarebbe ingenuo considerare la sua vittoria unicamente come una vittoria della base incazzata. Anche la parte più avvertita – non necessariamente la parte migliore, ma forse anzi quella più incline al gattopardismo – dell’élite cittadina, preso atto della fine di un ciclo, ha sostenuto il Senatore, il quale, quando sarà sindaco come mi auguro, dovrà tenerne conto. Ma credo che Casson conosca molto bene i meccanismi del potere locale, che assume una sorta di forma tripartita:

La classe dirigente del centrosinistra, detentrice di una rendita di posizione legata al passato operaio di Venezia, i gruppi di interesse impegnati a spolpare il cadavere della città, principalmente attraverso le grandi opere e l’urbanistica contrattata e infine la fittissima rete di clientele politiche fondata sulle partecipate comunali e su varie forme di spesa pubblica. Nell’ultima fase, in particolare con la giunta Orsoni, la politica si era completamente ritratta dalla scena, consegnando anche formalmente il potere alle lobby economiche e cioè alla la cosiddetta società civile (a titolo di esempio, all’ad di Thetis, azienda capofila del Consorzio Venezia Nuova, era andato nientemeno che l’assessorato alle attività produttive…).

Lo stato dei conti del Comune aveva già da tempo cominciato a mettere in crisi le clientele finché, con lo tsunami giudiziario di un anno fa, anche i grandi interessi economici sono stati colpiti. Eppure la vecchia classe dirigente del centrosinistra, in effetti solo sfiorata dallo scandalo MOSE, ha ritenuto di poter evitare qualunque tipo di autocritica e di ripresentarsi agli elettori parlando di rinnovamento! Come se a testimoniare la pessima gestione non bastassero i quasi sessanta milioni di euro di disavanzo, e gli oltre 350 milioni di debito, tra macchina comunale e partecipate. L’emendamento “Salva Venezia” ha solo posticipato il momento della verità, quando non si tratterà di risparmiare sulle indennità di servizio, ma sugli interi stipendi dei dipendenti comunali, e davvero si rischierà di veder toccati i servizi essenziali alla cittadinanza. Temo che questa sia la sfida più grande e urgente che Casson dovrà affrontare. Prima delle grandi navi, prima dell’emorragia di abitanti dalla città storica, prima della sicurezza delle strade di Mestre.

Prima, però, occorrerà vincere le elezioni e, per quanto debole e impreparato possa apparire il centrodestra veneziano, Casson non può pensare di avere la vittoria in tasca. Ne riparleremo nelle prossime settimane.

In copertina, Felice Casson – foto tratta da Flickr (© GençSiviller1)

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I reduci più attrezzati

In nome del rifiuto di autocensura, e secondo la parola d’ordine del filosofare come teatro della scrittura, proliferano i gerghi filosofici. Il linguaggio di molti saggi che si leggono fa pensare ad una sorta di iperspecialismo senza fondamenti e senza punti di applicazione. Come se si assistesse al debordare di una quantità inutilizzata di forza produttiva teorica. L’eccezionale, così, si fa ordinaria amministrazione nei ghetti in cui si consuma improduttivamente una ipertrofia filosofica della rivolta. E’ la moda del ruggito filosofico, di cui uno dei maestri incontrastati e ormai «vincenti» è Massimo Cacciari. Chi legge è costretto a ingoiare fin dalle prime battute intere filosofie. I concetti sembrano sempre investiti da un eccesso di contenuto, vibrano di corsivi e di virgolette. L’ordine del discorso è sfigurato da magnetismi e tensioni spasmodiche. Marx, Freud e Nietzsche finiscono per essere i nomi di una stessa aggrovigliata e terribile cosa. Si pensa ad una setta di sublimi eletti abituati a vivere solo sulle più alte vette o nei più profondi abissi. Il medium della lingua d’uso e dell’esperienza comune è bruciato. Il pane quotidiano di questa intellettualità teorica, «autonoma» e ruotante sull’asse del proprio discorso, è fatto di Hoelderlin, Rimbaud, Heidegger, Lacan. Il modello è quello del geniale folle, del guastatore e sabotatore permanente di ogni ordine. Ma guardare in faccia l’abisso è il privilegio dei signori dello spirito. Un’etica del superamento del limite si fa etica di massa. Una generazione di militanti politici di cultura marxista vuole trasformarsi in un esercito di santoni del pensiero eccezionale. Stalinisti dell’oltranza, sacerdoti di un dionisismo filosofico da catena di montaggio, eliminano le contraddizioni e le spaccature a forza di nominarle e di adorarle. Bisogna davvero credersi ultrauomini e leoni filosofici per sopportare l’eterno ritorno della restaurazione capitalistica. Non si tratta certo di «irrazionalismo». Nell’attuale contesto italiano questa sistematica lode della follia e dell’oltrepassamento ha una funzione visibile. E’ l’asse intorno a cui si riaggregano i reduci più dotati e attrezzati di una generazione che non sa riconoscere i termini della propria sconfitta intellettuale e politica. E’ l’ultima figura retorica del «tutto o niente».

(Alfonso Berardinelli – Giovanni La Guardia, Restaurazione e liberazione: sull’invecchiamento della nuova sinistra, in “Quaderni Piacentini”, n.69, 1978)

Quaderni Piacentini 69

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Shameless

L’Arzanà citato da Dante, storico cantiere in grado di produrre un vascello in poche ore, ridotto prima a caserma e infine a simbolo della decadenza veneziana, resta di competenza dello Stato. Sono bastate un paio di righe infilate alla chetichella da Corrado Passera in un decreto che riguarda tutt’altro tema – la c.d. “Agenda Digitale” – per bloccare il passaggio di proprietà dal Demanio Militare al Comune di Venezia. Tale passaggio, previsto dalla Spending Review, avrebbe dovuto rendere possibile il recupero complessivo del luogo, descritto da tempo come l’ultima occasione di un futuro non esclusivamente turistico per la città storica. Ad essere favoriti da Passera sono stati evidentemente gli interessi del Consorzio Venezia Nuova, costruttore del MOSE, un buco nero che ha risucchiato la quasi totalità dei fondi destinati alla salvaguardia della città. Alcuni comitati cittadini si sono già mobilitati per chiedere al Presidente Napolitano di non firmare il decreto. Hanno ragione, è uno schifo, un altro brutto colpo per Venezia, tra i tanti ricevuti negli ultimi anni.

C’è però un aspetto grottesco in questa levata di scudi che vede, in buona sostanza, tutta la città unita contro Roma, in uno scatto di orgoglio serenissimo. Occorre ricordare quanti soggetti grandi e piccoli abbiano in questi anni raccolto le briciole (a volte assai sostanziose) del progetto MOSE distribuite dal Consorzio. In primo luogo proprio il Comune – che, incidentalmente, ha tra i suoi assessori Antonio Paruzzolo, già dirigente di Thetis. E’ sin troppo facile, nella rossa e smemorata Venezia, fare leva sulla superficiale opposizione bene pubblico/interesse privato, tralasciando di raccontare il vero nodo del problema: l’intreccio tra pubblica amministrazione, ceto politico e grandi gruppi privati (magari organizzati in cartello). Ecco quindi che il colmo del grottesco lo si raggiunge in una dichiarazione del Sindaco Avv. Orsoni – già difensore dei gruppi Benetton e Coin, grandi attori privati dello spazio pubblico veneziano:

«È molto triste che in questa città ormai gli interessi privati prevalgano su quelli del Comune e della città».

Quegli stessi interessi privati rispetto ai quali il Sindaco non sollevava alcuna obiezione nel momento in cui visitava, deferente, i cantieri MOSE, o riceveva i contributi del Consorzio Venezia Nuova per l’America’s Cup (“un evento che accresce il prestigio della città”, etc.) e nemmeno durante il disastroso procedere dell’operazione Lido, della quale fa parte Mantovani, una delle società del Consorzio.

Naturalmente, se abbiamo a cuore le sorti di Venezia, dobbiamo sperare che Giorgio Napolitano non ratifichi lo “scippo” dell’Arsenale. Ma dovremmo anche chiederci se davvero un Arsenale in mano al Comune possa diventare qualcosa di buono per la città. Personalmente mi chiedo se con questo inamovibile ceto dirigente, con questi onnipresenti neopatrizi senza vergogna, ci sia realmente ancora qualcosa in cui sperare.

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“…down the Lido…”

We’re incognito

Down the Lido

And we like the Strand

(Roxy Music – Do the Strand)

Finalmente è successo. Giovedì scorso, dopo anni di inattività, sono tornato a suonare davanti a un pubblico. Ho fatto un po’ di baccano con la mia bellissima telly mentre l’amico Cristiano leggeva alcuni suoi racconti, sul palco di un teatro (fino a poco tempo fa) abbandonato. Si tratta dell’ex Ricreatorio Marinoni all’Ospedale al mare, luogo di intrattenimento per i pazienti di quello che è stato uno dei centri talassoterapici più importanti d’Italia. A pochi metri dall’ingresso, tra i padiglioni in rovina, sorge questo bellissimo teatro tardo-liberty, ridotto per anni a magazzino, invaso dai piccioni e riscoperto per caso durante la lotta dei cittadini lidensi per la difesa dell’ospedale.

Percorrendo il lungomare per poco più di un chilometro, passando davanti al mitico Hotel De Bains (ormai non più hotel, ma pacchiano residence), si raggiunge la sede di uno dei festival cinematografici più importanti del mondo. Tra l’ex ospedale al mare e la Mostra del Cinema, che aprirà i battenti puntuale anche quest’anno, non c’è soltanto la vicinanza fisica. Esiste un legame di natura economica, creatosi negli anni del «sindaco-filosofo» Cacciari. Dopo anni di promesse e bugie, nel 2003 l’ULSS chiude l’ospedale. Il Comune lo compra, per rivenderlo subito ad Est Capital, la finanziaria di un suo ex assessore. Gli investitori puntano a far diventare tutta l’area una sorta di gated community balneare, con tanto di mega-darsena. Il Comune, per parte sua, con i soldi incassati vuole realizzare il nuovo palazzo del cinema (costo previsto: ottanta milioni di euro). Ma qualcosa non va per il verso giusto. La vicenda è già stata ben raccontata da Filippo Maria Pontani su “Il Post”, da Francesco Giavazzi sul Corriere e da altri ancora sulla stampa nazionale e locale. La lettura dei due articoli segnalati è caldamente consigliata a chiunque si interessi di scandali italiani. Le pratiche corsare della classe dirigente veneziana, la rapacità e/o i cervelli pigri degli investitori, la tragedia complessiva del settore immobiliare e della monocultura turistica, in questo caso d’élite: nella vicenda del Lido c’è tutto questo. Non manca un comitato di residenti che denuncia puntualmente lo scandalo e le sue ricadute sociali e ambientali, tra l’indifferenza generale delle autorità e, purtroppo, del resto dei veneziani.

Ma torniamo al Marinoni: a settembre dell’anno scorso, proprio in concomitanza con la Mostra del Cinema, un gruppo di lavoratori del teatro Valle e di locali disobbedienti, accortisi dell’esistenza del teatro, lo occupano. Lo ripuliscono, lo rendono accessibile. Lo fanno diventare il luogo di un happening su cultura e beni comuni. Invitano Mario Martone, Alessandro Gassman, Ottavia Piccolo, Fausto Paravidino ed altri volti noti, assieme a vari gruppi teatrali della città, a dare il proprio sostegno, che puntualmente arriva. Ma gli occupanti professionali, spenti i riflettori della mostra, lasciano il luogo. Chi resta, cane sciolto volonteroso (che qui ringrazio per l’accoglienza dell’altra sera), si arrangia come può. L’attrezzatura è ridotta all’osso. Due casse e un vecchio mixer che ogni tanto si spegne, alcuni neon da cantiere attaccati alle ciabatte recuperate dagli ambulatori chiusi, un generatore a benzina ad alimentare il tutto (manca l’allaccio alla rete). La prima impressione, condivisa da qualche occupante, è che solo gli intoppi pratici e finanziari nel progetto speculativo abbiano per il momento salvato il luogo. Tra le varie seccature, pare che nei giorni scorsi l’Agenzia delle Entrate abbia pizzicato Est Capital: si parla di elusione per 17 milioni di euro. Bruscolini, rispetto ai 500 milioni impiegati nell’operazione Lido. Una cifra che è come un masso enorme, impossibile da spostare. Il fatto che i disobbedienti, con i loro rapporti politici e la loro esperienza di occupazioni, abbiano dimostrato un interesse così scarso per il Marinoni, dopo i fuochi d’artificio iniziali, dimostra come il futuro del luogo sia segnato.

A chi ancora lo occupa, mettendolo a disposizione di tutti, viene da chiedere che cosa si aspetta. Che cosa si vuole, e a chi ci si rivolge, quando si vuole salvare un luogo o dargli una nuova funzione e una nuova identità? Certo, l’idea è quella di uno spazio pubblico di produzione culturale: teatro, sala per proiezioni, concerti ed incontri, ma anche galleria e spazio per ospitare residenze artistiche. E, perché no, luogo di socializzazione in un’area che dopo il carnaio estivo diventa una delle plaghe più deprimenti del pianeta. Esageriamo: qualcosa che assomigli al Tacheles? (un paio di mesi fa, a Berlino con M., abbiamo verificato: è ancora aperto). Oppure, ancora, un vero teatro, come in tempi ormai lontani è stato il Marinoni. Per quanto riguarda l’oggi, l’edificio cade a pezzi. Quando suono sono tutto concentrato sullo strumento e non ho mai alzato lo sguardo verso la graticcia. Altri di noi, però, hanno temuto il pezzo di intonaco in testa. Anche solo la messa in sicurezza costerebbe, a spanne, parecchie decine di migliaia di euro, mentre per farlo tornare un teatro attrezzato servirebbe un investimento ben più cospicuo. Ed anche quando la struttura fosse rimessa a nuovo ed attrezzata, resterebbe da recuperare tutto lo spazio circostante, fatto di palazzine disfatte, tutte ruggine e vetri rotti, occupate da senzatetto e disperati di vario tipo. Fotograficamente interessante, ma…

Dopo molti anni ci sono arrivato, non senza un certo bisticcio interiore tra vari luoghi comuni e i peggiori automatismi del mio retaggio di sinistra: la cultura si deve sostenere da sé. Lo scrive uno che organizzava festivalini a spese del contribuente (senza essere nemmeno riuscito a camparci bene: aveva ragione chi diceva che non ero tagliato per quel mestiere). Comunque la si veda, l’era della spesa pubblica è finita con la crisi. E’ finito un ciclo. Chiedere allo Stato o a qualunque sua parte di riaprire un teatro chiuso quarant’anni fa, nel momento in cui chiudono gli ospedali, è un insulto al buon senso (tanto più nel caso del Marinoni, un teatro che sta dentro un ospedale chiuso). Il tempo del contributo dovuto è finito. Qualcuno l’ha capito per tempo, buttandosi con fin troppo entusiasmo nel frenetico mondo del fundraising. Occorre agire con intelligenza, con astuzia. Direbbe qualcuno: occorre saper intercettare i flussi di capitale. Che in questo caso passano vicinissimi a dove servirebbero. E pensare che a finanziare l’ospizio marino, assieme alla locale Cassa di Risparmio, fu nientemeno che la Compagnia Generale Grandi Alberghi. Ma il paleocapitalismo italico in generale non brilla per la sua attitudine al mecenatismo culturale. In altri contesti, in altri paesi, è cosa normale, così normale che nessuno ne deve restare ammirato. Anche perché il mecenate intelligente trova il modo di far fruttare i quattrini spesi in cultura. Da parte di chi cerca risorse, occorre vincere la nausea che alcuni personaggi direttamente coinvolti nella vicenda veneziana sono in grado di provocare, che siedano negli uffici delle finanziarie o sugli scranni di Ca’ Farsetti. O da tutt’e due le parti. Ma non credo ci sia altro modo.

Detto più chiaramente, quello che ci vorrebbe per il Marinoni e altri luoghi simili è un serio progetto di recupero e gestione, una proposta da girare alla Pubblica Amministrazione – in quanto ente regolatore, non finanziatore – e agli investitori –  possibilmente ai singoli investitori, non solo a chi regge il paniere. Un progetto in grado di far entrare in zucca a questi signori che è anche nel loro interesse rendere disponibile alla città uno spazio per la produzione culturale. In grado di fargli capire che se la terra e i mattoni del Bel Paese si vendono così bene è proprio grazie a quella che è stata – ormai troppi secoli fa, ahinoi – la cultura materiale ed estetica delle nostre città e del nostro territorio. In grado insomma di mostrare loro che potrebbero essere ricordati come razziatori o come capitalisti intelligenti. Chi ha un po’ di fegato ci dovrebbe provare.

Concludo quindi con quello che sembra un ossimoro: speculare bene, in modo da rendere qualcosa al territorio sul quale si specula. Eppure credo che sia possibile. Ho scritto e continuo a pensare molto male del PAT e delle idee dell’Assessore Micelli (un esperto di perequazione, tra l’altro) ma non credo affatto di cadere in contraddizione se dico di essere affascinato dal progetto del Palais Lumiere di Pierre Cardin. Pietro Cardìn, proprio lui, vuole costruire un grattacielo Dubai-style a Venezia. Orrore! Aspetta, aspetta. Non proprio a Venezia. E nemmeno sulle dune del Lido. Né negli ultimi pezzi di campagna rimasti tra Mestre e l’aeroporto. E dove, allora? Beh, lo vuole costruire in quella wasteland di capannoni vuoti che è Marghera, a poca distanza da ciò che resta del petrolchimico. Improvvisamente, tutte le chiacchiere degli ultimi vent’anni sulla riqualificazione delle aree industriali, sulle bonifiche dei terreni, tutto lo starnazzare dei Verdi che dicono una cosa e fanno il suo contrario, tutto questo svanisce in un attimo e un futuro diverso per uno dei luoghi più brutti d’Italia (con vista su uno dei luoghi più belli del mondo) diventa qualcosa di immaginabile. Sbaglierò, ma io a Pietro Cardin lo lascerei fare.

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