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Cari scissionisti, godetevi pure il compagno Emiliano

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Extra PD, nulla Salus, scrivevo un paio d’anni fa, riferendomi all’uscita di Pippo Civati dal partito. Allora giudicavo «inimmaginabile» una scissione guidata da Bersani e Speranza e fingevo di ignorare che la realtà supera ogni immaginazione. La faccenda stavolta si è fatta seria e vede coinvolti nomi di peso, in larga parte fondatori – più o meno entusiasti – del Partito, ora fattisi affondatori. Più accorti di Civati e Fassina, i vecchi figiciotti hanno atteso la vittoria del NO al referendum e la sentenza della Consulta sull’Italicum per prender coraggio. Occorreva loro la conferma del ritorno a una qualche forma di proporzionale, a un sistema in cui anche i micropartiti possono sopravvivere e fare danni. Enrico Rossi dichiara di non voler restare in un partito renziano, ma parla allo stesso tempo di «bella separazione consensuale», priva di rancori. Il che prefigura i futuri ricattini all’interno di coalizioni larghe quanto instabili. Una storia già vista molte volte, con qualche differenza importante. In questa faida consumata attorno alle candidature, alle sfere di influenza e ai rancori personali si stenta un po’ a distinguere i gregari dai leader, ma una figura si staglia, almeno mediaticamente, su tutte le altre, per storia politica, per stazza fisica e per carattere. Mi riferisco ovviamente a Michele Emiliano, che all’assemblea di ieri ha interpretato la parte del gatto di Schrödinger, performance che ha tutta l’aria di un grosso scherzo di carnevale o di una pura messinscena politica, pensata per scaricare su Renzi la responsabilità della scissione. Lo stato quantico del Presidente della Regione Puglia (e, di fatto, dei suoi compari) rimane tuttora incerto, ma è sicura la sua intenzione di contare sempre più nella scena politica nazionale, dentro o fuori dal PD, intenzione apparsa manifesta con il referendum sulle trivellazioni. Nel gruppo degli scissionisti, quasi sempre politici di lungo corso, Emiliano è l’outsider, ma è anche la figura che raccoglie più consensi personali e riesce coi suoi modi a bucare video e social più efficacemente sia degli apparatčik che del collega amministratore Enrico Rossi. Al contrario di Rossi e degli altri, Emiliano non viene da una storia di notabilato comunista, essendo anzi il prodotto della crisi di quel notabilato. Nato da una delle periodiche iniezioni di società civile – che da Mani Pulite in poi sembra includere la magistratura – cui il centrosinistra si sottopone periodicamente, ha capito sin dall’inizio quanto sia facile ricattare una classe politica in declino. Apparentemente umorale e imprevedibile, alterna i modi del Garrone di De Amicis a quelli di Masaniello. Capace di moderatismo, al contrario del quasi omologo De Magistris, può sembrare un ingenuo arruffone, ma si tratta solo di un’impressione superficiale. Dal can-can delle primarie per le regionali del 2009, in cui si fa pregare da D’Alema, detta le proprie condizioni e infine rifiuta di candidarsi, sino alla vittoria del 2015, passando per la segreteria del PD pugliese, Emiliano ha dimostrato un’ambiguità tipica di politici ben più navigati e la capacità di costruire rapidamente importanti rendite politiche. I suoi attuali compagni di avventure ne sono ben consapevoli. Lo blandiscono per il suo vasto seguito – meno identitario del loro – e per quel populismo meridionalista che promette di rappresentare gli interessi di un Sud refrattario all’ottimismo di Matteo Renzi. Lo temono perché estraneo alla vecchia tribù e quindi inaffidabile, paradossalmente molto più simile allo stesso Renzi che a D’Alema o Bersani. Gli antirenziani livorosi potranno molto presto confrontare il loro usurpatore con la Sfinge delle Puglie, e forse rimpiangere il primo (il padre nobile Emanuele Macaluso ha ben inquadrato il personaggio). Insomma, siamo solo all’inizio di una vicenda che si preannuncia molto colorita – sia per chi resta che per chi parte.

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Max D’Alema e la riconquista del PD

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Inutile negarlo: quando Max D’Alema apre bocca, riesce sempre a strappare almeno un ghigno di approvazione anche a noi che non l’abbiamo mai – e sottolineo mai – sostenuto. Ogni volta che interviene pubblicamente, Richelieu D’Alema si conferma maestro d’eloquenza. Un’eloquenza lontana dal grigiore del politichese anche nel caso di interventi domestici, svolti cioè nell’atmosfera controllata delle assemblee di partito o di corrente. D’alema parla a tutti anche se vuole raggiungere soltanto quei due o tre che gli interessano, dimostra una cultura profonda senza ostentarla. Un po’ retore dell’antichità, un po’ stand-up comedian, D’Alema si è spesso avvalso dell’aiuto di intelligenze a lui affini, soprattutto quando si trattava di mettere ordine nella forma lunga di un intervento congressuale o di un libro. Ma è evidente che quello stile allusivo e sorvegliatissimo, quell’alternanza tra colpi di fioretto, granate a frammentazione e bombe al napalm sono una cifra tutta sua, forse innata.

Di bombe D’Alema ne ha sganciate un paio anche alla riunione di Area Riformista dell’altro ieri, e assieme alle bombe ha lasciato cadere lì un paio di consigli, da osservatore distaccato, da «extraparlamentare» impegnato, a suo dire, più nell’arioso contesto del socialismo europeo che nell’angusto pollaio della sinistra italiana. Bontà sua, ha trovato il tempo di suggerire due cose alla composita platea dell’Acquario Romano. La prima è che se si vuole battere Renzi e riprendersi il partito, occorre che la minoranza sia unita. La seconda è che – sempre se si vuole sconfiggere Renzi – occorre far proprie le sue tattiche: se il rottamatore, attraverso lo strumento delle Leopolde, ha raccolto e organizzato un consenso in parte esterno al partito, la minoranza deve fare lo stesso, arroccarsi in quella zona di confine tra partito e società civile per meglio sferrare i «colpi che lascino un segno».

Qualche tempo fa, di fronte al conflitto interno tra renziani e minoranza, scrivevo di come il “grande edificio della Sinistra” si fosse rivelato una di quelle costruzioni abusive che collassano non appena arrivano al terzo piano, e che il destino di noi sinistrati fosse ormai quello di vivere attorno ad esso in una sorta di tendopoli. Dopo il discorso di D’Alema credo di dover precisare la metafora. Quello del PD non sembrerebbe nemmeno più un edificio, ma un terrain vague che con una certa frequenza diventa campo di battaglia. Le tende sono quelle dei vari eserciti, anzi delle varie bande accampate ai margini del luogo dello scontro. Bande, nemmeno più correnti organizzate, convenute all’Acquario per portare avanti l’unico obiettivo – obiettivo in cui è difficile distinguere il piano personale da quello politico – che li accomuni: la defenestrazione di Matteo Renzi e la riconquista del partito.

E su cosa andrebbero sferrati, i colpi di cui parla D’Alema, quindi? Sulle macerie di un partito allo sfascio? Il punto è che l’antirenzismo è forse una ragione sufficiente perché le bande si riuniscano ogni tanto a praticare il loro certamen retorico, ma di certo non sufficiente perché tra di esse si possa stabilire un vero accordo politico, sia pure a fini tattici. Lo si è visto chiaramente in varie repliche all’intervento di Max, che questa volta, oltre agli applausi d’ammirazione e agli amorosi sguardi del fido Gotor, ha ricevuto persino qualche sonoro ceffone a mano aperta. Ci ha pensato Civati, con sorprendente chiarezza, a precisare come l’idea di «fare una leopolda» l’avesse già fatta sua già ai tempi della prima Leopolda vera e propria, quella organizzata assieme a Matteo Renzi, quella in cui il bersaglio polemico erano proprio d’Alema e la classe dirigente dei vecchi “ragazzi della FGCI”!

«Il PD non è più un grande partito popolare, perché non è più un grande partito», i DS avevano seicentomila iscritti, il PD ne ha meno della metà, dice D’Alema. Verissimo. Ma quando hanno cominciato ad andarsene gli iscritti? Quando si è cominciato a pensare alla disintermediazione spinta, al “partito leggero” in cui gli iscritti contano poco o nulla? Quando si è iniziato a guardare più ai favori delle élite finanziarie che ai bisogni della propria (teorica) base elettorale di riferimento? Quando si sono lasciati i benedetti “territori” in mano alla gestione clientelare dei tanti capibastone più o meno raccomandabili? Rispondere richiederebbe un’onestà intellettuale che non fa parte delle pur numerose virtù del retore D’Alema. Lo dice ancora più chiaramente Walter Tocci, civatiano ma testimone e protagonista di altre stagioni politiche: «Renzi mette in pratica l’agenda di Violante, appare un innovatore perché noi siamo legati al passato».

Ma il ceffone più grosso arriva nientemeno che da Gianni Cuperlo, che si rivolge direttamente a D’Alema: «ci hai ammonito a stare uniti e a dare battaglia, credimi lo facciamo […], ma se tu e altri nella Sinistra europea lo aveste fatto un po’ di più prima, forse oggi la montagna da scalare sarebbe stata un pochino meno alta». Certo, appare un po’ semplicistico accusare D’Alema di essere stato “troppo poco di sinistra” per anni, senza affrontare la questione centrale, quella della visione del Potere. E qualcuno potrebbe del resto ricordarsi di quando Cuperlo rappresentava il braccio intellettuale dei DS dalemiani, mentre il braccio armato era rappresentato dai lothar Velardi e Rondolino, oggi corsari renziani dopo qualche anno a libro paga di Berlusconi. Transeat. Forse la possibilità stessa della politica è legata all’oblio delle responsabilità personali.

Tra i pesci riuniti nell’Acquario, infine, non poteva mancare Pierluigi Bersani. Prima della vittoria di Renzi e di tutto il risentimento che ne è seguito, consideravamo Pigi l’uomo del giusto mezzo, seppure corresponsabile di quella storia di errori ed occasioni mancate, rispetto alla quale non riesce ancora a fare grandi autocritiche. E tuttavia non è possibile metterlo sullo stesso piano di Max. Bersani in quest’ultimo intervento guarda anche a noi renziani-non renziani, a chi abbia votato Renzi non in opposizione ad una storia che è anche la nostra, ma cercando di dare una scossa ad un corpaccione in coma (pentendosene poi, ma non del tutto). All’arsenale delle ormai celebri metafore bersaniane, sabato scorso si è aggiunta quella del «vendere casa per andare in affitto», riferita al nuovo corso renziano.

A questo punto non riesco ad evitare un mash-up metaforico non proprio rassicurante: c’è chi, come Pigi, pensa a ricomprare casa, chi come me – semplice iscritto – pensa che quella casa, ammesso che stia ancora in piedi, necessiti di qualche serio intervento statico. E infine c’è Max, che si dice pronto a sferrare colpi contro l’edificio pericolante…No, Max, se c’è una cosa di cui in questo momento non abbiamo bisogno, sono proprio i «colpi» che hai in mente tu.

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Ritorni di fiamma

Il primo (moderato e momentaneo) ritorno di fiamma è quello del sottoscritto per l’operato di Matteo Renzi. È un po’ lo spirito di contraddizione a muovermi, lo stesso che mi ha portato a scegliere Renzi alle primarie.  Non posso in alcun modo seguire la sinistra del partito nella levata di scudi contro una riforma del lavoro della quale ancora non esiste un testo definitivo, ma che sembra comunque andare nella direzione che molti di noi cani sciolti – e precari – considerano sensata. Ed ecco l’altro ritorno di fiamma: quello di una Sinistra e un sindacato nella migliore delle ipotesi incapaci di affrontare la realtà e, nella peggiore, impegnati più nella difesa delle proprie posizioni di potere che non in quella degli interessi dei lavoratori (presenti e futuri). La preventiva minaccia di grandi mobilitazioni è giunta assieme all’immancabile evocazione di un «autunno caldo». Fu l’autunno caldo propriamente detto, quello del 1969, apice di una fibrillazione operaia che il sindacato stesso faticava a governare, a spingere sindacalisti e giuslavoristi di area socialista come Giacomo Brodolini e Gino Giugni a pensare lo Statuto dei lavoratori, una legge che potesse finalmente regolare il diritto alla rappresentanza e all’attività sindacale, in un’epoca in cui ancora si veniva licenziati per il solo fatto di distribuire volantini ai cancelli della fabbrica – questo non lo dobbiamo mai dimenticare. Lo Statuto, tuttavia, nasceva in qualche modo già vecchio. L’ultima grande lotta operaia del Novecento italiano fu infatti condotta proprio sul crinale tra due diverse epoche produttive. Subito dopo l’approvazione della legge iniziava infatti quella lunga fase di ristrutturazione industriale, fatta di esternalizzazioni, di decentramento e di atomizzazione del lavoro che arriva sino ai giorni nostri e disegna un mondo del tutto nuovo. (Qualcuno, nella sinistra c.d. operaista, coglie l’importanza di queste trasformazioni, ma il clima ideologico di quegli anni trasforma presto quelle intuizioni nei deliri dell’autonomia operaia, con gli esiti che sappiamo).

Quarant’anni dopo l’approvazione dello Statuto, in un Occidente in cui il fordismo è finito e sono quasi scomparse le grandi industrie, in un paese in declino, indebitato, senza lavoro, sembra che tutto il dibattito debba ancora ruotare attorno allo Statuto, per sineddoche ridotto al solo articolo 18. Nessuno è ancora riuscito a dimostrare in modo inoppugnabile che le poche decine di vertenze l’anno che riguardano l’art.18 – una minima parte di tutte le cause portate davanti ai giudici del lavoro – siano un freno alla produttività o agli investimenti stranieri. A me riesce difficile crederlo, ma del resto chi ha mai detto che «i mercati» siano guidati dalla razionalità? D’altro canto, mi riesce altrettanto difficile considerare l’art.18 una sorta di baluardo di civiltà, a meno che non ci si riferisca a una “civiltà” nella quale il lavoro sia diviso per caste: non hanno mai goduto della tutela dell’art.18 le decine di migliaia di lavoratori interessati dai licenziamenti collettivi frutto di crisi e ristrutturazioni, né i lavoratori autonomi – che peraltro non godono nemmeno di ferie e malattia pagate, non ne hanno goduto gli operai delle migliaia di microimprese terziste ai quali si devono il “miracolo del Nord Est” e il successo di tanti distretti produttivi in Italia, né, tantomeno, chi lavori in nero in zone dove spesso al “sommerso” non esiste alcuna alternativa. Raramente ne hanno goduto le persone della “generazione X”, cui appartengo, e di quella successiva – ammesso e non concesso che un ventenne medio abbia la benché minima idea di cosa sia l’art.18 e di cosa faccia un sindacato.

Il tema di fondo, che va in effetti ben al di là della «possibilità di licenziare», è quello di un problematico cambio del paradigma col quale il movimento sindacale ha immaginato – e contribuito a disegnare – i rapporti giuridici tra lavoro e capitale. Il passaggio è in buona sostanza quello dalla contrattazione collettiva a quella individuale, dal potere di negoziazione della classe operaia all’ [aaargh!] employability del singolo percettore di reddito. Si tratta, come i critici credono, di un passo indietro, o di una sfida a cercare strumenti nuovi? Quando parliamo di interesse dei lavoratori, stiamo pensando in termini di massa o in termini di individui? Il fine di un’azione politica e sindacale “di sinistra” non consiste nel garantire diritti e benessere degli individui? Non è così facile prendere posizione su questioni complesse in cui si intrecciano – e confondono – diritti e interessi, effetti economici e ricadute sociali, opposte visioni ideologiche e problemi etici. Io stesso, appena due anni fa, nel momento in cui Monti andava parzialmente a toccare l’articolo, scrivevo che l’articolo non andava toccato. Mi lasciava perplesso l’insistenza ossessiva per una faccenda di natura soprattutto simbolica. La situazione di oggi è assai simile: stiamo parlando di un «segnale da dare ai mercati» e a Bruxelles. Dal punto di vista dell’attuale maggioranza, il segnale è diretto anche alle varie componenti del centrodestra e viene accolto come vittoria storica da quella parte della diaspora craxiana (i Sacconi, i Brunetta) che di queste materie ha fatto una bandiera, credo più per tigna revanscista che per convinzione profonda. Sul fronte opposto, è comprensibile che un sindacato cui non la politica, ma la realtà stessa delle forze produttive sottrae giorno dopo giorno il ruolo e il peso politico voglia battere sulla questione dell’art.18. Basta sia chiaro che non sempre l’interesse dell’organizzazione e quello del lavoratore coincidono. A lasciarmi perplesso è invece l’opposizione interna al Partito Democratico, visto che gli stessi soci della “Ditta” non considerano davvero la faccenda più che un fatto di principio, una «questione simbolica importante» – parole di Gianni Cuperlo – che sembra nascondere la frustrazione derivante dal non aver potuto guidare personalmente il cambiamento e dal vederlo invece guidato dagli ultimi arrivati.

In un certo senso, l’arrivo dei renziani in casa PD assomiglia all’ascesa della borghesia alle spese di un’aristocrazia declinante. I membri di quell’aristocrazia di sinistra, i più lungimiranti tra i vecchi “ragazzi della FGCI” che un quarto di secolo fa hanno accompagnato il passaggio della sinistra marxista al riformismo, avevano compreso il tipo di trasformazione epocale subita dal lavoro organizzato già all’epoca in cui Matteo Renzi viveva il suo (primo) quarto d’ora di celebrità alla Ruota della Fortuna. Ciò che è mancato non è stata la capacità di analisi, ma la volontà, la capacità o la possibilità di tradurre le analisi in soluzioni. Gli errori sono stati molti e altrettante le circostanze storiche sfavorevoli. Certamente l’elitismo del ceto dirigente ex-PCI e la sua scarsa attitudine alla comunicazione hanno impedito di spiegare alla propria base la necessità delle riforme del lavoro. Dall’altra, la mutua dipendenza politica tra lavoro sindacalizzato e partiti della sinistra ha fatto temere grandi perdite di consenso – che si sono poi verificate ugualmente. Ma non possiamo nemmeno dimenticare la natura fragilissima delle maggioranze di quegli anni, messe a rischio dai ricatti di Rifondazione (partito nel quale ho militato, prima della “svolta liberale” alla quale è giunto di recente anche il mio segretario di allora). In un contesto di questo tipo era forse inevitabile che la Ditta preferisse impegnare le proprie energie su altri fronti, dalla coesistenza con Berlusconi alla scoperta dei salotti buoni della finanza, tra “capitani coraggiosi”. Peccato che, sul piano del lavoro, sia stato proprio il coraggio a mancare. Quella stagione ha prodotto solo riforme parziali – ricordo il co.co.co previsto dal “pacchetto Treu”, il mio primo contratto – che per la loro incompletezza hanno contribuito a creare l’attuale giungla contrattuale e nuove situazioni di disuguaglianza. La stessa c.d. legge Biagi avrebbe potuto benissimo essere concepita in un governo di centrosinistra, anziché nel lunghissimo Berlusconi II e, più di recente, l’idea di flexycurity, che dovrebbe finalmente aggiungere le tutele alla flessibilità, veniva rivendicata proprio dagli attuali oppositori del Jobs Act. Il vituperato Pietro Ichino sul suo sito web offre un’utile rassegna di posizioni di questo tipo, ma l’incoerenza di certi leader del centrosinistra è riassunta ancor meglio dal filmato del (magnifico) intervento di Massimo D’Alema al II congresso PDS che i solerti PR renziani hanno diffuso in questi giorni:

C’è quindi stato un momento, alla fine degli anni Novanta, in cui la Sinistra ante (e anti) Renzi pensava di fare più o meno le stesse cose che Renzi tenta di fare oggi. Forse le avrebbe fatte anche meglio, chi può dirlo? Forse potrebbe ancora partecipare al cambiamento in atto, farne parte, far sì che in quel cambiamento rimanga una traccia di quanto di buono c’è nella storia della Sinistra italiana. Purtroppo, per ora, l’impressione è quella di un eterno ritorno, di una coazione a ripetere gli stessi errori.

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Non ci sono abituato…

Non sono troppo abituato a vincere, per cui sono rimasto alquanto spiazzato dai risultati delle primarie. Mi hanno sorpreso i risultati del mio quartiere più ancora di quelli nazionali, e dopo molto tempo mi sono scoperto a gioire per un fatto politico in positivo, a provare qualcosa di diverso dalla Schadenfreude per le condanne di Berlusconi. E ho gioito io che in fin dei conti non sono mai stato semplicemente “renziano”. Mi sono speso un po’ per il partito, stando al seggio, e direi che è stato più di quanto abbia fatto per la mozione Renzi, alla quale ho aderito tra vari distinguo («diversamente renziani»), non risparmiando alcuna critica, nemmeno a ridosso dell’appuntamento più importante, quello di ieri. Ho scritto qui più volte perché ritengo Renzi la scelta più razionale, per il PD ma soprattutto per il Paese. Ho cercato di spiegare le ragioni di una certa ostilità preconcetta della pancia del partito, ragioni certo politiche ma spesso semplicemente ragioni di fazione, quando non di ordine puramente estetico («ma non lo vedi?»). Tra gli scontenti ci sono i renzifobi e tutti quelli che vorrebbero un partito “più di sinistra”. Capisco le motivazioni di chi ha votato Civati pur non condividendole, e penso che il loro risultato vada tenuto in considerazione. Per ora basterà ricordare che anche il voto a Civati è stato un segnale di dissenso profondissimo con la dirigenza uscente. Non è più tempo di polemiche ma vorrei comunque spendere due parole sulla fine di un ciclo nel centrosinistra.

Alla vecchia dirigenza, agli ultimi “ragazzi” della FGCI, tra cui Cuperlo, occorre riconoscere qualche merito importante. Tra svolte epocali e affannose ricerche di nuove identità, dall’Ulivo in avanti, i migliori di loro sono riusciti a costruire un abbozzo di sinistra riformista unitaria in questo Paese. A rileggere certe interviste a Massimo D’Alema in materia di pensioni, durante il suo breve governo, o ripensando al Bersani ottimo ministro nel Prodi II, le polemiche degli ultimi due o tre anni, dopo l’ingresso in scena di Renzi, risultano quasi inspiegabili. Ma la politica è fatta così, di corsi e ricorsi, storici ma soprattutto retorici. Purtroppo, costoro sono riusciti quasi a far dimenticare tutto il buono, non ammettendo mai le schifezze calcolate, non riconoscendo mai i loro errori, non rinunciando mai alla loro presunzione di superiorità intellettuale, non essendo mai in grado di comunicare per davvero con quello che, ad ogni pié sospinto, si ostinano a chiamare “il nostro popolo”. Non hanno capito niente e continueranno a non capire perché hanno perso il consenso anche nella base elettorale delle regioni rosse. Non hanno ancora fatto i conti con la “non vittoria” di febbraio e il disastro parlamentare delle settimane successive, come potrebbero capire? Poche settimane fa, al congresso del mio circolo, un parlamentare e dirigente ripeteva la tesi della mutazione antropologica: le televisioni, il ventennio berlusconiano, l’attacco ai valori, una società diventata individualista, eccetera. In sostanza, «Il popolo non ci capisce più» perché rincoglionito, vittima del modello di B. e della sua potenza mediatica. E’ una concezione elitista della politica, naturalmente, e rivela un deficit di percezione che in un politico è inaccettabile. In assenza di qualunque autocritica, le primarie sono dunque servite come una doccia gelata. Mi spiace per Cuperlo (meno per D’Alema…), ma gran parte di quel “popolo”, a partire dai miei genitori e dai tanti amici e conoscenti che avevano scelto Bersani, oggi ha scelto Renzi, non perché turlupinati dal Renzi imbonitore, non perché siano degli sciocchi, tutt’altro. Sono persone intelligenti, hanno tenuto in piedi l’Italia col loro lavoro e sanno quando è il momento di cambiare. Occorre po’ di fredda obiettività, al di là delle polemiche e dei livori: Gianni Cuperlo poteva ormai convincere due soli gruppi di persone, in virtù di due ordini di ragioni, le une psicologiche, le altre materiali. Tra gli iscritti, i nostalgici del centralismo democratico, di un fideismo purissimo, assolutamente cattolico e comunista (nel senso dei pattern psicologici, non delle idee): tutti quelli per cui il partito è un po’ mamma e un po’ papà, ti tiene per mano, sa dove guidarti, custodisce il patrimonio di famiglia, ha le chiavi di casa. Ormai erano rimaste soltanto le chiavi di casa, e prendendoti per mano il partito rischiava di farti finire giù dalla scarpata, ma per alcuni andava comunque bene così. «Fedeli alla linea/la linea non c’è», cantavano i CCCP. Dall’altra parte, tra gli elettori, soprattutto al Sud, soprattutto nel pubblico impiego, le ragioni per votare Cuperlo erano legate al terrore di perdere le sicurezze di decenni di assistenzialismo tossico, di dipendenza da un sistema che tutto è fuorché giusto e che così com’è non riuscirà a garantire più nulla. Costoro reagiranno forse male, inizialmente. Ma se la buona politica del PD di Renzi porterà anche a loro i suoi primi risultati, si convinceranno di aver avuto torto.

Ora, come si dice in questi casi, si apre una fase nuova. Non cedo facilmente all’entusiasmo, sono ipercritico e rompipalle (se mi leggete un po’ lo sapete già), ma devo ammettere che ho trovato il discorso della vittoria di Matteo Renzi davvero molto bello. Il più bel discorso che gli abbia sentito fare. Un discorso da statista. A partire da simili ottime premesse, sarà forse ancora più dura passare ai fatti. Rifondare il PD – unito, perché l’unità è un bene supremo – senza concedere nulla a chi è saltato sul carro per convenienza, far tornare a crescere il Paese, garantire davvero l’equità, riformare la giustizia e la burocrazia, demolire le corporazioni, liberare le forze produttive, garantire non solo il mantenimento del servizio pubblico, ma il suo miglioramento, eliminando grossi pezzi di macchina dello Stato, che sono un freno allo sviluppo e un insulto all’idea stessa di giustizia sociale, disegnare finalmente un welfare equo e sostenibile, e molto altro. Naturalmente, per fare tutto questo occorrerà vincere le prossime elezioni, ma Renzi, scopertosi politicista, dovrà cominciare a giocare bene le sue carte già nei prossimi mesi, fugando ogni nostro dubbio, riuscendo a fare da pungolo al governo Letta. Personalmente non farò alcuno sconto al vincitore. Non ci sono crediti di fiducia da spendere, perché da oggi, caro Matteo, si parte da zero e si fa sul serio. «Mi è costata tanta, tanta fatica venire fin qui, ma volevo esserci ad ogni costo. Non per me, che alla mia età…ma per voi giovani, per il vostro avvenire». Questo mi ha detto una dolcissima signora di ottantacinque anni mentre registravo i suoi dati al seggio. Non posso sapere chi abbia votato quella signora, ma ogni volta che dovrò giudicare gli atti del nuovo segretario, penserò a lei.

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Nota politica all’insegna del cinismo e della bieca Realpolitik

E’ stato appassionante. Abbiamo tifato, inveito, ironizzato, accusato, analizzato. Adesso, però, basta. Chi ha voglia di ragionare ha l’occasione per farlo. Per gli altri c’è spazio nell’accozzaglia grillino-rossobruna che affollava Piazza Montecitorio. Torniamo indietro di due mesi: i risultati del 25 febbraio rendevano chiaro che le cosiddette “larghe intese” sarebbero state una semplice necessità di buon senso. Personalmente speravo (e spero) in una faccenda il più possibile breve e indolore, finalizzata essenzialmente alla riforma elettorale. Poi, di nuovo al voto, con un solo vincitore, dotato dei numeri per applicare le sue ricette (o anche per non fare nulla, ma in santa pace, sostenuto dal consenso, in attesa dei forconi). Che poi queste larghe intese avessero coinvolto il Pdl piuttosto che il M5S, sarebbe stata questione secondaria. Non si tratta di un matrimonio. Mi riesce quindi davvero difficile credere che un uomo di buon senso come Pierluigi Bersani abbia veramente creduto di poter governare per l’intera durata della legislatura sudando freddo ad ogni voto di fiducia. L’inutile e imbarazzante tentativo col M5S ha semplicemente avuto la funzione di rassicurare SEL e la sinistra del partito, grazie alla quale il Segretario ha vinto le primarie. Ricevuto il no grillino e indisponibile a una tregua istituzionale col Centrodestra, Bersani avrebbe dovuto dimettersi. Forse avrebbe lasciato il partito nel panico, ma un panico salutare, che avrebbe costretto le varie anime a contarsi e a parlarsi, in vista dell’elezione del Presidente. E invece no, ad avere la crisi di panico è stato proprio Bersani. Fermo, paralizzato, incapace di avanzare o indietreggiare, afasico. E’ in quel frangente che Richelieu D’Alema e gli ex-Popolari hanno fatto capoccella proponendo la loro “sorpresa”. Niente di sorprendente, a dire il vero. Se la prospettiva è quella di riuscire a formare un governo senza innescare una serie di rappresaglie da parte del Pdl, Marini al Quirinale è una delle opzioni possibili. A quel punto, però, chi avrebbe dovuto guidare il partito (il povero Bersani, sempre lui) era già completamente nel pallone, bisognoso della soccorrevole zampa di un vero maschio-alfa: “Lo dice Massimo, beh, cosa stiamo a perdere tempo a contarci tra di noi, facciamolo e basta, dai”. Risultato: Marini resta sotto di duecento voti. Una clamorosa figura di merda. Nel frattempo i grullini hanno proposto Rodotà, persona degnissima che ha un solo torto, non proprio irrilevante: essere stato presentato da chi fino all’altroieri stigmatizzava, e aver fatto finta di niente. A quel pezzo non trascurabile di PD che fa da sponda a Grillo e alla pancia del Paese Rodotà piace. Ma sono ancora troppo pochi, e nei più prevale la disciplina di partito.

A quel punto, tocca davvero tirare fuori qualcosa di sicuro, per evitare ulteriori figuracce. Il Professore. L’unico ad aver battuto Berlusconi, ad avere profilo internazionale, eccetera. Ma anche il vecchio protagonista delle partecipazioni statali e soprattutto l’uomo dell’Euro. Va ricordato come tutte o quasi le partite IVA oggi con l’acqua alla gola considerino Prodi come la fonte prima di ogni loro guaio. Lo vorrebbero morto. Quest’area eurofoba è oggi distribuita in modo diseguale tra PdL e M5S (Lo stop di Grillo a chi tra i suoi avrebbe volentieri votato il Professore era anche mirato a non perdere consensi tra gli odiatori della Mortazza, mi pare). Insomma, forse il ricordo idealizzato dell’esperienza dell’Ulivo prodiano annebbia un po’ la mente ai vecchi dirigenti. Fatto sta che con Prodi si realizza il capolavoro dei capolavori. Si cerca di vendere un ripiego come prima scelta, una cosa vecchia per una nuova (e Grillo lo fa notare), si provoca la spaccatura del partito (la vendetta di dalemiani e democristiani non si fa attendere) e si regalano energie nuove a Berlusconi, che vive di scontri frontali (e di scontri apparenti) e che, rimasto sempre silenzioso, da questa elezione del Presidente esce vincitore assoluto. Gli scontri frontali fanno invece malissimo a un Paese diviso come non mai, impoverito e incazzato. E’ in questo senso che va letta l’ultima scelta possibile, la scelta emergenziale di un PD ormai in macerie, non come apertura all'”inciucio”. Il Presidente migliore della cosiddetta Seconda Repubblica, un uomo di 88 anni che avrebbe davvero meritato il riposo del giusto, ha ancora una volta la responsabilità di tenere in ordine il pollaio della nostra democrazia. Per quanto mi riguarda, gliene sono grato. E dovreste essergliene grati anche tutti quanti voialtri facili all’indignazione. Certo, se solo ci fosse stato un po’ più di coraggio e fantasia in questo Parlamento, lo si sarebbe trovato subito il nome “non divisivo”, di specchiata onestà, di grande caratura internazionale, gradito a liberali di destra e di sinistra, ai giovani, alle donne…il nome era quella di Emma Bonino, sulla quale, purtroppo, pesa una conventio ad excludendum altrettanto trasversale, che va dai cattolici reazionari (troppo libertaria per costoro) alla sinistra-sinistra (troppo liberista). Chiudiamo pure il libro dei sogni. Chi manca ancora? il mio candidato alle primarie, ovviamente, Matteo Renzi. Devo essere onesto, Irrenzi mi perde parecchi punti, essendosi dimostrato politicista quanto gli altri, nei momenti cruciali (Marini non rappresenta il cambiamento, Prodi invece sì?) e, soprattutto, piuttosto opaco, in questa sua incerta scalata di un partito che praticamente non esiste più. Spero chiarisca presto le sue intenzioni perché la scissione è vicinissima e, dall’altra parte del grande buco rimasto al posto del PD, Fabrizio Barca e Nichi Vendola sono in procinto di mettere in piedi il cantiere di una nuova ‘cosa’, una sorta di super-SeL, il cui obiettivo principale consisterà nel farsi accogliere dal PSE (o dall’Internazionale Socialista? Boh.). Ancora fermi lì, stiamo, ai mai disciolti nodi identitari di questa smandrappata Sinistra. Ma si tratta di un anelito rispettabile, in fondo: non è perché uno smette di essere comunista che gli passa la voglia di perdere. Come poi faranno Nichi, il mago delle narraFioni, e un verboso funzionario ministeriale a competere coi modi spicci del M5S è davvero un mistero. Buon viaggio, comunque.

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