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Non chiamatela “pace”

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Non so voi, io rimango sempre ammirato dalla semplice, elementare bellezza di un riflesso pavloviano. È bastato un tweet del presidente americano perché il fronte pacifista si risvegliasse dal sonno che in questi sette anni di guerra in Siria ha impedito qualunque manifestazione o presa di posizione contro Bashar Al-Assad. C’è voluto un attacco “telefonato” a una manciata di centri di produzione e stoccaggio di armi chimiche, un attacco che non ha causato vittime civili né militari – stando agli stessi lanci d’agenzia di Damasco e Mosca – e che ha avuto limitati effetti politici, più che militari, per mobilitare le coscienze delle anime più belle d’Occidente. Le bandiere arcobaleno hanno fatto la loro ricomparsa, assieme alle citazioni dell’articolo 11 della nostra Costituzione. L’Italia ripudia la guerra, in generale. In particolare, a ripudiarla è soltanto una parte del Paese, e a determinate condizioni. Che l’aggressore sia americano è la condizione necessaria a scuotere le nostre coscienze progressiste, ma non è sufficiente. Americani, inglesi, francesi, tedeschi, olandesi, danesi, australiani e giordani sono in Siria a combattere l’ISIS dal 2014, eppure non ricordo particolari stracciamenti di vesti collettivi per i “danni collaterali” degli attacchi della coalizione in appoggio alle milizie curde. Un deposito di munizioni distrutto da un Tomahawk americano vale evidentemente più, e soprattutto vale più delle decine di migliaia di vittime civili – perlopiù ammazzate con armi convenzionali – di cui sono direttamente responsabili Assad e i suoi alleati russi e iraniani.
Ma saranno morti davvero? Ma davvero avrà usato il gas? Ma che convenienza avrebbe ad usarlo, ora che sta vincendo? Per me è tutta una messinscena… I social network traboccano in questi giorni di esperti di geopolitica, strategia militare, armi chimiche, pronti a raccontarti come davvero stanno le cose, che cosa c’è sotto, chi davvero ha fatto cosa per conto di chi altro. Dal Parlamento al bar di quartiere si è diffusa una retorica aggressiva che insinua dubbi sulle vittime, che paragona la Siria del 2018 all’Iraq del 2003, che dipinge il macellaio di Damasco – degno erede del padre Hafiz – come colui che ha sconfitto l’ISIS. Una squallida falsificazione di ciò che è stata nel 2011 la fallita rivoluzione Siriana, parte di quelle primavere arabe sconfitte anche a causa del disinteresse, dell’incapacità di comprendere quando non dell’aperta ostilità dell’Occidente – establishment e opinioni pubbliche, sia di destra che di sinistra. Ecco quindi Gino Strada e Vauro condividere oggi pubblicamente le dichiarazioni di Matteo Salvini, scopertosi amante della pace. Le intenzioni politiche reali sembrano un dettaglio trascurabile, non importa che Salvini e i suoi tirapiedi “eurasiatisti” siano semplicemente schierati con Putin – il quale, incidentalmente, iniziò la sua ascesa politica facendo radere al suolo una città.
Il club degli ammiratori di Putin – e quindi di Assad – in Italia conta numerosissimi membri, tutti impegnati più o meno consapevolmente a diffondere le fake news confezionate dall’impressionante macchina propagandistica del Cremlino. Fascisti, eurofobi, rossobruni, stalinisti nostalgici, cultori della “stabilità”, benintenzionati morti di sonno e, com’è ovvio, anche conservatori e sedicenti “liberali” in cerca di buoni affari. A titolo di esempio, in area berlusconiana negli ultimi anni è sorto un certo singolare attivismo rispetto alla Siria. «La Siria sarà fedele a chi gli è stata vicina negli anni difficili del conflitto. Coloro che hanno contribuito alla guerra che ha distrutto il Paese non otterranno vantaggi economici dalla sua rinascita», questo il messaggio di Damasco all’Italia. I nostri palazzinari si sono già messi in fila. È davvero vasto e variopinto questo fronte “pacifista”. Più vasto e più fasullo che mai.
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No, non dobbiamo scusarci con Salvini nemmeno stavolta

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Ci siamo cascati in tanti. Lettori, giornalisti, esponenti politici. Pensavamo di aver visto la figura di Matteo Salvini travolta da una slavina del suo stesso guano, invocando la pulizia etnica a Radio Padania:

«Sull’immigrazione dobbiamo deciderci una volta per tutte: serve un programma di pulizia etnica»

Sembrava proprio che, lasciate cadere tutte le maschere, Salvini si fosse messo sullo stesso piano dei leghisti di seconda fascia, come il famigerato ex sindaco-sceriffo di Treviso, Gentilini, condannato tre anni fa alla (ridicola) sanzione di 4000 Euro per aver invocato una «pulizia» «da tutte queste etnie che distruggono il nostro paese…basta islamici, che tornino ai loro paesi…non voglio vedere consiglieri neri, gialli, marroni, grigi…». Sarebbe stato troppo bello, lo ammetto. Senonché, Alt! Fermi tutti. Quella cosa, Salvini non l’ha mai detta. Grazie alla sciatteria di un redattore Ansa, abbiamo condiviso e commentato un lancio d’agenzia balordo. Una fake news. La citazione testuale dell’intervento di Salvini alla radio è la seguente:

«Vedremo di adottare ogni mezzo possibile, oltre a quelli che già abbiamo percorso, per fermare questa invasione. E quando dico “ogni mezzo”, dico ogni mezzo, ovviamente…legalmente permesso o quasi, perché siamo a fronte, siamo di fronte a un tentativo evidente di pulizia etnica, di sostituzione etnica ai danni di chi vive in Italia».

Ora, fatto il dovuto mea culpa per la bufala improvvidamente diffusa, non abbiamo molto altro di cui rimproverarci. La retorica xenofoba leghista è un fatto incontrovertibile, non servono ulteriori conferme, non serve nemmeno un’eccezione che confermi la regola. E siamo davvero sicuri che l’uscita a Radio Padania rappresenti un’eccezione al pensiero standard del “Capitano” Salvini? Riflettiamo per un attimo sulla sostanza delle sue parole. Si tratta del solito refrain ripetuto da decenni dalle destre radicali europee e americane, quello della «pulizia etnica dei nativi», della «grande sostituzione». del «white genocide». La Nuova Destra – che forse sarebbe il caso di chiamare «destra postmoderna» ha imparato a percorrere con attenzione il campo minato del discorso pubblico, operando una serie di rovesciamenti retorici e creando una vera e propria neolingua. Così, se nel Ventunesimo secolo non ci si può dire razzisti in alcun consesso civile, ci si dichiarerà «differenzialisti», amanti delle differenze e ostili all’«omogeneizzazione dei popoli», se non è più possibile dichiararsi a favore della pulizia etnica, si denuncerà la fantomatica pulizia etnica subita dai cristiani bianchi d’Occidente, e così via. Vale la pena ricordare come pressoché tutti i genocidi dell’età contemporanea vengano descritti dai loro perpetratori – e da una parte della storiografia – come «genocidi difensivi», espressione di per sé agghiacciante. L’idea è che di fronte a una minaccia reale o immaginaria, al gruppo nazionale maggioritario venga indicato – dal fascista di turno – un capro espiatorio in forma di quinta colonna nemica. Fu così per lo Yetz Meghern, per la Shoah, su fino alle varie pulizie etniche regionali di fine secolo. La “difesa attiva” dei Serbi dalla minaccia islamica è stata uno dei motori delle stragi di musulmani bosniaci durante la dissoluzione della Jugoslavia. (Per inciso, in quegli anni era la Lega di Bossi – teoricamente assai distante dalla Lega sovranista di Salvini – a rendere omaggio al fascista Milošević). Inventare minacce esistenziali e cospirazioni diaboliche è sempre il primo passo, la condizione necessaria per fascistizzare la folla e renderla capace di qualunque atrocità. Ecco perché tra l’invocare la pulizia etnica per i migranti e denunciare la pulizia etnica degli Italiani non c’è molta differenza. Si tratta di una strategia psicologica ben consolidata e pericolosissima delle cui conseguenze il continente europeo ha sofferto fino a un paio di generazioni fa. Ecco perché, a mio avviso, Matteo Salvini è indegno di occupare – le rare volte in cui è presente – un seggio al Parlamento Europeo.

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Un renzismo diverso ad ogni campanile

Premessa da militante cinico-pragmatico: ciò che conta è “portare a casa il risultato”. Il PD governa in quindici regioni su venti, al netto dei voti persi e dell’astensionismo crescente, al netto di ogni critica – legittima o meno – al renzismo. Anzi, a dirla tutta, l’appartenenza al PD non c’entra poi granché. In un momento in cui il Centrodestra italiano sta per venire egemonizzato da un partito di destra radicale quale la Lega di Salvini (Salvini, quello delle ruspe sui campi Rom, ricordate, amici antirazzisti che mai e poi mai votereste Renzi?), l’essere riusciti a tenerlo lontano dalla maggior parte dei governi locali è, per quanto mi riguarda, una buona notizia. La vittoria di Toti in Liguria ha dell’incredibile, ma va annoverata tra gli incidenti che ogni tanto capitano. È forse troppo comodo attribuire il pasticcio ligure alla sola scissione di Pastorino, e tuttavia rimangono quei dieci punti drenati a sinistra. Rimangono, purtroppo, le espressioni di soddisfazione dei civatiani, espressioni che non dimenticherò tanto presto. Cofferati, Civati, Pastorino e soci si godano il loro effimero successo, si divertano ad aprire l’ennesima discussione/costituente/laboratorio a Sinistra, perché è possibile che ancor prima del prossimo appuntamento elettorale nazionale il loro peso si riduca a quello della piccola galassia rosso-verde, ormai quasi scomparsa. Il loro destino è segnato.

Soltanto quindici anni fa una scelta simile si poteva identificare con le frange marxiste residuali nel centrosinistra. Ed era una scelta politicamente più sensata e rispettabile di quella attuale, che vede dei socialdemocratici e dei liberali di sinistra come Civati abbandonare un progetto politico che dovrebbe essere molto più grande del loro ego e persino dell’ego di Renzi. L’idea di partito, e delle sue dinamiche locali, è forse il tema centrale, eppure costantemente eluso, del nuovo corso renziano. A fronte della tendenza settaria delle primedonne, con la loro incapacità di essere minoranza in un partito di massa,  il premier-segretario continua a dimostrare un sostanziale disinteresse per la gestione unitaria del PD, in particolare rispetto alle situazioni locali. Un po’ come il PSI craxiano, infatti, il PD di Renzi non interviene direttamente nelle questioni locali – i commissariamenti sono delle eccezioni notevoli e obbligate – e dalle primarie del 2013 ha semplicemente praticato una politica di appeasement con i leader locali della Ditta, sfruttandone i portafogli elettorali e adattando la propria narrazione alle singole realtà.

Non si tratta, evidentemente, di capacità di mediazione, ma di calcolo tra i più bassi. Renzi “strappa” soltanto con i liderini privi di un feudo. Lo si è visto in modo chiarissimo in Liguria, lo si è visto altrettanto chiaramente a Venezia. Due situazioni in cui, per motivi diversi, la credibilità del Centrosinistra è in crisi, ma in cui i propositi di rottamazione sono stati in qualche modo sospesi e ai renziani della prima e dell’ultima ora è stato consentito il “rompete le righe”. La differenza sostanziale tra la Liguria e Venezia riguarda la scelta del candidato. Assai rischioso proporre la Paita, rappresentante la continuità col sistema Burlando, assai più intelligente sostenere – a primarie concluse – Felice Casson, candidato lontano anni luce dal renzismo e tuttavia unica possibilità per il centrosinistra di mostrarsi rinnovato e di non perdere, dopo più di vent’anni, il governo cittadino. Ovviamente il sottoscritto sosterrà Casson nel difficile ballottaggio che lo aspetta, ma il problema di fondo di un partito diverso ad ogni campanile rimane lì, e un segretario degno di questo nome dovrebbe risolverlo, possibilmente  prima del 2018.

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Dove sono finiti gli antifascisti?

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Saranno passati vent’anni da quando mi presentai al centro civico del paesello con in mano lo statuto della piccola associazione culturale che avevo fondato con alcuni amici. «Associazione apartitica» e nondimeno «democratica e antifascista», avevamo scritto. Lo sguardo riservatoci dalle beghine che gestivano il centro e l’annessa biblioteca comunale sarebbe stato lo stesso se avessimo parlato di «associazione pornografica». «Qui non si fanno iniziative politiche», fu il loro commento. Inutile protestare ricordando alle signore come la nostra stessa Repubblica e la nostra stessa Costituzione fossero «antifasciste» in quanto nate dalla lotta di Liberazione. Vent’anni di sdoganamenti e revisionismi mascherati e il lavoro minuzioso e incessante dei roditori terzisti e dei liberali della domenica hanno fatto il resto. In fondo è bastato usare surrettiziamente le parole degli stessi antifascisti per iniziare l’opera di delegittimazione:

«È stato detto, giustamente, che le carte costituzionali hanno in sé un elemento polemico contro il regime caduto. Di solito le costituzioni popolari, come è la nostra, vengono fuori da una rivoluzione; dal momento in cui vengono approvate, c’è ancora in chi le approva il bruciare delle sofferenze, delle umiliazioni patite nel periodo della tirannia. Ed è naturale che negli articoli della Costituzione ci siano ancora echi di questo risentimento e ci sia una polemica contro il regime caduto e l’impegno di non far risorgere questo regime, di non far ripetere e permettere ancora quegli stessi oltraggi. Per questo nella nostra Costituzione ci sono diverse norme che parlano espressamente, vietandone la ricostituzione, del partito fascista».

(Piero Calamandrei, “La Costituzione e i giovani”, in la Resistenza al fascismo, scritti e testimonianze, Milano, Feltrinelli, 1962)

È passata così, non certo per colpa del povero Calamandrei, la convinzione per cui l’antifascismo in tempo di pace non fosse, appunto, che una forma di risentimento, un residuo di guerra civile da superare nel corso di quel processo di «pacificazione nazionale» che dopo la caduta del Muro è stato istruito dalla classe dirigente sulle pagine dei grandi quotidiani, con la mediazione di un nutrito stuolo di intellettuali di corte. Al termine del nostro lunghissimo dopoguerra, fascismo e “comunismo” sono stati rappresentati come due facce della stessa medaglia, esistenti l’uno unicamente in funzione dell’altro. Caduto il comunismo, deve quindi cadere anche l’antifascismo.

Il risultato è che ad appropriarsi dell’etichetta, abbandonata in quanto «divisiva» dalla sinistra di sistema, è prevalentemente la cosiddetta area antagonista, e l’identità «antifascismo=sfasciavetrine» è ormai fissata. Dal canto loro, gli «anarchici» e i «postoperaisti», chi egemone nel movimento No Tav, chi in quello per il diritto alla casa, spesso in competizione anche violenta sui territori, ma periodicamente riuniti sotto l’etichetta antifa, non fanno granché per smentire lo stereotipo. Sono stati gli attivisti No Tav, due giorni fa, a Firenze, ad impedire a Giancarlo Caselli di parlare, dandogli del «boia e torturatore». Sono stati sempre loro, due anni fa, a contestare la partecipazione del magistrato ad un convegno organizzato dall’ANPI. Lo slogan allora parlava dei No Tav come dei «nuovi partigiani». Quegli stessi «nuovi partigiani» che al corteo del 25 aprile molestano (non trovo un verbo altrettanto adatto) lo spezzone della Brigata Ebraica, in nome di un’israelofobia da manuale psichiatrico.

E se nelle occasioni suddette la risposta dell’ANPI è stata ferma, non si può dire per quanto ancora lo potrà essere. In vista della naturale scomparsa degli ultimi protagonisti della Resistenza, l’ANPI ha dal 2006 aperto le iscrizioni anche a chi, se non altro per motivi anagrafici, non può aver partecipato alla lotta di Liberazione, ma che

«condividendo il patrimonio ideale, i valori e le finalità dell’A.N.P.I., intendono contribuire in qualità di antifascisti […] con il proprio impegno concreto alla realizzazione e alla continuità nel tempo degli scopi associativi, con il fine di conservare, tutelare e diffondere la conoscenza delle vicende e dei valori che la Resistenza, con la lotta e con l’impegno civile e democratico, ha consegnato alle nuove generazioni, come elemento fondante della Repubblica, della Costituzione e della Unione Europea e come patrimonio essenziale della memoria del Paese».

(dall’art.23 dello Statuto dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia)

È stata forse proprio questa apertura, da un lato necessaria, unita al revival di talune interpretazioni della Resistenza come «rivoluzione mancata» o «tradita» e  all’autonomia delle singole sezioni a far comparire l’insegna dell’ANPI in contesti molto discutibili. Da iscritto all’associazione, mi riesce ad esempio molto difficile tollerare che i deliri complottisti di Giulietto Chiesa debbano essere associati alla memoria della Liberazione dal nazifascismo, o che nella battaglia contro una linea ferroviaria si debbano tirare in ballo osceni paragoni con la Resistenza.

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E quindi? Se escludiamo quelli che Berlinguer chiamava squadristi rossi, se persino l’ANPI si presta ad operazione ambigue, chi rimane a rappresentare l’antifascismo? Rimane, o meglio, dovrebbe rimanere, il partito erede della maggior parte delle forze del CLN, garante dei valori della Costituzione repubblicana (e antifascista), ossia – indovinate un po’? – il Partito Democratico. Purtroppo, però, a muoversi contro Casapound a Roma o contro Forza Nuova a Venezia il PD non c’era. C’erano gli untorelli e c’era l’ANPI.

Così, se da una parte, in linea con una certa tradizione novecentesca, si tende a dare del fascista a chiunque stia fuori dalla propria setta, dall’altra si confina il fascismo all’ambito delle (im)possibilità teoriche. Abbiamo voluto un partito leggero, «liquido», costruito sulla leadership del momento più che su una piattaforma identitaria, un partito le cui strutture sono pensate per servire la macchina elettorale più che per formare alla riflessione politica, ed ora non riusciamo più a riconoscere lo specifico fascista di Salvini, del fronte no-euro e della bizzarra galassia rossobruna. In fondo, temo che la frase standard dello stesso Salvini sul «fascismo e comunismo consegnati ai libri di storia» sia condivisa da gran parte dei quadri del partito democratico.

“Partito della Nazione” o meno, il PD tende a rappresentare una parte sempre più ampia dell’elettorato moderato. Non si tratterà dei «complici degli assassini di Matteotti» descritti da Gobetti – che si riferiva ai liberali eletti nel “listone” fascista, ma certamente nemmeno di elettori che si dichiarino apertamente antifascisti rinunciando a qualunque benaltrismo («E ALLORA LE FOIBE?»). Di sicuro non si tratta di elettori che abbiano una tradizionale familiarità con la piazza come luogo di testimonianza politica – e non certo per un rifiuto di qualunque forma di populismo, dal momento che nessuno sembra essere infastidito dai riti di acclamazione del leader.

Paradossalmente, il maggior partito della sinistra risulta oggi il più assente dalle piazze, allontanando anche i suoi militanti più giovani dalla consuetudine con le mobilitazioni di massa. Il nativo democratico nato dopo l’89 non scende in piazza perché non è abituato a farlo, perché identifica la piazza con la violenza e perché confonde la totale inerzia politica con la difesa dell’altrui libertà d’opinione. Io trovo tutto questo molto deprimente, oltre che potenzialmente pericoloso. Deprimente, perché così si rischia davvero di lasciare le piazze ai  violenti, pericoloso, perché la democrazia a volte richiede che mettiamo in gioco i nostri corpi (come recita un tormentone disobba, di sapore foucaultiano) e soprattutto perché le folle che acclamano i dittatori sono formate per la maggior parte proprio da chi non è mai sceso in piazza a protestare contro qualche ingiustizia.

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Il fronte interno dello scontro di civiltà

Non colpiamo i civili, così avrebbe detto uno dei fratelli Kouachi prima di asserragliarsi nella tipografia a Dammartin. Ma i disegnatori di Charlie Hebdo, armati solo delle loro matite, non erano civili? Avendo raffigurato il Profeta e beffeggiato la Fede, evidentemente no. E le famiglie che facevano la spesa prima di shabbat, non erano civili? Nell’antisemitismo consustanziale all’islamismo radicale quanto al nazismo, evidentemente no. Per qualcuno non ha senso interpretare le poche e confuse idee di questi assassini. Io credo che per sconfiggerli sia necessario tentare di farlo. A muovere queste mani c’è un’ideologia, c’è un progetto che va conosciuto e dissezionato. Lo schema di fondo dei terroristi in qualche modo legati a Daesh è in realtà piuttosto semplice. La strategia della nuova stagione del terrorismo islamista, come ha spiegato in questi giorni Gilles Kepel – intervistato dalle tv francesi mentre le nostre davano spazio ai soliti sciacalli – è basata non più sulle azioni spettacolari, non sui grandi attentati ai luoghi simbolici dell’Occidente. È un «terrorismo di prossimità» che colpisce nei quartieri, dove ogni altro può diventare un obiettivo sensibile. Gli attacchi di piccoli gruppi di fanatici, oltre a paralizzare le complicate strutture di una metropoli, mirano a frammentare la società. Il fine ultimo è quello di isolare i cittadini di fede musulmana, farli percepire come una minaccia per tutti gli altri. E il processo di frammentazione non si ferma, perché una sorta di reazione a catena viene innescata.Hanno colpito Charlie Hebdo? «Je ne suis pas Charlie Hebdo», si affretta a precisare Jean-Marie Le Pen. Perché «in fondo erano quattro comunisti atei che beffeggiavano le tradizioni della Francia cristiana!» Hanno colpito l’Hyper Cacher di Porte de Vincennes? «Encore ces Juifs! Beh, questi Ebrei un po’ se lo meritano, e perché dovremmo subire noi le conseguenze di quello che fanno ai Palestinesi?». Queste sono solo ricostruzioni, ma si riferiscono a opinioni diffuse che possiamo ascoltare in Francia come in Italia. Le abbiamo ascoltate e lette in queste ore, declinate nei modi più diversi, dall’ambiguità più viscida alla violenza verbale più rozza. Dividere la società, distruggere il concetto stesso di cittadinanza per come si è venuto formando in Europa nel corso della modernità. E se nella patria dei Lumi e della Rivoluzione viene meno l’idea di fraternité, possiamo ben immaginare cosa possa avvenire in un paese di deboli tradizioni democratiche, disunito e fiaccato dalla crisi come l’Italia. Gli sciacalli cui accennavo sopra sono all’opera sin dai primi lanci di agenzia e la reazione a catena comprende naturalmente l’immancabile delirio complottista – nella quale si distinguono come al solito alcuni parlamentari grillini e il loro codazzo di casi psichiatrici. Ad approfittare di una simile situazione sono naturalmente i più lucidi – parlo di lucidità politica, che è cosa diversa dalla sensatezza – esponenti della destra identitaria e xenofoba. Come due ruote di un ingranaggio che, pur diverse per dimensioni e pur ruotando in sensi opposti, fanno parte dello stesso meccanismo, i nostri identitari e i jihadisti lavorano in buona sostanza alla costruzione dello stesso mondo. A differenza che nel meccanismo fisico, nella metafora l’energia non viene però semplicemente conservata. L’«energia», cioè il potenziale di mobilitazione di massa da parte di queste forze politiche è moltiplicato dai mass media e dai loro operatori. Consapevolmente o meno. Nel mio piccolo, qualche settimana fa ho cercato di riassumere come ciò sia tradotto in ideologia dal partito più importante della destra radicale nostrana, la Lega Nord di Matteo Salvini. Gli avvenimenti di Parigi mettono ora alla prova dei fatti i redattori del «Talebano», rivistina online sulle cui pagine l’ideologia suddetta viene esposta in modo molto più chiaro di quanto non facciano le migliaia di ore di talk politico alle quali molti di noi si sottopongono volontariamente, sperando ingenuamente che il conduttore di turno faccia le domande giuste. Sul «Talebano» questo sforzo ci viene risparmiato, e degli stessi interventi televisivi di Salvini ci viene offerta un’esegesi ufficiale:

«Il segretario della Lega Nord ha spiegato in modo comprensibile a tutti una questione semplice: chiediamo, dice in sostanza Salvini, che gli immigrati extracomunitari siano controllati e si sappia bene chi siano, cosa fanno e come vivono. Il non farlo crea un problema di sicurezza in Occidente. Poi ha spiegato quanto già detto sia al convegno con l’”islamico” Pietrangelo Buttafuoco e ribadito nell’intervista rilasciata al giornalista tedesco Luca Steinmann nel libro Vie Traverse: l’Islam ha valori forti mentre noi siamo una società in declino. […] da circa 20 anni l’Islam è diventato il male assoluto: prima c’era l’ancien regime (e il cristianesimo autentico), poi c’erano i fascismi, poi i comunismi e ora gli islamici…

«c’è sempre un cattivo da abbattere, da sottomettere alla “libera” società del materialismo e del razionalismo nata dall’illuminismo e dalla rivoluzione francese».

La tirata reazionaria si conclude in modo più che prevedibile:

«L’Europa rinascerà presto perché è in queste situazioni che le persone ancora forti di spirito avranno il coraggio di sollevarsi e di iniziare a riprendere il cammino. Grazie all’autocritica potremo rialzarci per riaffermare i valori e i principi su cui si costruisce una civiltà: Famiglia, Tradizioni, Identità e Sacralità della vita. L’Europa, dunque, rinascerà. Ma l’Occidente, invece, è già sconfitto».

A fare il corollario a queste scemenze ci pensa proprio il solito Buttafuoco, che dalle pagine del foglio neoconservatore diretto da Giuliano Ferrara ci avverte di aver letto l’ultimo Houellebecq:

«Ho letto Sottomissione e, alla luce dei fatti, posso ben dire che mai trama ha rischiato di risultare così scontata. Stesso inizio, stesso svolgimento, più che prevedibile nel finale. Come in Soumission, dove, pur di non far vincere Marine Le Pen…»

Non credo che il quadro possa essere più chiaro di così. In sintesi, con il declino di Berlusconi, la destra moderata in Italia è praticamente estinta (di quella propriamente liberale evitiamo di parlare per pietà), mentre le varie destre radicali si stanno coagulando attorno ad un progetto identitario che alle buffonate padane o alle gite a Predappio ha sostituito un orizzonte globale, ovviamente antieuropeista e filorusso. So che a molti di noi la sola visione di Salvini evoca un riso irrefrenabile, ma proprio per questo non dovremmo sottovalutare il suo potenziale di manchurian candidate della destra peggiore. Una doppiezza evidente nasconde dietro la solita demagogia da bar sport una visione molto più pericolosa. È questo il secondo fronte, dopo quello dell’islamismo radicale, sul quale noi democratici dovremo combattere da subito. Sarà molto, molto faticoso.

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