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Il fronte interno dello scontro di civiltà

Non colpiamo i civili, così avrebbe detto uno dei fratelli Kouachi prima di asserragliarsi nella tipografia a Dammartin. Ma i disegnatori di Charlie Hebdo, armati solo delle loro matite, non erano civili? Avendo raffigurato il Profeta e beffeggiato la Fede, evidentemente no. E le famiglie che facevano la spesa prima di shabbat, non erano civili? Nell’antisemitismo consustanziale all’islamismo radicale quanto al nazismo, evidentemente no. Per qualcuno non ha senso interpretare le poche e confuse idee di questi assassini. Io credo che per sconfiggerli sia necessario tentare di farlo. A muovere queste mani c’è un’ideologia, c’è un progetto che va conosciuto e dissezionato. Lo schema di fondo dei terroristi in qualche modo legati a Daesh è in realtà piuttosto semplice. La strategia della nuova stagione del terrorismo islamista, come ha spiegato in questi giorni Gilles Kepel – intervistato dalle tv francesi mentre le nostre davano spazio ai soliti sciacalli – è basata non più sulle azioni spettacolari, non sui grandi attentati ai luoghi simbolici dell’Occidente. È un «terrorismo di prossimità» che colpisce nei quartieri, dove ogni altro può diventare un obiettivo sensibile. Gli attacchi di piccoli gruppi di fanatici, oltre a paralizzare le complicate strutture di una metropoli, mirano a frammentare la società. Il fine ultimo è quello di isolare i cittadini di fede musulmana, farli percepire come una minaccia per tutti gli altri. E il processo di frammentazione non si ferma, perché una sorta di reazione a catena viene innescata.Hanno colpito Charlie Hebdo? «Je ne suis pas Charlie Hebdo», si affretta a precisare Jean-Marie Le Pen. Perché «in fondo erano quattro comunisti atei che beffeggiavano le tradizioni della Francia cristiana!» Hanno colpito l’Hyper Cacher di Porte de Vincennes? «Encore ces Juifs! Beh, questi Ebrei un po’ se lo meritano, e perché dovremmo subire noi le conseguenze di quello che fanno ai Palestinesi?». Queste sono solo ricostruzioni, ma si riferiscono a opinioni diffuse che possiamo ascoltare in Francia come in Italia. Le abbiamo ascoltate e lette in queste ore, declinate nei modi più diversi, dall’ambiguità più viscida alla violenza verbale più rozza. Dividere la società, distruggere il concetto stesso di cittadinanza per come si è venuto formando in Europa nel corso della modernità. E se nella patria dei Lumi e della Rivoluzione viene meno l’idea di fraternité, possiamo ben immaginare cosa possa avvenire in un paese di deboli tradizioni democratiche, disunito e fiaccato dalla crisi come l’Italia. Gli sciacalli cui accennavo sopra sono all’opera sin dai primi lanci di agenzia e la reazione a catena comprende naturalmente l’immancabile delirio complottista – nella quale si distinguono come al solito alcuni parlamentari grillini e il loro codazzo di casi psichiatrici. Ad approfittare di una simile situazione sono naturalmente i più lucidi – parlo di lucidità politica, che è cosa diversa dalla sensatezza – esponenti della destra identitaria e xenofoba. Come due ruote di un ingranaggio che, pur diverse per dimensioni e pur ruotando in sensi opposti, fanno parte dello stesso meccanismo, i nostri identitari e i jihadisti lavorano in buona sostanza alla costruzione dello stesso mondo. A differenza che nel meccanismo fisico, nella metafora l’energia non viene però semplicemente conservata. L’«energia», cioè il potenziale di mobilitazione di massa da parte di queste forze politiche è moltiplicato dai mass media e dai loro operatori. Consapevolmente o meno. Nel mio piccolo, qualche settimana fa ho cercato di riassumere come ciò sia tradotto in ideologia dal partito più importante della destra radicale nostrana, la Lega Nord di Matteo Salvini. Gli avvenimenti di Parigi mettono ora alla prova dei fatti i redattori del «Talebano», rivistina online sulle cui pagine l’ideologia suddetta viene esposta in modo molto più chiaro di quanto non facciano le migliaia di ore di talk politico alle quali molti di noi si sottopongono volontariamente, sperando ingenuamente che il conduttore di turno faccia le domande giuste. Sul «Talebano» questo sforzo ci viene risparmiato, e degli stessi interventi televisivi di Salvini ci viene offerta un’esegesi ufficiale:

«Il segretario della Lega Nord ha spiegato in modo comprensibile a tutti una questione semplice: chiediamo, dice in sostanza Salvini, che gli immigrati extracomunitari siano controllati e si sappia bene chi siano, cosa fanno e come vivono. Il non farlo crea un problema di sicurezza in Occidente. Poi ha spiegato quanto già detto sia al convegno con l’”islamico” Pietrangelo Buttafuoco e ribadito nell’intervista rilasciata al giornalista tedesco Luca Steinmann nel libro Vie Traverse: l’Islam ha valori forti mentre noi siamo una società in declino. […] da circa 20 anni l’Islam è diventato il male assoluto: prima c’era l’ancien regime (e il cristianesimo autentico), poi c’erano i fascismi, poi i comunismi e ora gli islamici…

«c’è sempre un cattivo da abbattere, da sottomettere alla “libera” società del materialismo e del razionalismo nata dall’illuminismo e dalla rivoluzione francese».

La tirata reazionaria si conclude in modo più che prevedibile:

«L’Europa rinascerà presto perché è in queste situazioni che le persone ancora forti di spirito avranno il coraggio di sollevarsi e di iniziare a riprendere il cammino. Grazie all’autocritica potremo rialzarci per riaffermare i valori e i principi su cui si costruisce una civiltà: Famiglia, Tradizioni, Identità e Sacralità della vita. L’Europa, dunque, rinascerà. Ma l’Occidente, invece, è già sconfitto».

A fare il corollario a queste scemenze ci pensa proprio il solito Buttafuoco, che dalle pagine del foglio neoconservatore diretto da Giuliano Ferrara ci avverte di aver letto l’ultimo Houellebecq:

«Ho letto Sottomissione e, alla luce dei fatti, posso ben dire che mai trama ha rischiato di risultare così scontata. Stesso inizio, stesso svolgimento, più che prevedibile nel finale. Come in Soumission, dove, pur di non far vincere Marine Le Pen…»

Non credo che il quadro possa essere più chiaro di così. In sintesi, con il declino di Berlusconi, la destra moderata in Italia è praticamente estinta (di quella propriamente liberale evitiamo di parlare per pietà), mentre le varie destre radicali si stanno coagulando attorno ad un progetto identitario che alle buffonate padane o alle gite a Predappio ha sostituito un orizzonte globale, ovviamente antieuropeista e filorusso. So che a molti di noi la sola visione di Salvini evoca un riso irrefrenabile, ma proprio per questo non dovremmo sottovalutare il suo potenziale di manchurian candidate della destra peggiore. Una doppiezza evidente nasconde dietro la solita demagogia da bar sport una visione molto più pericolosa. È questo il secondo fronte, dopo quello dell’islamismo radicale, sul quale noi democratici dovremo combattere da subito. Sarà molto, molto faticoso.

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Charlie Hebdo e la sfida all’Occidente

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Non saranno certo le ultime vittime dell’islamismo radicale, gli undici di Parigi. Tanti altri hanno pagato con la vita e stanno pagando per aver semplicemente espresso un’idea. A certe latitudini non occorre nemmeno una vignetta che raffiguri il Profeta. Non mi dovrei stupire, in effetti, non fosse che stavolta è capitato nel cuore d’Europa, al centro della Ville Lumière. Con Kurt Westergard non ce l’avevano fatta, col povero Wolinski – che tante volte ho letto anche su Linus, da ragazzino – e con gli altri di «Charlie Hebdo» sì. Organizzatissimi, armati sino ai denti, spietati. Lo ammetto, non ho resistito e ho visto il video del terrorista che torna indietro per finire il poliziotto ferito e disteso a terra. Come al macello. La nausea ancora non mi passa. È dannatamente difficile, in momenti come questo, tenere la barra al centro evitando di aggregarsi a qualche “brutale corrente” che attraversi l’opinione pubblica. Eppure occorre farlo. E devono farlo soprattutto i nostri eletti. Ecco cosa si intende quando si parla di una “politica responsabile”. Una politica che non sfrutti la canea del momento, che non presti ascolto alla voce del ventre molle di un paese. Di Hollande si può dire tutto il male possibile, ma è proprio nel suo appello all’unità della nazione che sta la risposta. Un appello a tutti i francesi, religiosi e laici, di destra e di sinistra, cristiani, ebrei e musulmani. In Francia, per vari motivi, appelli come questi hanno più senso che da noi. Di fronte a questi fatti, mi restano due sole certezze. La prima è che nessun tentativo isolazionista, nessuna diplomazia sotterranea, nessun appeasement con l’islamismo radicale ci possono salvare dai tagliagole. Chi mostra debolezza sarà macellato per primo, come chi vive in Medio Oriente, da Israele al Kurdistan, sa benissimo, avendolo sperimentato sulla propria pelle, senza bisogno delle raffinate analisi sociopolitiche dei nostri orientalisti. Con il fondamentalismo islamico non ci può essere alcun dialogo, ma solo la massima fermezza, e quando necessario l’uso della forza guidata dal Diritto. La seconda cosa di cui sono certo è che questa fermezza guidata dal Diritto non ha nulla a che vedere con le reazioni di certi nostri politicanti e dei loro fan. Com’era prevedibile, in queste ore, tutti i leader della destra peggiore, da Salvini alla Meloni, stanno cavalcando in modo vomitevole la strage di Parigi, come nemmeno Marine Le Pen ha fatto. I loro consensi in queste ore crescono, ovviamente, e non possiamo farci nulla. Una cosa però la pretendiamo. Io, personalmente, la pretendo: non voglio che la mia fermezza sia confusa con quella della feccia più reazionaria d’Italia e d’Europa. La verità è che della nonviolenza, della libertà di stampa e di satira, della laicità dello Stato e della tolleranza a questi misirizzi dello scontro di civiltà non interessa un bel nulla. A dirla tutta, non vedo grandi differenze tra queste persone e i fondamentalisti musulmani. A differenza degli islamisti non uccidono né lanciano fatāwā, è vero. Non lo possono fare soltanto perché non si trovano nel secolo giusto. La loro è la frustrazione della bestia senza più denti né artigli. È stata la Rivoluzione Francese a tagliare le unghie ai fanatici religiosi d’europa, che oggi scaricano tutta la loro violenza nei canali che la democrazia concede loro, cristiani senza cristiana compassione, europei senza tolleranza europea, occidentali senza Ragione occidentale. All’Islam, come suggeriva Bernard Lewis, è mancato un’89 in cui poter maturare l’idea di laicità, e forse da questo nasce il profondo declino sociale e morale del mondo musulmano. Questo ci rende di per sé migliori? Non credo. Da noi l’89 non è bastato, non ci ha reso immuni dalla barbarie. Due secoli di reazione, spesso sotterranea, a volte manifesta e selvaggia, a volte intrecciata con la Ragione stessa, hanno fatto riemergere la sete di sangue degli Europei. Tra loro c’erano anche quei bravi Francesi e quei bravi Italiani che segregavano i loro concittadini ebrei, uomini, donne, bambini, gli uni al Vel d’Hiv, gli altri a Fossoli, in attesa di spedirli ad Auschwitz. Se oggi parliamo di islamofascismo, o di assassini nazi-islamici, è perché ci sono stati un fascismo e un nazismo. Made in Europe. Cerchiamo di non dimenticarlo mai.

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La Terza Via dei talebani padani

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Osservando – a debita distanza – una figura come quella di Massimo Carminati detto er cecatoil caso di queste ore appare come l’ultimo capitolo della storia, tipicamente romana, di un neofascismo straccione alla ricerca di un qualsiasi modo pe’ svorta’. Anche la teppa vuole una vecchiaia sicura, e così, dopo la bassa manovalanza nello stragismo e le rapine e lo spaccio, arriva infine il momento della scrivania, magari negli uffici di qualche cooperativa amica che si occupi di “negri” o di “zingari”, un business redditizio quasi quanto l’eroina, ma infinitamente più sicuro, perché legale. Le ideologie in questo caso contano molto poco, il malaffare investe trasversalmente destra e sinistra e nella definizione di “cupola fasciomafiosa” la sostanza è l’attitudine mafiosa, mentre il fascio è solo un ricordo, una vecchia spilletta di bigiotteria. Come scrivevo qualche giorno fa, se si vuole avere un’idea della destra radicale del XXI secolo occorre staccare lo sguardo da Roma e rivolgerlo a nord, dimenticando i personaggi di Vogliamo i colonnelli, tuta mimetica e saluto romano. L’incontro danzereccio con Marine Le Pen stile Padanian Gigolò, la copertina di «Oggi» e chissà quale altro aiutino da parte di un circo mediatico alla costante ricerca di bestie nuove da esibire serviranno a rassicurare una parte degli elettori eventualmente in dubbio sulla natura del Salvini, che in fondo l’é un brav fioeu e fa pure il simpatico. Purtroppo è nella nostra peggiore cultura giornalistica, quella che commenta la politica come forma teatrale, il non riuscire ad andare oltre il chiacchiericcio, il retroscenismo, la conta delle poltrone, l’esegesi delle dichiarazioni, la rifrittura incessante dell’aria fritta. Bravissimi se si tratta di approfondire il linguaggio retorico di Renzi o dei suoi avversari, impareggiabili nella semiotica delle cravatte e delle scarpe, dei giubbini e dei tagli di capelli dei leader. Quando però si tratta di raccontare le idee, in particolare quelle nate ai margini del palcoscenico, sgranano gli occhi, alzano il ciglio, sorridono sarcastici: «Idee? Essù, le idee…siamo nel 2014!»

Siamo nel 2014, sì, eppure per certi versi sembra di essere rimasti fermi a vent’anni fa. Come allora, la destra radicale monta in tutto il Continente, con alcune differenze di non poco conto: fiaccati da una devastante crisi economica, in Italia siamo più poveri o a rischio di diventarlo e le istituzioni europee hanno dimostrato un’ancora insufficiente capacità di integrare persone, economie, culture. L’idea stessa di democrazia non è mai stata così debole, così poco popolare, in competizione con l’astensionismo da una parte e le spinte antisistema dall’altra. La mistificazione del linguaggio iniziata negli anni Novanta è arrivata a livelli insopportabili. Il razzismo è diventato differenzialista, si fa chiamare «lotta contro l’omologazione dei popoli». Ormai risulta impossibile dare del nazista a qualcuno, se l’accusa di “nazismo” viene rivolta (dalla destra radicale italiana fino allo zar Putin, passando per gli artisti “comunisti e internazionalisti”) al progetto stesso dell’Unione Europea. Oggi, infine, quelle idee hanno sponsor importanti, perché collimano bene con certi grandi interessi geopolitici. Ad esempio con il progetto imperiale dello stesso Putin e della destra eurasiatista d’Europa, i cui orizzonti Le Pen padre ha riassunto così, nel corso di un incontro pubblico a Lione, alcuni giorni fa:

«Il Front è il modello dei movimenti nazionali in Europa, il suo obiettivo è la costruzione di un’Europa delle nazioni dall’Atlantico al Pacifico, da Brest a Vladivostok”».

Vent’anni fa, i rigurgiti nazisti sembravano più un problema di ordine pubblico, risolvibile ingabbiando qualche testa calda del Fronte Veneto Skinhead o feccia consimile. Il punto è che oggi non sono più (soltanto) i figli più disgraziati, i fratelli scemi dalla testa rasata e dalla svastica tatuata a costituire il problema. Una parte molto più vasta e trasversale dell’opinione pubblica, non solo in periferia, non solo nel lumpenproletariat, non solo tra i meno attrezzati culturalmente, è avvelenata da idee e linguaggi che pensavano – ingenui – di aver sistemato tra i liquami della Storia. Più esattamente, a tracimare dai tombini è un filone minore della storia del pensiero di destra, quello più aperto a mutazioni e contaminazioni e che, avendo una storia di minorità, non ha nemmeno bisogno di occultare i vecchi simboli – un po’ come la sinistra comunista e i trotskisti non si sentivano colpiti dalle critiche al comunismo sovietico. Un fascismo vergine, per così dire, e depurato in parte dai simboli esteriori, che propone alle masse disilluse la propria semplice ricetta: visto che, dopo il comunismo, anche il mercato (e quindi l’Europa, identificata con esso) avrebbe fallito, la soluzione proposta sarebbe la cosiddetta Terza via. Certo non quella di Giddens, Blair [e Renzi], ma quella, assai più vecchia, del nazismo e del fascismo di Salò, la terza via del socialismo nazionale, l’opzione retorica «ni droite ni gauche». Fino a qualche tempo fa, parlare di nazimaoisti o di oscuri gruppi rossobruni votati al progetto dell’“Eurasia Nazione” era prerogativa degli appassionati di fascisteria e, a descrivere il fenomeno come qualcosa di preoccupante, si veniva bonariamente sfottuti anche e soprattutto dai conoscenti “antifascisti militanti” (i quali peraltro, soprattutto dopo l’11/9, si sono trovati spesso e volentieri in imbarazzante compagnia, nel nome dell’antimperialismo, dell’alter/antimondialismo e dell’odio verso Israele). In effetti chi avrebbe immaginato che certe bizzarre visioni sarebbero arrivate a influenzare in modo più o meno dichiarato la piattaforma di un partito che sta in Parlamento e riesce a drenare voti sia dalla destra moderata – di fatto in via di estinzione – che dalla sinistra – schiacciata tra “partito della Nazione” e dissidenza allo sbando. Ecco perché tenere d’occhio la Lega è importante, perché la Lega in questo momento è diventato il veicolo mainstream delle idee della destra radicale, anche più del M5S – sulla cui natura fascista ci siamo interrogati a lungo.

In un altro articolo, qui sugli Stati Generali, ho fatto cenno alle ascendenze rossobrune di Borghezio e soprattutto ai rapporti della Lega con Mosca, fatti ben noti e che dovrebbero già mettere in allarme chiunque si definisca democratico. Volendo però approfondire l’elaborazione teorica neoleghista, occorre dare un’occhiata allla bizzarra «associazione a pensare» Il Talebano, creazione di Vincenzo Sofo, giovane consigliere di zona della Lega Nord a Milano. Secondo la definizione dello stesso Sofo, «Il Talebano» consiste in

«un percorso politico/culturale in collaborazione con l’attuale segretario della Lega Nord Matteo Salvini per costruire un nuovo progetto identitario con il coinvolgimento di intellettuali del calibro di Massimo Fini, Pietrangelo Buttafuoco, Alain De Benoist e Diego Fusaro.»

De Benoist, nefando animatore della Nouvelle Droite francese, è un po’ il marchio di garanzia di questo formidabile quartetto. Su Buttafuoco apro volentieri una parentesi, perché a mio avviso rappresenta come pochi la deriva culturale che in vent’anni, nel nome della «pacificazione», ha regalato dignità politica alla feccia della Storia. Intellettuale della destra tradizionalista – con tutti gli esoterici annessi e connessi – fascista aristocratico, evoliano e guenoniano, Buttafuoco è incidentalmente anche una delle firme di punta del «Foglio» e (quindi) prezzemolino televisivo. Inutile pretendere che gli amichetti del circo mediatico, da Myrta Merlino a Corrado Formigli, chiedano a Buttafuoco di spiegare le sue idee, per i motivi che abbiamo detto sopra, e perché sarebbe scortese. Quando l’ottimo Augias, solitario, ha osato toccare il nervo scoperto dell’azzimato Pietrangelo (“mi spieghi perché sei così affascinato dal nazismo?”) sui social è scattata un’indignata difesa da parte dei suoi fan – tutti sedicenti «liberali», naturalmente, che a forza di contestare il politicamente corretto stanno diventando fascisti inconsapevoli. Ne è passato del tempo (17 anni, per la precisione), da quando Gianfranco Miglio, ideologo ufficiale della Lega Nord, dibatteva di federalismo e nazionalismo con Marcello Veneziani, altro intellettuale di destra ora un po’ defilato (e forse meno appetibile per i palati raffinatissimi dei lettori del «Foglio»). Nel ’97  lo schema era ancora abbastanza semplice: sei di destra, ti piace lo Stato forte, centralizzato; sei leghista, vuoi lo Stato federale, se non la secessione. Ora le cose si sono enormemente complicate. L’elettore medio leghista potrebbe ad esempio trovarsi in difficoltà di fronte al simbolo del «Talebano» e alla presenza di un destrissimo convertito all’Islam. Ma una volta spiegata per bene la faccenda, anche le Sciure Rosette blandite dal Salvini si convincerebbero che le loro esigenze («niente moschee a casa nostra!») non sarebbero in contraddizione con l’allucinante prospettiva geopolitica di un mondo diviso in imperi – o contenitori di piccole patrie – fondati sulla Tradizione, e cioè sulle rispettive tradizioni, da coltivare «ognuno a casa propria», tornando agli antichi valori:

«SIAMO TALEBANI. Per lo spirito antisistema e radicale. Per la libertà dei popoli dell’Europa. Per uno Stato sovrano federato ad una Nazione Europa. Contro il modello occidentale globalizzato e esasperatamente modernizzato, che annichilisce ogni identità, tradizione e cultura umana e comunitaria. Contro l’Europa della finanza, alla quale opporre un Europa dei popoli, unita dal minimo comune denominatore che attraversa le varie e variopinte patrie del vecchio continente… la solidarietà tra comunità sia il nuovo punto di partenza. Contro la deriva materialista della nostra società, preservando i valori spirituali dell’uomo e della famiglia. Contro l’attuale sistema Italia – centralista, lobbista e corrotto – rivendicando il diritto di ogni piccola patria esistente in Italia di essere riconosciuta nella propria specificità… perché solo tutelando e valorizzando le diversità delle singole comunità si potrà ottenere una coscienza unitaria. Né a destra né a sinistra – schemi ampiamente superati – perché il conflitto odierno e tra chi vuole la mondializzazione e chi difende le specificità locali.»

Ma questo è solo un assaggio del pensiero del «Talebano», le cui articolazioni si comprendono meglio leggendone il succoso «documento di idee» pubblicato l’estate scorsa, tra i cui autori, oltre a Sofo, Fusaro e Buttafuoco, si nota Fabrizio Fratus, ex segretario di Daniela Santanché e acceso «antievoluzionista», personaggio che rappresenta perfettamente il fascista del futuro. Nel frullato della destra radicale postmoderna c’è tanta roba: dalle tirate antilluministe alla tesi di Tangentopoli come complotto dell’«élite finanziaria cosmopolita», dal superamento – da destra – del concetto di stato-nazione cui si sostituiscono le patrie e le comunità all’«importanza di appartenere al continente euroasiatico» (Buttafuoco). Si cita nientemeno che Bauman – a dimostrazione che ormai la tiritera sulla società liquida è davvero buona per tutti gli usi – assieme alla «teoria geostorica» dell’SS Jean Thiriart (sempre lui, l’ex guida di Borghezio), ci si scaglia contro l’Euro e si invoca la sovranità monetaria – con tanto di proposta di introduzione di una moneta complementare. E, perché sia chiaro che questo titanico sforzo intellettuale serve ad un progetto concreto, non manca l’appello al voto:

«Non c’è tempo, non c’è ragionamento o paura che possa fare indugiare un patriota all’adesione al progetto lanciato in campagna elettorale da Matteo Salvini e dalla sua nuova Lega Nord (Lega delle Patrie) […]»

Eccoci qui, la cloaca è aperta.

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Dalla Padania all’Eurasia, dalle camicie verdi a quelle (rosso)brune

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Del primo importante dato uscito da queste elezioni regionali è già stato detto molto, anche qui sugli Stati. Per quanto mi riguarda, l’astensione non è affatto un aspetto secondario, è un gran brutto segnale che andrebbe letto con attenzione. So bene che i più accesi sostenitori del mio segretario non sono d’accordo. «Me ne farò una ragione».
Il secondo dato, e cioè l’exploit della Lega Nord di Salvini, risulta per certi versi ancora più preoccupante del primo. Le ipotesi sul perché un personaggio assai mediocre come Matteo Salvini sia riuscito a raccogliere tanto consenso mi appassionano sino a un certo punto. Forse è proprio la sua mediocrità a funzionare tra i bravi cittadini indignati? Lascerei l’argomento agli appassionati di comunicazione politica. L’apparenza mi interessa, ma le idee mi interessano di più.

Quando D’Alema parlò di “Lega costola della sinistra”, pensava evidentemente più a una questione di ceto che non di ideologia. Così, tornando all’oggi, dire che Camusso e Salvini sarebbero «facce di una stessa medaglia» è certamente una stupidaggine, ma che tanti iscritti CGIL – una parte importante di ciò che resta della classe operaia – votino in effetti Lega in tanti collegi elettorali storicamente di sinistra è un dato di fatto difficilmente contestabile. Un Paese impoverito e insicuro reagisce spesso in questo modo. Ciò detto, cavarsela dicendo che Salvini «cavalca il populismo» mi sembra davvero troppo sbrigativo.

Distratti dalla componente triviale del leghismo – che ho potuto sperimentare direttamente, avendo abitato a cinquanta metri dal palco della “festa dei popoli padani” – e dalla manifesta pecoronaggine del suo ceto dirigente, tendiamo spesso a trascurare il pensiero e l’evoluzione politica di quello che è il partito più vecchio tra quelli attualmente esistenti. Dalla rivolta del contribuente incazzato all’invenzione della tradizione di un’inesistente piccola patria, dalla voglia di indipendenza da Roma all’ingresso definitivo nel sistema, dai diamanti in Tanzania al cambio di dirigenza. Oggi più che mai nella Lega si è imposta una componente legata alla destra radicale, e la sola presenza di Mario Borghezio al Parlamento Europeo è lì a ricordarcelo.

Per macchiettistica che sia la sua figura, Borghezio possiede un pedigree inequivocabile, diviso tra Ordine Nuovo e la ”Jeune Europe” dell’ex SS Jean Thiriart, il rossobruno per eccellenza. Una “destra di popolo” tra le più ripugnanti, e destra di popolo non è forse anche la Lega? Salvini non arriva a tanto, se non altro per motivi anagrafici, dedicandosi prevalentemente alla sciura Rosetta del Giambellino, alla quale serve le consuete banalità xenofobe («se è razzista dire che le case popolari [bla bla bla] allora sono razzista») spacciate per un pragmatismo speculare e alternativo a quello renziano. Matteo n.2 tiene tutto sommato un basso profilo retorico, come del resto Marine Le Pen al di là delle Alpi. Se però alziamo lo sguardo oltre il populismo da mercato rionale e le visite alle periferie incazzate, ci accorgiamo di uno sfondo più vasto e ancora più preoccupante.

Il tour eurasiatico di Matteo Salvini, da Parigi a Mosca, appare ridicolo soltanto perché ridicolo è il suo protagonista. Ma la sostanza andrebbe presa seriamente. Come il progetto imperiale di Vladimir Putin si possa sposare con le fanfaronate di un Salvini qualunque è presto detto: a Putin fa comodo un’Europa piccola, divisa, impaurita e possibilmente un tantino più lontana dagli Stati Uniti. È vero che lo zar ci tiene già in pugno a causa della nostra dipendenza energetica. È vero che l’Italia è il secondo partner commeciale della Federazione Russa – come l’effetto delle sanzioni ci ha ricordato – e che i capitali russi hanno fatto il loro ingresso in svariati settori, dall’industria all’edilizia all’università. È altresì vero che Putin può contare sul lavoro di lobbying dei pensionati della nostra sinistra di sistema, da Blair a Schroeder.

Il problema è che, nonostante tutto, l’integrazione europea procede. Ecco perché, dal punto di vista russo, l’ondata di antieuropeismo di questi ultimi tre anni rappresenta un’occasione da non perdere, ed ecco perché i (non più tanto) piccoli attori politici della virulenta destra no-euro sono seguiti con una certa attenzione da Mosca. I milioni ricevuti dal Front National probabilmente non sono che un inizio. Nel frattempo il pensiero politico alla base di questi avvicinamenti si precisa e si mostra in tutti i suoi aspetti più deliranti.
Finora ho citato Borghezio, Jean Thiriart. Putin. Mancherebbe un nome, quello di Aleksandr Dugin, e il quadretto della destra “eurasiatista” sarebbe completo.

E come potrebbe mancare il nefando Dugin, invitato a Milano l’estate scorsa dall’associazione Lombardia-Russia di Gianluca Savoini e Gianmatteo Ferrari, i principali organizzatori del pellegrinaggio di Salvini alla corte dello zar. Non che certe imbarazzanti liaisons siano nuove – basti ricordare le simpatie della Lega per Milošević o Zhirinovskij. A fare la differenza tra una qualche affinità ideologica e l’azione politica comune è però il contesto globale, che negli ultimi quindici anni è cambiato al punto che i peggiori deliri distopici stanno acquistando una rispettabilità politica a livello di massa. Sarà dunque il caso di drizzare bene le antenne. (continua)

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Non-appello elettorale

Cercate di alzare un po’ lo sguardo oltre le beghe della nostra Italietta. Ho già scritto di quanto sia deluso da Renzi, che tuttavia rimane il meno peggio possibile, allo stato attuale, così come lo sono stati Letta e prima ancora Monti. Il punto è che quello di domenica prossima non sarà principalmente un voto pro o contro Renzi. Sarà un voto pro o contro l’Europa, più che in tutte le altre elezioni europee precedenti. Se già non vi fosse chiaro, sarebbe difficile convincervi di quanto l’integrazione Europea sia un bene, già ora (sebbene l’obiettivo ideale siano gli Stati Uniti d’Europa) e di quanto mettere in discussione la moneta unica vorrebbe dire tornare indietro, dichiarando il proprio disinteresse. Tutto è perfettibile, a partire da quest’Unione, ma la tiritera sul fatto per cui realizzare un’unione monetaria prima di quella politica sarebbe stato un errore è diventata inascoltabile. È invece esattamente così che si compiono le integrazioni politiche: si parte dai trattati di pace, si passa agli accordi commerciali, si arriva a una moneta unica e poi, se tutto va bene, ci si federa.  In politica occorre a volte distinguere tra scelte “di linea” e scelte “di campo”. Se continuo a nutrire seri dubbi sul governo della “staffetta”, voterò PD perché, da iscritto, nonostante tutto, continuo a credere al progetto politico del partito, che va ben al di là di Renzi. Ma la scelta di campo va ben al di là del PD stesso. In queste elezioni Europee la scelta che faccio è per il campo della Ragione o, più modestamente, della ragionevolezza. Allo stesso campo dei ragionevoli a mio avviso appartengono i liberali dell’ALDE. Ai confini di quel campo, se state più a destra di me potreste anche scegliere il PPE, se state più a sinistra, potreste scegliere Tsipras, se siete ambientalisti potreste scegliere i Verdi, ma sappiate (lo sapete, vero?) che qui in Italia questi ultimi tre raggruppamenti offrono qualcosa di assai più scadente rispetto ai loro corrispettivi europei. A tutti gli altri, a coloro i quali hanno scelto di dare il loro voto all’impresa commerciale mediatico-politica Grillo & Casaleggio o alla micro-destra noEuro del duo Meloni-Crosetto e del leghista Salvini, davvero non saprei che dire. Un giorno, io lo so, i migliori di voi sapranno guardarsi allo specchio e dire: «DIO, CHE STUPIDO SONO STATO!».

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