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Un renzismo diverso ad ogni campanile

Premessa da militante cinico-pragmatico: ciò che conta è “portare a casa il risultato”. Il PD governa in quindici regioni su venti, al netto dei voti persi e dell’astensionismo crescente, al netto di ogni critica – legittima o meno – al renzismo. Anzi, a dirla tutta, l’appartenenza al PD non c’entra poi granché. In un momento in cui il Centrodestra italiano sta per venire egemonizzato da un partito di destra radicale quale la Lega di Salvini (Salvini, quello delle ruspe sui campi Rom, ricordate, amici antirazzisti che mai e poi mai votereste Renzi?), l’essere riusciti a tenerlo lontano dalla maggior parte dei governi locali è, per quanto mi riguarda, una buona notizia. La vittoria di Toti in Liguria ha dell’incredibile, ma va annoverata tra gli incidenti che ogni tanto capitano. È forse troppo comodo attribuire il pasticcio ligure alla sola scissione di Pastorino, e tuttavia rimangono quei dieci punti drenati a sinistra. Rimangono, purtroppo, le espressioni di soddisfazione dei civatiani, espressioni che non dimenticherò tanto presto. Cofferati, Civati, Pastorino e soci si godano il loro effimero successo, si divertano ad aprire l’ennesima discussione/costituente/laboratorio a Sinistra, perché è possibile che ancor prima del prossimo appuntamento elettorale nazionale il loro peso si riduca a quello della piccola galassia rosso-verde, ormai quasi scomparsa. Il loro destino è segnato.

Soltanto quindici anni fa una scelta simile si poteva identificare con le frange marxiste residuali nel centrosinistra. Ed era una scelta politicamente più sensata e rispettabile di quella attuale, che vede dei socialdemocratici e dei liberali di sinistra come Civati abbandonare un progetto politico che dovrebbe essere molto più grande del loro ego e persino dell’ego di Renzi. L’idea di partito, e delle sue dinamiche locali, è forse il tema centrale, eppure costantemente eluso, del nuovo corso renziano. A fronte della tendenza settaria delle primedonne, con la loro incapacità di essere minoranza in un partito di massa,  il premier-segretario continua a dimostrare un sostanziale disinteresse per la gestione unitaria del PD, in particolare rispetto alle situazioni locali. Un po’ come il PSI craxiano, infatti, il PD di Renzi non interviene direttamente nelle questioni locali – i commissariamenti sono delle eccezioni notevoli e obbligate – e dalle primarie del 2013 ha semplicemente praticato una politica di appeasement con i leader locali della Ditta, sfruttandone i portafogli elettorali e adattando la propria narrazione alle singole realtà.

Non si tratta, evidentemente, di capacità di mediazione, ma di calcolo tra i più bassi. Renzi “strappa” soltanto con i liderini privi di un feudo. Lo si è visto in modo chiarissimo in Liguria, lo si è visto altrettanto chiaramente a Venezia. Due situazioni in cui, per motivi diversi, la credibilità del Centrosinistra è in crisi, ma in cui i propositi di rottamazione sono stati in qualche modo sospesi e ai renziani della prima e dell’ultima ora è stato consentito il “rompete le righe”. La differenza sostanziale tra la Liguria e Venezia riguarda la scelta del candidato. Assai rischioso proporre la Paita, rappresentante la continuità col sistema Burlando, assai più intelligente sostenere – a primarie concluse – Felice Casson, candidato lontano anni luce dal renzismo e tuttavia unica possibilità per il centrosinistra di mostrarsi rinnovato e di non perdere, dopo più di vent’anni, il governo cittadino. Ovviamente il sottoscritto sosterrà Casson nel difficile ballottaggio che lo aspetta, ma il problema di fondo di un partito diverso ad ogni campanile rimane lì, e un segretario degno di questo nome dovrebbe risolverlo, possibilmente  prima del 2018.

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Dove sono finiti gli antifascisti?

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Saranno passati vent’anni da quando mi presentai al centro civico del paesello con in mano lo statuto della piccola associazione culturale che avevo fondato con alcuni amici. «Associazione apartitica» e nondimeno «democratica e antifascista», avevamo scritto. Lo sguardo riservatoci dalle beghine che gestivano il centro e l’annessa biblioteca comunale sarebbe stato lo stesso se avessimo parlato di «associazione pornografica». «Qui non si fanno iniziative politiche», fu il loro commento. Inutile protestare ricordando alle signore come la nostra stessa Repubblica e la nostra stessa Costituzione fossero «antifasciste» in quanto nate dalla lotta di Liberazione. Vent’anni di sdoganamenti e revisionismi mascherati e il lavoro minuzioso e incessante dei roditori terzisti e dei liberali della domenica hanno fatto il resto. In fondo è bastato usare surrettiziamente le parole degli stessi antifascisti per iniziare l’opera di delegittimazione:

«È stato detto, giustamente, che le carte costituzionali hanno in sé un elemento polemico contro il regime caduto. Di solito le costituzioni popolari, come è la nostra, vengono fuori da una rivoluzione; dal momento in cui vengono approvate, c’è ancora in chi le approva il bruciare delle sofferenze, delle umiliazioni patite nel periodo della tirannia. Ed è naturale che negli articoli della Costituzione ci siano ancora echi di questo risentimento e ci sia una polemica contro il regime caduto e l’impegno di non far risorgere questo regime, di non far ripetere e permettere ancora quegli stessi oltraggi. Per questo nella nostra Costituzione ci sono diverse norme che parlano espressamente, vietandone la ricostituzione, del partito fascista».

(Piero Calamandrei, “La Costituzione e i giovani”, in la Resistenza al fascismo, scritti e testimonianze, Milano, Feltrinelli, 1962)

È passata così, non certo per colpa del povero Calamandrei, la convinzione per cui l’antifascismo in tempo di pace non fosse, appunto, che una forma di risentimento, un residuo di guerra civile da superare nel corso di quel processo di «pacificazione nazionale» che dopo la caduta del Muro è stato istruito dalla classe dirigente sulle pagine dei grandi quotidiani, con la mediazione di un nutrito stuolo di intellettuali di corte. Al termine del nostro lunghissimo dopoguerra, fascismo e “comunismo” sono stati rappresentati come due facce della stessa medaglia, esistenti l’uno unicamente in funzione dell’altro. Caduto il comunismo, deve quindi cadere anche l’antifascismo.

Il risultato è che ad appropriarsi dell’etichetta, abbandonata in quanto «divisiva» dalla sinistra di sistema, è prevalentemente la cosiddetta area antagonista, e l’identità «antifascismo=sfasciavetrine» è ormai fissata. Dal canto loro, gli «anarchici» e i «postoperaisti», chi egemone nel movimento No Tav, chi in quello per il diritto alla casa, spesso in competizione anche violenta sui territori, ma periodicamente riuniti sotto l’etichetta antifa, non fanno granché per smentire lo stereotipo. Sono stati gli attivisti No Tav, due giorni fa, a Firenze, ad impedire a Giancarlo Caselli di parlare, dandogli del «boia e torturatore». Sono stati sempre loro, due anni fa, a contestare la partecipazione del magistrato ad un convegno organizzato dall’ANPI. Lo slogan allora parlava dei No Tav come dei «nuovi partigiani». Quegli stessi «nuovi partigiani» che al corteo del 25 aprile molestano (non trovo un verbo altrettanto adatto) lo spezzone della Brigata Ebraica, in nome di un’israelofobia da manuale psichiatrico.

E se nelle occasioni suddette la risposta dell’ANPI è stata ferma, non si può dire per quanto ancora lo potrà essere. In vista della naturale scomparsa degli ultimi protagonisti della Resistenza, l’ANPI ha dal 2006 aperto le iscrizioni anche a chi, se non altro per motivi anagrafici, non può aver partecipato alla lotta di Liberazione, ma che

«condividendo il patrimonio ideale, i valori e le finalità dell’A.N.P.I., intendono contribuire in qualità di antifascisti […] con il proprio impegno concreto alla realizzazione e alla continuità nel tempo degli scopi associativi, con il fine di conservare, tutelare e diffondere la conoscenza delle vicende e dei valori che la Resistenza, con la lotta e con l’impegno civile e democratico, ha consegnato alle nuove generazioni, come elemento fondante della Repubblica, della Costituzione e della Unione Europea e come patrimonio essenziale della memoria del Paese».

(dall’art.23 dello Statuto dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia)

È stata forse proprio questa apertura, da un lato necessaria, unita al revival di talune interpretazioni della Resistenza come «rivoluzione mancata» o «tradita» e  all’autonomia delle singole sezioni a far comparire l’insegna dell’ANPI in contesti molto discutibili. Da iscritto all’associazione, mi riesce ad esempio molto difficile tollerare che i deliri complottisti di Giulietto Chiesa debbano essere associati alla memoria della Liberazione dal nazifascismo, o che nella battaglia contro una linea ferroviaria si debbano tirare in ballo osceni paragoni con la Resistenza.

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E quindi? Se escludiamo quelli che Berlinguer chiamava squadristi rossi, se persino l’ANPI si presta ad operazione ambigue, chi rimane a rappresentare l’antifascismo? Rimane, o meglio, dovrebbe rimanere, il partito erede della maggior parte delle forze del CLN, garante dei valori della Costituzione repubblicana (e antifascista), ossia – indovinate un po’? – il Partito Democratico. Purtroppo, però, a muoversi contro Casapound a Roma o contro Forza Nuova a Venezia il PD non c’era. C’erano gli untorelli e c’era l’ANPI.

Così, se da una parte, in linea con una certa tradizione novecentesca, si tende a dare del fascista a chiunque stia fuori dalla propria setta, dall’altra si confina il fascismo all’ambito delle (im)possibilità teoriche. Abbiamo voluto un partito leggero, «liquido», costruito sulla leadership del momento più che su una piattaforma identitaria, un partito le cui strutture sono pensate per servire la macchina elettorale più che per formare alla riflessione politica, ed ora non riusciamo più a riconoscere lo specifico fascista di Salvini, del fronte no-euro e della bizzarra galassia rossobruna. In fondo, temo che la frase standard dello stesso Salvini sul «fascismo e comunismo consegnati ai libri di storia» sia condivisa da gran parte dei quadri del partito democratico.

“Partito della Nazione” o meno, il PD tende a rappresentare una parte sempre più ampia dell’elettorato moderato. Non si tratterà dei «complici degli assassini di Matteotti» descritti da Gobetti – che si riferiva ai liberali eletti nel “listone” fascista, ma certamente nemmeno di elettori che si dichiarino apertamente antifascisti rinunciando a qualunque benaltrismo («E ALLORA LE FOIBE?»). Di sicuro non si tratta di elettori che abbiano una tradizionale familiarità con la piazza come luogo di testimonianza politica – e non certo per un rifiuto di qualunque forma di populismo, dal momento che nessuno sembra essere infastidito dai riti di acclamazione del leader.

Paradossalmente, il maggior partito della sinistra risulta oggi il più assente dalle piazze, allontanando anche i suoi militanti più giovani dalla consuetudine con le mobilitazioni di massa. Il nativo democratico nato dopo l’89 non scende in piazza perché non è abituato a farlo, perché identifica la piazza con la violenza e perché confonde la totale inerzia politica con la difesa dell’altrui libertà d’opinione. Io trovo tutto questo molto deprimente, oltre che potenzialmente pericoloso. Deprimente, perché così si rischia davvero di lasciare le piazze ai  violenti, pericoloso, perché la democrazia a volte richiede che mettiamo in gioco i nostri corpi (come recita un tormentone disobba, di sapore foucaultiano) e soprattutto perché le folle che acclamano i dittatori sono formate per la maggior parte proprio da chi non è mai sceso in piazza a protestare contro qualche ingiustizia.

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Il fronte interno dello scontro di civiltà

Non colpiamo i civili, così avrebbe detto uno dei fratelli Kouachi prima di asserragliarsi nella tipografia a Dammartin. Ma i disegnatori di Charlie Hebdo, armati solo delle loro matite, non erano civili? Avendo raffigurato il Profeta e beffeggiato la Fede, evidentemente no. E le famiglie che facevano la spesa prima di shabbat, non erano civili? Nell’antisemitismo consustanziale all’islamismo radicale quanto al nazismo, evidentemente no. Per qualcuno non ha senso interpretare le poche e confuse idee di questi assassini. Io credo che per sconfiggerli sia necessario tentare di farlo. A muovere queste mani c’è un’ideologia, c’è un progetto che va conosciuto e dissezionato. Lo schema di fondo dei terroristi in qualche modo legati a Daesh è in realtà piuttosto semplice. La strategia della nuova stagione del terrorismo islamista, come ha spiegato in questi giorni Gilles Kepel – intervistato dalle tv francesi mentre le nostre davano spazio ai soliti sciacalli – è basata non più sulle azioni spettacolari, non sui grandi attentati ai luoghi simbolici dell’Occidente. È un «terrorismo di prossimità» che colpisce nei quartieri, dove ogni altro può diventare un obiettivo sensibile. Gli attacchi di piccoli gruppi di fanatici, oltre a paralizzare le complicate strutture di una metropoli, mirano a frammentare la società. Il fine ultimo è quello di isolare i cittadini di fede musulmana, farli percepire come una minaccia per tutti gli altri. E il processo di frammentazione non si ferma, perché una sorta di reazione a catena viene innescata.Hanno colpito Charlie Hebdo? «Je ne suis pas Charlie Hebdo», si affretta a precisare Jean-Marie Le Pen. Perché «in fondo erano quattro comunisti atei che beffeggiavano le tradizioni della Francia cristiana!» Hanno colpito l’Hyper Cacher di Porte de Vincennes? «Encore ces Juifs! Beh, questi Ebrei un po’ se lo meritano, e perché dovremmo subire noi le conseguenze di quello che fanno ai Palestinesi?». Queste sono solo ricostruzioni, ma si riferiscono a opinioni diffuse che possiamo ascoltare in Francia come in Italia. Le abbiamo ascoltate e lette in queste ore, declinate nei modi più diversi, dall’ambiguità più viscida alla violenza verbale più rozza. Dividere la società, distruggere il concetto stesso di cittadinanza per come si è venuto formando in Europa nel corso della modernità. E se nella patria dei Lumi e della Rivoluzione viene meno l’idea di fraternité, possiamo ben immaginare cosa possa avvenire in un paese di deboli tradizioni democratiche, disunito e fiaccato dalla crisi come l’Italia. Gli sciacalli cui accennavo sopra sono all’opera sin dai primi lanci di agenzia e la reazione a catena comprende naturalmente l’immancabile delirio complottista – nella quale si distinguono come al solito alcuni parlamentari grillini e il loro codazzo di casi psichiatrici. Ad approfittare di una simile situazione sono naturalmente i più lucidi – parlo di lucidità politica, che è cosa diversa dalla sensatezza – esponenti della destra identitaria e xenofoba. Come due ruote di un ingranaggio che, pur diverse per dimensioni e pur ruotando in sensi opposti, fanno parte dello stesso meccanismo, i nostri identitari e i jihadisti lavorano in buona sostanza alla costruzione dello stesso mondo. A differenza che nel meccanismo fisico, nella metafora l’energia non viene però semplicemente conservata. L’«energia», cioè il potenziale di mobilitazione di massa da parte di queste forze politiche è moltiplicato dai mass media e dai loro operatori. Consapevolmente o meno. Nel mio piccolo, qualche settimana fa ho cercato di riassumere come ciò sia tradotto in ideologia dal partito più importante della destra radicale nostrana, la Lega Nord di Matteo Salvini. Gli avvenimenti di Parigi mettono ora alla prova dei fatti i redattori del «Talebano», rivistina online sulle cui pagine l’ideologia suddetta viene esposta in modo molto più chiaro di quanto non facciano le migliaia di ore di talk politico alle quali molti di noi si sottopongono volontariamente, sperando ingenuamente che il conduttore di turno faccia le domande giuste. Sul «Talebano» questo sforzo ci viene risparmiato, e degli stessi interventi televisivi di Salvini ci viene offerta un’esegesi ufficiale:

«Il segretario della Lega Nord ha spiegato in modo comprensibile a tutti una questione semplice: chiediamo, dice in sostanza Salvini, che gli immigrati extracomunitari siano controllati e si sappia bene chi siano, cosa fanno e come vivono. Il non farlo crea un problema di sicurezza in Occidente. Poi ha spiegato quanto già detto sia al convegno con l’”islamico” Pietrangelo Buttafuoco e ribadito nell’intervista rilasciata al giornalista tedesco Luca Steinmann nel libro Vie Traverse: l’Islam ha valori forti mentre noi siamo una società in declino. […] da circa 20 anni l’Islam è diventato il male assoluto: prima c’era l’ancien regime (e il cristianesimo autentico), poi c’erano i fascismi, poi i comunismi e ora gli islamici…

«c’è sempre un cattivo da abbattere, da sottomettere alla “libera” società del materialismo e del razionalismo nata dall’illuminismo e dalla rivoluzione francese».

La tirata reazionaria si conclude in modo più che prevedibile:

«L’Europa rinascerà presto perché è in queste situazioni che le persone ancora forti di spirito avranno il coraggio di sollevarsi e di iniziare a riprendere il cammino. Grazie all’autocritica potremo rialzarci per riaffermare i valori e i principi su cui si costruisce una civiltà: Famiglia, Tradizioni, Identità e Sacralità della vita. L’Europa, dunque, rinascerà. Ma l’Occidente, invece, è già sconfitto».

A fare il corollario a queste scemenze ci pensa proprio il solito Buttafuoco, che dalle pagine del foglio neoconservatore diretto da Giuliano Ferrara ci avverte di aver letto l’ultimo Houellebecq:

«Ho letto Sottomissione e, alla luce dei fatti, posso ben dire che mai trama ha rischiato di risultare così scontata. Stesso inizio, stesso svolgimento, più che prevedibile nel finale. Come in Soumission, dove, pur di non far vincere Marine Le Pen…»

Non credo che il quadro possa essere più chiaro di così. In sintesi, con il declino di Berlusconi, la destra moderata in Italia è praticamente estinta (di quella propriamente liberale evitiamo di parlare per pietà), mentre le varie destre radicali si stanno coagulando attorno ad un progetto identitario che alle buffonate padane o alle gite a Predappio ha sostituito un orizzonte globale, ovviamente antieuropeista e filorusso. So che a molti di noi la sola visione di Salvini evoca un riso irrefrenabile, ma proprio per questo non dovremmo sottovalutare il suo potenziale di manchurian candidate della destra peggiore. Una doppiezza evidente nasconde dietro la solita demagogia da bar sport una visione molto più pericolosa. È questo il secondo fronte, dopo quello dell’islamismo radicale, sul quale noi democratici dovremo combattere da subito. Sarà molto, molto faticoso.

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Charlie Hebdo e la sfida all’Occidente

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Non saranno certo le ultime vittime dell’islamismo radicale, gli undici di Parigi. Tanti altri hanno pagato con la vita e stanno pagando per aver semplicemente espresso un’idea. A certe latitudini non occorre nemmeno una vignetta che raffiguri il Profeta. Non mi dovrei stupire, in effetti, non fosse che stavolta è capitato nel cuore d’Europa, al centro della Ville Lumière. Con Kurt Westergard non ce l’avevano fatta, col povero Wolinski – che tante volte ho letto anche su Linus, da ragazzino – e con gli altri di «Charlie Hebdo» sì. Organizzatissimi, armati sino ai denti, spietati. Lo ammetto, non ho resistito e ho visto il video del terrorista che torna indietro per finire il poliziotto ferito e disteso a terra. Come al macello. La nausea ancora non mi passa. È dannatamente difficile, in momenti come questo, tenere la barra al centro evitando di aggregarsi a qualche “brutale corrente” che attraversi l’opinione pubblica. Eppure occorre farlo. E devono farlo soprattutto i nostri eletti. Ecco cosa si intende quando si parla di una “politica responsabile”. Una politica che non sfrutti la canea del momento, che non presti ascolto alla voce del ventre molle di un paese. Di Hollande si può dire tutto il male possibile, ma è proprio nel suo appello all’unità della nazione che sta la risposta. Un appello a tutti i francesi, religiosi e laici, di destra e di sinistra, cristiani, ebrei e musulmani. In Francia, per vari motivi, appelli come questi hanno più senso che da noi. Di fronte a questi fatti, mi restano due sole certezze. La prima è che nessun tentativo isolazionista, nessuna diplomazia sotterranea, nessun appeasement con l’islamismo radicale ci possono salvare dai tagliagole. Chi mostra debolezza sarà macellato per primo, come chi vive in Medio Oriente, da Israele al Kurdistan, sa benissimo, avendolo sperimentato sulla propria pelle, senza bisogno delle raffinate analisi sociopolitiche dei nostri orientalisti. Con il fondamentalismo islamico non ci può essere alcun dialogo, ma solo la massima fermezza, e quando necessario l’uso della forza guidata dal Diritto. La seconda cosa di cui sono certo è che questa fermezza guidata dal Diritto non ha nulla a che vedere con le reazioni di certi nostri politicanti e dei loro fan. Com’era prevedibile, in queste ore, tutti i leader della destra peggiore, da Salvini alla Meloni, stanno cavalcando in modo vomitevole la strage di Parigi, come nemmeno Marine Le Pen ha fatto. I loro consensi in queste ore crescono, ovviamente, e non possiamo farci nulla. Una cosa però la pretendiamo. Io, personalmente, la pretendo: non voglio che la mia fermezza sia confusa con quella della feccia più reazionaria d’Italia e d’Europa. La verità è che della nonviolenza, della libertà di stampa e di satira, della laicità dello Stato e della tolleranza a questi misirizzi dello scontro di civiltà non interessa un bel nulla. A dirla tutta, non vedo grandi differenze tra queste persone e i fondamentalisti musulmani. A differenza degli islamisti non uccidono né lanciano fatāwā, è vero. Non lo possono fare soltanto perché non si trovano nel secolo giusto. La loro è la frustrazione della bestia senza più denti né artigli. È stata la Rivoluzione Francese a tagliare le unghie ai fanatici religiosi d’europa, che oggi scaricano tutta la loro violenza nei canali che la democrazia concede loro, cristiani senza cristiana compassione, europei senza tolleranza europea, occidentali senza Ragione occidentale. All’Islam, come suggeriva Bernard Lewis, è mancato un’89 in cui poter maturare l’idea di laicità, e forse da questo nasce il profondo declino sociale e morale del mondo musulmano. Questo ci rende di per sé migliori? Non credo. Da noi l’89 non è bastato, non ci ha reso immuni dalla barbarie. Due secoli di reazione, spesso sotterranea, a volte manifesta e selvaggia, a volte intrecciata con la Ragione stessa, hanno fatto riemergere la sete di sangue degli Europei. Tra loro c’erano anche quei bravi Francesi e quei bravi Italiani che segregavano i loro concittadini ebrei, uomini, donne, bambini, gli uni al Vel d’Hiv, gli altri a Fossoli, in attesa di spedirli ad Auschwitz. Se oggi parliamo di islamofascismo, o di assassini nazi-islamici, è perché ci sono stati un fascismo e un nazismo. Made in Europe. Cerchiamo di non dimenticarlo mai.

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La Terza Via dei talebani padani

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Osservando – a debita distanza – una figura come quella di Massimo Carminati detto er cecatoil caso di queste ore appare come l’ultimo capitolo della storia, tipicamente romana, di un neofascismo straccione alla ricerca di un qualsiasi modo pe’ svorta’. Anche la teppa vuole una vecchiaia sicura, e così, dopo la bassa manovalanza nello stragismo e le rapine e lo spaccio, arriva infine il momento della scrivania, magari negli uffici di qualche cooperativa amica che si occupi di “negri” o di “zingari”, un business redditizio quasi quanto l’eroina, ma infinitamente più sicuro, perché legale. Le ideologie in questo caso contano molto poco, il malaffare investe trasversalmente destra e sinistra e nella definizione di “cupola fasciomafiosa” la sostanza è l’attitudine mafiosa, mentre il fascio è solo un ricordo, una vecchia spilletta di bigiotteria. Come scrivevo qualche giorno fa, se si vuole avere un’idea della destra radicale del XXI secolo occorre staccare lo sguardo da Roma e rivolgerlo a nord, dimenticando i personaggi di Vogliamo i colonnelli, tuta mimetica e saluto romano. L’incontro danzereccio con Marine Le Pen stile Padanian Gigolò, la copertina di «Oggi» e chissà quale altro aiutino da parte di un circo mediatico alla costante ricerca di bestie nuove da esibire serviranno a rassicurare una parte degli elettori eventualmente in dubbio sulla natura del Salvini, che in fondo l’é un brav fioeu e fa pure il simpatico. Purtroppo è nella nostra peggiore cultura giornalistica, quella che commenta la politica come forma teatrale, il non riuscire ad andare oltre il chiacchiericcio, il retroscenismo, la conta delle poltrone, l’esegesi delle dichiarazioni, la rifrittura incessante dell’aria fritta. Bravissimi se si tratta di approfondire il linguaggio retorico di Renzi o dei suoi avversari, impareggiabili nella semiotica delle cravatte e delle scarpe, dei giubbini e dei tagli di capelli dei leader. Quando però si tratta di raccontare le idee, in particolare quelle nate ai margini del palcoscenico, sgranano gli occhi, alzano il ciglio, sorridono sarcastici: «Idee? Essù, le idee…siamo nel 2014!»

Siamo nel 2014, sì, eppure per certi versi sembra di essere rimasti fermi a vent’anni fa. Come allora, la destra radicale monta in tutto il Continente, con alcune differenze di non poco conto: fiaccati da una devastante crisi economica, in Italia siamo più poveri o a rischio di diventarlo e le istituzioni europee hanno dimostrato un’ancora insufficiente capacità di integrare persone, economie, culture. L’idea stessa di democrazia non è mai stata così debole, così poco popolare, in competizione con l’astensionismo da una parte e le spinte antisistema dall’altra. La mistificazione del linguaggio iniziata negli anni Novanta è arrivata a livelli insopportabili. Il razzismo è diventato differenzialista, si fa chiamare «lotta contro l’omologazione dei popoli». Ormai risulta impossibile dare del nazista a qualcuno, se l’accusa di “nazismo” viene rivolta (dalla destra radicale italiana fino allo zar Putin, passando per gli artisti “comunisti e internazionalisti”) al progetto stesso dell’Unione Europea. Oggi, infine, quelle idee hanno sponsor importanti, perché collimano bene con certi grandi interessi geopolitici. Ad esempio con il progetto imperiale dello stesso Putin e della destra eurasiatista d’Europa, i cui orizzonti Le Pen padre ha riassunto così, nel corso di un incontro pubblico a Lione, alcuni giorni fa:

«Il Front è il modello dei movimenti nazionali in Europa, il suo obiettivo è la costruzione di un’Europa delle nazioni dall’Atlantico al Pacifico, da Brest a Vladivostok”».

Vent’anni fa, i rigurgiti nazisti sembravano più un problema di ordine pubblico, risolvibile ingabbiando qualche testa calda del Fronte Veneto Skinhead o feccia consimile. Il punto è che oggi non sono più (soltanto) i figli più disgraziati, i fratelli scemi dalla testa rasata e dalla svastica tatuata a costituire il problema. Una parte molto più vasta e trasversale dell’opinione pubblica, non solo in periferia, non solo nel lumpenproletariat, non solo tra i meno attrezzati culturalmente, è avvelenata da idee e linguaggi che pensavano – ingenui – di aver sistemato tra i liquami della Storia. Più esattamente, a tracimare dai tombini è un filone minore della storia del pensiero di destra, quello più aperto a mutazioni e contaminazioni e che, avendo una storia di minorità, non ha nemmeno bisogno di occultare i vecchi simboli – un po’ come la sinistra comunista e i trotskisti non si sentivano colpiti dalle critiche al comunismo sovietico. Un fascismo vergine, per così dire, e depurato in parte dai simboli esteriori, che propone alle masse disilluse la propria semplice ricetta: visto che, dopo il comunismo, anche il mercato (e quindi l’Europa, identificata con esso) avrebbe fallito, la soluzione proposta sarebbe la cosiddetta Terza via. Certo non quella di Giddens, Blair [e Renzi], ma quella, assai più vecchia, del nazismo e del fascismo di Salò, la terza via del socialismo nazionale, l’opzione retorica «ni droite ni gauche». Fino a qualche tempo fa, parlare di nazimaoisti o di oscuri gruppi rossobruni votati al progetto dell’“Eurasia Nazione” era prerogativa degli appassionati di fascisteria e, a descrivere il fenomeno come qualcosa di preoccupante, si veniva bonariamente sfottuti anche e soprattutto dai conoscenti “antifascisti militanti” (i quali peraltro, soprattutto dopo l’11/9, si sono trovati spesso e volentieri in imbarazzante compagnia, nel nome dell’antimperialismo, dell’alter/antimondialismo e dell’odio verso Israele). In effetti chi avrebbe immaginato che certe bizzarre visioni sarebbero arrivate a influenzare in modo più o meno dichiarato la piattaforma di un partito che sta in Parlamento e riesce a drenare voti sia dalla destra moderata – di fatto in via di estinzione – che dalla sinistra – schiacciata tra “partito della Nazione” e dissidenza allo sbando. Ecco perché tenere d’occhio la Lega è importante, perché la Lega in questo momento è diventato il veicolo mainstream delle idee della destra radicale, anche più del M5S – sulla cui natura fascista ci siamo interrogati a lungo.

In un altro articolo, qui sugli Stati Generali, ho fatto cenno alle ascendenze rossobrune di Borghezio e soprattutto ai rapporti della Lega con Mosca, fatti ben noti e che dovrebbero già mettere in allarme chiunque si definisca democratico. Volendo però approfondire l’elaborazione teorica neoleghista, occorre dare un’occhiata allla bizzarra «associazione a pensare» Il Talebano, creazione di Vincenzo Sofo, giovane consigliere di zona della Lega Nord a Milano. Secondo la definizione dello stesso Sofo, «Il Talebano» consiste in

«un percorso politico/culturale in collaborazione con l’attuale segretario della Lega Nord Matteo Salvini per costruire un nuovo progetto identitario con il coinvolgimento di intellettuali del calibro di Massimo Fini, Pietrangelo Buttafuoco, Alain De Benoist e Diego Fusaro.»

De Benoist, nefando animatore della Nouvelle Droite francese, è un po’ il marchio di garanzia di questo formidabile quartetto. Su Buttafuoco apro volentieri una parentesi, perché a mio avviso rappresenta come pochi la deriva culturale che in vent’anni, nel nome della «pacificazione», ha regalato dignità politica alla feccia della Storia. Intellettuale della destra tradizionalista – con tutti gli esoterici annessi e connessi – fascista aristocratico, evoliano e guenoniano, Buttafuoco è incidentalmente anche una delle firme di punta del «Foglio» e (quindi) prezzemolino televisivo. Inutile pretendere che gli amichetti del circo mediatico, da Myrta Merlino a Corrado Formigli, chiedano a Buttafuoco di spiegare le sue idee, per i motivi che abbiamo detto sopra, e perché sarebbe scortese. Quando l’ottimo Augias, solitario, ha osato toccare il nervo scoperto dell’azzimato Pietrangelo (“mi spieghi perché sei così affascinato dal nazismo?”) sui social è scattata un’indignata difesa da parte dei suoi fan – tutti sedicenti «liberali», naturalmente, che a forza di contestare il politicamente corretto stanno diventando fascisti inconsapevoli. Ne è passato del tempo (17 anni, per la precisione), da quando Gianfranco Miglio, ideologo ufficiale della Lega Nord, dibatteva di federalismo e nazionalismo con Marcello Veneziani, altro intellettuale di destra ora un po’ defilato (e forse meno appetibile per i palati raffinatissimi dei lettori del «Foglio»). Nel ’97  lo schema era ancora abbastanza semplice: sei di destra, ti piace lo Stato forte, centralizzato; sei leghista, vuoi lo Stato federale, se non la secessione. Ora le cose si sono enormemente complicate. L’elettore medio leghista potrebbe ad esempio trovarsi in difficoltà di fronte al simbolo del «Talebano» e alla presenza di un destrissimo convertito all’Islam. Ma una volta spiegata per bene la faccenda, anche le Sciure Rosette blandite dal Salvini si convincerebbero che le loro esigenze («niente moschee a casa nostra!») non sarebbero in contraddizione con l’allucinante prospettiva geopolitica di un mondo diviso in imperi – o contenitori di piccole patrie – fondati sulla Tradizione, e cioè sulle rispettive tradizioni, da coltivare «ognuno a casa propria», tornando agli antichi valori:

«SIAMO TALEBANI. Per lo spirito antisistema e radicale. Per la libertà dei popoli dell’Europa. Per uno Stato sovrano federato ad una Nazione Europa. Contro il modello occidentale globalizzato e esasperatamente modernizzato, che annichilisce ogni identità, tradizione e cultura umana e comunitaria. Contro l’Europa della finanza, alla quale opporre un Europa dei popoli, unita dal minimo comune denominatore che attraversa le varie e variopinte patrie del vecchio continente… la solidarietà tra comunità sia il nuovo punto di partenza. Contro la deriva materialista della nostra società, preservando i valori spirituali dell’uomo e della famiglia. Contro l’attuale sistema Italia – centralista, lobbista e corrotto – rivendicando il diritto di ogni piccola patria esistente in Italia di essere riconosciuta nella propria specificità… perché solo tutelando e valorizzando le diversità delle singole comunità si potrà ottenere una coscienza unitaria. Né a destra né a sinistra – schemi ampiamente superati – perché il conflitto odierno e tra chi vuole la mondializzazione e chi difende le specificità locali.»

Ma questo è solo un assaggio del pensiero del «Talebano», le cui articolazioni si comprendono meglio leggendone il succoso «documento di idee» pubblicato l’estate scorsa, tra i cui autori, oltre a Sofo, Fusaro e Buttafuoco, si nota Fabrizio Fratus, ex segretario di Daniela Santanché e acceso «antievoluzionista», personaggio che rappresenta perfettamente il fascista del futuro. Nel frullato della destra radicale postmoderna c’è tanta roba: dalle tirate antilluministe alla tesi di Tangentopoli come complotto dell’«élite finanziaria cosmopolita», dal superamento – da destra – del concetto di stato-nazione cui si sostituiscono le patrie e le comunità all’«importanza di appartenere al continente euroasiatico» (Buttafuoco). Si cita nientemeno che Bauman – a dimostrazione che ormai la tiritera sulla società liquida è davvero buona per tutti gli usi – assieme alla «teoria geostorica» dell’SS Jean Thiriart (sempre lui, l’ex guida di Borghezio), ci si scaglia contro l’Euro e si invoca la sovranità monetaria – con tanto di proposta di introduzione di una moneta complementare. E, perché sia chiaro che questo titanico sforzo intellettuale serve ad un progetto concreto, non manca l’appello al voto:

«Non c’è tempo, non c’è ragionamento o paura che possa fare indugiare un patriota all’adesione al progetto lanciato in campagna elettorale da Matteo Salvini e dalla sua nuova Lega Nord (Lega delle Patrie) […]»

Eccoci qui, la cloaca è aperta.

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