Piccole storie di cultura e di potere all’ombra del MOSE

shore

«Sponsorizzazioni ce ne sono, libri, robe di questo genere, finché vuole. E non parlo dei libri, quelli che vengono fatti come strenne annuali, anche altre cose: ricerche, un po’ di tutto. Cioè, Venezia Nuova fatturando negli ultimi anni 400-500 milioni tentava di mantenere un rapporto con il circondario di un certo tipo, su questo non c’è dubbio. A me è toccato questo, probabilmente ad altri sono toccate altre cose». (Pio Savioli, direttore tecnico COVECO)

In attesa della decisione del Prefetto di Roma, a cui, qualche giorno fa, Raffaele Cantone ha fatto richiesta di commissariare il Consorzio Venezia Nuova (CVN), torno a sfogliare il libro che uno dei miei fotografi preferiti, Stephen Shore, ha dedicato alla grande opera più famosa d’Italia, il MOdulo Sperimentale Elettromeccanico. Uscito nel 2008 e ormai non così facilmente reperibile, il volume vorrebbe essere «A preliminary report» condotto sul progetto nella prima fase della sua realizzazione. Le riprese col banco ottico delle grandi spianate di cemento presso le bocche di porto del Lido, qualche snapshot in bianco e nero di passanti veneziani alle prese con l’acqua alta, le foto degli apparati cartografici e degli articoli di giornale, il tutto messo assieme a comporre un racconto concettuale che in realtà spiega poco dei problemi della laguna e del progetto stesso, ma è davvero valido di per sé, anche se lontano dai capolavori del fotografo americano.

Si tratta del resto di un lavoro su commissione, offerto dal Consorzio stesso a Shore e al bolzanino Walter Niedermayr, autore di un volume gemello. Shore e Niedermayr, due fotografi probabilmente accomunati nelle intenzioni dei curatori (e del committente) da un taglio fenomenologico, “neotopografico”, mai giudicante, sono di fatto i protagonisti dell’ultima di una serie di operazioni di immagine che il CVN ha condotto sin dalla sua fondazione. Nel 1989 il Consorzio, presieduto da Luigi Zanda, era ancora una macchina inerte in attesa di decisioni politiche che sarebbero state prese soltanto 14 anni dopo. Il progetto attuale delle dighe non era stato ancora approvato, non c’era nulla da difendere presso l’opinione pubblica. In quel momento la mission – o la stessa esistenza – del CVN doveva essere ricordata soprattutto ai suoi referenti istituzionali, destinatari di una strenna natalizia di un certo prestigio. Non un pesante catalogo d’arte, come usano fare le banche, ma uno smilzo libriccino commissionato ad uno dei più grandi poeti russi del Novecento, il premio Nobel Josif Brodskij, il quale in realtà doveva già avere almeno abbozzato Fondamenta degli Incurabili, storia dei suoi incontri con Venezia, magnifica digressione sentimentale in cui i luoghi della città si intrecciano a quelli della letteratura. Di recente mi sono chiesto quale fosse stata allora la reazione di certi arrembanti socialisti veneziani di fronte alla vena malinconica del testo di Brodskij.

È evidente come alle grandi opere – e in generale ad ogni investimento che superi un certo ordine di grandezza – sia richiesto oggi un corollario di prodotti immateriali per i quali il lavoro di addetti stampa, pubblicitari o altri storyteller (nell’accezione originaria di «contaballe») non è più sufficiente. È necessario allora far ricorso alla Cultura, coinvolgendo artisti e intellettuali di un certo rilievo per nobilitare in qualche modo l’attività. E se agli scrittori e ai fotografi viene richiesto un racconto, al pulviscolo della produzione culturale del territorio si chiede solo un tacito assenso, in cambio del proprio interessato sostegno economico. Come ben sappiamo, le sponsorizzazioni servono a rendere visibile un marchio, e quindi a venderne il prodotto, ma possono servire anche per comprare consenso. In un territorio ricco di un associazionismo di base e di gruppo sportivi e ricreativi dalla precaria sostenibilità economica, ma anche di un terzo settore culturale dipendente in modo pressoché totale dalle finanze pubbliche, un interesse forte di qualunque tipo può mostrare discretamente la propria presenza nell’ambito del cosiddetto tempo libero, creando sottili legami, dipendenze economiche, sudditanze psicologiche non prive di conseguenze politiche.

Ma il nostro giornalismo mainstream non si interessa della microfisica del potere, e così, quando lo scandalo del MOSE ha toccato il livello politico, l’unica sponsorizzazione di cui la stampa ha riferito è stata quella destinata alla Fondazione VeDrò di Enrico Letta. Eppure ci sarebbe molto da raccontare del sottobosco degli sconosciuti. I nomi non sono importanti, lo sono le dinamiche, sempre uguali tra loro. Grattugiate dal budget complessivo dell’opera – giunto a cinque miliardi e mezzo di euro – le briciole del Consorzio sono state sparse un po’ a tutti i becchettanti colombi impegnati nel settore “culturale e ricreativo”, particolarmente in crisi a partire dal 2008, nel momento del drastico taglio delle sponsorizzazioni del Casinò Municipale – per anni autentica cassa dell’assessorato alla Cultura. Sponsorizzazioni di mostre, concerti, eventi sportivi, pubblicazioni, restauri, di cui enti pubblici, privati e associazioni di ogni tipo hanno beneficiato in città e non solo. Rifiutare qualche migliaio di euro dal Consorzio in questi ultimi anni, quando ormai le opposizioni al MOSE si erano fatte debolissime, voleva dire essere iscritti d’ufficio alla categoria dei fessi – cosa che è capitata al sottoscritto, (ex) piccolo operatore dell’industria culturale veneziana. Aveva senza dubbio ragione chi mi ripeteva «Se i soldi non li prendi tu, li prende qualcun altro» (concludendo poi con «Fede, tu non farai mai carriera»). Certo, i casi personali di per sé non rappresentano nulla, ma possono fornire buoni spunti di riflessione sull’etica del nostro pseudomecenatismo e, più in generale, sugli incroci, forse inevitabili, tra Bellezza e corruzione.

“…down the Lido…”

We’re incognito

Down the Lido

And we like the Strand

(Roxy Music – Do the Strand)

Finalmente è successo. Giovedì scorso, dopo anni di inattività, sono tornato a suonare davanti a un pubblico. Ho fatto un po’ di baccano con la mia bellissima telly mentre l’amico Cristiano leggeva alcuni suoi racconti, sul palco di un teatro (fino a poco tempo fa) abbandonato. Si tratta dell’ex Ricreatorio Marinoni all’Ospedale al mare, luogo di intrattenimento per i pazienti di quello che è stato uno dei centri talassoterapici più importanti d’Italia. A pochi metri dall’ingresso, tra i padiglioni in rovina, sorge questo bellissimo teatro tardo-liberty, ridotto per anni a magazzino, invaso dai piccioni e riscoperto per caso durante la lotta dei cittadini lidensi per la difesa dell’ospedale.

Percorrendo il lungomare per poco più di un chilometro, passando davanti al mitico Hotel De Bains (ormai non più hotel, ma pacchiano residence), si raggiunge la sede di uno dei festival cinematografici più importanti del mondo. Tra l’ex ospedale al mare e la Mostra del Cinema, che aprirà i battenti puntuale anche quest’anno, non c’è soltanto la vicinanza fisica. Esiste un legame di natura economica, creatosi negli anni del «sindaco-filosofo» Cacciari. Dopo anni di promesse e bugie, nel 2003 l’ULSS chiude l’ospedale. Il Comune lo compra, per rivenderlo subito ad Est Capital, la finanziaria di un suo ex assessore. Gli investitori puntano a far diventare tutta l’area una sorta di gated community balneare, con tanto di mega-darsena. Il Comune, per parte sua, con i soldi incassati vuole realizzare il nuovo palazzo del cinema (costo previsto: ottanta milioni di euro). Ma qualcosa non va per il verso giusto. La vicenda è già stata ben raccontata da Filippo Maria Pontani su “Il Post”, da Francesco Giavazzi sul Corriere e da altri ancora sulla stampa nazionale e locale. La lettura dei due articoli segnalati è caldamente consigliata a chiunque si interessi di scandali italiani. Le pratiche corsare della classe dirigente veneziana, la rapacità e/o i cervelli pigri degli investitori, la tragedia complessiva del settore immobiliare e della monocultura turistica, in questo caso d’élite: nella vicenda del Lido c’è tutto questo. Non manca un comitato di residenti che denuncia puntualmente lo scandalo e le sue ricadute sociali e ambientali, tra l’indifferenza generale delle autorità e, purtroppo, del resto dei veneziani.

Ma torniamo al Marinoni: a settembre dell’anno scorso, proprio in concomitanza con la Mostra del Cinema, un gruppo di lavoratori del teatro Valle e di locali disobbedienti, accortisi dell’esistenza del teatro, lo occupano. Lo ripuliscono, lo rendono accessibile. Lo fanno diventare il luogo di un happening su cultura e beni comuni. Invitano Mario Martone, Alessandro Gassman, Ottavia Piccolo, Fausto Paravidino ed altri volti noti, assieme a vari gruppi teatrali della città, a dare il proprio sostegno, che puntualmente arriva. Ma gli occupanti professionali, spenti i riflettori della mostra, lasciano il luogo. Chi resta, cane sciolto volonteroso (che qui ringrazio per l’accoglienza dell’altra sera), si arrangia come può. L’attrezzatura è ridotta all’osso. Due casse e un vecchio mixer che ogni tanto si spegne, alcuni neon da cantiere attaccati alle ciabatte recuperate dagli ambulatori chiusi, un generatore a benzina ad alimentare il tutto (manca l’allaccio alla rete). La prima impressione, condivisa da qualche occupante, è che solo gli intoppi pratici e finanziari nel progetto speculativo abbiano per il momento salvato il luogo. Tra le varie seccature, pare che nei giorni scorsi l’Agenzia delle Entrate abbia pizzicato Est Capital: si parla di elusione per 17 milioni di euro. Bruscolini, rispetto ai 500 milioni impiegati nell’operazione Lido. Una cifra che è come un masso enorme, impossibile da spostare. Il fatto che i disobbedienti, con i loro rapporti politici e la loro esperienza di occupazioni, abbiano dimostrato un interesse così scarso per il Marinoni, dopo i fuochi d’artificio iniziali, dimostra come il futuro del luogo sia segnato.

A chi ancora lo occupa, mettendolo a disposizione di tutti, viene da chiedere che cosa si aspetta. Che cosa si vuole, e a chi ci si rivolge, quando si vuole salvare un luogo o dargli una nuova funzione e una nuova identità? Certo, l’idea è quella di uno spazio pubblico di produzione culturale: teatro, sala per proiezioni, concerti ed incontri, ma anche galleria e spazio per ospitare residenze artistiche. E, perché no, luogo di socializzazione in un’area che dopo il carnaio estivo diventa una delle plaghe più deprimenti del pianeta. Esageriamo: qualcosa che assomigli al Tacheles? (un paio di mesi fa, a Berlino con M., abbiamo verificato: è ancora aperto). Oppure, ancora, un vero teatro, come in tempi ormai lontani è stato il Marinoni. Per quanto riguarda l’oggi, l’edificio cade a pezzi. Quando suono sono tutto concentrato sullo strumento e non ho mai alzato lo sguardo verso la graticcia. Altri di noi, però, hanno temuto il pezzo di intonaco in testa. Anche solo la messa in sicurezza costerebbe, a spanne, parecchie decine di migliaia di euro, mentre per farlo tornare un teatro attrezzato servirebbe un investimento ben più cospicuo. Ed anche quando la struttura fosse rimessa a nuovo ed attrezzata, resterebbe da recuperare tutto lo spazio circostante, fatto di palazzine disfatte, tutte ruggine e vetri rotti, occupate da senzatetto e disperati di vario tipo. Fotograficamente interessante, ma…

Dopo molti anni ci sono arrivato, non senza un certo bisticcio interiore tra vari luoghi comuni e i peggiori automatismi del mio retaggio di sinistra: la cultura si deve sostenere da sé. Lo scrive uno che organizzava festivalini a spese del contribuente (senza essere nemmeno riuscito a camparci bene: aveva ragione chi diceva che non ero tagliato per quel mestiere). Comunque la si veda, l’era della spesa pubblica è finita con la crisi. E’ finito un ciclo. Chiedere allo Stato o a qualunque sua parte di riaprire un teatro chiuso quarant’anni fa, nel momento in cui chiudono gli ospedali, è un insulto al buon senso (tanto più nel caso del Marinoni, un teatro che sta dentro un ospedale chiuso). Il tempo del contributo dovuto è finito. Qualcuno l’ha capito per tempo, buttandosi con fin troppo entusiasmo nel frenetico mondo del fundraising. Occorre agire con intelligenza, con astuzia. Direbbe qualcuno: occorre saper intercettare i flussi di capitale. Che in questo caso passano vicinissimi a dove servirebbero. E pensare che a finanziare l’ospizio marino, assieme alla locale Cassa di Risparmio, fu nientemeno che la Compagnia Generale Grandi Alberghi. Ma il paleocapitalismo italico in generale non brilla per la sua attitudine al mecenatismo culturale. In altri contesti, in altri paesi, è cosa normale, così normale che nessuno ne deve restare ammirato. Anche perché il mecenate intelligente trova il modo di far fruttare i quattrini spesi in cultura. Da parte di chi cerca risorse, occorre vincere la nausea che alcuni personaggi direttamente coinvolti nella vicenda veneziana sono in grado di provocare, che siedano negli uffici delle finanziarie o sugli scranni di Ca’ Farsetti. O da tutt’e due le parti. Ma non credo ci sia altro modo.

Detto più chiaramente, quello che ci vorrebbe per il Marinoni e altri luoghi simili è un serio progetto di recupero e gestione, una proposta da girare alla Pubblica Amministrazione – in quanto ente regolatore, non finanziatore – e agli investitori –  possibilmente ai singoli investitori, non solo a chi regge il paniere. Un progetto in grado di far entrare in zucca a questi signori che è anche nel loro interesse rendere disponibile alla città uno spazio per la produzione culturale. In grado di fargli capire che se la terra e i mattoni del Bel Paese si vendono così bene è proprio grazie a quella che è stata – ormai troppi secoli fa, ahinoi – la cultura materiale ed estetica delle nostre città e del nostro territorio. In grado insomma di mostrare loro che potrebbero essere ricordati come razziatori o come capitalisti intelligenti. Chi ha un po’ di fegato ci dovrebbe provare.

Concludo quindi con quello che sembra un ossimoro: speculare bene, in modo da rendere qualcosa al territorio sul quale si specula. Eppure credo che sia possibile. Ho scritto e continuo a pensare molto male del PAT e delle idee dell’Assessore Micelli (un esperto di perequazione, tra l’altro) ma non credo affatto di cadere in contraddizione se dico di essere affascinato dal progetto del Palais Lumiere di Pierre Cardin. Pietro Cardìn, proprio lui, vuole costruire un grattacielo Dubai-style a Venezia. Orrore! Aspetta, aspetta. Non proprio a Venezia. E nemmeno sulle dune del Lido. Né negli ultimi pezzi di campagna rimasti tra Mestre e l’aeroporto. E dove, allora? Beh, lo vuole costruire in quella wasteland di capannoni vuoti che è Marghera, a poca distanza da ciò che resta del petrolchimico. Improvvisamente, tutte le chiacchiere degli ultimi vent’anni sulla riqualificazione delle aree industriali, sulle bonifiche dei terreni, tutto lo starnazzare dei Verdi che dicono una cosa e fanno il suo contrario, tutto questo svanisce in un attimo e un futuro diverso per uno dei luoghi più brutti d’Italia (con vista su uno dei luoghi più belli del mondo) diventa qualcosa di immaginabile. Sbaglierò, ma io a Pietro Cardin lo lascerei fare.