Shimon Peres 1923 – 2016

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L’immagine di Shimon Peres confezionata dagli schematici dispacci mediorientali della nostra stampa è in buona sostanza quella del negoziatore di Oslo e del premio Nobel per la pace. Gli odiatori seriali di Israele, dal canto loro, in queste ore stanno utilizzando la locuzione “criminale di guerra”. Per quanto mi riguarda, credo che con Peres, ultimo grande esponente della generazione dei padri dello Stato di Israele, scompaia un’intelligenza politica purissima di cui proprio ora il Medio Oriente avrebbe un disperato bisogno. Ma forse è stato lo  stesso Spirito della Storia ad aver fatto sì che agli attestati di stima della cosiddetta comunità internazionale non corrispondesse mai un potere sufficiente a cambiare i destini della regione. Uomo dalle molte vite, Peres, e per una volta la formula non suona retorica. Da Vishneva, cittadina sul confine sempre mobile tra Polonia e Bielorussia, a Tel Aviv, da Szymon Perski, primo cugino della bellissima Lauren Bacall, a Shimon Peres (Peres è il nome ebraico del gipeto o “avvoltoio barbuto” che Peres vedeva volare sul Negev), dal bimbo che suonava il mandolino in un’orchestrina dello sthetl al braccio destro di Ben Gurion. “Ben Gurionista”, si definiva, e statalista (mamlachtit), prima ancora che socialista. Capace di grandi voli di immaginazione, eppure sempre controllato e calcolatore ai limiti del machiavellismo. Una figura lontana dallo stereotipo del sabra, l’israeliano nativo, indurito dalle asprezze del deserto e della frontiera (“spinoso fuori, dolce dentro”, come un fico d’india). Peres, ha scritto il politologo Avishai Margalit, «non è mai divenuto un sabra. Per l’acconciatura, per i vestiti, per l’accento o per il comportamento, potrebbe essere un europeo colto. Per lui la quintessenza del sabra rimaneva Dayan». Di Moshe Dayan e di Yitzhak Rabin, suo eterno rivale, Peres rappresentava una sorta di contraltare, essendo stato uno tra i pochissimi capi laburisti a non aver seguito la carriera militare, un fatto che ha sempre pesato sulla sua immagine di leader di un paese assediato. È tutto sommato veritiera la definizione di Peres quale “perdente di successo”, incapace di costruire rendite politiche, anticipatore e per questo poco in sintonia con la macchina elettorale. Nel 1977, dopo aver faticosamente raggiunto la leadership del partito, fu protagonista della prima sconfitta dei laburisti dalla fondazione dello Stato, quella che consegnò Israele al Likud. Fu uno degli artefici della deterrenza nucleare di Israele – la quale, piaccia o no, è servita a far desistere alcuni leader arabi dai loro propositi sterminazionisti – ma non può rivendicarlo, dal momento che nel discorso pubblico israeliano non è lecito toccare l’argomento. Come primo ministro “turnante” assieme a Shamir, dall’84 all’86, in uno dei tanti governi di unità nazionale seguiti ad altrettante elezioni “non vinte” dai laburisti (un piccolo promemoria per i proporzionalisti…) riuscì a riportare l’inflazione dal 440%, risultato della disastrosa guerra in Libano, al 20%, ma l’elettorato non sembrò accorgersi nemmeno di questo. È proprio dalla guerra in Libano che Peres inizia a essere identificato come “colomba”, dopo essere stato “falco” nei primi trent’anni dall’indipendenza, quando l’esistenza stessa dello Stato era seriamente minacciata – e quando anche gli insediamenti al di fuori della linea verde facevano parte di una strategia di difesa complessiva. Di fatto, la dicotomia falchi-colombe, come tutte le semplificazioni giornalistiche, mal si adatta alle personalità politiche complesse. Peres non fu falco né colomba (né, a dispetto del nome, avvoltoio), ma piuttosto un politico in grado di tenere assieme capacità visionaria, senso di giustizia e pragmatismo, adattando la propria visione alla fase storica. Dai primi anni ’80 avverte la necessità – e soprattutto la possibilità – del compromesso con i Palestinesi. Dopo il Nobel seguito agli accordi di Oslo, fonda il Center for Peace, contenitore della sua visione di un Medio Oriente prospero e pacificato. Nel fatidico 2005 del ritiro da Gaza, arriva a lasciare dopo sessant’anni il partito laburista per Kadima, la formazione centrista fondata da Sharon. Una scelta non facile compiuta ancora una volta guardando al futuro non prossimo. Dieci anni dopo, quelle speranze sembrano infrante e soltanto la carneficina siriana sembra avere in parte distolto la sproporzionata attenzione occidentale da quel piccolo paese che è Israele e dalle sue contraddizioni. A noi che osserviamo da una certa rassicurante distanza, la pace in quelle terre sembra essere tornata un miraggio, un sogno. Ed è proprio in momenti come questo che dobbiamo ricordare le parole di Peres: «Sento di aver guadagnato il diritto a sognare».

Noi e i Curdi

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«A me i Curdi stanno sul cazzo, io studio arabo e turco». Così, testualmente, anni fa, una studentessa di Lingue Orientali rispondeva all’invito del mio amico capetto rifondarolo («Ah, studi lingue orientali? Vieni a trovarci! Sai, ospitiamo diversi compagni curdi»). Qui vorrei fare subito un piccolo inciso: nella mia semi-fallimentare esperienza universitaria, non ho trovato alcuna traccia dell'”orientalismo” descritto da Edward Said. Ciò che ho notato è piuttosto l'”occidentalismo” (nell’accezione usata da Ian Buruma e Avishai Margalit) manifestato dalla quasi totalità degli arabisti ed iranisti in erba oltre che da una parte dei docenti. L’accademia è un ambiente in cui molto – troppo – spesso i conflitti mediorientali e i pregiudizi ad essi sottesi sono riprodotti verbalmente, teatralizzati, messi in scena in tutta comodità davanti ad uno spritz. («No! Studi ebraico? Che delusione!»). Ma questa è un’altra storia. Per tornare all’episodio iniziale, esso avveniva in un periodo in cui il superficiale interesse dell’opinione pubblica italiana per la questione curda era ormai scemato quasi del tutto. Per chi fosse troppo giovane o non ricordasse, la stampa iniziò a parlare dei Curdi a proposito dei massacri compiuti da Saddam nel Kurdistan iracheno, a fine anni ’80 (Qui la testimonianza di una sopravvissuta alla strage di Halabja). Dieci anni dopo, venne il momento di notorietà di Abdullah Öcalan, leader del PKK, partito armato che voleva fare del Kurdistan Turco uno stato indipendente. Ricercato da Turchi e Tedeschi per terrorismo, rifugiatosi a Mosca e da lì portato in Italia dal parlamentare di RC Ramon Mantovani, Öcalan fu protagonista di una vicenda complicata, conclusasi con la sua estradizione verso la Turchia. Oggi il mondo ha scoperto che la questione curda non interessa soltanto la Turchia e il PKK, ma tutti gli stati in cui è compreso il Kurdistan nel suo insieme. Un territorio abitato da trenta milioni di persone diviso tra Siria, Turchia, Iraq e Iran, un popolo che non conosce i veleni della regione – né l’odio verso l’Occidente e Israele né il fondamentalismo religioso – ed anzi sta combattendo anche per conto nostro i tagliagole dello “Stato Islamico”. Proprio in queste ore, Koban, città del Kurdistan siriano [il Rojav, cioè l’Occidente] al confine con la Turchia, è diventata il simbolo della resistenza curda all’IS. Resisteremo casa per casa, si sente dire, e tornano alla mente episodi della storia europea che ogni tanto nominiamo, in modo da sentirci per un attimo “consapevoli” e poi tornare alle nostre faccenduole: Stalingrado, Varsavia, Sarajevo. Se non temessi la retorica, potrei direi che tra Koban, in Siria, e Kirkuk, in Iraq – dove combattono i peshmerga del Partito Democratico del Kurdistan – corre la trincea del mondo libero.

Mondo libero dai totalitarismi, sì, ma non dai rapporti diplomatici e/o dalla dipendenza energetica. A dispetto delle apparenze di «raid aerei» piuttosto inefficaci, né USA né UE hanno finora dimostrato di voler intervenire in modo risolutivo in un conflitto dal fronte troppo complicato. Il Rojav nei mesi scorsi ha cominciato a sperimentare una forma di autogoverno in cui il PKK – che in questi anni ha assai ammorbidito la sua piattaforma politica – rappresenta la forza egemone. Questo non fa ovviamente piacere alla Turchia, che teme una secessione dalla sua parte del confine, e rende inerti gli alleati NATO, che non vorrebbero mai esacerbare le preoccupazioni turche. Ecco quindi che la questione passa quasi totalmente nelle mani dell’astuto Erdoğan, il quale si trova nella posizione in assoluto più confortevole, quella di chi vede due suoi nemici scannarsi tra loro. In realtà non sembra che Curdi e tagliatori di teste islamisti siano nemici allo stesso modo per Erdoğan e il suo governo. Di certo rimane l’ambiguità della risposta all’IS e la lentezza con la quale il Parlamento Turco ha deciso un intervento militare. In quanto alla provincia più ridicola del mondo libero, quella in cui mi trovo, il disinteresse e l’ignoranza sono interrotti soltanto da qualche nostro cinguettio su twitter. Nelle sue dichiarazioni pubbliche, Matteo Renzi afferma che Iraq e Siria oggi «non devono essere una nuova Srebrenica» o che «sono una nuova Srebrenica», in quell’alternanza “quantistica” cui il nostro premier ci sta abituando. Senza saperne granché di strategie militari, credo comunque di poter dire che per evitare una nuova Srebrenica occorrerebbe uno sforzo maggiore da parte nostra. Per ora questi sono i nostri aiuti ai Curdi: CENTO mitragliatrici pesanti Beretta M42/59, CENTO mitragliatrici pesanti Breda-SAFAT (inutilizzate da trent’anni) e 2500 proiettili per arma (cioè cinque minuti di tiro continuo). In aggiunta a ciò, un carico di armi sequestrate vent’anni fa in Ex Jugoslavia (“1000 razzi RPG 7, 1000 razzi RPG 9, 400mila munizioni per mitragliatrici di fabbricazione sovietica”) che dobbiamo solo sperare non esplodano in mano a chi ne farà uso. Possiamo essere fieri di noi stessi, che dite?

Il teatro della guerra

Magari voi non l’avete mai notato, e in tal caso potete anche interrompere la lettura del post: se da qualche altra parte, magari poche centinaia di km più a nord, centinaia di civili cadono sotto i colpi dell’artiglieria, la quasi totalità dei nostri telegiornali riferisce di generici “violenze e scontri” tra due parti di cui ci si interessa molto poco. A Gaza, per contro, si perpetrano «stragi di bambini». Una notizia è una notizia. Sì, e i pregiudizi sono pregiudizi. A qualcuno potrà apparire cinico fare le pulci ai media e al loro bias antisraeliano nel momento in cui vengono diffuse le immagini dei bimbi di Gaza morti durante i bombardamenti. Il punto è che questa è soprattutto una guerra mediatica, combattuta secondo schemi drammaturgici elementari. Che Hamas pensi di sfidare la superiorità militare di Israele è ridicolo. Hamas punta ad uccidere, certo, ma soprattutto a suscitare una reazione che, con le sue inevitabili vittime civili, bimbi in primis, generi la riprovazione dello spettatore e della cosiddetta comunità internazionale, e quindi l’isolamento di Israele. La reazione in sé, necessaria e puramente meccanica, alle centinaia di razzi lanciati da più di quindici giorni sulle città israeliane, non poteva che essere quella di queste ore. Non c’è proprio nessuna lettura politica da fare, bisogna soltanto riconoscere il diritto all’autodifesa di Israele e augurarsi che il conflitto armato cessi al più presto. Ci si dovrebbe chiedere, piuttosto, se la chiave (morale?) di tutta la vicenda non stia nel fatto che lo Stato di Israele tiene alla vita dei suoi cittadini molto più di quanto la mafia islamista di Gaza – assieme alle élite di tutto il mondo arabo – tenga alla vita dei suoi.

Scrivo questo al netto di ogni considerazione sulle cause storiche e le responsabilità (arabe, israeliane, internazionali) del conflitto, una guerricciola che dura da appena una frazione del tempo durante il quale Francesi e Tedeschi si sono periodicamente scannati, uno dei tanti conflitti, di certo non il più sanguinoso, ma sicuramente il più seguito dagli occhi di bue dei media internazionali. La guerra civile siriana ha fatto più vittime in venti mesi che la guerra dei Sei Giorni e la prima e la seconda Intifada messe assieme. Ma non si è vista traccia di indignazione per la Siria da parte di chi si straccia le vesti per Gaza, naturalmente: «An acquaintance of mine, a Syrian living in Beirut, wrote me in frustration about this last night. “We get very little interest from the international press compared to the Palestinians. What should we do to get more attention?”. My advice is to get killed by Jews. Always works.» (Jeffrey Goldberg per «The Atlantic», qui).

“Ascolta un cretino…”

Non è bastato un intero anno di insurrezione con alcune migliaia di morti. Sarà che Mubārak prendeva i soldi dagli Ammarigani, mentre Bashār al-Assad è sostenuto dagli antichi alleati, Russia e Cina, fatto sta che non si sono viste grandi manifestazioni di solidarietà alla rivolta siriana da parte della sinistra-sinistra (quella che “la Primavera Araba ci serva da esempio“, “saldiamo le lotte“, “Piazza del Popolo come Tahrir“, etc.). Da par suo, il Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Piano Richelieu D’Alema, che ha visitato nei giorni scorsi quelle plaghe sfortunate per conto della Fondazione Europea di Studi Progressisti, pare invece aver perso un po’ della vecchia simpatia per Assadino. Sembrano così lontani i tempi in cui, prima da Segretario del PDS e, soltanto quattro anni fa, da Ministro degli Esteri, D’Alema vedeva negli Assad (padre e figlio) due figure importanti…per la Pace in Medio Oriente. Non scherzava – l’ultimo che abbia visto D’Alema scherzare è stato Fabio Mussi ai tempi della FGCI. Ci credeva, come ora crede che la virata islamista seguita alle rivoluzioni arabe rappresenti la conferma di una sua vecchia idea, quella per cui con quelle simpatiche canaglie di Ḥamās è necessario trattare. Il che, in termini relativi, non sarebbe niente di che: Israele è riuscita a riavere Gil’ad Shalit vivo proprio trattando con Ḥamās. Quello che colpisce è piuttosto l’estremo candore che si accompagna sempre al machiavellismo radicale. Dice infatti Baffino nostro: « Rimuovere questo movimento con un esorcismo, mi sembra strampalato. C’è un indebolimento delle dirigenze moderate, anche fra i palestinesi prima o poi arriverà la primavera araba. Hamas non è più un movimento isolato: avrete notato che a Tunisi il nuovo governo ha invitato Khaled Meshaal, non Abu Mazen». Un po’ come all’epoca della bicamerale, no? « A rega’, svejjah! Berlusconi arivince de sicuroh, se dovemo da mette d’accordoh! ». Genio incompreso.