Archivi tag: memoria

Porto Maghera: la città sospesa e le sue storie

pm-1-800x540

C’è voluto il plastico del Genio Guastatori di Udine per abbattere la prima delle due torri della Vinyls di Porto Marghera, che proprio non ne voleva sapere di andar giù. È come se la fabbrica avesse fatto resistenza passiva alla voglia di oblio delle persone, ai loro tentativi di rimozione. La fabbrica scompare, rimane il dormitorio cresciutovi attorno. Una città? Non saprei. Certamente un pezzo di quella città anfibia che tra qualche mese, attraverso l’ennesimo referendum, potrebbe decidere di dividersi. Venezia non è la terraferma, Mestre non è Marghera, eppure assieme costituiscono la «città tao», il contenitore di opposti di cui parla Cristiano Dorigo, tra gli ideatori di El mostro e curatore, con Elisabetta Tiveron, di Porto Marghera – cento anni di storie 1917-2017. Un libro prezioso – aggettivo un po’ logoro, ma in questo caso esatto: prezioso perché raro – dedicato a quello che è stato il più grande insediamento industriale d’Italia, nel centenario della sua fatidica fondazione e nel pieno del suo declino. La vicina Venezia, un po’ madre, un po’ sorellastra, vive una decadenza diversa e ha un millennio di storie da raccontare, diffuse per ogni dove, fonte di fascinazione per artisti e letterati, oggetto di marketing turistico. I cent’anni di Marghera occupano invece uno spazio dell’immaginario assai più ristretto, eppure ricchissimo, a volerlo scoprire con la minima curiosità necessaria. Porto Marghera non è una storia del petrolchimico, né una raccolta di racconti a tema. È una sorta di sondaggio nella memoria collettiva, compiuto attraverso generi, stili e sensibilità molto diverse – dalla scrittura giornalistica al saggio storico, dalla testimonianza di chi è nato a pochi metri dalle ciminiere all’esercizio letterario che rivela una distanza incolmabile col soggetto narrato, dall’uso poetico dei luoghi alla loro pura descrizione didascalica, dalla ricostruzione simbolica all’elegia. La Porto Marghera del progresso, dello sfruttamento, del riscatto dalla fame, dei morti di cancro, del terrorismo, delle puttane di strada e d’appartamento, dei viaggi allucinanti dei migranti dentro a un container. Un’istantanea variopinta che rivela però un tratto comune a quasi tutti gli autori: un forte sentimento di rigetto per tutto ciò che è industria. È un riflesso condizionato che precede qualunque moda decrescista. Nasce dai morti nella fabbrica del CVM, il monomero del PVC, la plastica più usata nelle nostre case e in quelle di ogni casa d’Occidente. Nasce dalla sconfitta della classe operaia, dalla sua estinzione – parliamo sempre di Occidente, beninteso. Nasce infine dalla storia di un Paese moralmente, socialmente e politicamente arretrato, al quale alcuni decenni di sviluppo industriale hanno donato un certo benessere e un’illusione di modernità. Gli operai uccisi dal lavoro sono stati definiti spesso “vittime sacrificate sull’altare dello sviluppo”. È un’altra espressione trita, eppure del tutto esatta. Quelle vittime sono gli eroi di Marghera, come e più dei caduti della Grande Guerra – altro centenario importante – che morirono ammazzati per ragioni infinitamente più stupide – i confini, il sacro suolo patrio. Gli operai, veri protagonisti del libro, non sono stati inghiottiti, ahiloro, da un suolo sacro, ma dal Novecento degli idrocarburi. Non stupisce quindi che, nascosta com’è dietro a “Venezia grande malata”, Marghera interessi così poco a chi non ci abita. Ogni pietra della città storica viene sottoposta a tutela, mentre i pezzi della città-fabbrica sono destinati a diventare materiale di recupero o rifiuto speciale. Eppure, ai piedi delle rovine, la vita continua. La torre della Vynils è venuta giù, ma le case e i loro abitanti vecchi e nuovi sono ancora in piedi, accanto al terrain vague dei capannoni abbandonati, in quel luogo faticosamente in cerca di una nuova identità. La fatica è doppia, sospesa tra un passato scomodo e un futuro ancora tutto da scrivere.

Cento anni di Porto Marghera, 1917-2017, Helvetia Editrice 2017, a cura di Cristiano Dorigo ed Elisabetta Tiveron, testi di Beatrice Barzaghi, Maria Fiano, Nicoletta Benatelli, Gianfranco Bettin, Ferruccio Brugnaro, Annalisa Bruni, Alessandro Cinquegrani, Marco Crestani, Maurizio Dianese, Fulvio Ervas, Roberto Ferrucci, Paolo Ganz, Giovanni Montanaro, Massimiliano Nuzzolo, Tiziana Plebani, Gianluca Prestigiacomo

Contrassegnato da tag , , , , ,

A ciascuno il suo ricordo

19035458163_4d4a13aa8e_k-800x540.jpg

Il cimitero di San Martino, a Lussinpiccolo, si trova a pochi metri dalla spiaggia di scogli dove restiamo tutto il giorno a rosolare. Non siamo in molti ad avere l’idea di visitarlo. Due bagnanti ci sono finiti per sbaglio, a giudicare dai loro sguardi. Non si spingono molto più in là del cancello e, dopo una distratta panoramica, tornano sui loro passi. In fondo a un vialetto, una vecchina accaldata dal sole ancora alto finisce di pulire una lapide, sciacqua e riempie un vaso in cui sistema dei fiori freschi e si allontana. Rimasto da solo, prendo a esplorare il camposanto, scorrendo i nomi sulle lapidi, senza cercare nulla in particolare, immaginando le storie che quei libri di pietra suggeriscono. Le tombe monumentali dei Cosulich, dei Tarabocchia e delle altre famiglie di armatori – oggi sparse tra Trieste, Venezia, Genova e il resto d’Italia – dicono della straordinaria epopea della marineria lussignana. Sul muro di cinta, non troppo in vista, sono cementati dei frammenti di lapide: l’«avello lacrimato» della Contessa Batthyany, «nata Baronessa S[…]Illiere» a Parigi e, immaginiamo, impalmata da un nobile ungherese (nella Doppelmonarchie, Fiume e il Quarnaro erano del resto il litorale del Regno d’Ungheria), quello di Josef Neumayer, nato a Vienna o di «Simone Cosulich di Simone, capitano di mare, d’anni 68». I cognomi sono quelli di tutta l’ex-Jugo, anzi di tutto l’Impero. Italiani, croati, austriaci, serbi, albanesi, abitanti di quest’isola dell’Adriatico, arrivati tutti da qualche parte, per motivi e in momenti diversi. Tutti quanti migranti, a risalire abbastanza indietro nella storia o nella preistoria. Genti negli ultimi secoli abituate alla mobilità di una linea inesistente detta confine. L’isola resta ferma, il confine la scavalca, una volta di qua, l’altra di là, e faccia attenzione chi non si trova dalla parte giusta. A volte, quel salto è stato più violento che in altre. Il 10 febbraio del 1947, il trattato di pace tra vincitori e vinti della Seconda Guerra Mondiale consegnò Istria, Fiume, Quarnero e Dalmazia alla Jugoslavia di Tito, dando inizio a quell’esodo che il Giorno del Ricordo dovrebbe commemorare. Settant’anni dopo l’esodo, e tredici dopo l’istituzione di questa solennità civile, la questione del confine orientale è ancora fonte di una polemica violenta che certamente la nuova mania sovranista non contribuisce a placare. La ricorrenza è di per sé nata assai male, più che da una doverosa – e tardiva – urgenza condivisa, dalla volontà della Destra di costruire un ambiguo contraltare al Giorno della Memoria, cui si è unita gran parte della Sinistra in un frettoloso impeto di riconciliazione nazionale. Il risultato è ogni anno più deprimente. Sarebbe stato bello e utile disporre di un giorno in cui far conoscere agli Italiani, perlopiù totalmente ignari, la ricchezza e l’importanza dell’esperienza storica giuliano-dalmata, traendo qualche importante insegnamento dalla sua tragica conclusione. Troppo bello e del tutto irrealistico, se non si sono mai fatti i conti con la propria Storia, lasciandola ostaggio della politica. Ecco quindi che il 10 febbraio diventa il giorno in cui la fascisteria di ogni osservanza può fare capolino agitando il randello retorico delle foibe e tentando l’equiparazione di foibe e Shoah. Citiamo soltanto un intellettuale quotato come Umberto Smaila: «gli infoibati ammazzati dai comunisti titini non hanno mai avuto la stessa considerazione di cui hanno goduto gli ebrei ammazzati dai nazisti nei campi di concentramento». Il fascismo ha distrutto la Venezia Giulia e la Dalmazia tre volte: la prima col nazionalismo e la pulizia etnica antislava, la seconda, come neofascismo, parassitando la “questione adriatica”, la terza accentrando ogni tentativo di riflessione sulla questione delle foibe. II testo stesso della legge che istituisce il Giorno del Ricordo recita del resto così:

«La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale «Giorno del ricordo» al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».

«La più complessa vicenda» viene per ultima. Il dibattito pubblico è inesorabilmente schiacciato sulle foibe, sulla conta dei morti, su questioni che andrebbero riservate agli studiosi e tenute lontane dai pollai dei talk show, e polarizzato – ancora – tra fascismo e comunismo. C’è poi chi, soprattutto nella c.d. Sinistra antagonista, si fa carico di rispondere ai foibomaniaci destrorsi, ma lo fa nel peggior modo possibile, minimizzando la realtà degli infoibamenti e facendo dello squallido revisionismo sull’intera questione giuliano-dalmata.Tra i due poli, una maggioranza di Italiani pigri e ignoranti che nulla sanno dei luoghi d’origine di Niccolò Tommaseo, di Sergio Endrigo o di Valentino Zeichen. A Pola, a Fiume, a Zara e a Lussino la cultura italiana ha prosperato, lo ha fatto in un ambiente multiculturale, meticcio e aperto al mondo ed è morta di nazionalismo. Questa, a mio avviso, è la lezione più importante che gli Italiani dovrebbero imparare, prima del prossimo disastro.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Ricordare tutto, ricordare bene

Esuli istriani in partenza da Pola col piroscafo “Toscana”, 1947

I confini difficili ti parlano della loro Storia anche se non glielo chiedi. Così, quando abitavo a Trieste, aspettando l’autobus in piazza Goldoni, vedevo davanti a me, tutti i giorni, l’insegna della sede dell’Unione degli Istriani. E ricordo il disappunto di un’amica croata di fronte all’uso di chiamare Fiume la sua città, Rijeka. Cioè, Fiume, appunto. « Sono passati tanti anni, basta! », diceva. Obiettavo, senza successo, che mi pareva naturale chiamare un certo luogo col toponimo posseduto storicamente dalla mia lingua, senza per questo avere pretese territoriali su quel luogo. D’altronde, mi sembrerebbe ridicolo dover dire “vado un paio di giorni a London” oppure “Greta è di München”, così come ho trovato fastidioso e un po’ straniante sentire il velista padano, in vacanza nelle meravigliose isole del Quarnaro, insistere sul fatto che lui fosse stato a Krk, non a Veglia. Questo genere di questioni riempie migliaia di pagine nei testi di Geografia Culturale, ma alla maggior parte della gente basterebbe un po’ delle vecchie Storia & Geografia ben insegnate. A titolo di esempio, mi domando se il coglioncello che ha sentito l’urgenza di fare il suo tweet del cazzo nel Giorno del Ricordo sappia collocare Trieste e l’Istria sulla cartina geografica:

(Al coglioncello potrebbe far bene leggere la storia di Eugenio Galandauer e degli altri Ebrei fiumani salvati da alcuni giusti in Romagna. Italiani e Fiumani, ma privati della cittadinanza in quanto ebrei).

Non che le testimonianze e una buona storiografia salvino dalle rimozioni, dalla memoria selettiva e dalle strumentalizzazioni politiche. Ma queste diventano pane quotidiano soprattutto in un Paese ignorante, che non ha mai fatto seriamente i conti con le proprie vicende più tragiche, e che vive il passato, più ancora che il presente, come una partita di calcio, dalla curva dello stadio, trombe in mano. Foibe! Sappiamo come sia facile far coagulare una polemica attorno ad una parola divenuta simbolo. Così ricoperta dagli slogan, la parola diventa un oggetto enorme, minaccioso, dietro al quale scompare il referente, ossia la storia che andrebbe studiata e raccontata. Per sessant’anni, gli infoibamenti del ’43-’45, e in generale le vicende del confine orientale, sono diventati quel tipo di oggetto, randello polemico usato dalla Destra in chiave anticomunista, da opporre al silenzio di buona parte della Sinistra. A chi voglia imparare qualcosa sull’argomento, consiglio il fondamentale Foibe, di Raoul Pupo e Roberto Spazzali. Costa poco e dice molto, con grande rigore. A titolo di introduzione, vi consiglio anche di leggere due articoli (che trovate qui e qui) a firma dello stesso Pupo.

Sarebbe però a mio avviso un male se questo giorno, istituito un po’ frettolosamente, diventasse “il giorno delle foibe”. Oggi si deve ricordare soprattutto l’Esodo, e cioè la traumatica frattura dell’esperienza storica giuliano-dalmata, e occorrerebbe farlo possibilmente senza che il trauma oscuri e cancelli la memoria positiva di quella cultura. Si è cominciato a capire che l’interesse per la storia della Venezia-Giulia e della Dalmazia non ha nulla a che fare con l’essere fascisti o col coltivare deliranti revanches nazionalistiche, e che la fascinazione per la civiltà “veneta” prosperata sulle sponde orientali dell’Adriatico non può essere confusa con i deliri di leghisti nostalgici e serenissimi imbecilli. Fanno veramente pena, fascisti e leghisti, fingendo di ignorare il carattere cosmopolita di quei luoghi (ridotti a provincia periferica da Mussolini) o l’importanza del Veneto da mar in quanto lingua franca di tutto il Mediterraneo (così lontano dall’idea piccola e meschina della lingua inventata per il kapannonistan veneto).

Il “Golfo di Venezia” in una carta di Vincenzo Maria Coronelli

A titolo di simbolico e personalissimo tentativo di risarcimento per quelli che, lasciate le loro case e le loro vite laggiù, trovarono una madrepatria assai matrigna, ignara e indifferente, dedico il 10 febbraio su flaneurotic – sempre che il blog sopravviva alla mia patologica incostanza – al ricordo positivo della cultura giuliano-dalmata. Sarà un contributo molto semplice, in cui mi limiterò a menzionare un celebre (o meno celebre) istriano, fiumano o dalmata. Quest’anno, appena terminate le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità, mi pare doveroso iniziare con l’illustre letterato e patriota Niccolò Tommaseo, autore del celeberrimo Dizionario della Lingua Italiana, nativo di Sebenico (cioè Šibenik…). L’immagine di Tommaseo è una presenza quotidiana, qui a Venezia: la sua statua in Campo S.Stefano viene simpaticamente identificata come “el Cagalibri“…

Ecco cosa scriveva nel 1848 in Delle nuove speranze d’Italia (non ditelo: quelle speranze rimangono nuove nel 2012):

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,