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Apocalittici, ma integrati

Quando chiedi chiarimenti in merito alle opinioni contenute in un testo e l’unica risposta che ottieni è un riassuntino, un condensato a misura di analfabeta funzionale, ti sorge il dubbio di non essere considerato intellettualmente all’altezza del tuo interlocutore. In questo caso, tuttavia, il riassunto del pezzo che il manager Marco Giovanniello ha pubblicato su Gli Stati Generali risulta particolarmente ben fatto e quindi utilissimo, volendo risparmiare tempo:

Un bambino nato più o meno davanti alla casa dove è nato mio padre è arrivato a New York, dove i suoi genitori si sono inseriti, perché avevano capacità lavorative e l’hanno fatto studiare. Lui è arrivato in cima a paperopoli. I disgraziati che arrivano con i barconi non arriveranno mai a nulla innanzitutto perché il Paese non è aperto, destra o sinistra non cambia, è familista, ma perché in media non sanno fare assolutamente niente e dunque non c’è assolutamente alcuna possibilità che diventino cittadini “medi”, possono soltanto essere assistiti e mantenuti in eterno (reddito di non-cittadinanza?), alcuni finiranno a delinquere.

Il bambino citato dall’autore è Carmine di Sibio, capintesta di una delle più grandi società di consulenza e revisione a livello mondiale e la sua storia rappresenterebbe un esempio di come nell’America della meritocrazia, dove «le regole dell’immigrazione […] sono fatte rispettare», un figlio di poveri immigrati campani possa aspirare a diventare membro dell’élite, mentre qui da noi, dove si praticherebbe l’«accoglienza che piace tanto alle nostre anime buone, dal sindaco di Riace ai CARA», i disgraziati arrivati sui gommoni non avrebbero alcuna speranza perché «in media non sanno fare assolutamente niente». Non si sa che cosa sapessero fare i genitori di Di Sibio una volta arrivati negli States, sappiamo solo che il loro figliolo è riuscito a frequentare una prestigiosa università privata e un ancor più prestigioso master in bisinìss, come si dice a Broccolino, forse grazie a una borsa di studio, al sistema dei grant sul quale si regge l’istruzione superiore in USA. Giovanniello non sfiora nemmeno la questione, non ritenendola importante, e preferendo piuttosto lanciarsi in analisi del fenomeno migratorio in Italia, che, a detta dell’autore

non è più di persone che accettano di “fare i lavori che gli Italiani non vogliono più fare”, con scarsissime possibilità di avanzamento sociale per sé e per i propri figli, ma è di persone senza istruzione, senza skills, come direbbero i colleghi di HR, che sono funzionali ad una politica assistenzialistica che costa al cittadino medio, prima invece abituato a guadagnare dalla presenza dell’immigrato che raccoglieva i pomodori in nero, faceva la colf, il turno di notte, l’operaio in fonderia, la badante o magari la prostituta, sempre a quattro soldi.

Questo passo mi ha particolarmente colpito. L’autore dice che un migrante di oggi, privo di skill – le famose competenze – non potrà mai arrivare a dirigere una grande azienda, mentre i migranti di ieri disponevano sì degli skill, ma in buona sostanza si accontentavano di fare i lavori più duri – badante o prostituta, per Giovanniello fa lo stesso? – e non aspiravano nemmeno a un qualche riscatto sociale per i propri figli. Oggi, i disperati che arrivano dalla Libia non hanno alcuna speranza di occupare «cattedre universitarie, primariati in ospedale, alti gradi della Magistratura», e mica per la profonda iniquità di questo paese, ma perché «nemmeno nei “salotti della sinistra» si vogliono «lasciare posti prestigiosi ai figli di migranti come Carmine Di Sibio, invece che ai propri figli». Se quest’accozzaglia di pensieri confusi, assai poco aderenti ai fatti ed espressi in una prosa vagamente “retequattrista”, come direbbe Sergio Scandura, provenisse da un salvinotto qualunque, ogni commento risulterebbe superfluo. Il problema è che Giovanniello, che non conosco personalmente e che mi serve solo come esempio di un diffuso stile di ragionamento, per così dire – potete sostituite il suo nome con quello di Alberto Forchielli – non è un populista, ma un liberal-liberista, in apparenza nemico della deriva sovranista che stiamo vivendo. Parrebbe che per questi signori i migranti non abbiano speranza di occupare ruoli apicali, e nemmeno di diventare “cittadini medi” con lavori e stipendi medi, ma soltanto di percepire un sussidio o di andare a spacciare. Questi migranti, ecco la tesi implicita, sarebbe meglio che stessero a casa loro. Ora, non pretendo certamente che i sedicenti liberali di questo paese abbandonino il loro storico moderatismo, ma mi domando dove sia finita quell’attenzione ai fatti e quel buon uso della Ragione che personalmente considero un prerequisito per affrontare il dibattito pubblico senza passare da esagitati grillini. La risposta potrebbe essere molto semplice ed estremamente inquietante: le idee, ideologie o idealità che dir si voglia, non c’entrano nulla, sono semplici costumi di scena di una tragicommedia alla quale il cretinetti populista crede di partecipare con profitto. A voler leggere tra le righe, l’intervento di Giovanniello su GSG non parla solo dei migranti, ma di chiunque sia in varia misura incompetente e inattrezzato alla competizione, parla della grande illusione – o bugia – secondo cui nelle società postindustriali d’Occidente la skill economy e i “nuovi saperi” potranno offrire un impiego a più di una piccolissima frazione della quota attuale di occupati. In questo senso, il migrante è semplicemente l’ultimo arrivato, il soggetto col quale le democrazie d’Europa e d’America possono liberamente usare l’arma del confine senza che le coscienze dei loro bravi cittadini ne siano minimamente scosse. Il migrante è l’altro da noi, e non sarà mai come noi perché, ecco l’implicita verità apocalittica dell’articolo, nemmeno la maggior parte di noi un giorno non lontano lo sarà più. Altri tipi di confini, non territoriali, esistono già da tempo, altri ancora verranno tracciati. Sarebbe certo magnifico se il “cittadino medio” capisse una buona volta che la chiusura che manifesta verso i migranti ricadrà in testa ai suoi figli tra pochi anni. Per farlo, dovrebbe recuperare un minimo di lucidità, il che al momento è impossibile. È esattamente su questo terreno che avviene l’incontro tra il “liberale” italiota e il sovranista leghista o grillino. Del resto, lo schema del fascismo classico si riassume nella difesa dello status quo fatta su due fronti, quello interno, conservatore, con le sue contese tra varie componenti dell’establishment, e quello esterno, rivoluzionario, con la periodica mobilitazione della folla. Non si tratta di un paradosso, ma di un’azione scenica, di una finzione a cui milioni di babbei hanno creduto un secolo fa come oggi. Le fesserie futurologiche del clan Grillo-Casaleggio, il putrido nazionalismo, la xenofobia, il terrorismo securitario di Salvini, il clientelismo straccione e il neocorporativismo di Di Maio sono i numeri del grande spettacolo che ci viene offerto mentre le nostre classi dirigenti profetizzano disastri provocati in gran parte dalla loro inspienza e dalla loro arroganza – l’esempio della Brexit dovrebbe aver insegnato qualcosa.


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Ritorni di fiamma

Il primo (moderato e momentaneo) ritorno di fiamma è quello del sottoscritto per l’operato di Matteo Renzi. È un po’ lo spirito di contraddizione a muovermi, lo stesso che mi ha portato a scegliere Renzi alle primarie.  Non posso in alcun modo seguire la sinistra del partito nella levata di scudi contro una riforma del lavoro della quale ancora non esiste un testo definitivo, ma che sembra comunque andare nella direzione che molti di noi cani sciolti – e precari – considerano sensata. Ed ecco l’altro ritorno di fiamma: quello di una Sinistra e un sindacato nella migliore delle ipotesi incapaci di affrontare la realtà e, nella peggiore, impegnati più nella difesa delle proprie posizioni di potere che non in quella degli interessi dei lavoratori (presenti e futuri). La preventiva minaccia di grandi mobilitazioni è giunta assieme all’immancabile evocazione di un «autunno caldo». Fu l’autunno caldo propriamente detto, quello del 1969, apice di una fibrillazione operaia che il sindacato stesso faticava a governare, a spingere sindacalisti e giuslavoristi di area socialista come Giacomo Brodolini e Gino Giugni a pensare lo Statuto dei lavoratori, una legge che potesse finalmente regolare il diritto alla rappresentanza e all’attività sindacale, in un’epoca in cui ancora si veniva licenziati per il solo fatto di distribuire volantini ai cancelli della fabbrica – questo non lo dobbiamo mai dimenticare. Lo Statuto, tuttavia, nasceva in qualche modo già vecchio. L’ultima grande lotta operaia del Novecento italiano fu infatti condotta proprio sul crinale tra due diverse epoche produttive. Subito dopo l’approvazione della legge iniziava infatti quella lunga fase di ristrutturazione industriale, fatta di esternalizzazioni, di decentramento e di atomizzazione del lavoro che arriva sino ai giorni nostri e disegna un mondo del tutto nuovo. (Qualcuno, nella sinistra c.d. operaista, coglie l’importanza di queste trasformazioni, ma il clima ideologico di quegli anni trasforma presto quelle intuizioni nei deliri dell’autonomia operaia, con gli esiti che sappiamo).

Quarant’anni dopo l’approvazione dello Statuto, in un Occidente in cui il fordismo è finito e sono quasi scomparse le grandi industrie, in un paese in declino, indebitato, senza lavoro, sembra che tutto il dibattito debba ancora ruotare attorno allo Statuto, per sineddoche ridotto al solo articolo 18. Nessuno è ancora riuscito a dimostrare in modo inoppugnabile che le poche decine di vertenze l’anno che riguardano l’art.18 – una minima parte di tutte le cause portate davanti ai giudici del lavoro – siano un freno alla produttività o agli investimenti stranieri. A me riesce difficile crederlo, ma del resto chi ha mai detto che «i mercati» siano guidati dalla razionalità? D’altro canto, mi riesce altrettanto difficile considerare l’art.18 una sorta di baluardo di civiltà, a meno che non ci si riferisca a una “civiltà” nella quale il lavoro sia diviso per caste: non hanno mai goduto della tutela dell’art.18 le decine di migliaia di lavoratori interessati dai licenziamenti collettivi frutto di crisi e ristrutturazioni, né i lavoratori autonomi – che peraltro non godono nemmeno di ferie e malattia pagate, non ne hanno goduto gli operai delle migliaia di microimprese terziste ai quali si devono il “miracolo del Nord Est” e il successo di tanti distretti produttivi in Italia, né, tantomeno, chi lavori in nero in zone dove spesso al “sommerso” non esiste alcuna alternativa. Raramente ne hanno goduto le persone della “generazione X”, cui appartengo, e di quella successiva – ammesso e non concesso che un ventenne medio abbia la benché minima idea di cosa sia l’art.18 e di cosa faccia un sindacato.

Il tema di fondo, che va in effetti ben al di là della «possibilità di licenziare», è quello di un problematico cambio del paradigma col quale il movimento sindacale ha immaginato – e contribuito a disegnare – i rapporti giuridici tra lavoro e capitale. Il passaggio è in buona sostanza quello dalla contrattazione collettiva a quella individuale, dal potere di negoziazione della classe operaia all’ [aaargh!] employability del singolo percettore di reddito. Si tratta, come i critici credono, di un passo indietro, o di una sfida a cercare strumenti nuovi? Quando parliamo di interesse dei lavoratori, stiamo pensando in termini di massa o in termini di individui? Il fine di un’azione politica e sindacale “di sinistra” non consiste nel garantire diritti e benessere degli individui? Non è così facile prendere posizione su questioni complesse in cui si intrecciano – e confondono – diritti e interessi, effetti economici e ricadute sociali, opposte visioni ideologiche e problemi etici. Io stesso, appena due anni fa, nel momento in cui Monti andava parzialmente a toccare l’articolo, scrivevo che l’articolo non andava toccato. Mi lasciava perplesso l’insistenza ossessiva per una faccenda di natura soprattutto simbolica. La situazione di oggi è assai simile: stiamo parlando di un «segnale da dare ai mercati» e a Bruxelles. Dal punto di vista dell’attuale maggioranza, il segnale è diretto anche alle varie componenti del centrodestra e viene accolto come vittoria storica da quella parte della diaspora craxiana (i Sacconi, i Brunetta) che di queste materie ha fatto una bandiera, credo più per tigna revanscista che per convinzione profonda. Sul fronte opposto, è comprensibile che un sindacato cui non la politica, ma la realtà stessa delle forze produttive sottrae giorno dopo giorno il ruolo e il peso politico voglia battere sulla questione dell’art.18. Basta sia chiaro che non sempre l’interesse dell’organizzazione e quello del lavoratore coincidono. A lasciarmi perplesso è invece l’opposizione interna al Partito Democratico, visto che gli stessi soci della “Ditta” non considerano davvero la faccenda più che un fatto di principio, una «questione simbolica importante» – parole di Gianni Cuperlo – che sembra nascondere la frustrazione derivante dal non aver potuto guidare personalmente il cambiamento e dal vederlo invece guidato dagli ultimi arrivati.

In un certo senso, l’arrivo dei renziani in casa PD assomiglia all’ascesa della borghesia alle spese di un’aristocrazia declinante. I membri di quell’aristocrazia di sinistra, i più lungimiranti tra i vecchi “ragazzi della FGCI” che un quarto di secolo fa hanno accompagnato il passaggio della sinistra marxista al riformismo, avevano compreso il tipo di trasformazione epocale subita dal lavoro organizzato già all’epoca in cui Matteo Renzi viveva il suo (primo) quarto d’ora di celebrità alla Ruota della Fortuna. Ciò che è mancato non è stata la capacità di analisi, ma la volontà, la capacità o la possibilità di tradurre le analisi in soluzioni. Gli errori sono stati molti e altrettante le circostanze storiche sfavorevoli. Certamente l’elitismo del ceto dirigente ex-PCI e la sua scarsa attitudine alla comunicazione hanno impedito di spiegare alla propria base la necessità delle riforme del lavoro. Dall’altra, la mutua dipendenza politica tra lavoro sindacalizzato e partiti della sinistra ha fatto temere grandi perdite di consenso – che si sono poi verificate ugualmente. Ma non possiamo nemmeno dimenticare la natura fragilissima delle maggioranze di quegli anni, messe a rischio dai ricatti di Rifondazione (partito nel quale ho militato, prima della “svolta liberale” alla quale è giunto di recente anche il mio segretario di allora). In un contesto di questo tipo era forse inevitabile che la Ditta preferisse impegnare le proprie energie su altri fronti, dalla coesistenza con Berlusconi alla scoperta dei salotti buoni della finanza, tra “capitani coraggiosi”. Peccato che, sul piano del lavoro, sia stato proprio il coraggio a mancare. Quella stagione ha prodotto solo riforme parziali – ricordo il co.co.co previsto dal “pacchetto Treu”, il mio primo contratto – che per la loro incompletezza hanno contribuito a creare l’attuale giungla contrattuale e nuove situazioni di disuguaglianza. La stessa c.d. legge Biagi avrebbe potuto benissimo essere concepita in un governo di centrosinistra, anziché nel lunghissimo Berlusconi II e, più di recente, l’idea di flexycurity, che dovrebbe finalmente aggiungere le tutele alla flessibilità, veniva rivendicata proprio dagli attuali oppositori del Jobs Act. Il vituperato Pietro Ichino sul suo sito web offre un’utile rassegna di posizioni di questo tipo, ma l’incoerenza di certi leader del centrosinistra è riassunta ancor meglio dal filmato del (magnifico) intervento di Massimo D’Alema al II congresso PDS che i solerti PR renziani hanno diffuso in questi giorni:

C’è quindi stato un momento, alla fine degli anni Novanta, in cui la Sinistra ante (e anti) Renzi pensava di fare più o meno le stesse cose che Renzi tenta di fare oggi. Forse le avrebbe fatte anche meglio, chi può dirlo? Forse potrebbe ancora partecipare al cambiamento in atto, farne parte, far sì che in quel cambiamento rimanga una traccia di quanto di buono c’è nella storia della Sinistra italiana. Purtroppo, per ora, l’impressione è quella di un eterno ritorno, di una coazione a ripetere gli stessi errori.

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