Il buon padre di famiglia

Dice Salvini che Carola Rackete, comandante della Sea Watch, sarebbe solo una ricca “sbruffoncella” a capo di una banda di “sequestratori”, “pirati” e “vigliacchi” che, non trovando altro modo di occupare il proprio tempo, avrebbero deciso di “venire a rompere i coglioni da noi”. Inutile soffermarsi sull’eloquio del nostro Ministro dell’Interno, un residuo lascito del leghismo prima maniera che non stupisce più nessuno. È il nuovo lessico delle istituzioni a cui siamo ormai abituati, un linguaggio da bar, tra l’epigastrico e il biliare, e del resto il video in cui vediamo il Ministro dell’Interno vomitare i suoi insulti è girato proprio in un bar, due bei ripiani illuminati pieni di superalcolici sullo sfondo mentre un altro avventore – l’anziano gazzettiere Vittorio Feltri – ascolta annuendo, pronto a offrire il quarto whiskino. Il salviniano medio si riconosce perfettamente in questi modi da bullo e adora l’idea che il nostro Ministro dell’Interno possa insultare e minacciare con la galera una giovane donna impegnata a salvare delle vite umane di seconda classe – poveri e pure neri, talento calcistico da verificare – che hanno la faccia tosta di venire a cercare una vita migliore a nord di Lampedusa. “Tedesca, vegana e ricca”, titola “Libero” e, in effetti, più ancora che la tentata violazione del Sacro Confine della Patria è ovviamente il tema dei soldi, dei danè, degli schei ad essere centrale. Versione aggiornata della vecchia tiritera sui “comunisti con la barca”, questa ossessione per il “giro d’affari” attorno alla questione dei migranti – i tremila euro da pagare ai passeur, i “telefonini ultimo modello”, il business delle ONG, delle cooperative e naturalmente di Soros – è rivelatrice non soltanto dei pregiudizi e della grettezza di tanti nostri connazionali o di quello che i populisti cosiddetti di sinistra considerano odio di classe mal indirizzato, ma comunque “recuperabile”. A ben vedere, il nucleo profondo nella polemica sull’immigrazione è rappresentato dalla questione della ricchezza e del suo carattere volatile, dalla possibilità che anche dei fuori casta dalla pelle scura possano accedervi e passare, come è stato per il salvinotto medio, dalla condizione di cafone a quella di cafone arricchito, e soprattutto dal rischio che dall’oggi al domani tutta questa sudata roba svanisca nel nulla. Il salvinotto peggiore non è il sottoproletario abbrutito dalla sfiga, ma il piccolo borghese sino a ieri fortunato, quando non fortunatissimo. Costui non è mosso dall’odio cieco di chi non capisce nulla del mondo e dei rapporti di forza che lo governano, ma proprio dalla sua autocoscienza di arricchito, dalla terribile consapevolezza di non valere più quello che un benessere fatto di case, macchine, vestiti, cene, viaggi (“e de tutti i cazzi che ve se fregheno”, per citare Alberto Sordi), pur in via di esaurimento, starebbe a dimostrare, dalla paura di non poter sopravvivere nel mare aperto del mondo globalizzato, abituato com’è al piccolo cabotaggio, di non potersela cavare, stavolta, con la sua parlantina di paesano furbo nella competizione con alcuni miliardi di uomini e di donne più furbi e soprattutto più disperati di lui, che lo hanno sostituito o lo sostituiranno nel gran gioco delle merci e dei commerci. Ecco allora quello che i raccattavoti e i giornali loro sottopancia definiscono sinteticamente “bisogno di sicurezza”, che è più esattamente un bisogno di rassicurazioni sul proprio valore, di una carezza materna e di una voce che ti ripeta, mentendo “non ti preoccupare, va tutto bene, sei sempre il più bravo e il più bello e il papà terrà l’uomo nero fuori dalla porta”. È un bisogno che tutti avvertiamo almeno una volta durante la vita adulta. Che esso si possa accompagnare alla crudeltà di chi augura ai migranti di morire affogati non sorprende, perché anche i bambini possono essere molto crudeli. Figuratevi quanto possano esserlo quei “sessanta milioni di figli” che hanno scelto Matteo Salvini come padre adottivo.

La faticosa terza via tra la sinistra degli indifferenti e quella dei supponenti

“Senti, ma adesso che c’è Zinga e i renziani sono all’angolo, la rifai la tessera del PD? Io ci sto facendo un pensierino…”.

Ti vorrei spiegare due cosucce, caro compagno. Sì, è probabile che torni a iscrivermi nuovamente al partito, temo però che il tuo pensierino sia affatto diverso dal mio. Nemmeno nei momenti di maggiore distanza ho mai pensato alle politiche del PD a guida renziana come a qualcosa di inaccettabile perché sideralmente lontano da quello che – qui e ora – dovrebbe fare una sinistra di governo. La rottura è arrivata soltanto con Minniti e Orlando, coi loro “decreti sicurezza”, col codice imposto alle ONG e con gli accordi coi clan libici per tenere i migranti in gabbia. Come avevo spiegato a quelli del mio circoletto, ho lasciato il partito, pur continuando a votarlo, in dissenso sulla questione dei migranti, per me fondamentale, anche simbolicamente. Non me ne sono certo andato perché “quello lì” si era preso le chiavi della Ditta. Quelle chiavi, col mio voto, gliele avevo consegnate di buon grado. Il problema delle chiavi è un problema tuo, caro compagno dall’incorrotto pedigree berlingueriano, che però sui migranti non hai fiatato. Non ti è venuta alcuna crisi di coscienza o, se ti è venuta non l’hai manifestata pubblicamente. Puoi consolarti dicendo che nemmeno i bravi cattolici iscritti come te al partito hanno criticato le politiche di Minniti, nonostante le giuste reprimende del loro Papa e del loro parroco. Riservate ad altro la vostra indignazione, evidentemente. L’hai capito già, rifarei la tessera anche solo per venire alle riunioni a leggervi i referti medici dei sopravvissuti ai campi libici, che parlano di stupri, frustate, bastonature, scariche elettriche e altre piacevolezze. Ma non tornerò per questo – non mi serve la tessera per partecipare alle riunioni dei circoli, aperte “a tutti i simpatizzanti”. Rientrerò nel PD perché continuo a pensare che un grande partito di centrosinistra, anche nato male, anche diviso da una guerra per bande, anche zeppo com’è di stupidi intrallazzoni e arrampicatori di provincia, sia l’unico strumento politico utile a tenere assieme i cocci di questo paese e a impedire che si ripeta l’esperienza dell’attuale governo, nato grazie alla paranoia xenofoba e all’ansia di sostituzione che ha investito l’Italia. Purtroppo, a pensarla come me, nel mio intorno più prossimo, siamo davvero in pochi. La vasta maggioranza dei miei amici e conoscenti, nonché la totalità degli scrittori vicini alla cosiddetta “area dei movimenti” – la quale, contando i militanti antifa, le professoresse democratiche e gli storici dell’arte fiorentini, rappresenta del resto la maggioranza dei lettori forti di questo paese – considera il Partito Democratico una lebbra dalla quale tenersi ben distanti. Tra Minniti e Salvini non c’è alcuna differenza, dicono gli amici, i conoscenti e gli intellettuali di cui sopra. Io invece credo a quella differenza, pur continuando a rifiutare la linea tracciata da Minniti. Realisticamente, non mi aspetto autocritiche o ripensamenti profondi da parte di questa o di qualunque futura dirigenza PD. A non farmi sentire troppo solo nel primo partito della Sinistra italiana bastano le posizioni individuali di Pierfrancesco Majorino e di Matteo Orfini, ad esempio. Il problema della rincorsa suicida alla Destra rimane, è inutile negarlo. Vivrò con questa contraddizione, non certo serenamente. Otterrò forse il disprezzo di tante vecchie conoscenze rimaste molto più a sinistra di me. Pazienza. Non posso fare a meno di chiedermi, tuttavia, se questi compagni siano consci delle loro contraddizioni e se davvero siano convinti della loro superiorità morale. Ricordo che quando il Colonnello Gheddafi, sempre indeciso se autoproclamarsi leader panarabo, panislamico o panafricano, lasciava le sue milizie libere di organizzare vere e proprie spedizioni schiaviste e razziste negli stati confinanti e apriva quegli stessi lager di cui oggi ci scandalizziamo, la Sinistra dei Puri era ben disposta a chiudere un occhio. Di fronte all’etichetta “socialista” della Jumhuriya, di fronte alle memorie della resistenza libica al fascismo prima e agli Americani poi, ogni contraddizione sul versante umanitario diventava secondaria – come da tradizione marxista-leninista, del resto. E quando il tripolino Parlato, sulle pagine del Manifesto, continuava a scrivere un gran bene del Colonnello e salutava con favore l’accordo con Berlusconi, accordo con quale si volevano chiudere i conti col passato coloniale e soprattutto si voleva garantire che il “cane pazzo” tenesse i migranti lontani dai nostri confini, pochi a sinistra trovavano il coraggio di contraddirlo rovinando quel magnifico quadretto di collaborazione euromediterranea. Non molti anni dopo, caduto il dittatore, gli antimondialismi di sinistra e di destra hanno poi trovato proprio sulla questione libica – e su tutte le fallite rivoluzioni del mondo arabo, Siria in testa – l’occasione di una saldatura tattica, coi soggetti residuali della sinistra radicale destinati a difendere macellai come Assad e Putin e a fare le mosche cocchiere del sovranismo. Non esattamente la posizione migliore per impartire lezioni sui diritti umani.        

Apocalittici, ma integrati

Quando chiedi chiarimenti in merito alle opinioni contenute in un testo e l’unica risposta che ottieni è un riassuntino, un condensato a misura di analfabeta funzionale, ti sorge il dubbio di non essere considerato intellettualmente all’altezza del tuo interlocutore. In questo caso, tuttavia, il riassunto del pezzo che il manager Marco Giovanniello ha pubblicato su Gli Stati Generali risulta particolarmente ben fatto e quindi utilissimo, volendo risparmiare tempo:

Un bambino nato più o meno davanti alla casa dove è nato mio padre è arrivato a New York, dove i suoi genitori si sono inseriti, perché avevano capacità lavorative e l’hanno fatto studiare. Lui è arrivato in cima a paperopoli. I disgraziati che arrivano con i barconi non arriveranno mai a nulla innanzitutto perché il Paese non è aperto, destra o sinistra non cambia, è familista, ma perché in media non sanno fare assolutamente niente e dunque non c’è assolutamente alcuna possibilità che diventino cittadini “medi”, possono soltanto essere assistiti e mantenuti in eterno (reddito di non-cittadinanza?), alcuni finiranno a delinquere.

Il bambino citato dall’autore è Carmine di Sibio, capintesta di una delle più grandi società di consulenza e revisione a livello mondiale e la sua storia rappresenterebbe un esempio di come nell’America della meritocrazia, dove «le regole dell’immigrazione […] sono fatte rispettare», un figlio di poveri immigrati campani possa aspirare a diventare membro dell’élite, mentre qui da noi, dove si praticherebbe l’«accoglienza che piace tanto alle nostre anime buone, dal sindaco di Riace ai CARA», i disgraziati arrivati sui gommoni non avrebbero alcuna speranza perché «in media non sanno fare assolutamente niente». Non si sa che cosa sapessero fare i genitori di Di Sibio una volta arrivati negli States, sappiamo solo che il loro figliolo è riuscito a frequentare una prestigiosa università privata e un ancor più prestigioso master in bisinìss, come si dice a Broccolino, forse grazie a una borsa di studio, al sistema dei grant sul quale si regge l’istruzione superiore in USA. Giovanniello non sfiora nemmeno la questione, non ritenendola importante, e preferendo piuttosto lanciarsi in analisi del fenomeno migratorio in Italia, che, a detta dell’autore

non è più di persone che accettano di “fare i lavori che gli Italiani non vogliono più fare”, con scarsissime possibilità di avanzamento sociale per sé e per i propri figli, ma è di persone senza istruzione, senza skills, come direbbero i colleghi di HR, che sono funzionali ad una politica assistenzialistica che costa al cittadino medio, prima invece abituato a guadagnare dalla presenza dell’immigrato che raccoglieva i pomodori in nero, faceva la colf, il turno di notte, l’operaio in fonderia, la badante o magari la prostituta, sempre a quattro soldi.

Questo passo mi ha particolarmente colpito. L’autore dice che un migrante di oggi, privo di skill – le famose competenze – non potrà mai arrivare a dirigere una grande azienda, mentre i migranti di ieri disponevano sì degli skill, ma in buona sostanza si accontentavano di fare i lavori più duri – badante o prostituta, per Giovanniello fa lo stesso? – e non aspiravano nemmeno a un qualche riscatto sociale per i propri figli. Oggi, i disperati che arrivano dalla Libia non hanno alcuna speranza di occupare «cattedre universitarie, primariati in ospedale, alti gradi della Magistratura», e mica per la profonda iniquità di questo paese, ma perché «nemmeno nei “salotti della sinistra» si vogliono «lasciare posti prestigiosi ai figli di migranti come Carmine Di Sibio, invece che ai propri figli». Se quest’accozzaglia di pensieri confusi, assai poco aderenti ai fatti ed espressi in una prosa vagamente “retequattrista”, come direbbe Sergio Scandura, provenisse da un salvinotto qualunque, ogni commento risulterebbe superfluo. Il problema è che Giovanniello, che non conosco personalmente e che mi serve solo come esempio di un diffuso stile di ragionamento, per così dire – potete sostituite il suo nome con quello di Alberto Forchielli – non è un populista, ma un liberal-liberista, in apparenza nemico della deriva sovranista che stiamo vivendo. Parrebbe che per questi signori i migranti non abbiano speranza di occupare ruoli apicali, e nemmeno di diventare “cittadini medi” con lavori e stipendi medi, ma soltanto di percepire un sussidio o di andare a spacciare. Questi migranti, ecco la tesi implicita, sarebbe meglio che stessero a casa loro. Ora, non pretendo certamente che i sedicenti liberali di questo paese abbandonino il loro storico moderatismo, ma mi domando dove sia finita quell’attenzione ai fatti e quel buon uso della Ragione che personalmente considero un prerequisito per affrontare il dibattito pubblico senza passare da esagitati grillini. La risposta potrebbe essere molto semplice ed estremamente inquietante: le idee, ideologie o idealità che dir si voglia, non c’entrano nulla, sono semplici costumi di scena di una tragicommedia alla quale il cretinetti populista crede di partecipare con profitto. A voler leggere tra le righe, l’intervento di Giovanniello su GSG non parla solo dei migranti, ma di chiunque sia in varia misura incompetente e inattrezzato alla competizione, parla della grande illusione – o bugia – secondo cui nelle società postindustriali d’Occidente la skill economy e i “nuovi saperi” potranno offrire un impiego a più di una piccolissima frazione della quota attuale di occupati. In questo senso, il migrante è semplicemente l’ultimo arrivato, il soggetto col quale le democrazie d’Europa e d’America possono liberamente usare l’arma del confine senza che le coscienze dei loro bravi cittadini ne siano minimamente scosse. Il migrante è l’altro da noi, e non sarà mai come noi perché, ecco l’implicita verità apocalittica dell’articolo, nemmeno la maggior parte di noi un giorno non lontano lo sarà più. Altri tipi di confini, non territoriali, esistono già da tempo, altri ancora verranno tracciati. Sarebbe certo magnifico se il “cittadino medio” capisse una buona volta che la chiusura che manifesta verso i migranti ricadrà in testa ai suoi figli tra pochi anni. Per farlo, dovrebbe recuperare un minimo di lucidità, il che al momento è impossibile. È esattamente su questo terreno che avviene l’incontro tra il “liberale” italiota e il sovranista leghista o grillino. Del resto, lo schema del fascismo classico si riassume nella difesa dello status quo fatta su due fronti, quello interno, conservatore, con le sue contese tra varie componenti dell’establishment, e quello esterno, rivoluzionario, con la periodica mobilitazione della folla. Non si tratta di un paradosso, ma di un’azione scenica, di una finzione a cui milioni di babbei hanno creduto un secolo fa come oggi. Le fesserie futurologiche del clan Grillo-Casaleggio, il putrido nazionalismo, la xenofobia, il terrorismo securitario di Salvini, il clientelismo straccione e il neocorporativismo di Di Maio sono i numeri del grande spettacolo che ci viene offerto mentre le nostre classi dirigenti profetizzano disastri provocati in gran parte dalla loro inspienza e dalla loro arroganza – l’esempio della Brexit dovrebbe aver insegnato qualcosa.


I migranti, la Sinistra, la fine delle illusioni

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Troppo facile dare addosso a un PD ridotto ormai a orso da circo, troppo facile bersagliare un Renzi che continua imperterrito a scimmiottare la Destra alla disperata ricerca di un pugno di voti. Per questo, qui c’è già Michele Fusco e fuori di qui c’è il resto di una stampa che ha da tempo giurato vendetta a Filippo Sensi & C. più ancora che a Matteo Renzi. I più magnanimi parlano di errori di comunicazione, sbagliando, perché quelli di Renzi non sono errori, ma elementi di una strategia deliberata quanto vana: seguire la brutale corrente senza resistere, sapendo che la maggioranza della gente è impaurita o stupida o cattiva e di fronte alla paura, alla stupidità e alla cattiveria non c’è storytelling positivo che tenga. A sinistra del PD c’è invece qualcuno che ancora dice di credere all’innata bontà del genere umano e mai derogherebbe a quel principio morale che precede il socialismo, la dichiarazione dei diritti dell’uomo e persino il cristianesimo: «Tratterete lo straniero che abita fra voi come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto» (Lv 19, 34). Lo dicono, ma non ci credono nemmeno loro. Nessun leaderino, nessun eletto, nessun quadro dirigente, nessun intellettuale della c.d. sinistra-sinistra che frequenti anche solo occasionalmente qualche persona al di fuori delle sue cerchie può crederci davvero. La loro è pura Brand Awareness, direbbe chi si occupa di marketing. La consapevolezza di offrire un marchio, un pacchetto di idee ma soprattutto un’estetica che non potrà mai essere di massa, la necessità di curare la propria nicchia come si cura il proprio orticello. Guadagnarsi un seggio, uno spicchio di potere, una piccola clientela. L’illusione di un vasto elettorato popolare che condivida allo stesso modo le parole chiave della redistribuzione della ricchezza e dell’accoglienza, come mai è stato nella storia del movimento operaio, è una bellissima illusione, i cui effetti sulla realtà politica sono però del tutto irrilevanti. Domani qualcuno smetterà di votare tizio, qualcun altro smetterà di votare del tutto. E così, forse, la Destra peggiore, in qualcuna delle sue incarnazioni postmoderne, andrà al potere. Allora e solo allora potremo dare sostanza a tutte le nostre chiacchiere. Con la resistenza quotidiana, con la disobbedienza civile, con le esperienze – individuali più che collettive –  di ricucitura di un tessuto sociale ridotto a brandelli. Ognuno di noi pensi ad attrezzarsi alla bisogna, oggi questa è l’unica cosa che conti. Non le svolte di questo o quel leader, non gli escrementi prodotti dalla comunicazione politica.

La foto è di Rafael Robles.

Caro Centrosinistra, il tempo stringe

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Dopo ogni elezione, il tentativo di molti politologi e di tutti i notisti politici è un po’ quello dei fisici teorici: si cerca la spiegazione più elegante e sintetica, si cercano la simmetria, l’ordine, l’idea unificante che tenga assieme tutti i pezzi. La cosa riusciva abbastanza facile sia al tempo dei grandi partiti di massa e delle grandi narrazioni politiche, durante la Prima Repubblica, sia durante la Seconda, ai tempi del nostro bipolarismo imperfetto. Oggi non è più così semplice, a mio avviso, nonostante le letture prevalenti diffuse in queste ore. Un po’ tutto il ceto dirigente di centrosinistra sembra concordare su un punto: «La nostra gente» è stufa di battibecchi, litigi e scissioni. Naturalmente all’interno del PD si accusa la guerra di logoramento condotta dagli antirenziani, mentre questi ultimi danno la colpa agli strappi di Renzi. Onestamente, la Teoria dell’Eccessiva Litigiosità a Sinistra, che esaspera l’elettore e lo fa restare a casa, mi convince solo in parte. La storia della Sinistra è tutta uguale, dalla Prima Internazionale ad oggi. Le rotture spostano voti di qua e di là, ma in questo caso stiamo parlando non di voti spostati, ma di voti scomparsi tra astensione, m5s e centrodestra a trazione leghista. Le divisioni fanno perdere la Sinistra, si ripete. Verissimo. I fatti però ci dicono che l’unità è una condizione necessaria, ma niente affatto sufficiente. A Padova, Sergio Giordani, amico dell’ex sindaco bersaniano Zanonato e sostenuto al ballottaggio dalla coalizione civica alla sinistra del PD, batte Bitonci forse solo per la debolezza di quest’ultimo. A Genova – la sconfitta che pesa di più, nonostante gli androidi renziani la mettano sullo stesso piano della vittoria a Molfetta – l’unità non è bastata, né è bastato un candidato di sinistra-sinistra come Crivello, che forse ha pagato il fatto di essere stato assessore di Doria. A Sesto S. Giovanni, un tempo – ormai lontanissimo – Stalingrado d’Italia, Monica Chittò aveva il sostegno più ampio possibile, dalle civiche a Rifondazione, ma non ce l’ha fatta.

Certamente esistono questioni locali che andrebbero sviscerate, ma noi, come premesso, vogliamo la teoria unificante, ne abbiamo un gran bisogno per muoverci nel caos di quest’epoca orribile. Una traccia da seguire, ahinoi, è senza dubbio quella della paranoia legata all’emergenza migranti e al terrorismo islamista. Lo sanno gli ex ras della Ditta Bersaniana: bloccati in una sorta di emiparesi, metà volto sorridente per la tranvata subita dall’arcinemico Renzi, metà dolente per la crisi della Sinistra nel suo insieme, insistono, come abbiamo detto, sui danni della svolta destrorsa del PD. Certamente, non ci stancheremo mai di scriverlo, le persone preferiscono sempre gli originali alle brutte copie. Vale per il vestiario e i gadget tecnologici, vale anche per il mercato delle idee. Imitare la destra, ad esempio sul tema dell’immigrazione, serve soltanto a confermare le paranoie dell’elettore impaurito. E si comprende perfettamente lo sconcerto dei bersaniani di fronte ad ampie porzioni del «nostro popolo» che – in periferia come in centro – dimostrano preoccupanti tendenze xenofobe. Il problema è che a questa constatazione non fa mai seguito un’analisi puntuale slegata dalla propaganda. La crisi della Sinistra è iniziata alcuni decenni fa, quando all’idea di emancipazione – anche culturale – della classe operaia si sono sostituiti l’assistenzialismo e la gestione dei clientes. Ovvio che un legame di questo tipo non possa resistere alla crisi del debito sovrano. Ma se il vecchio tesserato nato politicamente nel PCI comincia a desiderare “pulizia” nel suo quartiere e a preferire Salvini a Renzi, nonostante gli orridi decreti Minniti e le tante uscite censurabili su migranti e sicurezza, la colpa è di Renzi? Purtroppo, la prima delle Grandi Tradizioni di Sinistra abbandonate dagli ex figiciotti sembra essere quella dell’autocritica.

Naturalmente l’arroganza non difetta nemmeno al Segretario. Poco interessato alla campagna delle amministrative, terrorizzato dal calo dei consensi, Renzi vive la frustrazione più grande della sua carriera politica: essersi preso definitivamente il partito, privo ormai di opposizione interna, soltanto per scoprire che quel partito è un limite alle sue ambizioni. Lo immaginiamo guardare a Macron mangiandosi le mani. «Che bischero! Se solo avessi fatto un partito mio!». Non sarebbe cambiato granché, forse, comunque ora è troppo tardi. Il capitale del carisma è stato già speso, resta da capire se nei prossimi mesi la via seguita sarà quella dell’arroccamento, che, nella migliore delle ipotesi porterà nel 2018 a un fragile governo di larghe intese, o il passo indietro di un Renzi che resta segretario rinunciando alle prossime primarie per il leader di coalizione. Nel frattempo, la Destra torna a serrare i propri ranghi e a recuperare parte del suo elettorato divenuto grillino. Il m5s, raggiunto il limite fisiologico dei consensi, è infatti all’inizio della sua parabola discendente e si avvicina la resa dei conti tra chi vuole governare e chi si accontenta del teatrino e del lauto stipendio di parlamentare. Quando quel terzo polo collasserà, la Sinistra – tutta – potrà decidere se far governare la Destra per un altro decennio o no. Ma forse quella decisione è già stata presa.