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L’arresto di Touil e le prime, misurate reazioni della nostra classe dirigente

Io non so se il giovane Abdelmajid Touil sia o meno un terrorista. La storia del suo arresto e dei suoi (presunti) movimenti tra Italia e Tunisia nel giorno dell’attentato al museo del Bardo lascia quantomeno perplessi: Touil arriva in Italia da clandestino su di un barcone il 17 febbraio, viene identificato (ma fornisce un nome falso), si riunisce alla famiglia presso Milano (e dunque perché tornare in barcone?) e frequenta una scuola di italiano, dove è presente il giorno precedente e quello successivo all’attentato (il che fa supporre che tra le armi dell’ISIS vi sia anche il teletrasporto dell’astronave Enterprise). Una traccia degna del commissario Santamaria – almeno per noi che continuiamo a preferire Fruttero e Lucentini ai giallisti-magistrati di questi ultimi anni. Una vicenda «dai molti lati oscuri», sempre per rimanere alle formule più trite, che a molti di noi ha subito ricordato quella del cittadino marocchino ingiustamente accusato dell’omicidio della povera Yara Gambirasio. In quel caso fu la traduzione pedestre di una telefonata a far scattare i nostri inquirenti e, di seguito, la nostra stampa peggiore, qui le nostre autorità rispondono ad una richiesta di estradizione di cui non sono stati resi pubblici i dettagli. Un errore di persona, dettato dalla fretta di Tunisi di mostrarsi efficiente di fronte alla minaccia jihadista, giusto all’inizio della stagione turistica (i manifesti di Emma Bonino non sono una rassicurazione sufficiente…)? Un successo investigativo di cui dobbiamo soltanto rallegrarci, senza improvvisarci investigatori, perché tanto i fatti non li conosciamo (e non è nemmeno detto che li si debba conoscere sino in fondo)? Staremo a vedere. Di tutta questa vicenda, per il momento a me interessano soprattutto i riflessi politici, o meglio le prime reazioni della nostra straordinaria classe dirigente – in senso esteso. Chi pensa che i barconi di migranti siano uno dei mezzi di trasporto usati dagli islamisti radicali (nei casi in cui il teletrasporto sia fuori servizio) ha già identificato nel caso Touil una prova sufficiente. Borghezio è probabilmente già in sella ad uno dei maiali della Decima Flottiglia, rapidi ed invisibili, diretti verso la fiancata del peschereccio Yasmin, ormeggiato nel porto di Tripoli. Il nostro caro Angelino, che non si può dire abbia mai brillato nella sua azione di ministro, avendo collezionato ben altre topiche, se la cava in questo caso dignitosamente, dimostrando la radice comune tra doroteismo meridionale ed empirismo anglossassone: Non abbiamo elementi certi. Non neghiamo una cosa, non neghiamo nemmeno il suo opposto. Non sappiamo nulla, ma stiamo bene all’occhio, stiano tranquilli i cittadini! I terzisti e i garantisti a cucù, rapidi quanto i motosiluranti di cui sopra nel caso il mostro sbattuto in prima pagina sia Presidente del Consiglio, sottosegretario, grande palazzinaro o almeno faccendiere ben introdotto, in questo caso tacciono. Seguirà forse un meditato editoriale, carico di distinguo. Ma la «difesa della civiltà occidentale» viene ben prima delle garanzie (occidentali pure quelle, ma non sottilizziamo), e in questo senso i neconservatori italiani non si distinguono da quelli d’oltreoceano. Last but not least, Matteo Renzi, che si congratula con le nostre Forze dell’Ordine per il risultato conseguito. Alla Procura di Milano restano ancora dubbiosi, ma si sa, per Renzi un qualsivoglia risultato è ciò che conta, poi casomai si vede. Matteo nostro macina risultati. Così, oltre a congratularsi, dall’alto della sua cultura giuridica, il premier sgancia una delle sue battute migliori, seppellendo con una risata qualunque concetto di garanzia: «Chi dice che era meglio non arrestarlo io vorrei stenderlo sul lettino e fargli raccontare che cosa ha fatto da piccolo». Siamo o non siamo un paese meraviglioso?

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Dolce Fortezza Europa

Mentre l’ignavia europea lascia languire la rivoluzione in Libia e il Cav. continua nei suoi tentativi di sfuggire ai processi, per distrarre l’italiota medio viene proiettato il vecchio filmino sull'”emergenza immigrazione”. Come scenario (quasi à la Antonioni!) l’estrema propaggine insulare della malconcia Repubblica, già bersaglio dei missili di Gheddafi un quarto di secolo fa, oggi palco per l’ennesimo show del Caimano e simbolo di una vergogna nazionale, quella dei Centri di Identificazione ed Espulsione.
Sulla vergogna dei CPT/CIE non si dirà mai abbastanza. L’esistenza di quei campi è un’onta per ogni paese che si definisca civile e lo è persino per un paese incivile quale l’Italia berlusconizzata. Anche senza ricorrere ai discutibili papiri di Agambenuccio nostro, L’idea che lo spostamento in massa di esseri umani inermi possa essere ‘gestito’ con il concentramento degli stessi ha in se qualcosa di malato, e certamente risulta funzionale, se non ad un’ideologia globalmente diffusa, almeno agli squallidi interessi di una “classe dirigente” fatta di s t r o n z i.
L’industria della crisi e delle emergenze vere o finte è come sappiamo una voce stabile dell’economia nazionale. Lo stato emergenziale, o meglio la percezione dello stesso, ha un valore d’uso politico altissimo in campagna elettorale e  la campagna elettorale in Italia comincia durante lo spoglio delle schede, non finisce mai. Ma oltre all’uso politico c’è quello puramente economico. Il cittadino onesto, preoccupato per la robba e la virtù della figliola, minacciate entrambe dagli sbarchi dei pirati barbareschi, non si interessa di queste cose. Non si indigna per i CIE, ma forse nemmeno sa quale sia l’indotto gravitante attorno all’ingabbiamento, all’identificazione e all’espulsione di questa gente.
(Ministro Testicoli, se proprio li vuole rinchiudere, questi migranti, anziché nelle tendopoli dentro al filo spinato, li sistemi nelle caserme dismesse. Ho capito che le dobbiamo tenere da parte per le prossime pappate degli speculatori ma nel frattempo usiamole no? Lo faccia sapere al suo collega Ignazio, il mulo parlante, che ne ha la competenza. I miei rispetti.)

E con la parte istituzionale abbiamo chiuso. Ma dei nuovi arrivati che possiamo dire?
L’impressione, confermata dai fatti, è che le migliaia (migliaia, non milioni…) di ragazzi tunisini non si vogliano fermare nel Bel Paese ma vogliano semmai raggiungere la Francia e i paesi del Nord Europa.
E’ possibile che di questo i nazileghisti siano contenti, convinti di essere riusciti nel miserabile intento di mostrare l’Italia quale paese inospitale. Purtroppo per loro non possono cancellare per decreto la posizione geografica dello stivale, che ne ha fatto per secoli un’ideale banchina di transito tra Europa e Mediterraneo. Quindi i migranti continuano ad arrivare, seppure per non fermarsi. E in ogni caso i Francesi li rispediscono a Ventimiglia senza tanti complimenti.

Non tutte le ondate, o mini-ondate migratorie sono uguali. E’ certo che i settanta eritrei che hanno perso la vita tre giorni fa sfuggivano alle violenze in Libia, come le altre vittime della notte scorsa,  in quella che sempre più spesso si rivela una traversata mortale. Ma da cosa sfuggono i giovani tunisini che arrivano a Lampedusa? E’ difficile riconoscere uno status preciso a questi ultimi migranti: sono richiedenti asilo? No, e il paradosso è vederli partire da un paese in cui si è appena svolta una rivoluzione, la meglio riuscita, finora, tra quelle che interessano il Mondo Arabo. “perché se ne vanno proprio ora?”, verrebbe da chiedere ingenuamente.
La risposta più interessante è forse quella di Gabriele Del Grande, che da anni si occupa di narrare le storie delle migrazioni dal Sud del Mondo verso la Fortezza Europa. Prendendo spunto da un popolarissimo brano hip-hop algerino, Partir loin, forse meglio che attraverso centinaia di report socioeconomici, è possibile capire cosa spinge le decine di migliaia di giovani nordafricani ad attraversare il canale di Sicilia:

Vogliono viaggiare. Il perché, sono fatti loro. Dopotutto viaggiare non é un’esclusiva dei disperati, ma al contrario è una parte imprescindibile della vita di ogni ragazzo nel mondo globale di oggi. Se non fosse che le nostre ambasciate da anni vietano a tutta una generazione in Africa di poter viaggiare legalmente con un visto sul passaporto.
[…]
il regime di criminalizzazione della libertà di circolazione deve cadere, esattamente come sono cadute le dittature del sud del Mediterraneo.

Beh, che dire: sottoscrivo.

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Tripoli, bel suol d’amore

Effetto domino, si direbbe. Anche in questo caso, non si può che sostenere la rivolta del popolo libico contro il proprio despota, altro nostro-figlio-di-puttana (oleum non olet), al quale negli ultimi anni un’intesa col governo Berlusconi ha affidato il compito di carceriere: vale la pena di ricordare quale trattamento subiscano i migranti che hanno la sventura di passare per la Libia nel loro viaggio verso il continente europeo  (come raccontato da Andrea Segre, Dagmawi Yimer e Riccardo Biadene in Come un uomo sulla terra ). Chissà quanti culi stanno bruciando a Roma, in questo momento, oltre a quello di Frattini (quanti morti occorrono? C’è una soglia minima?)

ANSA: “Tripoli minaccia l’Ue sull’immigrazione: blocco alla cooperazione contro i flussi illegali se continua l’appoggio alla rivolta”

Memorabile Primavera, quella del 2011. Accerchiato dai giudici e messo in difficoltà da un’improvvisa reazione allergica al fondotinta, il Cavaliere era comunque riuscito a compiere l’ultimo passo della sua scalata. Con un titanico colpo di reni, attuando in pochi giorni la Legge Signorini – che metteva fuori legge la Sinistra in quanto “priva di stile” – Silvio Berlusconi aveva sbaragliato i suoi nemici una volta per tutte, senza prendersi nemmeno il tempo per una sveltina gratificatoria. Non c’è pace per i giusti, e infatti ai bordi meridionali della Penisola tornava a premere un’oscura forza illiberale, non più contenuta dagli sforzi dell’amico Gheddafi. Il Colonnello, minacciato da una rivolta ordita dai poteri forti del bolscevismo finanziario, si trovava in grave difficoltà e non poteva più garantire di tenere gli extracomunitari lontano dalle coste italiane. A un secolo esatto dalla Guerra italo-turca, era venuto quindi il tempo di intervenire nuovamente, in nome della Libertà, per soccorrere il prezioso alleato. Numerosi esponenti dell’esecutivo, dimostrando il loro sprezzo del pericolo, si erano subito resi disponibili a far parte della spedizione, della quale Ignazio La Russa aveva curato gli aspetti logistici. Ripristinato l’utilizzo del mulo, animale amatissimo da La Russa, il ministro combattente era partito alla volta di Tripoli con la divisione aviotrasportata “Italo Balbo”.    Al seguito delle truppe d’assalto, Il reparto costruzioni, comandato dal Geniere Capo Castelli, che doveva approntare i campi di concentramento dove rinchiudere sia i rivoltosi che avevano tentato di rovesciare Gheddafi che – così recitava la circolare vergata dal Ministro Testicoli diffusa prima della partenza – “I membri di Al Càida o comunque negri di provenienza subsahariana in procinto di invadere il territorio nazionale allo scopo di instaurarvi il Califfato”.

La sera del 29 Marzo la colonna di camion carichi di tubi innocenti e filo spinato era stata investita dal terribile vento del deserto, il Ghibli. Senza possibilità di trovare un riparo, in poche ore l’intero reparto si era ritrovato sotto una pesante coltre di sabbia che ricordava i bastoni messi dalla Sinistra tra le ruote del Libero Mercato, come argutamente notò il Geniere Capo. I mezzi erano inservibili e già sorgeva il temibile sole libico – unico vero nemico dei militi padani, mai scesi a sud di Gabicce. Fu allora che il Capitano Bossi Renzo suggerì al geniere Castelli di muovere assieme in avanscoperta, alla ricerca del “primo distributore di benzina”.  Ma il deserto, terrone e comunista, sembrava aver teso loro una trappola mortale.

«Pronto pronto, pattuglia Olona chiama Nibbio, Olona chiama Nibbio, mi sentite..? Niente»

«E alura? Come la mettiamo?»

«Eh, non so, chiamiamo l’assistenza»

«Non trovo il numero, prova a sentire La Russa»

«La Russa non si riesce a chiamarlo nemmeno lui, è su un C130 e là il cellulare non prende»

«Casso, Castelli, e allora siam del gatto…me l’avevano detto di non andare, ma io niente. Pensavo “se a far bocchini ti fanno ministro, figuriamoci ad andare in Libia!”

«Aspetta, aspetta…cos’è ‘sto rombo?»

«La so! E’ come un quadrato, però schiacciato!»

«Bestia! ‘sto rombo qui, non lo senti? Un motore!»

«Un autoveicolo, sì! Adesso lo sento!»

Nel deserto non è facile capire da dove provenga un suono. Come due fennech intenti ad aguzzare l’udito in attesa della magra preda (un piccolo roditore, un beccaccino, una blatta), i due militi  si acquattarono dietro a una duna, dalla quale fece capolino un blindato amico. Era uno dei Doblò ricarrozzati in ghisa, prodotti dalla Fiat di Marchionne a Puerto Rico per finire gli ultimi pezzi dei magazzini torinesi. La Russa era riuscito ad inserirne 12mila esemplari nell’ultima finanziaria, ad un prezzo particolarmente conveniente.

«E’ dei nostri! E’ dei nostri!»

«’Spetta, testina, che ne abbiamo venduti anche ai beduini, di ‘sti furgonati qui…controlla la targa…sì, sembra proprio dei nostri»

Il mezzo si fermò inchiodando in una nuvola di sabbia sottile dalla quale, come in sogno, apparve nientemeno che il Maresciallo Borghezio, lo stratega dell’impresa Libica, a capo della Legione Padana.

«BORGHESSIO! E’ il Cielo che ti manda! Qui è successo un casino, abbiamo perso il resto del reparto e non si riesce a comunicare, con queste radio del menga! Sono ancora in garanzia ma non si trova il numero dell’assistenza!»

«Camerata, quelle radio sono finte. Le aveva ordinate la RAI a Paolo Berlusconi per la fiction Squadra Giambellino, ne servivano dieci ma il costo al pezzo veniva drammaticamente abbattuto ordinandone dai mille in su, per cui han deciso di riciclarle…quando torniamo a Roma mi farò sentire io, non temere!»

«Ma porca…come coi decoder»

«Non importa, camerati, saltate sulla camionetta! Lasciate perdere i tubi innocenti, questi islamici bastardi non meritano il vostro lavoro! costruirete ben di meglio, quando avremo riconquistato tutta la Tripolitania e l’intera Cirenaica! Non capite? Ora che siam qui non ce ne andremo più!»

«Ma…e a Gheddafi ghe giren minga i ball?»

«Gheddafi lo sa, il suo esilio è già concordato, Berlusconi gli regala la Sicilia. La Tripolitania ce la teniamo noi del Nord, naturalmente, la Cirenaica se la prendono i camerati del PDL. E ci sarà lavoro per tutti!»

«E figa!»

Il Geniere Capo Castelli tirò un calcio al giovane Capitano Bossi Renzo, sussurrandogli all’orecchio

«Pirla…lo sai che al Borghezio ci piace il casso!»

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