No, non dobbiamo scusarci con Salvini nemmeno stavolta

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Ci siamo cascati in tanti. Lettori, giornalisti, esponenti politici. Pensavamo di aver visto la figura di Matteo Salvini travolta da una slavina del suo stesso guano, invocando la pulizia etnica a Radio Padania:

«Sull’immigrazione dobbiamo deciderci una volta per tutte: serve un programma di pulizia etnica»

Sembrava proprio che, lasciate cadere tutte le maschere, Salvini si fosse messo sullo stesso piano dei leghisti di seconda fascia, come il famigerato ex sindaco-sceriffo di Treviso, Gentilini, condannato tre anni fa alla (ridicola) sanzione di 4000 Euro per aver invocato una «pulizia» «da tutte queste etnie che distruggono il nostro paese…basta islamici, che tornino ai loro paesi…non voglio vedere consiglieri neri, gialli, marroni, grigi…». Sarebbe stato troppo bello, lo ammetto. Senonché, Alt! Fermi tutti. Quella cosa, Salvini non l’ha mai detta. Grazie alla sciatteria di un redattore Ansa, abbiamo condiviso e commentato un lancio d’agenzia balordo. Una fake news. La citazione testuale dell’intervento di Salvini alla radio è la seguente:

«Vedremo di adottare ogni mezzo possibile, oltre a quelli che già abbiamo percorso, per fermare questa invasione. E quando dico “ogni mezzo”, dico ogni mezzo, ovviamente…legalmente permesso o quasi, perché siamo a fronte, siamo di fronte a un tentativo evidente di pulizia etnica, di sostituzione etnica ai danni di chi vive in Italia».

Ora, fatto il dovuto mea culpa per la bufala improvvidamente diffusa, non abbiamo molto altro di cui rimproverarci. La retorica xenofoba leghista è un fatto incontrovertibile, non servono ulteriori conferme, non serve nemmeno un’eccezione che confermi la regola. E siamo davvero sicuri che l’uscita a Radio Padania rappresenti un’eccezione al pensiero standard del “Capitano” Salvini? Riflettiamo per un attimo sulla sostanza delle sue parole. Si tratta del solito refrain ripetuto da decenni dalle destre radicali europee e americane, quello della «pulizia etnica dei nativi», della «grande sostituzione». del «white genocide». La Nuova Destra – che forse sarebbe il caso di chiamare «destra postmoderna» ha imparato a percorrere con attenzione il campo minato del discorso pubblico, operando una serie di rovesciamenti retorici e creando una vera e propria neolingua. Così, se nel Ventunesimo secolo non ci si può dire razzisti in alcun consesso civile, ci si dichiarerà «differenzialisti», amanti delle differenze e ostili all’«omogeneizzazione dei popoli», se non è più possibile dichiararsi a favore della pulizia etnica, si denuncerà la fantomatica pulizia etnica subita dai cristiani bianchi d’Occidente, e così via. Vale la pena ricordare come pressoché tutti i genocidi dell’età contemporanea vengano descritti dai loro perpetratori – e da una parte della storiografia – come «genocidi difensivi», espressione di per sé agghiacciante. L’idea è che di fronte a una minaccia reale o immaginaria, al gruppo nazionale maggioritario venga indicato – dal fascista di turno – un capro espiatorio in forma di quinta colonna nemica. Fu così per lo Yetz Meghern, per la Shoah, su fino alle varie pulizie etniche regionali di fine secolo. La “difesa attiva” dei Serbi dalla minaccia islamica è stata uno dei motori delle stragi di musulmani bosniaci durante la dissoluzione della Jugoslavia. (Per inciso, in quegli anni era la Lega di Bossi – teoricamente assai distante dalla Lega sovranista di Salvini – a rendere omaggio al fascista Milošević). Inventare minacce esistenziali e cospirazioni diaboliche è sempre il primo passo, la condizione necessaria per fascistizzare la folla e renderla capace di qualunque atrocità. Ecco perché tra l’invocare la pulizia etnica per i migranti e denunciare la pulizia etnica degli Italiani non c’è molta differenza. Si tratta di una strategia psicologica ben consolidata e pericolosissima delle cui conseguenze il continente europeo ha sofferto fino a un paio di generazioni fa. Ecco perché, a mio avviso, Matteo Salvini è indegno di occupare – le rare volte in cui è presente – un seggio al Parlamento Europeo.

Che cosa non va nelle parole di Debora Serracchiani

Innanzitutto occorre riconoscere che la Serracchiani è perfettamente in sintonia col senso comune del Paese. La maggioranza degli Italiani sottoscrive l’affermazione seguente: «La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese». A trovare inopportuna la sua uscita è stata una piccola minoranza. Per la precisione, stando agli aficionados della Presidente del Friuli-Venezia Giulia attivi su twitter, una minoranza di «radical chic» impegnata in «vaneggiamenti onanistici». Gente che non si è accorta «che il PCI non esiste più e che i suoi eredi sono all’ospizio», allusione questa a un presunto lassismo dei comunisti in tema di ordine pubblico (peccato che Renato Zangheri e Ugo Pecchioli siano passati a miglior vita e non possano partecipare a questo appassionante dibattito). E ancora: «La xenofobia non c’entra nulla! Si parla di accoglienza. Io ti accolgo, tu fai una cosa atroce allora si rompe il patto, galera, espulsione». In questo caso, chi dice «patto di accoglienza» intende di fatto «concessione», ignorando che non di concessione si tratta, ma dell’applicazione di un diritto sancito dalla nostra Costituzione (art. 10, terzo comma). Transeat. Non è comunque Debora Serracchiani a poter negare la richiesta d’asilo e cacciare il presunto stupratore dal territorio nazionale e – sia detto una volta per tutte – ciò che ha indignato molti di noi non è certo l’idea di una giusta pena. E’ grottesco doverlo precisare, ma in questo bizzarro dibattito gaberiano («la sicurezza è di destra/di sinistra») è davvero un attimo finire tra i fan di Jack lo squartatore. Un tempo, i Presidenti di Regione parlavano di strade e ospedali, e raramente intervenivano su questioni strettamente politiche o per dare giudizi morali. Con la riforma del titolo V, i «governatori» hanno cominciato ad allargarsi, il loro peso politico è cresciuto assieme al loro protagonismo e alla loro voglia di fare aria dalla bocca. Nel solo 2013 ci sono stati ottanta casi di stupro denunciati in Friuli-Venezia Giulia, ma non ci risulta che Serracchiani abbia sentito altre volte l’insopprimibile urgenza di esprimersi urbi et orbi in merito. Certo, stavolta l’accusato è uno straniero, per l’esattezza un richiedente asilo, il che fa del caso – ancora soggetto alle verifiche dell’autorità giudiziaria – un’altra tanichetta di benzina rovesciata sul fuoco della psicosi xenofoba. Pensassimo male, penseremmo che il gradimento della Serracchiani in regione è ormai attorno al 30%, che l’anno prossimo si vota e che per essere rieletti occorre scimmiottare vigorosamente la Lega, pratica che sindaci e presidenti di regione dem hanno portato in Direzione Nazionale e poi al Governo. Noi che siamo molto ingenui, però, vogliamo credere che la simpatica Debora abbia anzi voluto combattere la strumentalizzazione del caso da parte della Destra, anticipandone gli argomenti. Brava Debora. Una politica di Sinistra (scuola DS, mica AGESCI…) che ha il coraggio di dichiarare: attenzione, non tutti gli stupri sono uguali! lo stupro da parte dell’ospite è peggiore di quello compiuto dal padrone di casa. Di quello compiuto dall’ospite occorre parlare prima ancora che asciughi l’inchiostro del verbale, mentre non ha senso parlare di quello compiuto dal padrone di casa, sia esso incarnato dai mariti affettuosi colti da raptus «per troppo amore» o dal branco di giovani promesse della buona società intente a festeggiare un compleanno. Quelli votano, non scherziamo.

L’arresto di Touil e le prime, misurate reazioni della nostra classe dirigente

Io non so se il giovane Abdelmajid Touil sia o meno un terrorista. La storia del suo arresto e dei suoi (presunti) movimenti tra Italia e Tunisia nel giorno dell’attentato al museo del Bardo lascia quantomeno perplessi: Touil arriva in Italia da clandestino su di un barcone il 17 febbraio, viene identificato (ma fornisce un nome falso), si riunisce alla famiglia presso Milano (e dunque perché tornare in barcone?) e frequenta una scuola di italiano, dove è presente il giorno precedente e quello successivo all’attentato (il che fa supporre che tra le armi dell’ISIS vi sia anche il teletrasporto dell’astronave Enterprise). Una traccia degna del commissario Santamaria – almeno per noi che continuiamo a preferire Fruttero e Lucentini ai giallisti-magistrati di questi ultimi anni. Una vicenda «dai molti lati oscuri», sempre per rimanere alle formule più trite, che a molti di noi ha subito ricordato quella del cittadino marocchino ingiustamente accusato dell’omicidio della povera Yara Gambirasio. In quel caso fu la traduzione pedestre di una telefonata a far scattare i nostri inquirenti e, di seguito, la nostra stampa peggiore, qui le nostre autorità rispondono ad una richiesta di estradizione di cui non sono stati resi pubblici i dettagli. Un errore di persona, dettato dalla fretta di Tunisi di mostrarsi efficiente di fronte alla minaccia jihadista, giusto all’inizio della stagione turistica (i manifesti di Emma Bonino non sono una rassicurazione sufficiente…)? Un successo investigativo di cui dobbiamo soltanto rallegrarci, senza improvvisarci investigatori, perché tanto i fatti non li conosciamo (e non è nemmeno detto che li si debba conoscere sino in fondo)? Staremo a vedere. Di tutta questa vicenda, per il momento a me interessano soprattutto i riflessi politici, o meglio le prime reazioni della nostra straordinaria classe dirigente – in senso esteso. Chi pensa che i barconi di migranti siano uno dei mezzi di trasporto usati dagli islamisti radicali (nei casi in cui il teletrasporto sia fuori servizio) ha già identificato nel caso Touil una prova sufficiente. Borghezio è probabilmente già in sella ad uno dei maiali della Decima Flottiglia, rapidi ed invisibili, diretti verso la fiancata del peschereccio Yasmin, ormeggiato nel porto di Tripoli. Il nostro caro Angelino, che non si può dire abbia mai brillato nella sua azione di ministro, avendo collezionato ben altre topiche, se la cava in questo caso dignitosamente, dimostrando la radice comune tra doroteismo meridionale ed empirismo anglossassone: Non abbiamo elementi certi. Non neghiamo una cosa, non neghiamo nemmeno il suo opposto. Non sappiamo nulla, ma stiamo bene all’occhio, stiano tranquilli i cittadini! I terzisti e i garantisti a cucù, rapidi quanto i motosiluranti di cui sopra nel caso il mostro sbattuto in prima pagina sia Presidente del Consiglio, sottosegretario, grande palazzinaro o almeno faccendiere ben introdotto, in questo caso tacciono. Seguirà forse un meditato editoriale, carico di distinguo. Ma la «difesa della civiltà occidentale» viene ben prima delle garanzie (occidentali pure quelle, ma non sottilizziamo), e in questo senso i neconservatori italiani non si distinguono da quelli d’oltreoceano. Last but not least, Matteo Renzi, che si congratula con le nostre Forze dell’Ordine per il risultato conseguito. Alla Procura di Milano restano ancora dubbiosi, ma si sa, per Renzi un qualsivoglia risultato è ciò che conta, poi casomai si vede. Matteo nostro macina risultati. Così, oltre a congratularsi, dall’alto della sua cultura giuridica, il premier sgancia una delle sue battute migliori, seppellendo con una risata qualunque concetto di garanzia: «Chi dice che era meglio non arrestarlo io vorrei stenderlo sul lettino e fargli raccontare che cosa ha fatto da piccolo». Siamo o non siamo un paese meraviglioso?

Dolce Fortezza Europa

Mentre l’ignavia europea lascia languire la rivoluzione in Libia e il Cav. continua nei suoi tentativi di sfuggire ai processi, per distrarre l’italiota medio viene proiettato il vecchio filmino sull'”emergenza immigrazione”. Come scenario (quasi à la Antonioni!) l’estrema propaggine insulare della malconcia Repubblica, già bersaglio dei missili di Gheddafi un quarto di secolo fa, oggi palco per l’ennesimo show del Caimano e simbolo di una vergogna nazionale, quella dei Centri di Identificazione ed Espulsione.
Sulla vergogna dei CPT/CIE non si dirà mai abbastanza. L’esistenza di quei campi è un’onta per ogni paese che si definisca civile e lo è persino per un paese incivile quale l’Italia berlusconizzata. Anche senza ricorrere ai discutibili papiri di Agambenuccio nostro, L’idea che lo spostamento in massa di esseri umani inermi possa essere ‘gestito’ con il concentramento degli stessi ha in se qualcosa di malato, e certamente risulta funzionale, se non ad un’ideologia globalmente diffusa, almeno agli squallidi interessi di una “classe dirigente” fatta di s t r o n z i.
L’industria della crisi e delle emergenze vere o finte è come sappiamo una voce stabile dell’economia nazionale. Lo stato emergenziale, o meglio la percezione dello stesso, ha un valore d’uso politico altissimo in campagna elettorale e  la campagna elettorale in Italia comincia durante lo spoglio delle schede, non finisce mai. Ma oltre all’uso politico c’è quello puramente economico. Il cittadino onesto, preoccupato per la robba e la virtù della figliola, minacciate entrambe dagli sbarchi dei pirati barbareschi, non si interessa di queste cose. Non si indigna per i CIE, ma forse nemmeno sa quale sia l’indotto gravitante attorno all’ingabbiamento, all’identificazione e all’espulsione di questa gente.
(Ministro Testicoli, se proprio li vuole rinchiudere, questi migranti, anziché nelle tendopoli dentro al filo spinato, li sistemi nelle caserme dismesse. Ho capito che le dobbiamo tenere da parte per le prossime pappate degli speculatori ma nel frattempo usiamole no? Lo faccia sapere al suo collega Ignazio, il mulo parlante, che ne ha la competenza. I miei rispetti.)

E con la parte istituzionale abbiamo chiuso. Ma dei nuovi arrivati che possiamo dire?
L’impressione, confermata dai fatti, è che le migliaia (migliaia, non milioni…) di ragazzi tunisini non si vogliano fermare nel Bel Paese ma vogliano semmai raggiungere la Francia e i paesi del Nord Europa.
E’ possibile che di questo i nazileghisti siano contenti, convinti di essere riusciti nel miserabile intento di mostrare l’Italia quale paese inospitale. Purtroppo per loro non possono cancellare per decreto la posizione geografica dello stivale, che ne ha fatto per secoli un’ideale banchina di transito tra Europa e Mediterraneo. Quindi i migranti continuano ad arrivare, seppure per non fermarsi. E in ogni caso i Francesi li rispediscono a Ventimiglia senza tanti complimenti.

Non tutte le ondate, o mini-ondate migratorie sono uguali. E’ certo che i settanta eritrei che hanno perso la vita tre giorni fa sfuggivano alle violenze in Libia, come le altre vittime della notte scorsa,  in quella che sempre più spesso si rivela una traversata mortale. Ma da cosa sfuggono i giovani tunisini che arrivano a Lampedusa? E’ difficile riconoscere uno status preciso a questi ultimi migranti: sono richiedenti asilo? No, e il paradosso è vederli partire da un paese in cui si è appena svolta una rivoluzione, la meglio riuscita, finora, tra quelle che interessano il Mondo Arabo. “perché se ne vanno proprio ora?”, verrebbe da chiedere ingenuamente.
La risposta più interessante è forse quella di Gabriele Del Grande, che da anni si occupa di narrare le storie delle migrazioni dal Sud del Mondo verso la Fortezza Europa. Prendendo spunto da un popolarissimo brano hip-hop algerino, Partir loin, forse meglio che attraverso centinaia di report socioeconomici, è possibile capire cosa spinge le decine di migliaia di giovani nordafricani ad attraversare il canale di Sicilia:

Vogliono viaggiare. Il perché, sono fatti loro. Dopotutto viaggiare non é un’esclusiva dei disperati, ma al contrario è una parte imprescindibile della vita di ogni ragazzo nel mondo globale di oggi. Se non fosse che le nostre ambasciate da anni vietano a tutta una generazione in Africa di poter viaggiare legalmente con un visto sul passaporto.
[…]
il regime di criminalizzazione della libertà di circolazione deve cadere, esattamente come sono cadute le dittature del sud del Mediterraneo.

Beh, che dire: sottoscrivo.

Tripoli, bel suol d’amore

Effetto domino, si direbbe. Anche in questo caso, non si può che sostenere la rivolta del popolo libico contro il proprio despota, altro nostro-figlio-di-puttana (oleum non olet), al quale negli ultimi anni un’intesa col governo Berlusconi ha affidato il compito di carceriere: vale la pena di ricordare quale trattamento subiscano i migranti che hanno la sventura di passare per la Libia nel loro viaggio verso il continente europeo  (come raccontato da Andrea Segre, Dagmawi Yimer e Riccardo Biadene in Come un uomo sulla terra ). Chissà quanti culi stanno bruciando a Roma, in questo momento, oltre a quello di Frattini (quanti morti occorrono? C’è una soglia minima?)

ANSA: “Tripoli minaccia l’Ue sull’immigrazione: blocco alla cooperazione contro i flussi illegali se continua l’appoggio alla rivolta”

Memorabile Primavera, quella del 2011. Accerchiato dai giudici e messo in difficoltà da un’improvvisa reazione allergica al fondotinta, il Cavaliere era comunque riuscito a compiere l’ultimo passo della sua scalata. Con un titanico colpo di reni, attuando in pochi giorni la Legge Signorini – che metteva fuori legge la Sinistra in quanto “priva di stile” – Silvio Berlusconi aveva sbaragliato i suoi nemici una volta per tutte, senza prendersi nemmeno il tempo per una sveltina gratificatoria. Non c’è pace per i giusti, e infatti ai bordi meridionali della Penisola tornava a premere un’oscura forza illiberale, non più contenuta dagli sforzi dell’amico Gheddafi. Il Colonnello, minacciato da una rivolta ordita dai poteri forti del bolscevismo finanziario, si trovava in grave difficoltà e non poteva più garantire di tenere gli extracomunitari lontano dalle coste italiane. A un secolo esatto dalla Guerra italo-turca, era venuto quindi il tempo di intervenire nuovamente, in nome della Libertà, per soccorrere il prezioso alleato. Numerosi esponenti dell’esecutivo, dimostrando il loro sprezzo del pericolo, si erano subito resi disponibili a far parte della spedizione, della quale Ignazio La Russa aveva curato gli aspetti logistici. Ripristinato l’utilizzo del mulo, animale amatissimo da La Russa, il ministro combattente era partito alla volta di Tripoli con la divisione aviotrasportata “Italo Balbo”.    Al seguito delle truppe d’assalto, Il reparto costruzioni, comandato dal Geniere Capo Castelli, che doveva approntare i campi di concentramento dove rinchiudere sia i rivoltosi che avevano tentato di rovesciare Gheddafi che – così recitava la circolare vergata dal Ministro Testicoli diffusa prima della partenza – “I membri di Al Càida o comunque negri di provenienza subsahariana in procinto di invadere il territorio nazionale allo scopo di instaurarvi il Califfato”.

La sera del 29 Marzo la colonna di camion carichi di tubi innocenti e filo spinato era stata investita dal terribile vento del deserto, il Ghibli. Senza possibilità di trovare un riparo, in poche ore l’intero reparto si era ritrovato sotto una pesante coltre di sabbia che ricordava i bastoni messi dalla Sinistra tra le ruote del Libero Mercato, come argutamente notò il Geniere Capo. I mezzi erano inservibili e già sorgeva il temibile sole libico – unico vero nemico dei militi padani, mai scesi a sud di Gabicce. Fu allora che il Capitano Bossi Renzo suggerì al geniere Castelli di muovere assieme in avanscoperta, alla ricerca del “primo distributore di benzina”.  Ma il deserto, terrone e comunista, sembrava aver teso loro una trappola mortale.

«Pronto pronto, pattuglia Olona chiama Nibbio, Olona chiama Nibbio, mi sentite..? Niente»

«E alura? Come la mettiamo?»

«Eh, non so, chiamiamo l’assistenza»

«Non trovo il numero, prova a sentire La Russa»

«La Russa non si riesce a chiamarlo nemmeno lui, è su un C130 e là il cellulare non prende»

«Casso, Castelli, e allora siam del gatto…me l’avevano detto di non andare, ma io niente. Pensavo “se a far bocchini ti fanno ministro, figuriamoci ad andare in Libia!”

«Aspetta, aspetta…cos’è ‘sto rombo?»

«La so! E’ come un quadrato, però schiacciato!»

«Bestia! ‘sto rombo qui, non lo senti? Un motore!»

«Un autoveicolo, sì! Adesso lo sento!»

Nel deserto non è facile capire da dove provenga un suono. Come due fennech intenti ad aguzzare l’udito in attesa della magra preda (un piccolo roditore, un beccaccino, una blatta), i due militi  si acquattarono dietro a una duna, dalla quale fece capolino un blindato amico. Era uno dei Doblò ricarrozzati in ghisa, prodotti dalla Fiat di Marchionne a Puerto Rico per finire gli ultimi pezzi dei magazzini torinesi. La Russa era riuscito ad inserirne 12mila esemplari nell’ultima finanziaria, ad un prezzo particolarmente conveniente.

«E’ dei nostri! E’ dei nostri!»

«’Spetta, testina, che ne abbiamo venduti anche ai beduini, di ‘sti furgonati qui…controlla la targa…sì, sembra proprio dei nostri»

Il mezzo si fermò inchiodando in una nuvola di sabbia sottile dalla quale, come in sogno, apparve nientemeno che il Maresciallo Borghezio, lo stratega dell’impresa Libica, a capo della Legione Padana.

«BORGHESSIO! E’ il Cielo che ti manda! Qui è successo un casino, abbiamo perso il resto del reparto e non si riesce a comunicare, con queste radio del menga! Sono ancora in garanzia ma non si trova il numero dell’assistenza!»

«Camerata, quelle radio sono finte. Le aveva ordinate la RAI a Paolo Berlusconi per la fiction Squadra Giambellino, ne servivano dieci ma il costo al pezzo veniva drammaticamente abbattuto ordinandone dai mille in su, per cui han deciso di riciclarle…quando torniamo a Roma mi farò sentire io, non temere!»

«Ma porca…come coi decoder»

«Non importa, camerati, saltate sulla camionetta! Lasciate perdere i tubi innocenti, questi islamici bastardi non meritano il vostro lavoro! costruirete ben di meglio, quando avremo riconquistato tutta la Tripolitania e l’intera Cirenaica! Non capite? Ora che siam qui non ce ne andremo più!»

«Ma…e a Gheddafi ghe giren minga i ball?»

«Gheddafi lo sa, il suo esilio è già concordato, Berlusconi gli regala la Sicilia. La Tripolitania ce la teniamo noi del Nord, naturalmente, la Cirenaica se la prendono i camerati del PDL. E ci sarà lavoro per tutti!»

«E figa!»

Il Geniere Capo Castelli tirò un calcio al giovane Capitano Bossi Renzo, sussurrandogli all’orecchio

«Pirla…lo sai che al Borghezio ci piace il casso!»