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Lo Strega, Saviano e la chiacchiera dello scrittore

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In un paese in cui si legge così poco, il fatto che le polemiche scaturite in occasione dei premi letterari abbiano una risonanza così vasta non dovrebbe sorprendere nessuno. In primo luogo perché la risonanza, al di fuori della cerchia dei bancarellai-editori, è in realtà tutt’altro che vasta. Tra gli interessati allo Strega o al Campiello non troviamo tanto i lettori, i quali tendenzialmente accolgono l’assegnazione dei premi con un breve borbottio, quanto, per ovvie ragioni, i giornali dei due maggiori gruppi editoriali italiani, il circo mediatico tutto e i social – twitter in particolare, zeppo com’è di salariati dell’industria culturale, tutti a loro modo scrittori in erba o falliti. In secondo luogo, perché le polemiche suddette non riguardano mai i libri in sé, ma i pettegolezzi da retrobottega, la sensazionale scoperta che i grandi editori contano più di quelli piccoli e tutti gli annessi e connessi del c.d. dibattito politico. Quest’anno allo Strega è la volta delle reprimende di Roberto Saviano, che si batte come un leone contro i monopoli nell’editoria e denuncia i maneggi che avrebbero impedito ad Elena Ferrante di vincere. Il risultato è tragicomico, con Tullio De Mauro che s’incazza perché non vuole essere confuso coi camorristi e tutti a ricordare al povero Roberto che la sua esistenza come scrittore è dovuta principalmente al terribile monopolista Mondadori, ossia Berlusconi.

Finora, da “lettore non pagato”, ho sempre preso le parti di Saviano, perché quando la Camorra ti vuole fare la pelle e schiere di pseudomarxisti, partenopei e non, ti sputazzano perché «tu la Camorra e la vita nei quartieri e lo sfruttamento non sai che sono», quando ti contestano perché difendi Israele e chiami Hamas, molto giustamente, mafia, quando persino mangiare un gelato ai giardinetti diventa una faccenda complicata perché ti devi ricordare che sei sotto scorta, quando si verifica tutto questo, noi persone semplici non possiamo non solidarizzare. Purtroppo risulta impossibile difendere Saviano da se stesso, almeno finché l’autore di Gomorra continuerà ad essere afflitto dal male oggi più diffuso nel mondo delle lettere, un morbo assai virulento detto chiacchiera dello scrittore. Malissimo hanno fatto i suoi agenti, editor, editori, a fargli credere che due tre libri pubblicati possano diventare, impilati, una personale cassetta della frutta di hyde park, e che strillare in piedi su quel piccolo piedistallo possa rendere le proprie opinioni interessanti o, quantomeno, sensate. Non è così.

Di fatto, in un contesto di pochi lettori e troppi libri, gli autori sono costretti a mostrarsi semplicemente per non scomparire del tutto. Questo accade quando le loro pagine non bastano, e cioè sono troppo deboli per lasciare un segno. O quando è l’autore stesso a non credere ai propri libri. In questo esibizionismo sono quindi assecondati, quando non incalzati, dall’industria editoriale, che riesce così a massimizzare la resa del prodotto-scrittore. Dello scrittore, oggi, come del porco, non si butta via niente: polemiche e tiramenti di ogni sorta, interviste nell’intimità, ospitate televisive, dagospiate, etc. L’unica cosa che a volte andrebbe buttata sarebbero proprio i libri – altro che “un’ascia per rompere il mare ghiacciato dentro di noi”, qui si parla, se va bene, di tagliaunghie. Come non rimpiangere lo scrittore in quanto intellettuale, a presidio del dibattito pubblico, come non rimpiangere Pasolini e Moravia alla tivù di Stato? Il fatto è che niente di tutto questo esiste più, e quello che vediamo oggi è una sorta di imbarazzante caricatura, una pantomima in cui Piccolo va da Fazio e Saviano va dalla De Filippi. Sembra che non se ne esca, e che all’interesse materiale si intrecci in modo inestricabile l’egomania dei letterati, o di gran parte di essi. Eppure le eccezioni esistono. Ecco, se davvero Saviano vuol “rompere gli equilibri di un gioco scontato”, provi ad imitare la misteriosa Elena Ferrante, che tanto ha sostenuto in questi mesi. Provi a fare un po’ di silenzio, e scriva.

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Cari intellettuali indignati, se Einaudi esiste ancora è anche grazie a Berlusconi

Sarebbe davvero sorprendente se in questo paese di pochi lettori le sorti di un grande gruppo editoriale diventassero argomento di acceso dibattito pubblico, non limitato alla sola comunità dei professionisti del settore. Lo sarebbe davvero, se l’interesse per la possibile acquisizione di RCS libri da parte di Mondadori non fosse dovuto unicamente al coinvolgimento del non-più-cavalier Silvio Berlusconi. Declinante sull’orizzonte politico, B. riesce ancora a causare la mobilitazione di Umberto Eco e di parecchi altri autori di punta di Bompiani, casa del gruppo RCS, i quali, assieme ad «alcuni amici che pubblicano presso altri editori, intellettuali e artisti», hanno sottoscritto un appello comparso sul Corriere di ieri, nel quale si denuncia il pericolo di una fusione che porterebbe al controllo di circa il 40% dell’intero mercato librario italiano. Voi non potete immaginare la mia delusione nel leggere questa stringata letterina, buttata giù evidentemente con la mano sinistra  – la sua stringatezza confermerebbe una tendenza già riscontrata in Numero zero, sorta di versione liofilizzata per lettori pigri de Il Pendolo di Foucault (che resta tra i miei romanzi preferiti). E passi per la stringatezza, ma gli argomenti?

«Un colosso del genere avrebbe enorme potere contrattuale nei confronti degli autori, dominerebbe le librerie, ucciderebbe a poco a poco le piccole case editrici»

Insomma, tutto resterebbe esattamente com’è ora…

«e (risultato marginale ma non del tutto trascurabile) renderebbe ridicolmente prevedibili quelle competizioni che si chiamano premi letterari».

Quando si dice l’onestà intellettuale. I benedetti autori contano molto sui premi e sul battage annesso, ammettono implicitamente che a fare la differenza, più che la sostanza letteraria dei loro capolavori sono le dimensioni della macchina editoriale che li promuove. Il problema non è quindi il (relativo) monopolio. Quello che non riescono a digerire è soltanto di finire a lavorare per Belluscone, o di tornarci, come il povero Vito Mancuso, spostatosi da Mondadori a Rizzoli anni fa proprio per evitarlo. Questo potrebbe essere l’ultimo episodio di una storia che gran parte dell’intelligencja di sinistra fatica ad accettare. Dalla fine della “guerra di Segrate”, col lodo che consegna Mondadori a B., allo scandalo del povero Saviano, che scrive di camorra pubblicato da un editore in odore di mafia, passando per l’acquisizione di Einaudi, editore engagé per eccellenza, vissuta come autentica profanazione.

I nostri intellettuali faticano ad accettare che nonostante – o grazie – a B., Einaudi, prossima al tracollo negli anni Ottanta, sia ancora un editore importante e che il suo prezioso catalogo, zeppo di quelli che Belluscone considera dei comunistacci snob, da Adorno a Deleuze, sia sostanzialmente integro. Faticano ad accettare che Saviano abbia raggiunto una visibilità enorme grazie a Mondadori, ma forse ciò che davvero non riescono a concepire è che una parte enorme del nostro patrimonio editoriale sia tenuta in piedi non solo o non tanto dai consensi dei pochi lettori forti o medi, colti o semicolti, preferibilmente progressisti, quanto dai consumi sottoculturali dei non lettori, teledipendenti e (spesso) elettori del centrodestra. Ecco l’amarissima verità che i nostri intellettuali di sinistra non riescono a sopportare: gli Italiani che non leggono guardano le tv del non-più-cavaliere, gli inserzionisti pagano e B. si compra gli editori per i quali gli intellettuali pubblicano i loro saggi, nei quali viene spesso descritto il declino culturale del Paese, attribuito indovinate a chi. Davvero uno strano anello.

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