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Il 25 aprile, la Brigata Ebraica e le altre memorie (non più) condivise

È difficile evitare quello che Guido Ceronetti ha chiamato «il gorgo dell’opinione». Basta avere occhi, orecchie e un minimo interesse per ciò che stia al di fuori del proprio intorno più immediato per venire irresistibilmente tratti dentro uno di quei mulinelli, di quelle piccole e grandi turbolenze del lago che chiamiamo dibattito pubblico. Il gorgo del 25 aprile ha sempre avuto dimensioni ragguardevoli, in particolare dopo che abbiamo superato il grande spartiacque dell’89. Da un quarto di secolo, in quel gorgo gira ciò che resta delle nostre memorie resistenziali e del loro opposto. Qualcosa da quel gorgo è stato irrimediabilmente inghiottito, qualcos’altro, specie all’interno di quello che un tempo si sarebbe detto “fronte antifascista”, è stato rotto, sbatacchiato e centrifugato, separato e schizzato lungo i bordi.

Il 25 aprile 2015, settantesimo della Liberazione, avrebbe potuto rappresentare un tristissimo punto di non ritorno. Per la prima volta, i rappresentanti dell’ANED, associazione che custodisce e trasmette la memoria della deportazione nazista, sarebbero stati assenti dal corteo del 25 aprile. Sarebbero stati, perché una presa di posizione dell’ANPI sembra aver fatto rientrare la loro protesta, ma l’episodio ha semplicemente segnalato una ferita già aperta e ben lontana dal rimarginarsi.

I fatti sono noti: il 30 marzo scorso,alla riunione preparatoria presieduta dall’ANPI che ogni anno precede la manifestazione, alcuni gruppi filopalestinesi, già presenti da molti anni nelle manifestazioni in tutt’Italia, hanno contestato violentemente la presenza delle insegne della Brigata Ebraica al corteo. L’ANED ha ritenuto quindi che non sussistessero più le condizioni per partecipare. La polemica che ne è seguita ha portato a varie reazioni, tra le quali una lettera molto chiara dell’ANPI in difesa della presenza dello spezzone della Brigata ebraica e una presa di posizione del PD milanese, che quest’anno sfilerà assieme ad esso.

Sulla storia della Brigata Ebraica non mi dilungo, per chi fosse interessato a conoscerla, oltre alle numerose risorse in rete, consiglio il libro The Brigade di Howard Blum, edito in Italia dal Saggiatore. Personalmente ritengo giusto ricordare pubblicamente quella vicenda quasi dimenticata, e ringrazio chi sfilerà con quella bandiera. Occorre però aggiungere che le ragioni contrarie non sono sostenute unicamente dalla canea dei soliti israelofobi e/o antisemiti. A titolo di esempio, Gad Lerner ha definito quella presenza «una scelta regressiva e una forzatura storica», operata da «alcuni responsabili delle Comunità ebraiche italiane».

Peccato che Massimo Rendina, il comandante Max, capo di Stato Maggiore della Prima Divisione Garibaldi, non possa più rispondere direttamente a Lerner. Fu infatti proprio Rendina, nel 2007, in qualità di presidente della sezione romana dell’ANPI, ad invitare il gruppo che ricorda la Brigata Ebraica a partecipare alla manifestazione. Forse Gad Lerner – iscritto ANPI come il sottoscritto – imputerebbe anche a Rendina il «contagio di inciviltà», e l’«esasperazione del nuovo settarismo identitario» di cui parla. E cioè del supposto nuovo settarismo ebraico, insomma, del quale Lerner è gran fustigatore.

Lo stesso Lerner ammette che, a partire dagli anni ’70, «qualcuno ha iniziato a portare in corteo le bandiere palestinesi, che non c’entravano nulla. E così, per reazione, altri hanno escogitato il contrappunto (tutto italico) della Brigata Ebraica, invitando gli ebrei a separarsi in piazza pur di sventolare il 25 aprile la bandiera con la stella di Davide». Tra la comparsa della bandiera palestinese e quella della brigata ebraica passa un trentennio, durante il quale Lerner ha evidentemente avuto altre preoccupazioni. Il suo fastidio per l’importazione delle vicende mediorientali nella Festa della Liberazione compare solo di recente, assieme alle stelle di David. E se Lerner, pur con qualche decennio di ritardo, ammette che la bandiera palestinese col ricordo della Liberazione c’entra davvero poco, c’è chi invece è convinto che essa debba essere presente, in quanto «ban­diera di un popolo che chiede di essere rico­no­sciuto, un popolo che lotta con­tro l’apartheid, con­tro l’oppressione, per libe­rarsi da un occu­pante, da una colo­niz­za­zione delle pro­prie legit­time terre».

Così si è espresso sul Manifesto il raconteur Moni Ovadia, aggiungendo come «I grandi valori uni­ver­sali dell’ebraismo» sarebbero stati «pro­gres­si­va­mente accan­to­nati a favore di un nazio­na­li­smo israe­liano acri­tico ed estremo. Un nazio­na­li­smo che iden­ti­fica stato con governo». Il che, verrebbe da chiosare, è la stessa operazione compiuta dagli israelofobi. Transeat. Altro crimine specificamente ebraico, secondo Ovadia, quello dell’identificazione tra Ebrei e Stato d’Israele, sostenuta «dalla parte mag­gio­ri­ta­ria, quella che alle ele­zioni con­qui­sta sem­pre il “governo” comu­ni­ta­rio». Il che, per i fan di Ovadia, equivale a dire che gli Ebrei italiani sono per la maggior parte dei guerrafondai. Nessuna sorpresa quindi se i muri delle loro case, dei loro negozi e delle loro sinagoghe vengono imbrattati dai più zelanti tra i sostenitori della causa palestinese.

Se ci fermassimo a queste due voci, avremmo soltanto riportato le posizioni di due noti esponenti dell’industria culturale, il loro tormentato rapporto con la propria identità e con il sionismo e l’immagine di sé che rivendono al loro pubblico – un pubblico centinaia di volte più numeroso della piccola comunità ebraica italiana. Il problema è però assai più vasto, va ben oltre le polemiche mediatiche e investe l’intera questione della memoria della lotta al nazifascismo – e quella della memoria storica tout court. Insistendo sulla legittimità della presenza filopalestinese al corteo in nome di un certo «senso ultimo», Ovadia tocca, forse inconsapevolmente, il discrimine tra due diverse, e in parte inconciliabili, visioni della memoria resistenziale. Da una parte la memoria “conservativa”, dall’altra quella “attualizzante”. Da una parte la difesa e la trasmissione della memoria, dall’altra i suoi usi politici, e le sue strumentalizzazioni.

Naturalmente, la memoria conservativa non è mai solo tale, perché assieme al ricordo delle vicende storiche e alla sua difesa dai tentativi di revisione, si accompagnano una serie di valori in buona sostanza coincidenti con quelli della nostra Costituzione Repubblicana. È attorno all’interpretazione di quei valori e alla mancanza di qualunque senso delle proporzioni storiche che si è generato un tragico equivoco. Di fatto, delle vicende resistenziali, la memoria attualizzante nella sua forma più radicale utilizza soltanto una serie di immagini, di motivi, di formule da sovrapporre rozzamente alla realtà attuale. Così, il campo semantico «resistenza» raggiunge un’estensione infinita, i suoi limiti diventano quelli della Totalità. Chiunque si batta contro qualche cosa da qualche parte diventa uguale ai partigiani che hanno lottato per liberare l’Italia dai nazifascisti. E chi lo nega è un fascista.

Ecco spiegato ad esempio l’uso dell’immagine di Pertini da parte del M5Sforza che certo non si distingue per il proprio antifascismo, ecco in che modo i noTAV hanno potuto autodefinirsi «i nuovi partigiani». E il fatto che i loro striscioni siano ormai tra i più visibili durante le celebrazioni del 25 aprile non rappresenterebbe una tragedia di per sé. L’aspetto tragico di questa tendenza ad equiparare la Resistenza a battaglie di altro tipo, dall’autodeterminazione degli Arabi di Palestina all’opposizione ad una linea ferroviaria consiste nel fatto che essa contribuisce in modo paradossale alla distruzione di una memoria antifascista condivisa.

Negli ultimi anni, storici, intellettuali e ceto politico si stanno interrogando proprio sulle modalità di creazione di una memoria ufficiale e sui rischi dell’ufficializzazione, vista come possibile “sterilizzazione” della memoria stessa. (Sulle pagine degli Stati, altri ne hanno scritto meglio di quanto possa fare io, a partire da David Bidussa). Ad una “memoria sterile”, o “fossile”, e quindi inerte, alcuni contrappongono una memoria viva, operativa, per così dire, ma il nodo centrale dell’intera questione sta a mio avviso nell’identificazione tra memoria «ufficiale» e potere costituito. Non esiste memoria senza ritualità, e l’unico modo per far diventare la memoria un rito condiviso anziché comunitario o individuale è che esso abbia carattere di religione civile, e cioè venga officiato sotto l’egida del potere costituito. Non c’è memoria condivisa senza Potere.

A partire da uno scenario postideologico in cui la confusione regna sovrana e le spinte antisistema sono entrate stabilmente in Parlamento, anche se pochi ormai ricordano chi fosse Pietro Secchia, posizioni simili al mito della “rivoluzione tradita” tornano a diffondersi. Tra ufficialità e spontaneità, tra ordine repubblicano e antagonismi di vario tipo si è creata una sorta di contesa attorno all’eredità storica della lotta di Liberazione, che vede da una parte il pensiero debolissimo della sinistra riformista attuale (leggi: PD), dall’altra tutto il resto. In questo scenario, i partiti della sinistra riformista hanno una loro importante quota di responsabilità, come scrivevo qui. La “sinistra di sistema” ha lasciato le piazze ad altri soggetti, con le conseguenze che possiamo vedere. La decisione del PD di Milano di sfilare con le insegne della Brigata Ebraica va quindi in controtendenza e non possiamo che salutarla con favore. Peccato arrivi isolata e un po’ tardiva. Singole, lodevoli prese di posizione non possono arrestare una tendenza storica che credo irreversibile. Siamo davvero alla fine di un ciclo. Il cosiddetto fronte antifascista, mai veramente unito, oggi è ridotto a brandelli.

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Dialogo sull’antisemitismo a sinistra

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Israele e la Sinistra. Ogni tanto ne scrivi, come durante i giorni tragici dell’ultima guerra di Gaza, ormai quasi solo per prendere posizione, cercando accuratamente di evitare discussioni sfiancanti quanto inutili con certi irrecuperabili odiatori. Un proposito difficile da rispettare se, tanto nel mondo dei social quanto nella real life, ti ritrovi a parlare con persone apparentemente  portatrici di valori e visioni del mondo simili ai tuoi, con le quali ad esempio condividi un generico antifascismo, l’idea di un solido welfare, il giudizio sul ventennio berlusconiano. Ti trovi d’accordo su molto, se non su tutto, ma una sorta di circospezione da campo minato non ti lascia mai tranquillo. Cerchi di aggirare l’argomento, ma non resisti e alla prima enormità senti l’urgenza di intervenire. Inutilmente. Con tanti compagni o presunti tali, quando si parla di Israele, inevitabilmente i toni cambiano, cambiano gli sguardi e il dialogo si interrompe. E in fondo Israele funziona come una sorta di cartina di tornasole grazie alla quale distinguere tra due sinistre diverse. Non solo tra una Sinistra sionista e una antisionista, ma tra una Sinistra laica e una Sinistra dogmatica. Tra il raziocinio e il pregiudizio. Mi riesce difficile capire perché un atto unilaterale come la risoluzione sul riconoscimento dello Stato Palestinese, votata a larghissima maggioranza dal Parlamento Europeo prima di Natale, rappresenti di per sé una buona notizia, mentre per anni il ritiro di Israele da Gaza è stato spesso ferocemente criticato proprio per il suo unilateralismo. Transeat. La sottosviluppata diplomazia dell’Unione sembra convinta che il gesto possa servire a far ripartire il processo di pace e trova evidentemente meno scomodo indispettire Israele sulla questione palestinese che non Erdoğan su quella curda. Niente di nuovo sotto il sole, non fosse per una sgradevole coincidenza cronologica tra la risoluzione suddetta e la decisione presa dalla Corte di Giustizia Europea di depennare Hamas dalla lista delle organizzazioni terroristiche. I beni di Hamas in territorio europeo rimangono congelati per altri tre mesi, la sentenza non rappresenta la posizione politica dell’Unione, certo. Tuttavia è difficile non intravedere, in filigrana, il volto di una vecchia Europa vigliacca che, se e quando manifesta un barlume di politica estera, lo fa nel peggiore dei modi, all’insegna del vecchio vizio dell’appeasement. Per quanto mi riguarda, in questo caso a pesare sono certi silenzi e certe ambiguità alle quali non è estranea nemmeno la base del Partito Democratico. Sono passati più di quarant’anni da quando Umberto Terracini scriveva sull’Unità lamentando l’atteggiamento del PCI, che, dopo un momentaneo sostegno nel ’48, arrivava a negare «la legittimità sul piano del diritto internazionale di uno stato ebraico e, sul piano storico-politico, i suoi titoli all’esistenza». Da allora, mondi interi sono crollati, portando con sé partiti, progetti, ideologie, filosofie della storia. Soltanto un pregiudizio sembra rimasto immutato, se Tommaso Giuntella, presidente del PD Roma, limitandosi a deplorare la sentenza su Hamas, viene attaccato non dai prevedibili antagonisti in felpina e cappuccetto, ma nientemeno che dai giovani segretari dei circoli PD di Parigi e Bruxelles. Se nessuno oggi, nell’area della Sinistra riformista, nega la legittimità al futuro Stato Palestinese, viene allora da chiedersi quanti ancora neghino la legittimità di diritto, oltre che di fatto, dello Stato ebraico, quanto sia diffusa la posizione del «Certo, ormai c’è, mica li puoi cacciare» che ho sentito ripetere da amici e conoscenti decine di volte. Se i luoghi comuni su Israele risultano intollerabili per me che ebreo non sono, immaginate quanto possano esserlo per un ebreo tenacemente di sinistra che però rivendichi il suo legame con Israele, non sedotto dall’amicizia pelosa della destra ma nemmeno disponibile agli autodafè di taluni “ebrei buoni”, interpellati dai media ad ogni nuovo scoppio di violenza sulle sponde del Giordano. Per questa volta, quindi, niente Moni Ovadia.

Organizzatore culturale, creatore di festival musicali, titolare di un’agenzia di comunicazione per trent’anni e, più di recente, ristoratore, Raffaele Barki ha lasciato Tripoli per l’Italia con la sua famiglia quando aveva dodici anni, nel clima da pogrom che attraversava il mondo arabo dopo la guerra dei Sei Giorni. Attaccato ai valori della sinistra come alla propria identità ebraica, in entrambi i casi coltivando il dubbio e un’idea profonda di laicità. Barki non è uno che le mandi a dire. Rivendica orgogliosamente il suo essere «un rompicoglioni». Ha cominciato presto, facendosi sospendere dalla scuola ebraica di Milano quando – a 15 anni – sosteneva il diritto dei Palestinesi all’autodeterminazione. Nei giorni della guerra del Libano decise di non rinnovare la sua iscrizione alla Comunità Ebraica di Milano – un gesto che altri, molto più di recente, hanno avuto l’accortezza di comunicare urbi et orbi, a beneficio soprattutto del pubblico pagante di sinistra. Barki Detesta profondamente Bibi Netanyahu, ma allo stesso modo detesta il pregiudizio verso Israele che da quasi mezzo secolo avvelena il dibattito a sinistra. Otto anni fa, ben prima della candidatura di Moni Ovadia con la lista Tsipras, si presenta a Milano come indipendente nelle liste di Rifondazione Comunista. A partire da quell’esperienza, non posso non cominciare la nostra lunga chiacchierata chiedendogli se per un ebreo oggi sia possibile militare a sinistra del PD sostenendo allo stesso tempo le ragioni di Israele: «Una volta non era nemmeno immaginabile. Oggi, per quanto mi riguarda, risulta impossibile perché quello che è rimasto della Sinistra radicale è quanto di più antistorico possa esistere. Se penso ai Ferrero o ai Diliberto, mi vengono i brividi. Sono persone che ormai vivono al di fuori della realtà. Poi ci sono delle persone perbene come Vendola, che però sono circondate da chi ancora vive di retaggi preconfezionati. Tanti anni fa facevo politica attiva in uno dei gruppi più settari del periodo, addirittura di ispirazione bordighista. Quando mi sono accorto che avevo abbandonato il credo religioso e stavo cascando nel credo laico, mi sono allontanato, e a lungo. C’è poi stato un momento, nel 2005, in cui mi sono accorto che occorreva sporcarsi le mani perché c’era un problema grosso come una montagna, liberarsi di Berlusconi, e ho iniziato a mettere le mani nella merda. Ho iniziato a coltivare un sogno, quello di una sinistra vera, laica, fatta di valori, di contenuti – quando dico laica intendo anche non dogmatica. Sul significato della parola Sinistra oggi si potrebbe discutere, ma questo è un altro problema…Tornando alla domanda: quella Sinistra che descrivi è assolutamente incompatibile con un sentimento di appartenenza ebraica, anche non religiosa, perché intrisa di ignoranza e pregiudizio, di non conoscenza della storia e di cliché.

«Un’aspetto fondamentale è la mistificazione che viene praticata a sinistra nella distinzione tra sionismo ed ebraismo, tra antisemitismo e antisionismo. “Non sono antisemita, sono antisionista”. Chi dice una stronzata di questo genere è perché non capisce che cos’è lo Stato di Israele. Io oggi scherzando dicevo che è dal 1492 che giro il Mediterraneo e che mi sono da un lato arricchito, dall’altro mi sono rotto i coglioni di dover scappare continuamente!». Non posso fare a meno di interromperlo chiedendogli se ricordi la bellissima Arringa per la mia terra di un altro tripolino, un altro ebreo di sinistra, Herbert Pagani. Mi risponde ridacchiando: «la mamma di Herbert è cugina di mia madre!. La questione è che se tu non riconosci che è indispensabile che gli Ebrei abbiano un luogo dove nessuno li possa cacciare, perseguitare, chiudere nei ghetti, bruciare nei forni, discriminare, isolare, deridere, appiccicargli delle etichette d’infamia, o cose di questo genere, se non si riconosce il diritto ad avere uno spazio all’interno del quale essere ebrei non è importante, non è un handicap, mettiamolo in questo modo, se tu neghi questa necessità e questo diritto, automaticamente assumi un atteggiamento antisemita. È inevitabile». Tornando al riferimento ai gruppetti extraparlamentari d’antan, mi chiedo se l’ostilità antiebraica di certa sinistra non derivi dal rifiuto di quel germe di laicità che sta dentro il pensiero ebraico, da parte di chi invece fonda il suo agire politico sul dogmatismo e sul fanatismo. Ma per Barki, attribuendo al pregiudizio un’origine ideologica o filosofica, pecco di eccessiva generosità: «Io credo che l’origine di tutto questo sia una profonda ignoranza del problema, una profonda mancanza di conoscenza dei fattori storici e materiali. Tu guarda quante sono le persone che parlano di Medio Oriente e tu dimmi quante hanno i titoli per poterlo fare, quanti ne hanno la consapevolezza, quanti hanno gli strumenti anche geopolitici per poter fare una valutazione». Sarò forse troppo generoso, ma Barki risulta in fondo molto più ottimista di me, dal momento che l’ignoranza si può correggere con un po’ di studio, mentre curare il fanatismo è assai più problematico. Ciò detto, se il problema è culturale, il martellamento dei media – spesso aderenti al filoarabismo democristiano e agli interessi petroliferi – che per decenni hanno descritto un Davide Palestinese contro un Golia israeliano non può non aver dato i suoi frutti. «Certo. Purtroppo Israele ha commesso un errore fatale in passato, manifestando quell’arroganza “renziana” per cui la consapevolezza di stare dalla parte del giusto ti spinge a non comunicare le tue ragioni. Così, a furia di lasciar comunicare agli altri, nell’immaginario collettivo sono prevalse le ragioni degli altri. Dopodiché, se tu frequenti i paesi arabi come ho fatto per moltissimi anni e poi vai, come sono stato spessissimo, in Israele, ti rendi conto che tutti i luoghi comuni crollano non appena scendi dall’aereo». La realtà dei luoghi e della loro quotidianità, in effetti, parla da sé, per chi solo voglia vederla.

«Una volta in Israele sono andato a trovare un amico di un mio parente che aveva avuto un incidente in moto ed era rimasto tetraplegico. Aveva bisogno di un letto molto particolare e in ospedale ce n’era soltanto uno. Non ha potuto godere di quella disponibilità, perché c’era un terrorista palestinese che si era fatto esplodere, era diventato a sua volta tetraplegico e gli avevano messo a disposizione quel letto per curarlo. E ai confini fra la Cisgiordania e Israele, fra il Sinai e Israele, fra la stessa Giordania e Israele, c’erano file di persone che andavano in Israele a farsi curare – a farsi curare gratuitamente, tra le altre cose. Ecco come di fronte ai fatti, i luoghi comuni sulla bastardaggine degli Israeliani e sullo stato permanente di vittime dei Palestinesi decadono automaticamente. Se invece vai a vedere come invece vengono trattati i Palestinesi nei paesi arabi, c’è da rabbrividire. In Giordania li hanno massacrati, in Libano li hanno maciullati, li hanno maciullati i Cristiani Maroniti – poi lì c’era Sharon che aveva la sua grossa fetta di responsabilità legata al fatto che aveva cessato la custodia dei campi profughi [a Sabra e Shatila, ndr], ed è stato per quell’episodio che ho cancellato il mio nome dalle liste della comunità ebraica di Milano. Ma in generale i Palestinesi sono stati massacrati quasi sempre dai loro “fratelli” Arabi!. Altra cosa da dire è che l’Occidente non conosce il mondo arabo e quindi non conosce neanche il mondo palestinese, per cui gli occidentali non possono concepire che si mettano in prima fila i bambini per generare vittime e attribuire la responsabilità al presunto aggressore. Non lo concepiscono. È un tipo di mentalità che il mondo occidentale non riesce a capire e fino a quando non impareranno a decodificare il linguaggio e la cultura e la mentalità del mondo arabo, non riusciranno a capire il problema mediorientale e le posizioni internazionali risulteranno sempre distorte come da specchi rotti». A proposito dei problemi del medioriente e del loro uso politico-mediatico, chiedo a Barki che cosa pensi dell’amicizia interessata di certa stampa di destra o terzista, a partire dal «Foglio» di Giuliano Ferrara, più volte promotore di manifestazioni di solidarietà ad Israele. «Ma io questa ghenga…io non ho mai consentito a questa gentaglia di lisciarmi il pelo. Io non dimentico che gli unici esperimenti riusciti di socialismo reale sono quelli tentati nei kibbutzim, non dimentico che il pensiero laico e di sinistra nasce anche nel ventre del mondo ebraico. Quando Berlusconi venne ad inaugurare Binario 21 [il memoriale della Shoah in Stazione Centrale a Milano] mica lo si sarebbe dovuto cacciare, ovviamente. È comprensibile un atteggiamento di opportunità politica, ma non puoi pretendere di fare il Principe della situazione!»

Soltanto verso la fine della telefonata mi accorgo di aver appena scalfito il problema che mi aveva spinto a chiamare Barki, e mi sta bene così. L’orizzonte si allarga necessariamente quando si parla di pace, un tema ben più importante delle miserie della politica politicante e dei pregiudizi e dei ritardi intellettivi della Sinistra europea.  «L’errore è tentare di sciogliere una matassa che ormai non può più essere sciolta. La matassa del Medio Oriente, di Israele e della prossima futura Palestina non è più una matassa di cui trovi il capo, perché ormai torti, ragioni, verità storiche sono talmente annodate che non riesci più a scioglierle, non ci sono santi. Bisogna ripartire da questo momento, prendendo atto del fatto che c’è un grumo insolubile e si dovrebbe partire da principi di buona volontà e di rispetto reciproco. Ma la verità è che per essere razzisti una ragione la trovi sempre, e non mi sto riferendo alla sinistra nei confronti degli Ebrei o di Israele. Mi riferisco al fatto che il mondo sta assumendo un tono sempre meno tollerante. Se tu vedi quello che sta succedendo negli Stati Uniti, dove addirittura riemergono i conflitti razziali, o in Francia, in Indonesia, in Pakistan, in Afghanistan, ovunque. È diventato un virus. Una ragione per identificare una minoranza e dare argomenti per odiarla la trovi sempre. Perfino quel pitalpiteco di Salvini è in grado di farlo!». Una chiusa non proprio confortante, giustificata dal momento che stiamo vivendo. Ma la mia l’impressione di un qualche ottimismo di fondo viene confermata quando, due giorni dopo la nostra conversazione, Barki mi chiama unicamente per avvertirmi, un attimo prima che vengano diffuse le agenzie, che in Tunisia il laico Essebsi ha vinto le elezioni presidenziali. Un piccolo segno di speranza, forse, e Dio sa quanto abbiamo bisogno di questi segni.

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