Cartoline dalla Giudecca – III

 “È Vitucci, lei?”. La signora che come me sta fotografando i resti di un salotto finito sott’acqua mi scambia, curiosamente, per Alberto Vitucci, cronista della “Nuova Venezia”. No, non sono nemmeno giornalista, le spiego, ma sono stato colpito quanto lei da quella che sembra un’installazione di arte concettuale, una sorta di triste monumento alla città colpita dall’acqua alta. La signora si chiama Alberta Foccardi, scrive poesie e ha bisogno di un po’ di promozione, per cui ora i miei diciotto fedelissimi lettori potranno andarsi a cercare i suoi componimenti in rete. Mi racconta di come la sera di martedì 12 fosse uscita proprio da un incontro di poesia, ritrovandosi in mezzo alla peggior acqua alta dal ’66 e venendo infine salvata da un gondoliere che passava di lì. Un’immagine per certi versi opposta me la fornisce un amico la cui madre doveva essere presente allo stesso evento. Bloccata dalla marea sul ponte della Pietà, minacciata dalle gondole disormeggiate e spinte dalle onde verso di lei, animatesi come in un film horror. I racconti di questo tipo si sprecano. Taxi finiti in calle, un’intera edicola, quella delle Zattere, trascinata in acqua con dentro il suo proprietario, Walter Mutti, che ha perso l’attività, ma se non altro è vivo. L’unica vittima, un abitante di Pellestrina morto fulminato mentre cercava di azionare una pompa elettrica, la fine che ha rischiato di fare anche un mio anziano vicino di casa, il quale, nonostante i miei avvertimenti, insisteva nel voler usare un vecchio esemplare, collegato alla rete da un accrocchio di prolunghe e zonte col nastro adesivo, certamente conforme ai più avanzati standard di sicurezza. Come previsto, in mia assenza la pompa è andata in corto tirando una bella fiammata e ora giace assieme ad altri duemilacinquecento metri cubi di mobilio, elettrodomestici, libri e ricordi vari andati sommersi e non più recuperabili. Pensando a chi ha perso davvero tutto, non soltanto gli oggetti ma la casa stessa, resa inagibile, mi posso ritenere fortunato. A me e alla mia compagna è andata piuttosto bene, anche considerando il fatto che meno di due anni fa stavamo per prendere un appartamento al piano terra, provvidenzialmente frenati dalle paturnie della proprietaria. Passata la paura per quell’acqua salita di quasi mezzo metro in meno di un’ora, per la burrasca di scirocco che spingeva e spingeva sulle nostre finestre, mentre la calle era diventata non un canale, ma un torrente in piena, la nostra conta dei danni si è alla fine limitata a una vecchia asse da stiro, un albero di natale IKEA e un paio di scatoloni vuoti. Questo senza ovviamente contare l’azione del sale, che da decenni si mangia piano piano intonaci, malte e mattoni dei “magazzini” (le cantine che, rimaste al grezzo da sessant’anni, grazie al grande spirito collaborativo di quasi tutti i condomini, apparirebbero disastrate anche senza acque alte).

Saluto la signora Foccardi e mi dirigo oltre il Ponte Longo, alla sede giudecchina della libreria Marco Polo, dove aiuto l’amico Flavio ad asciugare libri e fatture. Sono stati fortunati, dovranno buttare soltanto un po’ di usato e uno scatolone di audiolibri. Altri librai hanno perso molto, per non parlare dei danni alle biblioteche e agli archivi, che ci ricordano come una delle antiche capitali del libro a stampa sia costruita sul fondo limaccioso di una laguna, e come quindi – regola n.1 del bibliofilo veneziano – il primo ripiano in basso degli scaffali sia una sorta di anticamera del macero e non vada riservato alle prime edizioni né ai libri del cuore. Se al resto dei commercianti e dei ristoratori è andata certamente peggio – banchi frigo e forni non si possono spostare – è anche vero che le attività economiche avranno giustamente accesso ai risarcimenti pubblici. Già nel 2008, la mia prima acqua alta alla Giudecca (156 cm), che avevo considerato sino ad allora esente dalle acque alte (anzi “esentissima”, come scrivono gli agenti immobiliari negli annunci dei piani rialzati, anzi “rialzatissimi”), rappresentò per alcuni l’occasione di rinnovare gli esercizi e prepararsi così all’esplosione del turismo di massa sull’isola. Questa volta però la botta è stata davvero grossa, e i meno attrezzati finanziariamente o psicologicamente hanno purtroppo già dichiarato che non riapriranno bottega. Anche per alberghi e B&B non sono giorni facili, e la corporazione dei locandieri parla di numerosissime disdette. Si erano abituati a considerare novembre come coda dell’alta stagione, mentre d’ora in poi anche gli irriducibili amanti delle nuotate in piazza e dell’escherichia coli forse ci penseranno due volte prima di prenotare la loro stanza in questo periodo. Oltre a un picco mai raggiunto nell’ultimo mezzo secolo (187 cm, 7 cm sotto quello dell’acqua granda del 1966), ad aver messo a dura prova il carattere naturalmente resiliente dei veneziani è la sostanziale imprevedibilità di questi ultimi eventi, la loro frequenza ravvicinata, che non dà tregua e ti può far passare la voglia di asciugare e pulire, tanto entro due giorni ti toccherà ricominciare da capo. È in questi frangenti che un aiuto come quello degli “angeli del fango” arrivati da tante altre città risulta preziosissimo anche a livello di morale. Certo, Venezia si rialzerà anche stavolta, ma più di altre volte a colpire è la quantità di energia dissipata nel mugugno. Subito dopo la calamità, nei pochi bar aperti, centinaia di veneziani esponevano le loro tesi di fluidodinamica e ingegneria civile. Hanno già deciso che il MOSE non funzionerà, ne sono sicuri, perché la sanno lunga. Io davvero non ne ho idea. Voglio, devo sperare che funzioni, ma soprattutto spero che questo mugugno tutt’attorno a me sia la solita incazzatura e non un terribile cupio dissolvi.

Piccole storie di cultura e di potere all’ombra del MOSE

shore

«Sponsorizzazioni ce ne sono, libri, robe di questo genere, finché vuole. E non parlo dei libri, quelli che vengono fatti come strenne annuali, anche altre cose: ricerche, un po’ di tutto. Cioè, Venezia Nuova fatturando negli ultimi anni 400-500 milioni tentava di mantenere un rapporto con il circondario di un certo tipo, su questo non c’è dubbio. A me è toccato questo, probabilmente ad altri sono toccate altre cose». (Pio Savioli, direttore tecnico COVECO)

In attesa della decisione del Prefetto di Roma, a cui, qualche giorno fa, Raffaele Cantone ha fatto richiesta di commissariare il Consorzio Venezia Nuova (CVN), torno a sfogliare il libro che uno dei miei fotografi preferiti, Stephen Shore, ha dedicato alla grande opera più famosa d’Italia, il MOdulo Sperimentale Elettromeccanico. Uscito nel 2008 e ormai non così facilmente reperibile, il volume vorrebbe essere «A preliminary report» condotto sul progetto nella prima fase della sua realizzazione. Le riprese col banco ottico delle grandi spianate di cemento presso le bocche di porto del Lido, qualche snapshot in bianco e nero di passanti veneziani alle prese con l’acqua alta, le foto degli apparati cartografici e degli articoli di giornale, il tutto messo assieme a comporre un racconto concettuale che in realtà spiega poco dei problemi della laguna e del progetto stesso, ma è davvero valido di per sé, anche se lontano dai capolavori del fotografo americano.

Si tratta del resto di un lavoro su commissione, offerto dal Consorzio stesso a Shore e al bolzanino Walter Niedermayr, autore di un volume gemello. Shore e Niedermayr, due fotografi probabilmente accomunati nelle intenzioni dei curatori (e del committente) da un taglio fenomenologico, “neotopografico”, mai giudicante, sono di fatto i protagonisti dell’ultima di una serie di operazioni di immagine che il CVN ha condotto sin dalla sua fondazione. Nel 1989 il Consorzio, presieduto da Luigi Zanda, era ancora una macchina inerte in attesa di decisioni politiche che sarebbero state prese soltanto 14 anni dopo. Il progetto attuale delle dighe non era stato ancora approvato, non c’era nulla da difendere presso l’opinione pubblica. In quel momento la mission – o la stessa esistenza – del CVN doveva essere ricordata soprattutto ai suoi referenti istituzionali, destinatari di una strenna natalizia di un certo prestigio. Non un pesante catalogo d’arte, come usano fare le banche, ma uno smilzo libriccino commissionato ad uno dei più grandi poeti russi del Novecento, il premio Nobel Josif Brodskij, il quale in realtà doveva già avere almeno abbozzato Fondamenta degli Incurabili, storia dei suoi incontri con Venezia, magnifica digressione sentimentale in cui i luoghi della città si intrecciano a quelli della letteratura. Di recente mi sono chiesto quale fosse stata allora la reazione di certi arrembanti socialisti veneziani di fronte alla vena malinconica del testo di Brodskij.

È evidente come alle grandi opere – e in generale ad ogni investimento che superi un certo ordine di grandezza – sia richiesto oggi un corollario di prodotti immateriali per i quali il lavoro di addetti stampa, pubblicitari o altri storyteller (nell’accezione originaria di «contaballe») non è più sufficiente. È necessario allora far ricorso alla Cultura, coinvolgendo artisti e intellettuali di un certo rilievo per nobilitare in qualche modo l’attività. E se agli scrittori e ai fotografi viene richiesto un racconto, al pulviscolo della produzione culturale del territorio si chiede solo un tacito assenso, in cambio del proprio interessato sostegno economico. Come ben sappiamo, le sponsorizzazioni servono a rendere visibile un marchio, e quindi a venderne il prodotto, ma possono servire anche per comprare consenso. In un territorio ricco di un associazionismo di base e di gruppo sportivi e ricreativi dalla precaria sostenibilità economica, ma anche di un terzo settore culturale dipendente in modo pressoché totale dalle finanze pubbliche, un interesse forte di qualunque tipo può mostrare discretamente la propria presenza nell’ambito del cosiddetto tempo libero, creando sottili legami, dipendenze economiche, sudditanze psicologiche non prive di conseguenze politiche.

Ma il nostro giornalismo mainstream non si interessa della microfisica del potere, e così, quando lo scandalo del MOSE ha toccato il livello politico, l’unica sponsorizzazione di cui la stampa ha riferito è stata quella destinata alla Fondazione VeDrò di Enrico Letta. Eppure ci sarebbe molto da raccontare del sottobosco degli sconosciuti. I nomi non sono importanti, lo sono le dinamiche, sempre uguali tra loro. Grattugiate dal budget complessivo dell’opera – giunto a cinque miliardi e mezzo di euro – le briciole del Consorzio sono state sparse un po’ a tutti i becchettanti colombi impegnati nel settore “culturale e ricreativo”, particolarmente in crisi a partire dal 2008, nel momento del drastico taglio delle sponsorizzazioni del Casinò Municipale – per anni autentica cassa dell’assessorato alla Cultura. Sponsorizzazioni di mostre, concerti, eventi sportivi, pubblicazioni, restauri, di cui enti pubblici, privati e associazioni di ogni tipo hanno beneficiato in città e non solo. Rifiutare qualche migliaio di euro dal Consorzio in questi ultimi anni, quando ormai le opposizioni al MOSE si erano fatte debolissime, voleva dire essere iscritti d’ufficio alla categoria dei fessi – cosa che è capitata al sottoscritto, (ex) piccolo operatore dell’industria culturale veneziana. Aveva senza dubbio ragione chi mi ripeteva «Se i soldi non li prendi tu, li prende qualcun altro» (concludendo poi con «Fede, tu non farai mai carriera»). Certo, i casi personali di per sé non rappresentano nulla, ma possono fornire buoni spunti di riflessione sull’etica del nostro pseudomecenatismo e, più in generale, sugli incroci, forse inevitabili, tra Bellezza e corruzione.

È arrivata la bufera

Certamente una bufera attesa, e comunque sorprendente per la sua violenza. Non occorrevano particolari doti di preveggenza per sapere che, dopo gli arresti di Baita e Mazzacurati, l’inchiesta sui lavori del MOSE avrebbe presto o tardi toccato il livello politico. Anche sui nomi non era necessario sforzare troppo l’immaginazione: il coinvolgimento di Giancarlo Galan era atteso da almeno sei mesi. Non sto emettendo sentenze, attenzione, rilevo solo la meccanica elementare di qualunque sistema di corruzione: se una mano dà, un’altra mano riceve e da qualche parte questi soldi “volanti” saranno pur andati a finire. Ministeri ed enti locali sono i luoghi in cui i magistrati hanno il dovere di cercare i responsabili. Per questo, per quanto grave (e assai infrequente), nemmeno l’arresto di un sindaco in carica può stupire.

In questo momento sono tre le piccole notazioni che mi preme fare su questa vicenda.

La prima è relativa al solito ridicolo scontro «giustizialisti vs garantisti». Sono convinto che la Giustizia italiana sia malata e necessiti di una riforma, non amo l’idea di carcere e detesto chi crede di ottenere qualche rivalsa politica o sociale per via giudiziaria. Però siccome ad indignarsi per la malagiustizia, sempre e soltanto quando sono i membri dell’élite a finire in manette, ci sono già tutti i grandi opinion maker terzisti, ho deciso che non c’è alcun bisogno del mio contributo. Spiace che l’élite palazzinara convenuta ai vernissage della Biennale di architettura sia stata turbata dagli arresti eccellenti. Sono certo tuttavia che sapranno riprendersi rapidamente. Chi, come la Signora Alberta Marzotto, va sostenendo che la «giustizia a orologeria» starebbe causando un danno d’immagine al Paese farebbe forse meglio a tacere. Dovrebbero forse tacere anche certi miei compagni di partito, scattati come dei misirizzi garantisti in difesa di Orsoni . Qualcun altro ha tirato in ballo il povero Enzo Tortora, che mi auguro venga di notte a tirare i piedi a tutti quelli che ne strumentalizzano il nome.

La seconda notazione riguarda il mio sindaco, Giorgio Orsoni – accusato di aver ricevuto finanziamenti illeciti durante la sua campagna elettorale. A naso, se devo dirla tutta, trovo la cosa improbabile, ma ritengo altrettanto improbabile che in una piccola città chiacchierona in cui gli affari si decidono davanti a un fritto misto e una bottiglia di prosecco millesimato, un rappresentante del professionismo cittadino così ben introdotto, una volta eletto, sia diventato improvvisamente cieco. Massimo Cacciari, predecessore di Orsoni, in queste ore sostiene come sia il sistema degli appalti pubblici sulle grandi opere «in regime d’emergenza» – cioè, in Italia, sempre – a rendere impossibile per un amministratore il controllo di eventuali illeciti. Una tesi che non mi convince del tutto. Detto per inciso, questo arresto non influisce minimamente sul giudizio politico che ho già formulato da tempo. Nel 2010 ho votato Giorgio Orsoni controvoglia, spinto dallo spauracchio di Renato Brunetta sindaco. Oggi non lo rivoterei perché ritengo quella di Orsoni un’amministrazione deludente da ogni punto di vista, fatta di assenza di visione, di scarsa trasparenza, di grande ambiguità politica del Sindaco in persona, che si è sempre potuto permettere di intestare a sé stesso i (pochi) meriti di questi quattro anni e di incolpare di tutte le magagne il PD, le giunte precedenti e – come tutti i sindaci dello Stivale – il patto di stabilità. Occorre aggiungere che questo atteggiamento è stato reso possibile proprio dalla deliberata assenza del PD – primo partito in città – in quanto attore politico. L’amara verità è che l’idea, così di moda negli ultimi vent’anni, secondo cui la politica avrebbe dovuto ritrarsi per far spazio alla cosiddetta «società civile», ha solo lasciato le città in pasto ai vari gruppi di interesse, ritenuti in grado di autogestire le proprie attività senza alcuna mediazione. Si è creduto che il declino della città potesse essere arrestato lasciando fare i vari amici e amici degli amici (Pierre Cardin, per intenderci, non faceva parte degli amici). Grave errore, anche quando commesso in buona fede, se la qualità dei soggetti in questione non è troppo alta. Mi pare siano in molti, nel PD, sia tra gli iscritti che tra i dirigenti, a pensarla come me. Qualche settimana fa avevo detto chiaramente al mio segretario che mi sarebbe risultato impossibile rinnovare l’iscrizione se il partito avesse deciso di ricandidare ancora Orsoni – magari senza primarie, perché l’avvocato le rifiuta, ritenendo che il sottoporre il suo nome a una consultazione (come nel 2009) equivalga a un giudizio negativo sul suo operato. Comunque Orsoni esca dalla vicenda, il problema non si pone più.

Ultimo punto: il riflesso condizionato di tutta quell’area che per comodità chiamerei “decrescista”, che in questi giorni di scandali, tra Expo e MOSE, gongola. Per intenderci, mi riferisco a tutti quelli per cui il cemento armato è uno strumento del demonio, le gallerie ferroviarie sono stupri della Madre Terra, ecc. Naturalmente non ho alcuna intenzione di fare una difesa d’ufficio del MOSE. Da anni mi sono fatto l’idea che sia un’opera inutilmente impattante e assurdamente costosa, ma ora che i lavori si avvicinano ormai alla fase conclusiva occorre solo sperare che queste accidenti di paratie funzionino, anche perché il pensiero di aver buttato – letteralmente – a mare quasi cinque miliardi di euro per nulla sarebbe davvero difficile da sopportare. Vorrei però tentare di rispondere alla critica generica contro le grandi opere. Non affronto qui il problema del discorso contro la Modernità che sta alla base di questa critica, perché non è affrontabile razionalmente. Più prosaicamente, dire che «dove ci sono grandi opere, c’è mafia e corruzione» è una magnifica scoperta dell’acqua calda. I lavori per la metropolitana milanese nel corso degli anni ’80 hanno rappresentato un enorme serbatoio di corruzione politica. Grazie a quei lavori, però, Milano possiede – unica città d’Italia – un trasporto pubblico degno di una grande città europea. Qual è il problema, la metropolitana o la classe dirigente corrotta? Sarà per colpa delle grandi opere se siamo la più corrotta delle democrazie occidentali, o non sarà forse per via di una certa mentalità familistico-mafiosa, quella del «fatti li cazzi tuoi»? Credo che persino un cercopiteco saprebbe rispondere sensatamente. Che facciamo, rinunciamo per sempre ai grandi progetti perché non siamo capaci di condurre seriamente una gara d’appalto, tenendo fuori gli ‘ndranghetisti, o perché i partiti non riescono a tener fuori i ladri? Credete davvero che se vincessero gli ideologi della decrescita, non troveremmo poi nessuno a chiederci il pizzo sulla casa di paglia?

In quel mentre, in una piccola città…

La brace grillina sarà davvero meglio della padella del solito malaffare? No. Credo che ci scotteremo malamente. Saremo soltanto un po’ meno unti. Arrostiremo, anziché friggere.

La notizia dell’arresto di Piergiorgio Baita e di vari altri notabili veneti (tra i quali spicca il nome dell’ex segretaria di Giancarlo Galan, Claudia Minutillo) accusati, per ora, di frode fiscale, rischia quasi di venir oscurata dalla cronaca politica nazionale. E d’altronde, chi come me abita i sonnacchiosi resti della Serenissima non viene granché scosso dalla notizia, un po’ per secolare menefreghismo, un po’ perché non c’è davvero niente di nuovo sotto il sole. Già da luglio 2012 era in corso un’indagine su presunte false fatturazioni in casa Mantovani, e comunque in carcere Piergiorgio Baita c’era già finito vent’anni fa, quando Tangentopoli aveva sfiorato anche Venezia. Paradossalmente fu quello l’inizio della sua ascesa, culminata nella presidenza di uno dei più grossi contractor d’Italia. Mantovani, per capirci, è chi sta costruendo il MOSE e ha costruito la quasi totalità delle nuove infrastrutture del territorio veneziano (passante di Mestre, nuovo ospedale, tram, etc.), senza contare gli appalti in giro per lo Stivale, dalle spiagge sarde all’Expo 2015. Che sian bravi è fuori di dubbio, ma saranno davvero i più bravi? Sarà interessante tornare sull’argomento non appena verrà toccato il livello politico. Ma forse allora avremo altro di cui occuparci.

Still alive!

Non credo che i due mesi di silenzio dall’ultimo post abbiano gettato nello sconforto i due-tre affezionati lettori di questo blog. Nel caso però qualcuno abbia interpretato questa assenza, assieme alla mia uscita da facebook, come i terribili segni di un web-cupio dissolvi del sottoscritto, sarà meglio dare una tranquillizzante versione ufficiale: sono stati due mesi faticosi e non sempre la voglia di condividere qualche riflessione più o meno banale era abbastanza forte da farmi mettere mano alla tastiera. Ottobre poi è stato un mese impegnativo per me e M, per tutta una serie di ragioni, lavorative e personali, tra cui la ricerca di una casa e un trasloco che mentre scrivo non è ancora finito e di cui parlerò, forse, dopo la riconsegna delle chiavi della vecchia mansardina, quando potrò valutare il danno psichiatrico legato all’operazione.

L’aver deciso di riporre i nostri corpi e le cianfrusaglie annesse in un grazioso bilocale al piano terra (“piano rialzato”, come si dice qui a Venezia anche quando si tratta di un mezzo scalino ricavato dal rialzo del pavimento), mi ha ovviamente riavvicinato al problema acqua alta. Andiamo a stare in una zona abbastanza protetta, ma il rischio di una di quelle maree eccezionali che i lavori del MOSE ci regalano da qualche anno a questa parte rimane alto…ci adatteremo a vivere  con la “paratia” (nel nostro caso una tavola di compensato marino appiccicata allo scalino d’ingresso col silicone) per i due-tre mesi soggetti al fenomeno, a partire da adesso. Intanto cominciamo a ripassare i termini del problema, frutto in massima parte della stupidità e della miopia della classe politica (locale e nazionale) unita agli interessi di certa imprenditoria, che in Venezia con la sua Legge Speciale ha visto e vede una gigantesca tetta dalla quale poppare.

Ecco qualche risorsa per tentare di capirne di più, tra cui le pagine istituzionali del consorzio di imprese che il MOSE lo costruisce. Chissà perché,  sono gli unici a non convincermi…fatevi la vostra idea:

http://it.wikipedia.org/wiki/MOSE

http://www.italianostra-venezia.org/3laguna/3nomose.htm

http://mose-gravita.splinder.com/

http://www.consorziovenezianuova.com/

http://eddyburg.it/article/archive/178/

http://www2.comune.venezia.it/mose-doc-prg/

http://nomose.splinder.com/archive/2005-09

http://www.ourvenice.org/Venezia_gessificazione/docs/maree-venezia-print.pdf