L’arca di Sergio

«Sono nato a Pola il 15 giugno 1933 a mezzogiorno in punto da Romeo Endrigo e da Claudia Smareglia. Pola era il capoluogo dell’Istria: nel 1947 è stata assegnata alla Jugoslavia e adesso è in Croazia. Mio padre Romeo era figlio di uno scalpellino che aveva la sua baracca di lavoro proprio davanti al cimitero. Mio padre, assolutamente autodidatta, si dedicava anche alla pittura e divenne uno scultore molto conosciuto a Pola. Al cimitero di Pola ci sono molte sue sculture e bassorilievi in marmo. Le ho riviste nel 1963, passando per Pola, mentre mi recavo in vacanza con mia moglie a Lussinpiccolo (oggi Malilosinj), dove da ragazzino ero stato ospite di mio zio. […] Interrotti gli studi ginnasiali nel 1950, da Brindisi tornai a Venezia: mia madre faceva la domestica presso un maresciallo della Guardia di Finanza e con quello che guadagnava mi manteneva in una pensioncina familiare proprio dietro piazza S.Marco. A quel tempo svolsi svariati lavori, tra i quali fattorino alla Mostra del Cinema, lift-boy all’Hotel Splendid Suisse e l’ufficiale di censimento. Capitò che il nuovo direttore delle Poste a Venezia fosse nativo di Pola e che mia madre lo conoscesse. E così mia madre mi disse che avrei potuto entrare in Posta come portalettere e poi, con un concorso interno, andare allo sportello delle raccomandate. Le risposi che da quel momento non le avrei più chiesto aiuto e che mi sarei arrangiato da solo ma che in Posta non volevo entrare. Andai a Udine in treno all’ I.R.O. (International Refugee Organization) per tentare di emigrare in Canada o in Australia. Non mi presero perché quel giorno reclutavano boscaioli ed io non avevo il fisico adatto. A Venezia cantavo con gli amici le canzoni americane dell’epoca; amavo i motivi interpretati da Bing Crosby, Frank Sinatra, Johnny Mathis, dai Mills Brothers, canzoni che poi avrei cantato per sette anni nei night-club. Suonavo già la chitarra, anche se non ho mai studiato la musica. E sulla chitarra ho inventato poi tutte le mie canzoni. All’Hotel Excelsior, dove lavoravo dall’inizio dell’estate del ’52, canticchiavo da solo in ascensore o nella toilette sperando che qualche produttore americano di passaggio mi sentisse e mi portasse a Hollywood…»

(da sergioendrigo.it, Quale sia il senso, per me, del Giorno del Ricordo, l’ho spiegato qui.)

Jon Lord 1941-2012

Non sono mai andato matto per i Deep Purple, in particolare non ho mai amato Blackmore e Gillan, padri di ogni tamarrock successivo. Però avevano una gran sezione ritmica e un bel suono di Hammond, merito appunto di Jon Lord. E bisogna ammettere che quello stronzo di Lard Von Tripper è riuscito ad inserire qualche istante di onestà nel suo Le onde del destino proprio attraverso Child in Time:

Krautrock!

E la Merkel non c’entra nulla, stavolta. Ho scoperto – in ritardo, com’è mio solito – un bellissimo documentario della BBC sul fenomeno in oggetto. Che poi Krautrock non vuol dire nulla, è solo l’etichetta un po’ canzonatoria che i Brits appiccicarono al rock (?) tedesco degli anni ’70 – dal quale attinsero poi tanta di quella roba che l’ascoltatore distratto nemmeno si immagina. Detto per inciso, due delle mie band preferite in assoluto, i CAN e i Popol Vuh, fanno parte del lotto.

Non so perché, continuo a stupirmi dello straordinario livello della televisione pubblica britannica, un’azienda che produce documentari di qualità. Lo faceva anche la RAI, decenni fa, prima di diventare un clone della tv berlusconiana al servizio dei partiti (al servizio dei partiti lo è sempre stata, in realtà). Qualcosa di simile a Krautrock The rebirth of Germany lo si è visto alcune settimane fa nel pregevole La voce Stratos, trasmesso da Rai5 (NON prodotto, soltanto trasmesso, e ad ore antelucane, naturalmente). D’accordo, il krautrock è roba per nerd musicomani e cultori del pop come il sottoscritto, ma sono convinto che alcuni squarci sulla storia sociale della Germania postbellica saranno d’interesse anche per il lettore genericamente curioso. Buona visione.

Ripartire da Hitch (e dai Police)

Ebbene, qui su flâneurotic si respira una certa aria di stanchezza, che potrebbe essere legata all’arrivo della cosiddetta bella stagione, o ai miei problemi di lavoro – per dirla in modo il più generico ed incolore possibile – o semplicemente all’inizio del fisiologico declino di un blog non legato a fonti di reddito dirette o indirette, né a particolari forme di soddisfazione narcisistica. Ecco, il fade out no, questo non lo consentirò. E allora su, in alto i cuori,  perché questo piccolo sfogatoio non si aggiunga alle troppe cose che ho mollato a metà.  Ricorrerò all’aneddotica più triviale, ai link nudi e crudi, al copincolla selvaggio e alle notazioni ombelicali, in forma di consigli di ascolti, letture, visioni. O ai consigli di ascolti, letture, visioni sotto forma di notazioni ombelicali:

1) Ho appena finito Hitch 22 e confermo che l’autore mi mancherà molto. Più in là varrà la pena di postare qualche estratto, per ora mi limito a farvi notare come la Twelve books descriva Hitchens, presentando quella che in buona sostanza è un’autobiografia politica, e di come invece lo presenti Einaudi, battendo sul tasto dell’ateismo – che nel volume occupa uno spazio marginale, visto che l’autore se n’è già occupato altrove. Insomma, il lettore einaudiano – tardo-einaudiano, di un’Einaudi berlusconiana ma pure wuming-izzata – può leggere Hitchens in quanto ateo e anticlericale ma, per carità, cerchiamo di evitare, almeno in quarta di copertina, di parlare dell’abbandono del conformismo di sinistra da parte di quello che molti miei conoscenti giudicavano un guerrafondaio! Ecco, da un punto di vista commerciale è una scelta comprensibile, ed anche parecchio filistea.

2) ho iniziato a riascoltare compulsivamente tutti gli album dei Police, in particolare quel pezzo di Reggatta de Blanc il cui ritornello trovo particolarmente adatto a questi giorni (la signora Placca Africana che spinge e butta giù mezza Emilia, ed ora Scipione, il torrido anticiclone… non ci sono leggi né respingimenti possibili per questo tipo di migranti):