Adam Yauch 1964-2012

Un altro pezzo di adolescenza che se ne va. Qui un articolo di Rolling Stone che non dice assolutamente nulla su di lui né sui Beastie Boys, e che parla invece di Jovanotti, degli amici degli amici, delle spiagge più cool dello Stivale, e rende alla perfezione le dimensioni della provincia italiota. Ma mi sono un po’ commosso vedendo MCA in taxi, con la Salute alle sue spalle. Namastè, bro.

Shipbuilding

Esattamente trent’anni fa (giorno più, giorno meno) la Royal Navy iniziava le operazioni di avvicinamento al teatro di una guerricciola quasi dimenticata, quella delle Falkland. All’inizio dei febbrili anni ’80, la declinante dittatura argentina aveva pensato bene di reclamare il possesso di quella manciata di isole spazzate dal vento e abitate in prevalenza da pecore. Una guerra è sempre un buon diversivo per le dittature in crisi, la gente si distrae pensando alla pelle dei parenti e i regimi guadagnano tempo. Contava di cavarsela con poco, il generale Galtieri, quel macellaio fascista e sbruffone, essendo convinto che a Sua Maestà Britannica non importasse granché di quelle quattro isole dimenticate in fondo all’Atlantico. Grandissima cazzata. Gli Inglesi reagirono molto male. Tanto più che allora a Downing Street abitava nientemeno che l’Iron Lady, a sua volta bisognosa di un’occasione simbolica. Inutile dire che l’Argentina prese un fracco di legnate e in meno di tre mesi dovette rinunciare alle sue pretese. Il risultato politico fu notevole. La guerra delle Falkland ebbe il duplice effetto di contribuire alla caduta della junta e di far riguadagnare consensi in patria alla Thatcher. Lascio a voi il compito di stilare un bilancio della vicenda.

Noi Italiani facciamo fatica a capire quanto la bandiera, ad altre latitudini, sia una cosa seria. Me ne accorsi parlando della guerra delle Falkland con Aram, un amico armeno argentino («Medio armeno», e mezzo siciliano, precisava lui) che per qualche mese mi è capitato di ospitare:

« Ma avevate la dittatura!»

«No tiene nada que ver!»

E giù a tentare di spiegare che sì, lì c’era la dittatura, ma che in ogni caso gli Inglesi lì non ci dovrebbero stare, e che comunque gli imperialisti sono loro (oggi lo dice Chavez, lo dice Sean Penn, lo dice pure Morrissey, accidenti a lui, che continuasse a scrivere le canzoni che scrive, piuttosto…). La disputa non si è ancora chiusa, e se allora si trattò di una questione di bandiera, oggi Argentina e UK tornano a guardarsi in cagnesco per ragioni più concrete: pare che, oltre alle pecore, da quelle parti si trovi anche il petrolio.

Non che in una guerra qualunque manchino elementi di concretezza economica. Nell’82 l’Inghilterra era in piena recessione. Agli operai dei cantieri navali del Merseyside, rimasti senza lavoro negli anni precedenti, non doveva dispiacere quella nuova opportunità. Shipbuilding racconta proprio questa vicenda, tratteggiata nelle voci che corrono tra la gente: a rumour that was spread around town, si ricomincia a costruire navi. In quella canzone c’è tutta la malinconica contraddizione della guerra come effimera fonte di benessere per chi costruisce i suoi ordigni. La produzione e la distruzione che viaggiano assieme. Trent’anni dopo, mentre il mercantile e la crocieristica non se la passano troppo bene e nemmeno il più importante gruppo di cantieristica navale del nostro Paese viene risparmiato dalla crisi, le navi da guerra rimangono un articolo molto richiesto. Proprio Fincantieri sembra aver puntato molto sul settore militare: costruisce navi per la marina USA e per quella degli Emirati Arabi, ed è stata scelta dalla Marina Indiana (che volete che sia un piccolo incidente diplomatico) per la progettazione di sette fregate – vabbè, risparmiatevi la battuta…

“Che c’entrano i gattini con i funerali di Togliatti?”

Lucio Dalla ha recitato spesso per il cinema, prima nei musicarelli (assieme al ragazzino dalle mani enormi), poi nei film d’autore. Ve lo ricordate quel pazzo filmetto di Pupi Avati, “La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone”?

Qualche anno prima, ne “I sovversivi” dei fratelli Taviani, aveva fatto il giovane intellettuale piantagrane. Sentitelo – doppiato anche qui – alla fine del clip, che cita Paul Nizan:

Grazie Lucio.

Lucio Dalla 1943-2012

Scapperà un po’ di retorica, anche senza essere Vincenzo Mollica. Non esagero, è un po’ come se mi fosse morto un parente. Era nato il 4 marzo, come me, e aveva scritto L’anno che verrà, canzone che in casa mia, quand’ero bambino, si ascoltava e riascoltava a ripetizione. Il primo cd entrato in casa, nel 1990, quando il cd era una cosa nuova e lo si poteva chiamare ancora compact disc senza tema di ridicolo, è stato proprio un “the best of” Lucio Dalla. Copertina orribile,  ma perché non hanno messo Quale Allegria? Guarda come si è ridotto, e che cagate che fa, vecchio busone, si è fatto il trapianto di capelli, ah beh, l’ultimo disco decente è Attenti al lupo, millenovecentonovanta, poi basta, beh no, qualche bel pezzo, dai. Lucio Dalla. Dalla-De Gregori, Banana Republic, che a me non è mai piaciuto. Se frequenti gli indie-oti sai dei sorrisi increduli al solo nominarlo e allora non lo nomini e non lo ascolti nemmeno più. Ma Piazza Grande sembra fado o no? Eh? Quante belle canzoni, e quante boiate. Lucio Dalla rappresentava la quintessenza del pop italiano, perché assomigliava all’Italia, che è piena di cose meravigliose e di cose orribili, di raffinatezza e di cattivo gusto, folle e geniale ma anche ipocrita e filistea. Se la vuoi, tocca prendere tutto il pacchetto. Adesso che è morto, il Mollicone potrà finalmente ricordare che Lucio Dalla era stato l’autore, assieme a Roberto Roversi, il grande poeta, della “trilogia dell’automobile“.  Nuvolari se la ricordano tutti, e il motore del 2000, che la Fiat usò proprio per vendere le sue macchine, che brutta fine. Il coyote non se la ricorda quasi nessuno:

Stamattina se n’è andato anche un grande musicologo, Pierluigi Pietrobelli, al quale non dedico un post unicamente per rispetto, perché troppo scarsa era la mia conoscenza della sua persona e del suo lavoro. Non ero stato suo allievo, non lo conoscevo se non di nome – anche se abitava a poche decine di metri da me – prima che mi fosse stato presentato alla Fenice, l’anno scorso, durante l’intervallo di un concerto. Da ignorante appassionato, avevo scambiato due parole sull’incompiuta di Schubert con l’amabile professore, imparando qualcosa. Lo ringrazio e lo saluto ancora una volta qui. Spero nessuno si offenda: buffo immaginarlo a parlare di musica con Lucio Dalla, da qualche parte, in quell’altro mondo.