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Io, Rifonda e gli altri/2

Lo sappiamo, la politica a vent’anni è anche un rifugio dalle magagne che l’ingresso nell’età adulta comporta. E tuttavia a quella roba io ci ho creduto per davvero. Riconoscevo le ingiustizie, mi identificavo, pensavo ai rimedi, cercavo un senso, una direzione, un’identità forti. E una famiglia aggiuntiva, in un certo senso.


Se devo scegliere un solo ricordo prezioso di quel mio noviziato politico, penso ad un episodio apparentemente banale. Era morto T., lo storico sindaco socialista del paese, una persona in gamba e perbene. Avevamo inviato un telegramma di condoglianze alla famiglia, e la figlia ci aveva risposto con una bella lettera. “Ai compagni del circolo di Rifondazione”, diceva. Mentre R. la leggeva, sentivo – e percepivo negli altri – una sorta di lieve commozione, un sentimento che non avrei mai più provato, né il 25 Aprile, né il Primo Maggio, né in altre occasioni di quel tipo. Quando sento parlare di ‘Unità della Sinistra’ mi torna sempre alla mente quell’episodio. Proprio in quel periodo, per la prima volta nella storia dell’Italia Repubblicana, la classe dirigente dell’ex PCI era al governo del Paese. Non da sola, certo, e al prezzo di molti compromessi, come si fa in democrazia. Dal punto di vista del mio partito di allora, il primo governo Prodi era un esecutivo sostanzialmente liberista cui tuttavia si poteva dare l’appoggio esterno. Era pur sempre l’unica alternativa a Berlusconi, i cui otto mesi di governo erano sembrati una tremenda allucinazione collettiva. Per un paio d’anni, pur tra mille tentennamenti, il gioco funzionò, finché non arrivò il “grosso scherzo” di Bertinotti, ricordato da Nanni Moretti nei giorni scorsi. Al momento della fiducia sulla finanziaria dell’autunno ’98, Rifondazione votò contro e fece cadere il governo. Il bello è che oggi quella finanziaria, se paragonata alle (salutari) legnate di Monti, pare scritta da Keynes in persona. Certo, occorre storicizzare, contestualizzare. Come no. Il Fausto difende tuttora con una certa arroganza una scelta che, già allora, mi pareva assolutamente incomprensibile. Ricordavo la visione di Maroni e Ferrara ministri, o meglio la sola idea di Maroni e Ferrara ministri, e rabbrividivo. Non avevo dubbi, Rifonda aveva fatto un’enorme cazzata. Se non altro, imparai qualcosa sul narcisismo, sulla politica politicista, sui tic dei rivoluzionari da salotto, dei parolai radical chic che, dopo aver arringato le loro folle, si ritrovano a bere prosecchi nei palazzi della nobiltà romana. Decisi di uscire dal partito, terminando dopo neppure un anno la mia esperienza di militante-tesserato (ah, non stracciai la tessera, che conservo ancora da qualche parte). Dichiarai la mia intenzione ad una delle solite riunioni settimanali. Alla preoccupazione per le reazioni degli altri – che in parte già sapevano – si univa un certo compiacimento per quel mio piccolo gesto da dissidente. Non avevo capito un cazzo.

Con mia grande sorpresa, la mia scelta aveva infatti dato il via ad una sorta di effetto domino. Quella sera tutti i compagni del direttivo espressero la volontà di lasciare il partito. Beninteso, con motivazioni opposte alla mia: non giudicavano più tollerabile l’ambiguità di Bertinotti rispetto alle scelte liberiste del Centrosinistra. “Siamo anticapitalisti o no, cazzo?!”. Potevano pensarci prima, direte voi, come poteva pensarci prima Bertinotti. Transeat. Ciò che conta è che la defezione di gruppo ebbe una conseguenza grottesca, o drammatica, a seconda dei punti di vista. Venendo a mancare il nucleo che teneva in piedi il circolo, quest’ultimo, semplicemente, cessava di esistere. L’unico ventenne, il sottoscritto, mollava, i trentenni pure (anche se non ricordo più cosa fece E.), gli anziani era già tanto se rinnovavano l’iscrizione. E i comunisti di mezz’età dov’erano? Non c’erano. Erano tutti diessini. Toccava comunicare la notizia alla Federazione Provinciale. Non la presero benissimo. Qualche giorno dopo, inviarono un apparatčik per tentare di convincerci a fare marcia indietro. Pazienza per noi quattro cazzoni, ma era pur sempre il circolo di un importante centro operaio che veniva a mancare. Lo sapevamo, Rifonda in fabbrica di fatto non esisteva, ma sbandierarlo così, in quel modo, in quel momento! Giacca, cravatta, soprabito scuro e ventiquattrore, l’apparatčik si presentò alla riunione successiva, e non fu granché persuasivo. Non ricordo alla lettera cosa ci disse ma, pescando nelle formule di rito, è facile ricostruire il suo meccanico pistolotto: “Vi invito a riflettere, questo è proprio il momento di dimostrare compattezza, superando le logiche di corrente, sostenendo la coraggiosa scelta della direzione nazionale, che ha voluto alzare la posta, al di là di ogni opportunismo“, eccetera. L’opportunismo era ovviamente quello di Cossutta e Diliberto, gli scissionisti. Niente da fare, avevamo deciso. Al di là delle motivazioni strettamente politiche, i più vecchi avvertivano quella stanchezza che ti prende dopo aver tanto predicato nel deserto, assieme al desiderio e alla necessità di dedicarsi ai sacrosanti cazzi propri. L’inviato della Federazione prese atto e se ne andò. Fine. Dopo mezzo secolo, i comunisti non avevano più una sezione in paese. In realtà nessuno di noi smise subito di fare politica, c’erano pur sempre l’associazione e il giornaletto. Ma senza il partito veniva a mancare un binario fondamentale. Per quanto mi riguardava, assecondai sempre più il mio individualismo – quello che alla lunga, se non te ne vai di tuo, ti porta ad essere cacciato dalle parrocchie – e cominciai a riflettere sul come la pensassi veramente, al di là di pose e infingimenti vari. Cominciai sul serio a leggere i testi sacri (canonici ed apocrifi) della Sinistra, e in quel periodo nacque la mia discutibile predilezione per il saggio rispetto al romanzo. (continua)

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Io, Rifonda e gli altri/1

«Bertinotti, in nome dei lavoratori che diceva di rappresentare, tolse la fiducia a Prodi e, secondo me, di fatto fece perdere 10 anni a questo Paese»

Quanta politica. Troppa, nella mia testa ce n’è troppa, anche e soprattutto ora che è diventata una passione fredda, come possono esserlo la cucina o le collezioni di dischi. E’ da un po’ che penso di scrivere qualcosa sul mio apprendistato politico. Il recente battibecco tra Nanni Moretti e Fausto Bertinotti mi è sembrato un ottimo pretesto per farlo.

Ne è passato di tempo. In prima liceo, dopo aver vissuto in casa lo psicodramma della Bolognina e la fine del glorioso Partito Comunista Italiano, mi dichiarai simpatizzante del PDS. Ci pensarono gli ormoni ed Edipo a farmi cercare un posto, per così dire, alla sinistra del padre. Cominciai a seguire quello che faceva il Partito della Rifondazione Comunista. Piccolo e irriducibile, teneva le vecchie insegne bene in alto, mentre Occhetto le aveva appoggiate ai piedi della Quercia, come attrezzi dimenticati. Per parte mia, nel corso di tutta l’adolescenza, a pranzo e a cena, accusavo papà e tutti i diessini di aver “tradito il marxismo e la lotta di classe”, diventando una forza socialdemocratica il cui obiettivo era “la mera gestione dell’esistente” – un’espressione imparata da qualche parte che mi piaceva molto, allora, ed oggi capisco il perché. Rifonda invece ci credeva ancora, mi dicevo. Già allora ero un cane piuttosto sciolto, ma sapere che c’era Rifonda mi rassicurava, rassicurava cioè sia quel po’ di ribellismo adolescenziale che il mio bisogno di certezze religiose: in fondo non era passato molto tempo dal mio abbandono della tonachella da altar boy. Avevo cominciato a girare col “Manifesto” in bella mostra (“Liberazione” no: era francamente illeggibile), la sciarpetta rossa e, per un certo periodo, un baschetto di una taglia più piccolo che mi causava dei tremendi mal di testa. Venivo affettuosamente preso per il culo dagli amici più stretti – impolitici e tendenti al nichilismo. Non potevo votare e non ero un piccolo attivista, è che a quell’età occorre scegliere la propria sottocultura, anche se vivi nella provincia profonda, dove anche mettersi l’orecchino pare un affare di Stato. In paese c’erano i metallari, uno di noi si era tatuato l’omino di Tales from the Punchbowl dei Primus, ed io facevo il comunista col baschetto, ecco. Pochi anni dopo, incontrai finalmente il Partito. L’incontro avvenne nell’umida stanzetta che K., un’amica americana, anarchica e decrescista – quando ancora la decrescita non era di moda – aveva affittato al piano terra di una villa del seicento, e che aveva fatto diventare una sorta di centro sociale noto in paese come “il Search“. Al “Search”, tra gli altri, c’era Rifondazione che teneva la riunione settimanale del direttivo. Il locale circolo di Rifonda contava allora una ventina di iscritti, una metà dei quali rappresentata da vecchi e soprattutto vecchissimi ex-piccì, legati sentimentalmente all’idea della tessera. I militanti attivi erano una mezza dozzina. Erano quelli che venivano alle riunioni, che volantinavano il giorno di mercato e che cambiavano la prima pagina di Liberazione nella bacheca sotto ai portici. Fiancheggiavo, ma l’idea di tesserarmi ancora era respinta da quel mio fondo individualista e piccolo borghese – roba da gulag, in altri contesti. Cominciai a frequentare i compagni più giovani, che avevano almeno dieci anni più di me. Assieme ad alcuni di loro, e ad un paio degli amici impolitici, fondammo una piccola associazione culturale, dedita tra le altre cose a un cineforum che fece scoprire ai valligiani Lo sguardo di Ulisse. Insomma, che lo fece scoprire a quei quindici, organizzatori compresi, che vennero a vederlo.

Quel natio borgo selvaggio che fa da sfondo agli eventi narrati è da molti anni la capitale mondiale dell’industria dell’occhiale. Meno di cinquemila abitanti, più di 3500 operai nella sola sede centrale del marchio, un grosso scatolo blu che ho visto crescere anno dopo anno, oltre gli argini del torrente. C’era la Fabbrica, quindi, ma si era pur sempre all’estrema periferia, in una valle lontana dai grandi centri e dalle vie commerciali. Di conflitto sociale nemmeno l’ombra, né di razzismo. C’era il benessere addormentato del Nord-Est, dove il disagio viene neutralizzato dall’alcool, dall’eroina e dagli antidepressivi. Ti veniva il sospetto che dell’essere comunisti lì mancassero le ragioni di lotta, e rimanessero solo le seccature. Ad accollarsi quelle seccature, nel direttivo del circolo, c’era un po’ di tutto, in quanto a tendenze. R., che veniva dalla Pantera in Statale a Milano, G., che a suo tempo era stato studente di mio padre all’ITIS ed aveva una cotta per le discutibili idee di Costanzo Preve, ed E., l’unico operaio del gruppo, che riuscì infine, per estenuazione, a farmi fare la tessera dei Giovani Comunisti, in quel 1998. Localmente contavamo meno di zero, rimaneva così molto tempo per la chiacchiera teorica. In giro c’era un certo fermento, i cui echi lontani erano giunti anche nella valle. Erano gli anni del cosiddetto movimento dei movimenti, di Seattle, di Attac, dei Social Forum, di Luther Blissett, degli Zapatisti (e chi se li ricorda più, gli Zapatisti?). K., per quanto additata come fricchettona dagli altri, rendeva il dibattito un filo più interessante grazie a qualche idea e a qualche libro non omologati. Ricordo gli scritti di Capitini sulla nonviolenza, l’autobiografia di Emma Goldman, o la raccolta dell’Internazionale Situazionista, tutta roba ben più stuzzicante del “Che fare” di Lenin, che pure stava lì sullo scaffale. Per qualche tempo facemmo uscire anche un giornaletto che sarebbe diventato poi “centro di elaborazione politico-culturale” (!), impaginato orrendamente dal sottoscritto, con Publisher 3.0. Ci scrivevo anche, mi è capitato di rileggere un articolo in cui svolgevo una specie di critica del Lavoro come feticcio, roba parecchio ingenua che però, anni dopo, mi avrebbe portato a leggere con curiosità le tesi di Robert Kurz. Non mancavano le conferenze, naturalmente. In quel caso toccava andare dalle vecchiarde della biblioteca civica – maestre elementari in pensione, clericali e reazionarie – e prenotare la saletta, che ovviamente non riuscimmo mai a riempire. «E’ venuta tanta gente? No? Che peccato…» sfottevano le vecchiarde, quando andavamo a restituire le chiavi. Tra i relatori ricordo Giorgio Riolo di Punto Rosso, Paolo Cacciari e un delirante Gianfranco La Grassa, che la sera, in pizzeria, si augurò «un nuovo fascismo a fare da contraltare allo strapotere americano». In quel momento mi sembrò di capire che cosa significasse veramente la faccenda degli “opposti estremismi”. La Grassa era stato invitato da G., una brava persona che purtroppo subiva il fascino di certe cupezze apocalittiche. Mi divertivano poi certi personaggi di una sinistra ultraresiduale che uscivano dal buco un paio di volte l’anno per palesarsi a quelle conferenze. Scoprii che esistevano ancora i Bordighisti. I Bordighisti! (continua)

N.d.a. WordPress ultimamente funziona da schifo. Un’altra bozza persa e rinuncio al post. Così non saprete mai se sono rimasto comunista oppure no.


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Due parole sugli scontri di piazza

Due parole per modo di dire. E’ uno dei miei post più lunghi, siete avvertiti.

Quando ancora mi sentivo parte di un ‘movimento’, cercavo comunque di evitare gli scontri. Mi chiedevo sempre: vale la pena di rischiare le mazzate? O di rischiare di doverle dare a qualche sconosciuto, che forse è pure peggio? Col senno di poi, non furono gli improrogabili impegni dei quali non ricordo nulla, o la pigrizia, a non farmi andare a Genova nel 2001. Ma forse un certo presentimento e, in parte, la fifa (Santa Fifa, ne ha salvati più lei della penicillina).
Con quelli che invece continuano a sentirsi parte di un movimento, ogni tanto si riprende la vecchia discussione sulla violenza. A me la violenza non piace, non ci posso fare niente. E la «violenza del Capitale sui lavoratori»? Certo, non mi piace nemmeno quella. Le società umane, a qualsiasi latitudine e in qualsiasi epoca, sono sempre fondate sulla violenza. E, in determinati momenti, individuali e collettivi, la pratica della violenza è inevitabile. Succede ad esempio quando è in gioco la libertà di un popolo. Succede poche volte nel corso di un secolo. Rimanendo alla storia dello Stivale, l’ultimo caso che mi viene in mente è quello della Resistenza. Qui a Venezia, a cinquanta metri da casa mia, nel ’44, i nazisti impiccarono sette partigiani. Sette fiammelle me lo ricordano ogni giorno: sono come i metri-campione del mio personale senso della misura*.
Ma qui si parla di mazzate che si potevano non dare, o non ricevere, chiaro?
Gli argomenti morali sembrano fuori uso. Terrò quindi i miei per me, optando per una metafora scientifica:
ciascun atto di violenza è come un picco sulla curva dell’Entropia. E’ come produrre una tonnellata di monnezza in un colpo solo. E’ segno di intelligenza, per  noi bipedi, cercare di non contribuire più del necessario alle conseguenze ineluttabili del Secondo Principio della Termodinamica. Per questo ho sempre mal tollerato anche la violenza sulle cose, per quanto “motivata politicamente”. Una vetrina sfondata, una macchina bruciata (tolto l’utilizzo strettamente militare di un oggetto in fiamme messo tra te e il tuo nemico) non sono mai un gesto di cui andar fieri. Tra l’altro, chi lo compie dimostra di non aver letto Marx: la distruzione della merce fa pienamente parte del meccanismo capitalistico. Coglioni, quindi, i vandali, perché lavorano per il Capitale senza saperlo, lo fanno senza nemmeno un salario (coglioni al quadrato) e rischiano pure la galera (coglioni al cubo).
E ‘coglione’ potrebbe essere stato l’epiteto con cui Gianni Rinaldini, ex segretario Fiom, ha apostrofato un ragazzotto intento a sfondare il vetro di un furgone. A manifestare contro la macelleria sociale del declinante berlusconismo, oltre ai precari della cultura e agli universitari c’era pure la FIOM. Viene il dubbio che se  tutto fosse stato organizzato dal sindacato, forse non sarebbe scoppiato il finimondo. Magari se le sarebbero date, tristemente, tra metalmeccanici e studenti, come ai tempi belli (ma li saprebbero riconoscere, gli studenti di oggi, i metalmeccanici? Ci hanno mai parlato con un operaio? Ne hanno mai visto uno?) No, se le sono date tra manifestanti e poliziotti. A parte un finanziere pescato con la beretta in pugno e le manganellate date, come d’uso, principalmente sulle zucche degli inermi, lo spettro di Genova è rimasto fortunatamente lontano. Tra i manifestanti, d’altro canto, qualcuno non si è risparmiato. Cinquanta, cento persone? Non ha importanza. Quasi sicuramente non sono i 23 fermati (e fortunatamente rilasciati: da una notte in questura si può uscire più malconci che da una carica della Celere, come ha sperimentato il povero Stefano Cucchi). Qualcuno, però, a dar fuoco alle macchine c’era. Tutti infiltrati della polizia? Seriamente?
Non che i cosiddetti ‘agenti provocatori’ non esistano, intendiamoci. Esistevano negli anni ’70, esistono oggi.
In uno Stato di Diritto, per ingabbiare qualcuno cui già si siano messi gli occhi addosso lo si può coinvolgere in uno scontro violento. E un passato di trame oscure e di omicidi come quello di Giorgiana Masi sta all’origine della paranoia di una certa Sinistra barricadera, che raggiunge talvolta esiti grotteschi. Ricordo quell’amico per cui siccome un certo compagno, ai vertici del tal collettivo, girava in Lacoste, doveva essere «una spia della Questura».
Che poi, paradossalmente, i dietrologi più forti, che ancora oggi credono le BR una creazione dei Servizi, sono gli stessi per cui la violenza di piazza, in quanto espressione dello scontro di classe, è quasi sempre giustificata, comprensibile, e comunque commisurata alla violenza del Potere. Per parte mia non ho una grande stima per qualcuno – di sinistra o meno – a cui manchi il senso della responsabilità individuale, senza la quale nessun Uomo Nuovo mi sembrerebbe migliore di quello vecchio.
Ripeto, esistono gli infiltrati e i provocatori al soldo del Potere. Il punto è che in genere le bassezze da questurino sono assolutamente inutili, perché la violenza si scatena comunque. Chiunque affermi che gli scontri di piazza siano sempre provocati dalla polizia e dagli infiltrati, dimostra di non aver mai partecipato ad una manifestazione, o di non avere occhi per vedere.
Comunque sia andata, anche questa volta il risultato (voluto, non voluto, preordinato, casuale: non ha importanza) che il Potere costituito si aspettava è stato pienamente raggiunto. Un Berlusconi in declino che compra parlamentari per raggiungere almeno la prescrizione degli ultimi suoi processi, una crisi economica che stanno pagando soltanto i lavoratori, e che tra essi colpisce particolarmente i precari, non soltanto del terziario culturale, la demolizione dell’università, come del servizio pubblico in generale, operata allo scopo principale di fare cassa per tappare i buchi di una gestione dissennata e corrotta, e cosi via. Tutto questo, almeno per qualche giorno, fino al prossimo “extracomunitario ubriaco alla guida di una mercedes”, fino alla prossima quindicenne uccisa da un maniaco sessuale, passa in secondo piano, sostituito dalla generale riprovazione per gli episodi di violenza.
Vecchia storia: la violenza fa paura, e la paura richiama all’ordine (in tedesco, non a caso, ‘Potere’ e ‘ Violenza’ si possono tradurre con un unico vocabolo: Gewalt).  Lo Stato-padre ci garantisce protezione. Continuiamo sì ad essere sfruttati dal padrone, a fare i conti dei cinque centesimi di differenza tra una marca e l’altra di yoghurt e ad essere parecchio incazzati con chi ci governa. Ma la violenza fisica, quella per cui si perde la salute e la vita, ci sembra anche peggio. Ci terrorizza l’eventualità che quel contratto sociale che nessuno di noi ha mai visto diventi carta straccia, che la gente faccia valere il proprio diritto con i calci nelle palle. Su questa paura lo Stato fonda il suo monopolio della violenza. Ed è solo quando lo Stato appare più padrone che padre, e i calci nelle palle arrivano proprio da lassù, che le grandi mobilitazioni riescono a rovesciare i despoti. Ma l’abbattimento del Potere e la sua sostituzione rivoluzionaria non hanno mai messo in discussione il monopolio statale della violenza, e finora l’abbattimento dello Stato in senso stretto rimane solo nei libri.
A proposito di libri, nelle bibliotechine deglii adolescenti arrabbiati c’era e c’è un testo che in pochi leggono ma che occorre possedere, anche se si è solo dei punkettini brufolosi: Stato e Anarchia, del vecchio Michele Bakunin. Se capitava, finalmente, di sfogliarlo, oltre a scoprire quanto poco quagliassero Marx e Bakunin (toccava scegliere!), si scopriva la differenza sostanziale tra la rivoluzione e la rivolta, che debbono andare sempre a braccetto, e non ognuna per conto proprio. La rivolta

[…] è per sua natura istintiva, caotica e spietata […]. Questa passione indubbiamente negativa è ben lontana dal permettere di raggiungere l’altezza della causa rivoluzionaria; ma senza di quella quest’ultima sarebbe inconcepibile e impossibile, perché non può esserci rivoluzione senza una distruzione vasta e appassionata, una distruzione salutare e feconda dato che appunto da questa e solo per mezzo di questa si creano e nascono nuovi mondi.

Insomma, dice Bakunin, la rivolta di per sé non è che una “passione negativa“. Le affettuose attenzioni scambiate col celerino lasciano il tempo che trovano. Non è rivoluzione. Basterebbe capire quando il momento è quello giusto, e non lo è quasi mai. Basterebbe un po’ di buon senso. I più lo possiedono ma il meglio e il peggio di tutto viene dalle minoranze, com’è noto. Ora, tra i pochissimi che vanno ai cortei armati di catenazza esistono, mi pare, tre categorie di individui:
La prima è composta dagli apocalittici. Quelli che sono convinti che la nascita di uno di quei nuovi mondi debba avvenire a breve e che sia giusto partecipare alla “distruzione salutare e feconda”. Conoscevo un tale (mi pare fosse della CCI) per cui, dieci anni fa, il Capitale aveva «i giorni contati». Come per i Testimoni di Geova, il tempo dell’Apocalisse è sempre imminente. Quando scade, si fa finta di niente, e lo si posticipa di poco.
Nella seconda categoria troviamo i neo-spartachisti (consapevoli o meno) o i Bimbi Disobbedienti, che mettono al centro del loro universo ideale la rivolta, più che la rivoluzione. E’ una reazione alla limitatezza delle nostre esistenze. («vedremo almeno un pezzettino della fase di transizione?«, chiedeva Nanni Moretti in un suo vecchio cortometraggio). E’ sempre più difficile vedere una rivoluzione, di questi tempi. Però almeno una rivoltina, la sensazione della spranga spinta a tutta velocità contro la plastica di un casco, il bruciore dei lacrimogeni, il senso della massa che preme, travolge e “vince” la polizia, anche solo per dieci secondi, prima di disperdersi, l’adrenalina a mille…
Questo genere di esperienze sensoriali – direi quasi sensuali – sono poi condivise dalla terza categoria, quella dei teppisti. Sarò reazionario, ma credo che la teppa esista. Non è gente caratterizzata per classe o per cultura. Semplicemente, amano menare e non mancano in tutte quelle situazioni in cui vi sia la possibilità di farlo. Gli stadi naturalmente, i cortei politici…da una parte e dall’altra della barricata, con o senza distintivo. Gente di tal fatta è stata immediatamente arruolata dal fascismo, a suo tempo. Ma non elaboro oltre questa notazione. Insomma, in un contesto caotico, instabile come quello di una manifestazione di massa, quando ormai lo scontro è in atto, è veramente difficile distinguere tra la violenza “politica” e la pura dissipazione di energia, e la gran parte delle interpretazioni e delle ricostruzioni ‘politiche’ mi sembrano del tutto prive di senso. Naturalmente in questi ultimi tre giorni non si contano, sulla carta stampata, in tv e in rete, gli interventi di ogni segno e colore, tutti leciti, alcuni dettati da una sincera urgenza, altri dalla necessità di strumentalizzare, su ordine del padrone. Uno dei più discussi è quello di Roberto Saviano su Repubblica. Una lettera aperta agli studenti in parte condivisibile che però sconta un certo tono paternalistico e non mette veramente a fuoco il problema. D’altro segno il commento di Luca Telese sul Fatto Quotidiano: curiosamente, Telese contesta proprio quello che Saviano esalta, e cioè l’uso dei titoli di libri sugli scudi di polistirolo, in uso da qualche settimana durante le proteste (il Book Block – Dio, che palle: Mille piani di Deleuze e Q di Luther Blissett!) e mazzola i facinorosi con un certo astio, ma non dice granché di interessante. Nella sua semplicità, l’articolo che mi ha convinto di più e conquista la palma di commento più equilibrato lo si trova sempre sul Fatto, ed è quello di Paolo Hutter, vecchio ragazzo di Lotta Continua, da anni militante nei Verdi (nessuno è perfetto). Hutter nel ’73 fu tenuto prigioniero dai fascisti allo Stadio del Cile. Anche per questo la sua opinione mi sembra interessante.

*Vorrei ricordare qui, in forte ritardo, due antifascisti veneziani che se ne sono andati nei giorni scorsi: Franca Trentin e Marco Salvadori. Credo sia utile metterli qui, in fondo a questo post che parla d’altro, proprio per recuperare il famoso senso della misura.

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Solidarietà tra compagni

Dopo che il TAR del Lazio ha fatto (parzialmente) fallire il tentativo di sospendere i talk politici, prosegue il caso Menzognini-Berlusconi, e il Signor B. aggiunge alla lista dei nefandi ‘giudici comunisti’ anche il gip di Trani. Uno che si occupava di carte di credito false, ed è fatalmente incocciato in una telefonata del premier al direttore del tg1. Berlusconi vede confermato il suo complesso di persecuzione, ma sbaglia ancora una volta. Mica l’ha fatto apposta, il gip: lo trovi dappertutto, il Cavaliere, perché E’ dappertutto. “Egli ha il potere d’essere intero dovunque, senza essere chiuso in alcun luogo”, dice S.Agostino. Cioè, parafrasando, senza essere chiuso in cella. Bisogna farsene una ragione, il personaggio rimane tanto più impunito quanto più cresce la lista delle sue porcate. Ed è ormai chiaro come il senso di giustizia dei suoi elettori non sia nemmeno sfiorato da un caso come quello di cui sto scrivendo, che diventa, non in assenza, ma semmai in eccesso di informazione, semplicemente un altro episodio spettacolare della striscia a fumetti Silvio against the red judges, confezionato e venduto come qualunque altra merce. Se la carta stampata vive un declino che sembra inarrestabile, ed è diventata tutta ‘scandalistica’, inseguendo la tv per non scomparire, il giornalismo televisivo è sempre stato, di per sé, un genere di spettacolo fondato, come gli altri, sul rapporto auditel-inserzionisti. Il livello, lo stile e le modalità dell’informazione sono, mi pare, sempre più indipendenti dall’appartenenza politica. La narrazione giornalistica è schiacciata sulla coppia antitetica Signor B.-Magistratura, ma per capire cosa succede veramente in questo paese non è inutile esaminare da vicino proprio quella fascia di potere diffuso costituita dagli operatori del “mondo dei media”, ossia dai tecnici della società dello spettacolo. Non mi riferisco ai giornalisti rispettabili (pochi, ma ve ne sono) ma a quella pletora di direttori di giornale, notisti politici, opinion maker, portavoce, esperti di marketing e “comunicazione politica”, autori televisivi e pseudointellettuali d’accatto che grufolano attorno al gran truogolo dei media. La gente che viene invitata ad intervenire battibeccando proprio nei talk politici, per intenderci.

Una prima distinzione all’interno della categoria – tra i berluscones e quelli ‘de sinistra’- appare sensata ma difficile, e comunque in crisi. Berlusconi, per quanto onnipresente, non è eterno. Già molti, tra i suoi famigli più avvertiti, cominciano a sentire puzza di regio cadavere. C’è insomma come uno sciogliersi delle fila, in un’aria di dämmerung nel quale i più scaltri cadranno in piedi. Basterà tendere tutti un po’ più a destra o più a sinistra, a seconda della propria posizione, cercando di infilare il grosso buco che, notoriamente, sta al centro. Presa coscienza del fatto che siamo tutti esseri mortali, pure lui, sono in molti a ritenere che il berlusconismo ecceda Berlusconi e che gli sopravviverà. Lo credo anch’io, il berlusconismo è in fondo semplicemente un’etica (o antietica) funzionale al sistema dei media e della pubblicità, nel quale una larghissima maggioranza dei “professionisti della comunicazione” sguazza, perseguendo unicamente il massimo godimento personale, ognuno in funzione dei suoi gusti e non mancando di fare rapidi e frequenti cenni all’essere ‘liberali’. D’altronde non è forse il craxismo, faccia politica della stessa medaglia, sopravvissuto a sua volta a Craxi? La sua eredità non è stata forse raccolta con amore dalla giovane classe dirigente PCI-PDS-DS-PD, da quei ‘ragazzi’ formatisi nella FGCI degli anni ’70 e ’80? Naturalmente è D’Alema, Richelieu postcomunista de noantri, uno dei maggiori artefici di questa operazione. Ma questa è anche la storia, a volerla leggere in controluce, del riavvicinamento di due grandi clan della Sinistra, un tempo nemici. Convergono, anche politicamente, quei figli della buona borghesia intellettuale di Roma, Milano, Torino, Napoli che, usciti dagli stessi quattro o cinque licei importanti, avevano preso strade politiche – sempre all’interno della Sinistra, naturalmente – apparentemente diverse. Strade politiche, ma non sociali o professionali. Perché in fondo continuavano ad appartenere allo stesso ceto, facevano gli stessi lavori, mandavano i figli nelle stesse scuole, andavano in vacanza negli stessi posti, frequentavano gli stessi salotti (televisivi e non). La storia si riassume brevemente. Chi era gruppettaro e se le dava, talvolta, di laica ragione coi compagni del PCI, era passato naturaliter al PSI di Bottino. Era anche una reazione edonista al fallimento dell’assalto al cielo (come hanno scritto Moroni e Balestrini nelle ultime pagine de L’orda d’oro). E, caduto Bottino con Tangentopoli, quella ‘delle libertà’ era diventata la loro nuova casa. Curioso come la propria biografia politica possa subire certe trasfigurazioni, non prive di una loro coerenza: chi aveva fatto esperienza anche indiretta della repressione aveva conservato, dal ’77 al ’92 ad oggi, un risentimento profondo nei confronti dei giudici – i famosi “giudici comunisti” che, del resto, erano gli stessi. Chi aveva invece fatto carriera nel partitone morente – quello della ‘diversità’ di Berlinguer, della frugalità, di S.Maria Goretti presa a modello di integrità morale – ha seguito un percorso più lungo, ma sempre lì è arrivato, nel cuore dell'”orrendo universo del consumo e del potere”, come lo chiamava Pasolini.

Tra gli appartenenti a questo secondo clan, quello dell’ex PCI, ormai svecchiato dai prolungati linguainbocca con il potere economico da una parte, e con l’incultura del niente televisivo dall’altra, vi sono due “vecchi arnesi della politica”, come si autodefiniscono, che qualche giorno fa hanno coraggiosamente (non si può negare loro di avere un bel coraggio…) difeso il “compagno” Minzolini sulle pagine del loro blog. The Front Page, l’hanno chiamato, come il film del grande Billy Wilder, e questo io non glielo posso perdonare. Claudio Velardi e Fabrizio Rondolino sono stati tra i più stretti consiglieri di Massimo D’Alema ai tempi del suo governo, curando quegli aspetti dell’immagine e della comunicazione oggi essenziali perché chiunque – purché dotato di mezzi – possa almeno credere di mantenere il consenso politico. Il contratto Baffino non gliel’ha rinnovato, ma non sono certo rimasti con le mani in mano. Velardi ad esempio è stato assessore regionale con Bassolino (un’altra splendida esperienza di governo della quale il centrosinistra tutto può andar fiero), mentre Rondolino, oltre a scrivere alcuni romanzi, ha lavorato come autore televisivo, partecipando, nientemeno, al lancio della prima edizione italiana del Grande Fratello. Un tipo sveglio, senza dubbio, uno che ha capito l’andazzo del berlusconismo e ha capito che lo stato allucinatorio in cui viviamo è tale per cui la realtà politica (ormai sempre più giudiziaria e meno politica) risulta avere la stessa consistenza di quella di qualche reality. Berlusconi, uomo di televisione, sa perfettamente quale sia il pericolo reale di trasmissioni come ‘Anno Zero’. Il pericolo non è che venga rivelata qualche scomoda verità. Quello che teme veramente il signor B. è che i suoi ascari, invitati da Santoro o da Floris, facciano una brutta figura, televisivamente parlando. Perché di fatto i talk politici ‘funzionano’ così bene, in modo così trasversale alle appartenenze politiche proprio perché spingono sino in fondo la logica da stadio, l’antica mentalità del circus, dello scontro pubblico. Un match Travaglio-Ghedini piace a troppi, come e più di una schermaglia tra Ciccio e Ciccia al Grande Fratello. . Ecco perché Fabrizio Rondolino è un tipo sveglio. E’ tra l’altro il figlio del compianto Gianni, il critico, autore di una ormai classica Storia del cinema. Altra generazione, ben altro spessore. Rondolino padre ebbe il coraggio di contestare l’arrivo di Nanni Moretti alla direzione del festival di Torino (quella polemica è raccontata in modo dettagliato qui)

E con Moretti il cerchio si chiude. In Ecce Bombo, suo secondo lungometraggio, girato nel ’77 in una Roma  sonnambula e  un po’ bunueliana, si racconta proprio la crisi e il vuoto di senso di quella borghesia ‘de sinistra’, i cui figli sarebbero presto diventati ‘gente de cultura’ (e di apparato) . Era il 1978 e tra i liceali scelti da Moretti per interpretare loro stessi c’era
un ragazzetto di nome Augusto.

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