Charlie Hebdo e la sfida all’Occidente

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Non saranno certo le ultime vittime dell’islamismo radicale, gli undici di Parigi. Tanti altri hanno pagato con la vita e stanno pagando per aver semplicemente espresso un’idea. A certe latitudini non occorre nemmeno una vignetta che raffiguri il Profeta. Non mi dovrei stupire, in effetti, non fosse che stavolta è capitato nel cuore d’Europa, al centro della Ville Lumière. Con Kurt Westergard non ce l’avevano fatta, col povero Wolinski – che tante volte ho letto anche su Linus, da ragazzino – e con gli altri di «Charlie Hebdo» sì. Organizzatissimi, armati sino ai denti, spietati. Lo ammetto, non ho resistito e ho visto il video del terrorista che torna indietro per finire il poliziotto ferito e disteso a terra. Come al macello. La nausea ancora non mi passa. È dannatamente difficile, in momenti come questo, tenere la barra al centro evitando di aggregarsi a qualche “brutale corrente” che attraversi l’opinione pubblica. Eppure occorre farlo. E devono farlo soprattutto i nostri eletti. Ecco cosa si intende quando si parla di una “politica responsabile”. Una politica che non sfrutti la canea del momento, che non presti ascolto alla voce del ventre molle di un paese. Di Hollande si può dire tutto il male possibile, ma è proprio nel suo appello all’unità della nazione che sta la risposta. Un appello a tutti i francesi, religiosi e laici, di destra e di sinistra, cristiani, ebrei e musulmani. In Francia, per vari motivi, appelli come questi hanno più senso che da noi. Di fronte a questi fatti, mi restano due sole certezze. La prima è che nessun tentativo isolazionista, nessuna diplomazia sotterranea, nessun appeasement con l’islamismo radicale ci possono salvare dai tagliagole. Chi mostra debolezza sarà macellato per primo, come chi vive in Medio Oriente, da Israele al Kurdistan, sa benissimo, avendolo sperimentato sulla propria pelle, senza bisogno delle raffinate analisi sociopolitiche dei nostri orientalisti. Con il fondamentalismo islamico non ci può essere alcun dialogo, ma solo la massima fermezza, e quando necessario l’uso della forza guidata dal Diritto. La seconda cosa di cui sono certo è che questa fermezza guidata dal Diritto non ha nulla a che vedere con le reazioni di certi nostri politicanti e dei loro fan. Com’era prevedibile, in queste ore, tutti i leader della destra peggiore, da Salvini alla Meloni, stanno cavalcando in modo vomitevole la strage di Parigi, come nemmeno Marine Le Pen ha fatto. I loro consensi in queste ore crescono, ovviamente, e non possiamo farci nulla. Una cosa però la pretendiamo. Io, personalmente, la pretendo: non voglio che la mia fermezza sia confusa con quella della feccia più reazionaria d’Italia e d’Europa. La verità è che della nonviolenza, della libertà di stampa e di satira, della laicità dello Stato e della tolleranza a questi misirizzi dello scontro di civiltà non interessa un bel nulla. A dirla tutta, non vedo grandi differenze tra queste persone e i fondamentalisti musulmani. A differenza degli islamisti non uccidono né lanciano fatāwā, è vero. Non lo possono fare soltanto perché non si trovano nel secolo giusto. La loro è la frustrazione della bestia senza più denti né artigli. È stata la Rivoluzione Francese a tagliare le unghie ai fanatici religiosi d’europa, che oggi scaricano tutta la loro violenza nei canali che la democrazia concede loro, cristiani senza cristiana compassione, europei senza tolleranza europea, occidentali senza Ragione occidentale. All’Islam, come suggeriva Bernard Lewis, è mancato un’89 in cui poter maturare l’idea di laicità, e forse da questo nasce il profondo declino sociale e morale del mondo musulmano. Questo ci rende di per sé migliori? Non credo. Da noi l’89 non è bastato, non ci ha reso immuni dalla barbarie. Due secoli di reazione, spesso sotterranea, a volte manifesta e selvaggia, a volte intrecciata con la Ragione stessa, hanno fatto riemergere la sete di sangue degli Europei. Tra loro c’erano anche quei bravi Francesi e quei bravi Italiani che segregavano i loro concittadini ebrei, uomini, donne, bambini, gli uni al Vel d’Hiv, gli altri a Fossoli, in attesa di spedirli ad Auschwitz. Se oggi parliamo di islamofascismo, o di assassini nazi-islamici, è perché ci sono stati un fascismo e un nazismo. Made in Europe. Cerchiamo di non dimenticarlo mai.

«Guardami negli occhi»

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Ho speso e spendo parte del mio tempo per ricordare – e, possibilmente, far ricordare – ciò che è stato. Penso sia un dovere e, per quanto mi riguarda, un bisogno personale. Non ho mai creduto però che l’antisemitismo e il razzismo in genere siano in qualche modo causati da un difetto di memoria, e non vorrei mai che la ritualizzazione civile della Memoria si esaurisse, appunto, in puro rito: una piccola catarsi annuale, la liberazione dal Male attraverso attraverso qualche lacrimuccia. No, troppo comodo, troppo ingenuo e direi, soprattutto, troppo pericoloso. La verità, così ovvia, è che il Male rimane nel mondo, e dovremo combatterlo per sempre.

Uscito nel 2005, Look into my eyes, di Naftali Gliksberg, è il documentario sull’antisemitismo contemporaneo più forte, disturbante, problematico e utile che abbia mai visto. L’autore ha una capacità davvero rara di far uscire il nocciolo delle questioni dalla bocca dei soggetti che intervista (o meglio: coi quali, a volte incredibilmente, dialoga). Dalla Polonia alla Germania, passando per Francia e Stati Uniti, dal famigerato Dieudonné ai nazisti della Virginia, fino all’incontro desolante con Horst Mahler, già difensore dei membri della Rote Armee Fraktion e poi neonazista. Consiglio veramente a tutti i miei (pochi) lettori di prendersi i 75′ minuti necessari per vedere il documentario, per guardare ciò che è ripensando a ciò che è stato. Fatelo oggi, Giorno della Memoria, o quando volete voi.

Look into my eyes from Naftaly Gliksberg on Vimeo.

Altri dubbi: i negazionisti, la legge, la stupidità umana

Giorni di un’intensità disturbante, tra i disastrosi funerali di un nazista centenario e i 70 anni del rastrellamento al Ghetto di Roma. Proprio in queste ore, con la consueta e un po’ ridicola sensibilità a singhiozzo dei nostri legislatori, si ridiscute della necessità di sanzionare per legge il negazionismo.

La prima reazione è quella del libertario quale mi considero, che non tollera il concetto stesso di reato d’opinione. Questo vale anche per le opinioni più ripugnanti (non per le incitazioni alla violenza, naturalmente). Tanto più che in questo caso si parla di carcere, e io sono sempre più convinto che il carcere sia inutile o dannoso (perché criminogeno) per la maggior parte dei reati.

In secondo luogo, c’è la questione dell’effetto culturale. Ogni forma di censura contribuisce alla diffusione clandestina dei pensieri che proibisce, rischiando di alimentare forme di complottismo e facendo passare i negazionisti come vittime dello Stato etico o martiri del libero pensiero, come è accaduto con David Irving. La Rete è naturalmente il perfetto contenitore di tutte quelle bestialità che un tempo passavano solo attraverso le pubblicazioni a stampa. Una situazione di illegalità è poi il contesto ideale per quel genere di negazionismo strisciante mascherato da puro esercizio intellettuale, proprio ciò da cui il cretino prevalente rimane affascinato, e di cui il divulgatore scientifico in chief del gruppo L’Espresso, Piergiorgio Odifreddi (negazionista? probabilmente no. Imbecille? Senz’altro) si è fatto interprete qualche giorno fa:

caro hommequirit,

vedo che anche lei ha sollevato un vespaio, avendo toccato un nervo scoperto della storiografia relativa alla seconda guerra mondiale.

su norinberga [sic], confesso di essere molto vicino alle sue posizioni. il processo è stato un’opera di propaganda. i processati hanno dichiarato, con lapalissiana evidenza, che se la guerra fosse andata diversamente, a essere processati per crimini di guerra sarebbero stati gli alleati, e ovviamente avevano ragione: non a dire che sarebbero stati processati, ma che sarebbe stato corretto e giusto processarli per quei crimini.

sono anche vicino alle sue posizioni quando afferma che l’opinione che la maggior parte delle persone, me compreso ovviamente, si formano su una buona parte dei fatti storici è fondata su opere di fantasia pilotata, dai film di hollywood ai reportages giornalistici. e che la storia sia tutt’altra cosa, e abbia il suo bel da fare a cercare di sfatare i luoghi comuni che sono entrati nel “sapere” collettivo.

[…]

non entro nello specifico delle camere a gas, perché di esse “so” appunto soltanto ciò che mi è stato fornito dal “ministero della propaganda” alleato nel dopoguerra. e non avendo mai fatto ricerche al proposito, e non essendo comunque uno storico, non posso far altro che “uniformarmi” all’opinione comune. ma almeno sono cosciente del fatto che di opinione si tratti, e che le cose possano stare molto diversamente da come mi è stato insegnato, affinché credessi ciò che mi è stato insegnato.

A Odifreddi, cui non mi azzardo a suggerire i maggiori testi di Holocaust Studiessegnalo almeno la documentazione del processo Irving v. Lipstadt, nel quale proprio David Irving citava in giudizio la storica americana Deborah Lipstadt per diffamazione. Irving ha perso quel processo, le sue menzogne sono state demolite, come il pigro Odifreddi, se ne avrà voglia, potrà verificare.

Uno dei punti chiave della difesa della Lipstadt – che, detto per inciso, è contraria all’introduzione del reato d’opinione – sta in una constatazione oggettiva: David Irving non è uno storico. Per questo inviterei tutti quegli storici italiani preoccupati per un possibile attacco alla libertà di ricerca ad andare oltre il riflesso iniziale. Personaggi come Irving o Carlo Mattogno non solo non fanno ricerca storica ma anzi ne contestano il metodo, in violenta polemica con l’accademia. Lo studio della storia non c’entra proprio nulla, Il negazionismo non è storiografia, è propaganda del nazismo e delle varie mutazioni rossobrune ed islamiste (ben riassunte nella squallida figura di Roger Garaudy, per chi se lo ricordi).

In questo senso (ma si tratta di una mia libera e discutibile interpretazione di non-giurista), la propaganda negazionista rientrerebbe nella fattispecie della legge, già esistente, sul divieto di apologia del fascismo. Il fatto è che tale legge risulta praticamente inapplicata, e l’apologia è stata praticata liberissimamente in ogni contesto e in ogni forma possibile a partire dall’introduzione della legge Scelba, tra l’altro anche da parte di personalità e aree politiche che oggi vorrebbero legiferare contro il negazionismo!

Insomma, la faccenda è complicata in linea teorica, ma forse di scarsa rilevanza pratica. Per quanto mi riguarda, è uno di quei casi in cui il principio generale cozza con l’ingombrante particolare, la ragione col sentimento, l’utilità con l’indignazione, la testa con la pancia. Libertario sì, e voltairiano, ma sino a un certo punto. Di sicuro non darei la mia vita perché un nazista possa esprimere la sua opinione, questo no. Se fossi in Parlamento, probabilmente mi asterrei dal votare la legge. Ma, da semplice cittadino, confesso che mi sarebbe difficile firmare eventuali petizioni per eliminarla. Il perché ho tentato di spiegarlo su twitter:

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«Alcuni aspetti positivi»

Forse non ha davvero molto senso fissare l’attenzione sui distinguo che la grillina Roberta Lombardi e il Sottosegretario Gianfranco Polillo hanno fatto in questi giorni, parlando del fascismo. Se li si considera opinioni isolate, dicono molto dei loro portatori. Ma si tratta davvero di opinioni isolate? Purtroppo, guardando (anche) ad altre parti d’Europa, pare di no:

Secondo un sondaggio condotto dal quotidiano conservatore Der Standard in vista del 75esimo anniversario dell’Anschluss, l’annessione dell’Austria al Terzo Reich del 12 marzo 1938, oggi un austriaco su due crede che il regime di Adolf Hitler abbia avuto alcuni aspetti positivi (da presseurop.eu)

[..] la porta del caffè fu spalancata e sulla soglia apparve un giovane stranamente abbigliato. Portava gambali neri di cuoio, una camicia bianca e un tipo di berretto militare che mi faceva pensare insieme a un vaso da notte e a una caricatura dei nostri vecchi berretti austriaci; insomma: non era neanche un copricapo prussiano (perché i prussiani non portano in test né cappelli né berretti, bensì copricapi). Io, lontano dal mondo e dall’inferno che per me rappresentava, non ero affatto idoneo a distinguere i nuovi berretti e le nuove uniformi, tanto meno a riconoscerli. Ci potevano essere camicie bianche, azzurre, verdi e rosse; calzoni neri, marroni, verdi, azzurro-lacca; stivali e speroni, foderi e cinghie e cinture e pugnali in guaine di ogni tipo: io, a ogni buon conto, io avevo deciso per quanto mi riguardava, da tempo ormai, fin da quando ero tornato dalla guerra, di non distinguerli e di non riconoscerli. Perciò sulle prime fui più sorpreso dei miei amici per l’apparizione di questa figura, che era come salita dalla toeletta giù nello scantinato e che invece era entrata dalla porta di strada. Per qualche secondo avevo realmente creduto che la toeletta dello scantinato, a me pur ben nota, a un tratto si trovasse fuori e che uno degli inservienti fosse entrato per annunciarci che tutti i posti erano già occupati. ma l’uomo disse: «Compatrioti! Il governo è caduto. Abbiamo un nuovo governo popolare tedesco!». Da quando ero rimpatriato dalla guerra mondiale, rimpatriato in un paese pieno di rughe, mai avevo avuto fiducia in un governo; figuriamoci poi, in un governo popolare. Io appartengo ancora oggi – nell’imminenza della mia ultima ora, io, un uomo, posso dire la verità – a un mondo palesemente tramontato, nel quale pareva naturale che un popolo venisse governato e che dunque, se non voleva cessare di essere un popolo, non poteva governarsi da solo. Ai miei orecchi sordi –  spesso avevo sentito che li chiamavano ‘reazionari’ – suonò come se una donna amata mi avesse detto che non aveva affatto bisogno di me, che poteva fare l’amore con sé sola, e che anzi doveva farlo, e invero al solo scopo di avere un bambino. Proprio per questo mi sorprese lo spavento che colse tutti i miei amici all’arrivo dell’uomo bizzarramente calzato e al suo bizzarro annuncio. Avevamo a stento occupato, fra tutti noi, tre tavoli. Un attimo dopo restai, anzi, mi trovai solo. Mi trovai effettivamente solo e per un secondo fu come se da molto tempo io fossi andato effettivamente in cerca di me stesso e mi fossi trovato, con sorpresa, solo. Tutti i miei amici difatti si alzarono dai loro posti e invece di dirmi prima: «Buonanotte!», come da anni era stata consuetudine fra noi, gridarono: «Cameriere, il conto». Ma siccome il nostro cameriere Franz non veniva, gridarono, rivolti al proprietario ebreo Adolf Feldmann: «Paghiamo domani!», e se ne andarono senza neanche guardarmi più in faccia. Io ero ancora convinto che l’indomani sarebbero veramente tornati a pagare e che il cameriere Franz fosse al momento trattenuto in cucina o da qualche altra parte e che unicamente per questo non fosse stato così svelto a comparire come al solito. Dopo dieci minuti, però, il proprietario Adolf Feldmann spuntò da dietro il suo banco col pastrano e la bombetta in testa e mi disse: «Signor barone, ci diciamo addio per sempre. Se mai ci dovessimo rivedere in qualche parte del mondo, ci riconosceremo. Domani di certo lei non tornerà più qui. Voglio dire, a causa del nuovo governo popolare tedesco. Lei va a casa o pensa di restare qui seduto?»

«Io resto qui, come tutte le sere» risposi.

«Allora addio, signor barone! Io spengo le lampade! Ecco, qui ci sono due candele!».

E detto questo accese due smunte candele, e prima ancora che io mi potessi rendere conto dell’impressione che mi faceva, poiché erano dei ceri da morto che mi aveva acceso, tutte le luci nel caffè erano spente ed egli pallido, con una bombetta nera in testa, piuttosto un becchino che l’ebreo gioviale Adolf Feldmann dalla barba d’argento, mi porse una massiccia croce uncinata di piombo e disse:

«Per ogni evenienza, signor barone! Continui pure a bere tranquillamente la sua grappa! Io lascio chiusa la saracinesca. E quando lei vuole andare, la può aprire dall’interno. La pertica è accanto alla porta, a destra».

(Joseph Roth, La cripta dei cappuccini, traduzione di Laura Terreni, Milano, Adelphi, 1974)