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A Natale regala un pogrom

Una famiglia torinese “ossessionata dalla verginità” della figlia, accertata con “frequenti visite dal ginecologo”.
Una ragazzina – non del tutto partecipe dell’ossessione – che consuma il suo primo rapporto con un amichetto, all’insaputa dei genitori, e viene evidentemente presa dal panico per le possibili conseguenze del suo gesto. Possiamo solo immaginare quali potevano essere le reazioni della tribù insediata alle Vallette: ripudio della figlia, cacciata dalla casa paterna, lapidazione? (ricordo che stiamo parlando di cattolici apostolici romani, non di fondamentalisti islamici).
Ecco dunque balenare nella mente della ragazza – forse su suggerimento del complice fratellino, che renderà falsa testimonianza – un’idea semplice semplice: fingere di essere stata stuprata. Da chi? Ma dagli zingari, e da chi altro? Accusa pronta e capro espiatorio a portata di mano. In poche ore una folla di un centinaio di persone prende parte ad una “fiaccolata” presso un campo nomadi, che brucia in un rogo fortunosamente senza vittime. Non è un fatto nuovo, soltanto tre anni fa a Ponticelli, presso Napoli, successe qualcosa di simile. E ricordo un mio conoscente raccontare di come al suo paese (un triste borgo nello zanzaristan veneto, sulle rive del Po) di fronte a qualche sciocco diverbio, alcune decine di bravi cittadini avessero pianificato la loro spedizione antirom, rogo incluso. Avevano desistito forse per pigrizia. A quell’epoca non si parlava nemmeno di crisi economica.
In questa storia incontriamo tre comunità agenti: quella nucleare della famiglia ossessionata dall’imene. Quella allargata della folla pronta al linciaggio (della quale gli ultras della Juve sono parte integrante, l’avanguardia militarizzata, per così dire) e infine quella, settoriale, della stampa in cerca del canonico mostro da prima pagina.
La prima è un fossile di comunità, che credevamo già scomparsa in Occidente – anche se in tempi di impoverimento questo processo può rallentare o invertirsi. La seconda è semplicemente la materia bruta di cui sono fatte le società. Basta grattare un po’ sotto la superficie per accorgersene. La terza è quella comunità che vive parassitando i riflessi ancestrali delle altre due. Tendenzialmente attribuirei ai giornalisti le maggiori responsabilità. Ne hanno di enormi, sul piano della creazione della pubblica opinione nazionale. Meno, a livello locale: il pogrom è un fenomeno molto più antico dei mass media, basato sul passaparola. L’ipotesi per cui le violenze sarebbero state pilotate da qualche malavitoso desideroso di vendicare uno sgarro non cambia assolutamente nulla, aggiunge soltanto un altro squallido dettaglio ad una realtà di per sé inquietante.
Una comunità apparentemente assente è quella della politica. Del resto i partiti non dovrebbero avere a che fare con la folla. A meno che non si tratti dei partiti fascista o nazionalsocialista, che dovrebbero essere banditi da una repubblica democratica e antifascista. In realtà un politico c’era. Senz’altro in buona fede, nel tentativo di racimolare o di non perdere qualche voto, Paola Bragantini, segretaria provinciale del PD e Presidente di circoscrizione, era presente alla “fiaccolata”, documentandone gli esiti con la dovuta indignazione. Dice la Bragantini sul suo profilo fessbook che i facinorosi protagonisti del pogrom non rappresentano la città. Ci credo. Quelli che rappresentano la città sono invece la Bragantini e i suoi colleghi, la cui distanza da quello che sta succedendo in questo Paese è sempre più grande, forse incolmabile.

Le tracce della vicenda sui media (social e no) sono ben riassunte in questo storify.

POSTILLA: subito dopo aver pubblicato il post sono andato a leggermi l’edizione online de “La Stampa” di oggi, dove Massimo Gramellini commenta i fatti delle Vallette. Pare che ci sia una certa corrispondenza nello schema argomentativo: i “tre cerchi” di Gramellini, cioè le tre comunità. Peccato che Gramellini non si ricordi di citare la sua comunità, quella dei giornalisti…

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Puttani olistici

Credevate fosse un semplice ominicchio à la Di Gregorio, un parassita trafficone e marchetta dei potenti, vergogna del Parlamento, nonché ulteriore dimostrazione della natura farlocca del movimento di Di Pietro. Beh, è certamente tutto questo, ma anche qualcosa di più. Figura simbolo del riscatto dei peones e maneggione untuoso come nella più pura tradizione pseudo-socialdemocratica italiota (vade retro, Saragat!), quello splendido cinquantenne di Domenico Scilipoti è anche un grande promotore delle medicine alternative. In particolare, l’ex dipietrista divenuto ‘responsabile’ pare interessato all’approccio olistico del medico ciarlatano e antisemita Ryke Geerd Hamer, come ci spiega Antonio scalari nel suo blog. La cosa fa il paio con il suo impegno signoraggista. A una testolina così lucida, glielo vogliamo dare un posticino, Presidente?

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