Come Casapound?

1200px-CasaPound_scritta-800x540.jpg

Premessa: difficile, per chi conservi un minimo di serena obiettività, essere davvero soddisfatti di una riforma costituzionale che mostra tutti i limiti dati dalla fretta, dalla superficialità e dalla mancanza di una visione organica. Credo sarebbe però un grosso errore ripartire da zero votando NO ad un referendum che, peraltro, Matteo Renzi ha molto improvvidamente trasformato in plebiscito su se stesso. Come in ogni treno in corsa, una brusca frenata provocherebbe teste rotte a non finire, in particolare tra chi si sta facendo il viaggio in piedi, e cioè tra le componenti più deboli della nostra società. E’ sorprendente che chi critica Renzi da sinistra non se ne renda conto o, peggio, che sacrifichi il Paese alla propria sopravvivenza politica. Non sorprende per nulla invece la campagna condotta da sfascisti e fascisti che cercano di aprire una fase di ammuìna per avvicinarsi alle elezioni. In un momento in cui i temi cari alla destra radicale – monoculturalismo, antimondialismo, sovranità monetaria, ecc. – sono rientrati nei programmi di governo di importanti forze politiche, arrivando a contaminare i resti della sinistra-sinistra in una sorta di marmellata rossobruna, il Partito Democratico ha tutte le ragioni per presentarsi come l’unica grande forza progressista in campo, unica barriera di fronte alle derive reazionarie salviniane e grilline. Per entrare a gamba tesa in certi dibattiti occorre però una cultura politica ben più solida di quella costruita alle leopolde. Non basta ascoltare quello che ti dice lo spin doctor o magari il neorenziano ex PCI, che ben conosce i suoi vecchi compagni. Un conto, insomma, entrare nel merito delle idee, un altro accomunare, sulla base di un singolo voto comune, soggetti lontanissimi.

Nella fattispecie, accostare Roberto Benigni o Gianni Cuperlo a Casapound, come ha fatto Maria Elena Boschi. Rispondendo a Cuperlo durante la Direzione PD di ieri, la Boschi ha precisato come non fosse affatto sua intenzione mettere la minoranza del partito sullo stesso piano dei neofascisti. La sua andrebbe letta piuttosto come una reazione piccata di fronte al continuo nominare Verdini da parte della minoranza stessa. Evidentemente, la Ministra crede – come chi scrive – che Verdini sia comunque più presentabile dei fascisti, e sa quanto toccare l’identità antifascista a Sinistra equivalga a toccare la mamma. Se così fosse, risponderemmo alla Boschi che un ministro si dovrebbe astenere dai comportamenti da asilo infantile, e che continuare a provocare una minoranza del partito che alla fine voterebbe comunque Sì (per evitare la brusca frenata di cui sopra) rivela ancora una volta l’inadeguatezza politica dei rottamatori. Seriamente: se il fatto di votare «assieme a Casapound» è usato come stigma, è perché il fascismo è considerato o comunque [opinione dello scrivente] dovrebbe essere considerato alla stregua della lebbra, in una società democratica. Ma ve la vedete, voi, la dolce Maria Elena chiamare “lebbra” i fascisti? Evidentemente no. L’homunculus della cultura politica renziana è trasversale, dialogante, ecumenico, pacificatore e, in ultima analisi, apolitico. E del resto ricordiamo bene i rapporti più che cordiali intrattenuti proprio con Casapound da alcuni renziani della prima ora, molto attivi pubblicamente. Cristiana Alicata (nipote di Mario!) nel 2009 manifestava ad esempio un grande interesse per le posizioni di parte della destra radicale romana sulle tematiche LGBT, incontrando i vertici di Casapound e giudicando positivamente un documento del gruppo:

«Mi sono sentita dire:” forse noi di destra […] oggi riconosciamo nella discriminazione del mondo omosessuale quella che molti di noi vivono perché si definiscono di destra.” Qualcuno di loro, infatti, in certi posti non può nemmeno mettere piede».

A proposito dello stesso comunicato, Anna Paola Concia, a sua volta ospite dei giovani neofascisti, renzianissima e ora candidata a Roma con Giachetti, si esprimeva così:

«Questo documento potrebbe benissimo essere una mozione congressuale del Pd. Diciamo pure che è più avanti di quella di Bersani. Con le vostre proposte avete aperto un varco».

Tutt’altro che lebbra, insomma. Simone Regazzoni, filosofo «allievo di Derrida», tra i responsabili della campagna elettorale di Raffaella Paita nelle disastrosi elezioni liguri e romanziere, nel 2013 presentò a Casapound il suo Sfortunato il paese che non ha eroi. Etica dell’eroismo, interessante saggio politico che potremmo definire neodannunziano. Così recita il risvolto, abbastanza esemplificativo del contenuto:

«Perché scrivere, oggi, un libro sull’eroismo? Perché, diciamo la verità, ci siamo trasformati in una “generazione di femminucce”. Parola di Clint Eastwood. Domanda: ma di quale eroismo stiamo parlando? Risposta: di un nuovo tipo di eroismo. Un eroismo senza una Causa per cui combattere, che non chiede sacrifici per il bene comune, il bene dell’altro, la patria, l’umanità intera. Un eroismo in cui occorre mettere in gioco una sola Cosa: il proprio singolarissimo godimento – sfidando pregiudizi, buone maniere, regole, norme sociali. In altri termini: la Legge. Compito dell’etica dell’eroismo: fare fuori l’idiota della morale, ligio alla Legge e al dovere».

Effettivamente, cara Maria Elena Boschi, forse qualcuno che assomiglia a Casapound nel PD c’è davvero. Ma non è certo Gianni Cuperlo.

Immagine di copertina: CC 4.0 Jose Antonio – Wikipedia

La Terza Via dei talebani padani

Legadellepatrie-800x540

Osservando – a debita distanza – una figura come quella di Massimo Carminati detto er cecatoil caso di queste ore appare come l’ultimo capitolo della storia, tipicamente romana, di un neofascismo straccione alla ricerca di un qualsiasi modo pe’ svorta’. Anche la teppa vuole una vecchiaia sicura, e così, dopo la bassa manovalanza nello stragismo e le rapine e lo spaccio, arriva infine il momento della scrivania, magari negli uffici di qualche cooperativa amica che si occupi di “negri” o di “zingari”, un business redditizio quasi quanto l’eroina, ma infinitamente più sicuro, perché legale. Le ideologie in questo caso contano molto poco, il malaffare investe trasversalmente destra e sinistra e nella definizione di “cupola fasciomafiosa” la sostanza è l’attitudine mafiosa, mentre il fascio è solo un ricordo, una vecchia spilletta di bigiotteria. Come scrivevo qualche giorno fa, se si vuole avere un’idea della destra radicale del XXI secolo occorre staccare lo sguardo da Roma e rivolgerlo a nord, dimenticando i personaggi di Vogliamo i colonnelli, tuta mimetica e saluto romano. L’incontro danzereccio con Marine Le Pen stile Padanian Gigolò, la copertina di «Oggi» e chissà quale altro aiutino da parte di un circo mediatico alla costante ricerca di bestie nuove da esibire serviranno a rassicurare una parte degli elettori eventualmente in dubbio sulla natura del Salvini, che in fondo l’é un brav fioeu e fa pure il simpatico. Purtroppo è nella nostra peggiore cultura giornalistica, quella che commenta la politica come forma teatrale, il non riuscire ad andare oltre il chiacchiericcio, il retroscenismo, la conta delle poltrone, l’esegesi delle dichiarazioni, la rifrittura incessante dell’aria fritta. Bravissimi se si tratta di approfondire il linguaggio retorico di Renzi o dei suoi avversari, impareggiabili nella semiotica delle cravatte e delle scarpe, dei giubbini e dei tagli di capelli dei leader. Quando però si tratta di raccontare le idee, in particolare quelle nate ai margini del palcoscenico, sgranano gli occhi, alzano il ciglio, sorridono sarcastici: «Idee? Essù, le idee…siamo nel 2014!»

Siamo nel 2014, sì, eppure per certi versi sembra di essere rimasti fermi a vent’anni fa. Come allora, la destra radicale monta in tutto il Continente, con alcune differenze di non poco conto: fiaccati da una devastante crisi economica, in Italia siamo più poveri o a rischio di diventarlo e le istituzioni europee hanno dimostrato un’ancora insufficiente capacità di integrare persone, economie, culture. L’idea stessa di democrazia non è mai stata così debole, così poco popolare, in competizione con l’astensionismo da una parte e le spinte antisistema dall’altra. La mistificazione del linguaggio iniziata negli anni Novanta è arrivata a livelli insopportabili. Il razzismo è diventato differenzialista, si fa chiamare «lotta contro l’omologazione dei popoli». Ormai risulta impossibile dare del nazista a qualcuno, se l’accusa di “nazismo” viene rivolta (dalla destra radicale italiana fino allo zar Putin, passando per gli artisti “comunisti e internazionalisti”) al progetto stesso dell’Unione Europea. Oggi, infine, quelle idee hanno sponsor importanti, perché collimano bene con certi grandi interessi geopolitici. Ad esempio con il progetto imperiale dello stesso Putin e della destra eurasiatista d’Europa, i cui orizzonti Le Pen padre ha riassunto così, nel corso di un incontro pubblico a Lione, alcuni giorni fa:

«Il Front è il modello dei movimenti nazionali in Europa, il suo obiettivo è la costruzione di un’Europa delle nazioni dall’Atlantico al Pacifico, da Brest a Vladivostok”».

Vent’anni fa, i rigurgiti nazisti sembravano più un problema di ordine pubblico, risolvibile ingabbiando qualche testa calda del Fronte Veneto Skinhead o feccia consimile. Il punto è che oggi non sono più (soltanto) i figli più disgraziati, i fratelli scemi dalla testa rasata e dalla svastica tatuata a costituire il problema. Una parte molto più vasta e trasversale dell’opinione pubblica, non solo in periferia, non solo nel lumpenproletariat, non solo tra i meno attrezzati culturalmente, è avvelenata da idee e linguaggi che pensavano – ingenui – di aver sistemato tra i liquami della Storia. Più esattamente, a tracimare dai tombini è un filone minore della storia del pensiero di destra, quello più aperto a mutazioni e contaminazioni e che, avendo una storia di minorità, non ha nemmeno bisogno di occultare i vecchi simboli – un po’ come la sinistra comunista e i trotskisti non si sentivano colpiti dalle critiche al comunismo sovietico. Un fascismo vergine, per così dire, e depurato in parte dai simboli esteriori, che propone alle masse disilluse la propria semplice ricetta: visto che, dopo il comunismo, anche il mercato (e quindi l’Europa, identificata con esso) avrebbe fallito, la soluzione proposta sarebbe la cosiddetta Terza via. Certo non quella di Giddens, Blair [e Renzi], ma quella, assai più vecchia, del nazismo e del fascismo di Salò, la terza via del socialismo nazionale, l’opzione retorica «ni droite ni gauche». Fino a qualche tempo fa, parlare di nazimaoisti o di oscuri gruppi rossobruni votati al progetto dell’“Eurasia Nazione” era prerogativa degli appassionati di fascisteria e, a descrivere il fenomeno come qualcosa di preoccupante, si veniva bonariamente sfottuti anche e soprattutto dai conoscenti “antifascisti militanti” (i quali peraltro, soprattutto dopo l’11/9, si sono trovati spesso e volentieri in imbarazzante compagnia, nel nome dell’antimperialismo, dell’alter/antimondialismo e dell’odio verso Israele). In effetti chi avrebbe immaginato che certe bizzarre visioni sarebbero arrivate a influenzare in modo più o meno dichiarato la piattaforma di un partito che sta in Parlamento e riesce a drenare voti sia dalla destra moderata – di fatto in via di estinzione – che dalla sinistra – schiacciata tra “partito della Nazione” e dissidenza allo sbando. Ecco perché tenere d’occhio la Lega è importante, perché la Lega in questo momento è diventato il veicolo mainstream delle idee della destra radicale, anche più del M5S – sulla cui natura fascista ci siamo interrogati a lungo.

In un altro articolo, qui sugli Stati Generali, ho fatto cenno alle ascendenze rossobrune di Borghezio e soprattutto ai rapporti della Lega con Mosca, fatti ben noti e che dovrebbero già mettere in allarme chiunque si definisca democratico. Volendo però approfondire l’elaborazione teorica neoleghista, occorre dare un’occhiata allla bizzarra «associazione a pensare» Il Talebano, creazione di Vincenzo Sofo, giovane consigliere di zona della Lega Nord a Milano. Secondo la definizione dello stesso Sofo, «Il Talebano» consiste in

«un percorso politico/culturale in collaborazione con l’attuale segretario della Lega Nord Matteo Salvini per costruire un nuovo progetto identitario con il coinvolgimento di intellettuali del calibro di Massimo Fini, Pietrangelo Buttafuoco, Alain De Benoist e Diego Fusaro.»

De Benoist, nefando animatore della Nouvelle Droite francese, è un po’ il marchio di garanzia di questo formidabile quartetto. Su Buttafuoco apro volentieri una parentesi, perché a mio avviso rappresenta come pochi la deriva culturale che in vent’anni, nel nome della «pacificazione», ha regalato dignità politica alla feccia della Storia. Intellettuale della destra tradizionalista – con tutti gli esoterici annessi e connessi – fascista aristocratico, evoliano e guenoniano, Buttafuoco è incidentalmente anche una delle firme di punta del «Foglio» e (quindi) prezzemolino televisivo. Inutile pretendere che gli amichetti del circo mediatico, da Myrta Merlino a Corrado Formigli, chiedano a Buttafuoco di spiegare le sue idee, per i motivi che abbiamo detto sopra, e perché sarebbe scortese. Quando l’ottimo Augias, solitario, ha osato toccare il nervo scoperto dell’azzimato Pietrangelo (“mi spieghi perché sei così affascinato dal nazismo?”) sui social è scattata un’indignata difesa da parte dei suoi fan – tutti sedicenti «liberali», naturalmente, che a forza di contestare il politicamente corretto stanno diventando fascisti inconsapevoli. Ne è passato del tempo (17 anni, per la precisione), da quando Gianfranco Miglio, ideologo ufficiale della Lega Nord, dibatteva di federalismo e nazionalismo con Marcello Veneziani, altro intellettuale di destra ora un po’ defilato (e forse meno appetibile per i palati raffinatissimi dei lettori del «Foglio»). Nel ’97  lo schema era ancora abbastanza semplice: sei di destra, ti piace lo Stato forte, centralizzato; sei leghista, vuoi lo Stato federale, se non la secessione. Ora le cose si sono enormemente complicate. L’elettore medio leghista potrebbe ad esempio trovarsi in difficoltà di fronte al simbolo del «Talebano» e alla presenza di un destrissimo convertito all’Islam. Ma una volta spiegata per bene la faccenda, anche le Sciure Rosette blandite dal Salvini si convincerebbero che le loro esigenze («niente moschee a casa nostra!») non sarebbero in contraddizione con l’allucinante prospettiva geopolitica di un mondo diviso in imperi – o contenitori di piccole patrie – fondati sulla Tradizione, e cioè sulle rispettive tradizioni, da coltivare «ognuno a casa propria», tornando agli antichi valori:

«SIAMO TALEBANI. Per lo spirito antisistema e radicale. Per la libertà dei popoli dell’Europa. Per uno Stato sovrano federato ad una Nazione Europa. Contro il modello occidentale globalizzato e esasperatamente modernizzato, che annichilisce ogni identità, tradizione e cultura umana e comunitaria. Contro l’Europa della finanza, alla quale opporre un Europa dei popoli, unita dal minimo comune denominatore che attraversa le varie e variopinte patrie del vecchio continente… la solidarietà tra comunità sia il nuovo punto di partenza. Contro la deriva materialista della nostra società, preservando i valori spirituali dell’uomo e della famiglia. Contro l’attuale sistema Italia – centralista, lobbista e corrotto – rivendicando il diritto di ogni piccola patria esistente in Italia di essere riconosciuta nella propria specificità… perché solo tutelando e valorizzando le diversità delle singole comunità si potrà ottenere una coscienza unitaria. Né a destra né a sinistra – schemi ampiamente superati – perché il conflitto odierno e tra chi vuole la mondializzazione e chi difende le specificità locali.»

Ma questo è solo un assaggio del pensiero del «Talebano», le cui articolazioni si comprendono meglio leggendone il succoso «documento di idee» pubblicato l’estate scorsa, tra i cui autori, oltre a Sofo, Fusaro e Buttafuoco, si nota Fabrizio Fratus, ex segretario di Daniela Santanché e acceso «antievoluzionista», personaggio che rappresenta perfettamente il fascista del futuro. Nel frullato della destra radicale postmoderna c’è tanta roba: dalle tirate antilluministe alla tesi di Tangentopoli come complotto dell’«élite finanziaria cosmopolita», dal superamento – da destra – del concetto di stato-nazione cui si sostituiscono le patrie e le comunità all’«importanza di appartenere al continente euroasiatico» (Buttafuoco). Si cita nientemeno che Bauman – a dimostrazione che ormai la tiritera sulla società liquida è davvero buona per tutti gli usi – assieme alla «teoria geostorica» dell’SS Jean Thiriart (sempre lui, l’ex guida di Borghezio), ci si scaglia contro l’Euro e si invoca la sovranità monetaria – con tanto di proposta di introduzione di una moneta complementare. E, perché sia chiaro che questo titanico sforzo intellettuale serve ad un progetto concreto, non manca l’appello al voto:

«Non c’è tempo, non c’è ragionamento o paura che possa fare indugiare un patriota all’adesione al progetto lanciato in campagna elettorale da Matteo Salvini e dalla sua nuova Lega Nord (Lega delle Patrie) […]»

Eccoci qui, la cloaca è aperta.

Verona, la splendida, e le sue pasque allucinate

Verona, una città che ho sempre colpevolmente trascurato. Durante le mie rare e frettolose visite non avevo mai avuto modo di visitare lo splendido centro storico con le sue piazze eleganti, le antiche chiese e i palazzi gentilizi, Castelvecchio col suo bel museo civico sistemato da Carlo Scarpa e gli scavi scaligeri, esempio di come si possa utilizzare uno spazio archeologico posto sotto il piano stradale come affascinante spazio espositivo (in questi giorni gli scavi ospitano la stupenda retrospettiva di René Burri che sta girando il mondo da alcuni anni). E il monumento a Padre Dante in Piazza dei Signori, e le arche di Cangrande, e di Mastino (fuori dal recinto), i leoni della Serenissima, gli antichi bastioni. E le accoglienti osterie nei vicoli, in cui si mangia la pastisàda de cavàl e nelle quali i turisti convivono ancora coi vecchi del posto, questi ultimi un po’ appartati, impegnati in lunghe partite a briscola davanti a un gòto di Valpolicella. E’ poi normale che al terzo bicchiere uno dei giocatori riveli una voce tenorile ancora potentissima, cantando una qualche aria verdiana e ricordandoci così che Verona è anche la città dell’Arena. Davvero un degno ingresso allo Stivale per chi arrivi dal Nordeuropa attraverso il Brennero, la prima città d’arte italiana che Tedeschi, Olandesi e Danesi incontrino nella loro discesa, spesso sulla via del Gartsee o delle spiagge adriatiche. La raccolta bellezza di Verona ti fa perdonare e presto dimenticare il balcone di Giulietta, comprensibile cedimento al turismo spazzatura. Dimentichi presto anche la grata piazzata ai piedi del balcone, che da qualche tempo raccoglie centinaia di lucchetti  (venduti nel gift shop accanto) , proprio come a Ponte Milvio a Roma, al Ponte dell’Accademia a Venezia o al Pont des Arts a Parigi, accidenti a Federico Moccia.

Compilata la scheda da guida turistica, oltre al nitore degli antichi palazzi e alle prelibatezze da gourmet, rimane tanto da raccontare e non tutto è altrettanto piacevole. Capoluogo lombardo-veneto con un occhio rivolto a Milano, da sempre grande crocevia commerciale, Verona è una città di grandi contraddizioni. A Verona è forte la presenza di migranti bene integrati, ma dagli anni ’80 la città è notoriamente anche una delle più grandi piazze di spaccio del Nord e un luogo ad alta attività criminale (“micro” quanto organizzata, autoctona quanto internazionale). Vi hanno sede tanto i missionari comboniani, la rivista Nigrizia e un museo africano, quanto, all’estremo opposto, le principali organizzazioni del tradizionalismo cattolico, cioè i nostri vandeani e léfèbvriani. Verona, a torto o a ragione, si ricorda come “città di destra“. Qui, nel novembre ’43, si tenne il congresso fondativo della Repubblica Sociale Italiana, e non si può negare che da allora Verona sia diventata una delle capitali della revanche fascista. Esiste certo, in città, una solida tradizione antifascista. Ma, per qualche motivo, sembra un tantino più visibile il fascistume attivo, dal golpismo negli anni ’60 e ’70 al Fronte Veneto Skinhead, Forza Nuova e Casa Pound, passando per ogni tipologia di feccia nazifascista, dalle band nazi-rock agli ultras dell’Hellas Verona. Un mondo che, tra l’altro, in questi anni ha sostenuto il Sindaco Flavio Tosi, astro nascente della tribù leghista, ormai noto a livello nazionale quanto il suo corrispettivo trevisano Gentilini (forse sul punto di dover mollare la caréga).

Naturalmente non avevo questi esempi in testa, avvicinandomi, a braccetto della mia bella, al cuore del centro storico di Verona, piazza Bra, colma di gente per il secondo giorno della Straverona e per quella che, sulle prime, ci è sembrata la solita rievocazione storica da pro loco, concepita per il gitante della domenica con prole al seguito. Una di quelle innocenti messe in scena in cui decine o centinaia di figuranti in costume d’epoca giocano alla messa in scena di battaglie lontane, combattute per motivi oggi dimenticati dai più. Le divise colorate, il rullo dei tamburi, i botti e il fumo delle schioppettate a salve, la merda di cavallo, la gente che fotografa il tutto. In questo caso venivano però rievocate le “pasque veronesi”, un episodio delle cosiddette “insorgenze antifrancesi” del 1797-’99, quando le plebi affezionate a clero e nobiltà si rivoltarono contro l’esercito della Francia rivoluzionaria sceso nella Penisola. Materiale storico che, incredile a dirsi, per qualcuno scotta ancora. Un volantino distribuito durante la manifestazione ricordava al visitatore ignaro chi fossero i buoni e i cattivi. I buoni erano ovviamente le truppe di Venezia e dell’Austria, i cattivi i Francesi, esportatori dei “falsi principi della Rivoluzione francese“. A causa loro, dice il testo, “L’Italia tradizionale e cattolica, pacifica e ricchissima dei suoi antichi Stati a dimensione d’uomo fu  distrutta”. E ancora, sulle insorgenze in generale: “la vera, grande guerra di popolo combattuta in Italia contro le truppe rivoluzionarie francesi di Napoleone”, una guerra che avrebbe fatto, a detta degli autori del volantino, molte più vittime del “cosiddetto risorgimento” o della “cosiddetta resistenza del 1943-45 “. Non mi pare che venga lasciato spazio ad alcun dubbio. Va ricordato come tutto ciò si sia svolto in un’importante città italiana durante la festa della Repubblica, nella piazza centrale e in altri luoghi del centro (tra cui una piazzetta in cui si trova il monumento a Cavour che, come mi ha fatto notare M., se non altro mostrava il culo ai pagliacci catto-reazionari). Al 2 Giugno repubblicano veniva riservato un palchetto in Piazza dei Signori, ancora spoglio all’ora di pranzo (la celebrazione era fissata per le 18:30, evidentemente per evitare tragicomiche sovrapposizioni con la mascherata delle pasque). E, quel che è peggio, la pagliacciata si è svolta con il patrocinio del Comune e della Provincia di Verona e della Regione del Veneto. Già, perché Verona non è un’isola, sta nella mia regione, dove in quanto a tradizioni reazionarie non si scherza.

Foto0975

Per approfondire ancora la conoscenza del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi, cioè dei fanatici cattolici preconciliaristi che si divertono a giocare con schioppi e feluche, occorre visitare il sito traditio.it (il cui link era riportato in calce al volantino). Un concentrato di cultura antimoderna, antirisorgimentale, antisemita, antislamica e omofoba (ho dimenticato qualcosa?). Soltanto un paio di esempi: a Papa Bergoglio questi signori danno dell’ecumenista (orrore!), avendo egli festeggiato assieme ai “giudei attuali, eredi del deicidio”, e definiscono Gandhi “sodomita, razzista, politicastro da quattro soldi”. Lascio a voi il piacere di scoprire le altre perle.

Non vorrei però chiudere su Verona in questo modo. Non sia mai che vi passi la voglia di andarci – sarebbe una sciocchezza, la città è davvero bella, come la maggior parte dei suoi abitanti. Chiudiamo invece così: