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Shameless

L’Arzanà citato da Dante, storico cantiere in grado di produrre un vascello in poche ore, ridotto prima a caserma e infine a simbolo della decadenza veneziana, resta di competenza dello Stato. Sono bastate un paio di righe infilate alla chetichella da Corrado Passera in un decreto che riguarda tutt’altro tema – la c.d. “Agenda Digitale” – per bloccare il passaggio di proprietà dal Demanio Militare al Comune di Venezia. Tale passaggio, previsto dalla Spending Review, avrebbe dovuto rendere possibile il recupero complessivo del luogo, descritto da tempo come l’ultima occasione di un futuro non esclusivamente turistico per la città storica. Ad essere favoriti da Passera sono stati evidentemente gli interessi del Consorzio Venezia Nuova, costruttore del MOSE, un buco nero che ha risucchiato la quasi totalità dei fondi destinati alla salvaguardia della città. Alcuni comitati cittadini si sono già mobilitati per chiedere al Presidente Napolitano di non firmare il decreto. Hanno ragione, è uno schifo, un altro brutto colpo per Venezia, tra i tanti ricevuti negli ultimi anni.

C’è però un aspetto grottesco in questa levata di scudi che vede, in buona sostanza, tutta la città unita contro Roma, in uno scatto di orgoglio serenissimo. Occorre ricordare quanti soggetti grandi e piccoli abbiano in questi anni raccolto le briciole (a volte assai sostanziose) del progetto MOSE distribuite dal Consorzio. In primo luogo proprio il Comune – che, incidentalmente, ha tra i suoi assessori Antonio Paruzzolo, già dirigente di Thetis. E’ sin troppo facile, nella rossa e smemorata Venezia, fare leva sulla superficiale opposizione bene pubblico/interesse privato, tralasciando di raccontare il vero nodo del problema: l’intreccio tra pubblica amministrazione, ceto politico e grandi gruppi privati (magari organizzati in cartello). Ecco quindi che il colmo del grottesco lo si raggiunge in una dichiarazione del Sindaco Avv. Orsoni – già difensore dei gruppi Benetton e Coin, grandi attori privati dello spazio pubblico veneziano:

«È molto triste che in questa città ormai gli interessi privati prevalgano su quelli del Comune e della città».

Quegli stessi interessi privati rispetto ai quali il Sindaco non sollevava alcuna obiezione nel momento in cui visitava, deferente, i cantieri MOSE, o riceveva i contributi del Consorzio Venezia Nuova per l’America’s Cup (“un evento che accresce il prestigio della città”, etc.) e nemmeno durante il disastroso procedere dell’operazione Lido, della quale fa parte Mantovani, una delle società del Consorzio.

Naturalmente, se abbiamo a cuore le sorti di Venezia, dobbiamo sperare che Giorgio Napolitano non ratifichi lo “scippo” dell’Arsenale. Ma dovremmo anche chiederci se davvero un Arsenale in mano al Comune possa diventare qualcosa di buono per la città. Personalmente mi chiedo se con questo inamovibile ceto dirigente, con questi onnipresenti neopatrizi senza vergogna, ci sia realmente ancora qualcosa in cui sperare.

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Un parto difficile

Il giorno decisivo doveva essere lunedì scorso, quando in realtà nemmeno si è riunito il Consiglio Comunale, essendo occupati i consiglieri in estenuanti discussioni di corridoio, alla ricerca di qualche compromesso. Dopo una settimana, il risultato sono sessanta pagine di emendamenti che tagliano qualcosa e limano qualcos’altro: un Jumbo-emendamento, come l’ha definito il suo autore – è ancora lui, Ezio Micelli – stabilisce un limite agli ettari edificabili del “Quadrante di Tessera” – 56 su 200 interessati dal progetto, prevede l’eliminazione della progetto di stazione TAV dall’area, per riportarla all’attuale stazione di Mestre, dichiara una generica incompatibilità delle grandi navi con l’ambiente lagunare e poco altro. Troppo poco, stando a questa sintesi molto puntuale di quello che ancora non va. Il problema è che l’impianto generale del Piano rimane sostanzialmente intatto. Nella stessa forma aperta del testo, nel suo essere visione d’insieme più che descrizione (e prescrizione) dettagliata sta la possibilità, in qualsiasi momento, di decidere cosa si può fare e cosa no. Ora si vuol far credere che quattro o cinque giorni di discussioni (una parte delle quali svolte in camera caritatis a fini esclusivamente politici, cioè partitici) e una controproposta non negoziabile siano sufficienti? Il rischio è che poi questa settimana di chiacchiere intensive, al momento della posa di qualche contestabile prima pietra, valga come licenza assoluta: “altroché se ne abbiamo discusso, adesso non rompete i coglioni“. Del resto, Yuri Korablin, nuovo proprietario russo del Venezia Calcio, che ha messo sul piatto 150 milioni di Euro per la costruzione del nuovo stadio, proprio all’interno del quadrante di Tessera, ha una certa fretta. Rimane la sgradevole sensazione di un vecchio copione recitato anche piuttosto bene. Una cordata di interessi organizzata da un pugno di tecnocrati – interni al triangolo Ca’-Foscari-IUAV-Partecipate comunali – progetta lo smembramento del cadavere di Venezia, città che dis-prezzano profondamente, ma che sanno prezzare. Chiedono 100 per avere 80, anche se non meriterebbero 10.

Una marginale notazione politica: ho letto la dichiarazione del locale capogruppo del PSI a favore del PAT. Non mi stupisco, l’idea necrofaga viene dagli anni di regno di De Michelis e Craxi, e Venezia è forse l’unica città d’Italia in cui i craxiani non abbiano mai perso una poltrona, né il loro prestigio sociale di neo-patrizi laici, in amichevole competizione con la loro controparte clericale (Orso Grill Orsoni). La stessa idea del quadrante di Tessera e quella della sublagunare sono nate, anzi, colate, dal testone di De Michelis, trent’anni fa. E’ cambiato tutto, nel mondo, negli ultimi trent’anni, ma quella cultura rapace nata negli anni ’80 ha messo radici in terreni diversi, e governa questa città.

A domani, dunque, per il voto finale.

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