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La maternità surrogata e la nostra paura del post-umano

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Tanto per mettere subito le cose in chiaro: chiunque non sia irrimediabilmente stronzo non può che augurare ogni bene a Nichi Vendola, al suo compagno e soprattutto al piccolo Tobia. Persino i rimediabilmente stronzi dovrebbero prendere le distanze dai vari mostriciattoli della destra reazionaria (clericale, fascista e/o poltronista) che in queste ore stanno vomitando i loro insulti all’indirizzo del leader di Sel. Detto questo, i dubbi e i tormenti di cui scrive Michele Fusco qui sugli Stati rispetto al tema “utero in affitto” – espressione tanto rude quanto esatta – non nascono dal malanimo né da visioni del mondo particolarmente retrive. Sarebbe comodo ridurre il dibattito sulla maternità surrogata ad un apparentemente inconciliabile scontro tra prospettiva religiosa e prospettiva laica, troppo comodo e del tutto fuorviante. Sono in realtà le singole tradizioni religiose e, soprattutto, il modo in cui le tradizioni religiose hanno risolto il problema della divisione tra Chiesa e Stato a caratterizzare le rispettive posizioni sui temi etici, e proprio la storia della legislazione in materia di maternità surrogata lo dimostra. Vendola e il suo compagno hanno comprensibilmente scelto uno tra gli stati più liberal d’America, la California, per far nascere il criaturo. Ad aprire alla surrogacy nel 1989 – governatore Bill Clinton – fu però l’Arkansas, una delle roccaforti della Bible Belt. Possibile che in questo abbia avuto un ruolo la grande consuetudine degli evangelici con l’Antico Testamento e, paradossalmente, la loro tendenza al letteralismo di fronte al testo biblico – la stessa che permette ai creazionisti di fissare la creazione del mondo a poco più di cinquemila anni fa? Sì, è possibile. Basta una scorsa a Bereshit, il libro della Genesi: da Abramo che concepisce Ismaele con Agar (16, 1 s.) a Rachele che attraverso la schiava Bilhah dà Naftali e Dan a Giacobbe, il quale avrà poi altri due figli, Gad e Asher, da Zilpah, schiava di Lia, sorella di Rachele (30, 1-12) le maternità surrogate non mancano, come in tutto il vicino oriente antico (e non solo). E’ quindi soltanto per caso che i cattolici conservatori di casa nostra si trovano singolarmente d’accordo con quei settori del mondo laico che si oppongono in modo altrettanto netto a tale pratica.

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A titolo di esempio, come scrivevo alcuni giorni fa, Marina Terragni e tutto il femminismo della differenza leggono nella maternità surrogata un’inaccettabile forma di sfruttamento del corpo della donna e una forma di violenza al bambino, operate secondo una logica prettamente maschile – che si rivela anche in certi discutibili paralleli con la prostituzione e con la libertà di ogni individuo di “mettere a valore” il proprio apparato genitale. Come se alla base di questa “scelta” non vi fosse molto spesso il contrario della libera scelta, e cioè lo stato di necessità. Ciò che disturba è l’idea che esista un’industria della procreazione conto terzi per cui valgano le regole del mercato globale e che un bimbo “prodotto” in India costi dal 60 all’80% in meno di uno “prodotto” in California. Proprio come un paio di scarpe o un telefono. E non è tutto, almeno per quanto mi riguarda. Ciò che mi spaventa non è la volontà di una coppia (o di un singolo) di crescere nell’amore un figlio, rimuovendo ogni ostacolo alla realizzazione di questo desiderio. Certo, là fuori milioni di bambini già nati e abbandonati sarebbero pronti a diventare figli, senza bisogno di madri surrogate. Lo scenario che temo davvero è però quello in cui il problema dell’utero in affitto non esisterà più perché non ci sarà più alcun bisogno di affittare un utero.

Sin dalla nostra comparsa come sapiens, ci siamo sottratti alla selezione naturale e abbiamo separato la sessualità (e l’affettività) dalla riproduzione della specie. La scienza ci ha liberati e resi più consapevoli, purtroppo non più saggi. Niente fa supporre che nelle nostre società avanzate questo processo non arrivi un giorno non lontano (siamo nell’ordine di grandezza dei decenni, più che dei secoli) ad un esito estremo, distopico, fatto di procreazione in serie o à la carte, di progettazione del corredo genetico, di selezione operata dallo Stato o dal cosiddetto libero mercato. Insomma, a spaventarci è l’idea che l’eccezione diventi norma, e che l’unico limite sia quello della tecnica disponibile al momento. Fantascienza, per ora. Storie del postumano immaginate da Aldous Huxley o da Philip K. Dick, viste in Blade Runner e in Gattaca, ipotesi da confrontare con la realtà nel lungo periodo. Quando, fortunatamente, io e voi che mi leggete oggi saremo già morti.

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Extra PD nulla salus

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L’aver ragione sulla sinistra extra-PD non consola dall’aver avuto torto su Renzi. Anzi, brucia quasi allo stesso modo e non prova nessun particolare intuito. Mentre infatti Renzi, almeno fino alla defenestrazione di Letta, era in buona sostanza un oggetto non identificato, dei tiramenti della sinistra-sinistra esiste una vastissima letteratura, basata su infinite evidenze sperimentali (oltre all’esperienza diretta di noi che vi abbiamo militato). Il povero Pippo Civati, fallita la sfida dei referendum, alla quale i potenziali alleati Landini e Vendola hanno risposto picche, fatica a trovare una direzione. Più che ai residui del movimento operaio, dai quali è di fatto molto distante, guarda alla società civile, occhieggia ai grillini o agli ex grillini, spera in un improbabile massiccio recupero degli astensionisti. Possibile non ha però ancora trovato una sua forma, mentre il suo leader accenna a costituenti dal basso e radicaleggia tra raccolte firme e battaglie civili, dalla cannabis all’eutanasia. Il nodo fondamentale che si porrà nei prossimi mesi rimane quello dell’elezione dei sindaci di Milano, Roma, Napoli, Torino. Civati è in una fase di rigetto tale da fargli escludere in linea di principio qualunque alleanza col PD, ma su questo punto lo scontro con Vendola è inevitabile. SEL è nata espressamente per andare ad occupare lo spazio lasciato libero da Rifondazione in una coalizione di centrosinistra, esiste solo in funzione di un’alleanza con un partito di massa come il PD, e se questa alleanza si è rotta a Roma, non può rompersi anche nei governi delle grandi città italiane. Bizzarra anche l’idea, sempre di Civati, di ricostruire «un soggetto ulivista» all’esterno del PD. Anche soltanto un Ulivo bonsai richiede necessariamente la presenza di una robusta componente cattolica, ma al momento i cattolici prodiani rimangono nel PD e la stessa Rosy Bindi sembra aver cessato le ostilità. D’altronde, se in politica niente è davvero impossibile, immaginarla a tenere comizi con Landini accanto a Oreste Scalzone è ben al di là della soglia dell’inverosimile.

Del tutto inimmaginabile, poi, è l’uscita di Bersani e dei giovani bersaniani come Speranza. A  prescindere dal fatto che il vecchio nucleo della Ditta è, per così dire, socio di maggioranza del partito (anche dal punto di vista patrimoniale, dal momento che la maggior parte dei circoli del PD rimane proprietà delle varie Fondazioni Rinascita…), non ha molto senso abbandonare un soggetto che si è contribuito a fondare. Un uomo saggio come Bersani, già comunista nella bianca Piacenza e laureato su S. Gregorio Magno, sa bene che extra PD nulla salus. Fuori dalla Casa non c’è possibilità di salvezza ed esiste anzi il rischio, una volta usciti, di non riuscire più a rientrare, perché qualcuno potrebbe, per così dire, cambiare la serratura. Purtroppo Civati e i suoi continuano a dimostrare una grande immaturità politica e una scarsa attitudine a sopportare le durezze della vita di partito, tra le quali vi è la necessità di accettare le sconfitte ai congressi e saltare un giro, lavorando dall’interno con pazienza – e possibilmente con astuzia – per vincere al prossimo. Un filo di coerenza non guasta: Elly Schlein non aveva nemmeno in tasca la tessera del partito al momento della protesta di “occupy PD” – nata, ricordiamolo, dal rifiuto di un voto parlamentare – e occupava il circolo sotto casa in virtù del peso che,  da statuto, il semplice elettore o simpatizzante ha nella vita del Partito Democratico. La stessa apertura del partito verso l’esterno che ha consentito alla Schlein di passare nel giro di dodici mesi da non iscritta ad europarlamentare ha permesso la scalata dei renziani. Infine – e soprattutto – ciò che i benintenzionati delusi dal PD non riescono a capire è che andarsene dal PD vuol dire lasciarlo a Renzi in via definitiva, vuol dire accelerare la deriva centrista e la costituzione del cosiddetto “partito della nazione” al quale alla fine anche gran parte del fantomatico “popolo di sinistra” aderirebbe turandosi il naso. Ma per capirlo occorrerebbe forse avere davvero il polso di quel “popolo”, occorrerebbe ammettere che le proprie cerchie non rappresentano tutta la Sinistra, né per cultura politica, né per ceto, né per mentalità. A quelli che hanno salutato con favore l’elezione di Corbyn alla guida del Labour andrebbe ancora una volta ricordato come il buon Jez non abbia mai abbandonato il partito quando Blair spadroneggiava. In molti abbiamo provato a ricordarlo a Civati. Con scarso successo.

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A sinistra del PD, la storia si ripete sempre identica

Devo essere davvero diventato un reazionario col botto come pensa, facendomelo intuire, qualche mio conoscente. Non riesco a spiegarmi altrimenti perché, di fronte agli incontri dei landiniani di Coalizione Sociale e dei civatiani di Possibile, al netto di ogni sarcasmo, mi rimanga soltanto uno sgradevole senso di nausea. Non vorrei essere frainteso: si tratta di quel tipo di nausea che ti prende con quei cibi e quelle bevande che in una certa occasione ti hanno fatto stare malissimo, e che il tuo corpo da quel momento rifiuta. Sono abbastanza cresciuto da ricordare tutte le scissioni, le costituenti, i cantieri, i laboratori e le coalizioni della sinistra rosso-verde degli ultimi vent’anni. Ho già dato su quel versante, non ho lo stomaco – né, soprattutto, le stesse idee – dei tanti amici e conoscenti che ad esempio qui a Venezia approfitteranno della sconfitta del Senatore Casson per rinforzare le palizzate del loro Fort Apache. Che cosa debba diventare questo fortilizio, non è del tutto chiaro. Che i frondisti del PD possano (ri)costituirsi in partito appare bizzarro, avendo essi rifiutato l’idea stessa di partito rifiutando la sconfitta alle primarie e il conseguente cambio di segreteria e di linea. All’assemblea di Roma, Civati ha del resto definito Possibile come «un esperimento nuovo [sic] che avrà una formula, delle strutture anche organizzative diverse dal solito», «una ramificazione di comitati molto piccoli, molto versatili, collegati tra loro, che possano discutere, votare delle cose [sic]».

Alleato naturale di Possibile, la “coalizione sociale” di Landini – un sindacalista che non tenta nemmeno di scalare il proprio sindacato, ma punta direttamente a nazionalizzare le industrie – sembra ancor meno destinata alla forma partito. Può forse voler dire qualcosa la presenza di vecchie glorie dell’operaismo quali Piperno e Scalzone – per inciso, rappresentanti di un’area che coi metalmeccanici, qualche decennio fa, comunicava a colpi di Hazet 36. Infine SEL, l’unico partito tradizionale del lotto, nato con l’intenzione dichiarata di riempire il «drammatico vuoto a sinistra» creatosi dopo la fondazione del PD, ma che in sei anni è riuscito a riempire soltanto un buchino del 3% – «siamo minoranza numericamente, ma minoritari, francamente, no», sostiene Fabio Mussi – del quale tenderà a presidiare gelosamente i confini, almeno sinché converrà a Vendola e ai suoi pretoriani. I due movimenti e il partitino personale potranno forse dare origine a un cartello elettorale pronto, nella migliore delle ipotesi, a prendersi un 8-10% alle elezioni o, nella peggiore, a ripetere la disfatta della Sinistra Arcobaleno. Tanto più che la Sinistra arcobaleno (per l’esattezza: la Sinistra l’Arcobaleno) appariva politicamente ben più omogenea della “cosa” di sinistra che eventualmente verrà.

All’incontro di Possibile, Pippo Civati ha infatti invitato una rappresentanza dei Radicali, e ha citato i liberali tout court tra le componenti politiche che il nuovo soggetto dovrebbe riuscire ad attrarre. Essendo Civati, come sappiamo, un liberale di sinistra riposizionatosi tatticamente, la cosa non dovrebbe stupire. Non stupirà nemmeno vedere dei liberali partecipare alle manifestazioni e firmare appelli assieme ai catorci di AutOp, eventualità già presentatasi altre volte nella prima come nella seconda repubblica, in situazioni di “emergenza democratica” vera o immaginaria, dagli anni di piombo sino al ventennio berlusconiano. Il collante che tiene insieme visioni così diverse è in effetti sempre la presenza di un grande nemico pubblico/nemico del popolo, ruolo che oggi Renzi incarna alla perfezione, meglio di quanto non abbia mai fatto lo stesso Berlusconi.  Com’è noto, la sinistra massimalista ama impiegare tutte le proprie capacità di mobilitazione contro il “nemico interno”, il “socialfascista” o il riformista “subalterno al neoliberismo”. Soltanto pochi anni fa, anche Prodi veniva etichettato così da qualche attuale alleato di Civati. E non importa che i civatiani abbiano fondato una vera e propria mistica prodiana ai tempi dei “101” e della seguente arlecchinata di #occupyPD, perché per ora il rancore personale verso Renzi, riassumibile nel «nemmeno una telefonata» ascoltato e letto più volte in queste settimane, basta ad eliminare ogni spiacevole contraddizione. Renzi è il vero fulcro e motore di tutte le iniziative politiche a sinistra del PD, per questo, fossi in Pippo Civati, non mi augurerei una caduta troppo rapida del rottamatore. Capisco che l’eventualità di una vittoria delle destre non rappresenti per gli antirenziani un disincentivo, ma qui si tratta di non scomparire. Perché se finisce Renzi, finisce anche la colla che tiene insieme i pezzi della Sinistra dei Puri.

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Che cosa ho capito di queste elezioni europee

Mi ero quasi deciso a dividere il commento elettorale in diversi post tematici – uno puramente tecnico, dedicato all’analisi comparata dei dati, uno sugli effetti politici del voto in Europa, uno su quelli del voto domestico, etc. Il fatto è che vorrei tentare di “depoliticizzare” progressivamente questo blog, o meglio di riservare alla politica uno spazio circoscritto, accanto ad altri temi che mi stanno a cuore (a titolo di esempio: il tramonto del cinema su pellicola, qualche dilettantesca recensione di libri dimenticati, le curiosità raccolte da un pigro flâneur di cui a voi sicuramente non frega un ciufolo). Insomma, ho concentrato tutto qui è il pezzo è venuto un po’ lungo…

La prima cosa che mi sento di poter dire è: missione compiuta. Il mio principale obiettivo rispetto a queste elezioni coincide con l’arresto dell’avanzata grillina e degli euroscettici su cifre comunque preoccupanti, ma gestibili. Il dato di per sé non è confortante, se pensiamo che, tra M5S, Lega e FLI, il 40% degli elettori attivi (i quali, per il voto europeo, rappresentano il 58% degli aventi diritto) è in qualche modo ostile all’idea di integrazione europea, e tuttavia i quattro punti persi dal buffone di S.Ilario ci rassicurano sul clima sociale del Paese. Italiani, ancora non avete sbroccato, e questo è un bene. In secondo luogo, il risultato straordinario del Partito Democratico non può che rendermi felice. Si tratta in questo caso di una vittoria storica. In Italia nessun partito di sinistra (e soltanto la DC degli anni ’50) ha superato il 40% dei consensi. L’effetto Renzi è evidente, e se leggiamo il risultato tenendo a mente che si tratta di un voto per il Parlamento Europeo, – mai davvero considerato importante dall’elettorato, e meno che mai nel clima euroscettico della grande crisi che stiamo vivendo – capiremo la portata di quest’effetto che davvero pochi, anche tra i più ottimisti, avrebbero previsto. Chiunque dovrà ammettere che questa campagna il Partito Democratico se l’è giocata davvero bene, dal punto di vista della comunicazione. Gli 80 euro sono certamente serviti, ma è stata soprattutto l’impressione di un movimento reale, possibile grazie al governo Renzi, a convincere gli elettori (su questa impressione tornerò poi, alla fine del post). Last, but not least, questa è l’elezione in cui si sancisce la fine del berlusconismo. La promessa di un bonus-crocchette-per-cani non è bastata, il carisma dell’ex-cavaliere è ormai esaurito. Berlusconi è finito in quanto agente coagulante del consenso moderato, diviso nelle sue varie componenti, diviso tra la (lunga e difficile) ricerca di una forma e di qualche leader sostitutivo, per via dinastica o meno.

Da elettore di sinistra non canterei tuttavia vittoria troppo presto, soprattutto dopo aver dato un’occhiata – attenzione, arrivano i dati “hard”, che vi pregherei di controllare ed eventualmente correggere – alle percentuali, raffrontate alle serie storiche del voto di questi ultimi vent’anni. Berlusconi crolla al 16%, è vero, ma è altrettanto vero che il Centrodestra nel suo complesso (FI+NCD+FLI+LN), rispetto alle Politiche del 2013, tiene e anzi guadagna un paio di punti (dal 29 al 31%). Il che, tenendo a mente da dove viene il grosso degli elettori grillini, mi fa dire che la Destra, pur frammentata, nel Paese è ancora e sempre prevalente. La coalizione berlusconiana del 1996 arrivava al 52%, che è poi il totale deila somma M5S residuo+Destra attuale. (Naturalmente le mie sono considerazioni spannometriche, che non tengono conto della composizione dell’area degli astensionisti rispetto ai vari partiti. Correzioni e suggerimenti, in particolare da chi queste cose le studia di mestiere, sono benvenuti). Sono abbastanza convinto che metà dei 4,5 punti persi da Grillo siano tornati da dov’erano venuti, è cioè la Lega Nord, la quale, con la svolta noEuro di Salvini, guadagna il 2%. Altri elettori grillini provenienti dal centrosinistra, credo in misura non superiore al 2%, potranno essere tornati al Centrosinistra renziano. Ma se guardiamo alla somma del “Centrosinistra allargato” (cioè, com’era originariamente, includendo la c.d. Sinistra radicale, allora Rifondazione, oggi la lista Tsipras), siamo sugli stessi numeri del 1996: 43-44%. A questo proposito, nonostante gli tsiprassiti siano riusciti  (in virtù di un richiamo analogo all’effetto-Renzi) a superare lo sbarramento, la tendenza generale vede i soggetti a sinistra del PD condannati al destino di tutti i “partiti d’opinione”, e cioè a percentuali irrisorie o alla scomparsa definitiva. (Un messaggio per Nichi: «Nichi, questo PD aspetta a te!». E chi si vorrà sciogliere, si scioglierà…) Sempre parlando di partiti di opinione, la batosta di Scelta Europea era prevedibile e prevista da tutti, tranne che dai diretti interessati. Permettetemi un paradosso: i liberali italiani sono minoritari perché non hanno letto Marx (ma almeno Boldrin dovrebbe averlo letto, visto il suo passato di militante nel PCI). Cioè a dire, in un paese paleocapitalista, corporativo, clientelare e retto dai sussidi come il nostro, chi parli di libero mercato con l’aggressività di FARE non va granché lontano. Ai più ragionevoli consiglierei di riunirsi ai numerosi liberali del PD, che del resto può contenere parecchie loro istanze.

Sbrigate le faccende minori, veniamo agli aspetti davvero problematici di questo voto che, nonostante la sua consapevole e scientifica riduzione a (precoce) “elezione di midterm” del governo Renzi, rimane un voto europeo. Non un voto qualunque, ma un voto pro o contro l’integrazione europea. Il sorriso per la vittoria del PD risulta un po’ smorzato dalle brutte notizie che ci arrivano dal resto dell’Unione. Il Front National è primo partito in Francia, con quasi il doppio dei voti dei Socialisti, l’UKIP di Farage, lo xenofobo, arriva al 29% in UK, superando sia i Tories che il Labour. In Austria il FPÖ raddoppia il numero di seggi al Parlamento Europeo e, per la prima volta, i neonazisti tedeschi dell’NPD avranno un loro parlamentare, che farà compagnia ai due eletti di Alba Dorata. Tutto questo a pochi giorni dall’attentato antisemita del museo ebraico di Bruxelles. Alla luce di tutto questo, dovremmo fermarci a riflettere su cosa sia stata l’Europa prima del Manifesto di Ventotene, dovremmo ricordare che ieri, come ha scritto Michele Ainis, noi abbiamo votato su Auschwitz ,«Perché l’Europa è nata lì, da quell’orrore senza precedenti. È nata per bandire il genocidio, e siccome il genocidio aveva celebrato la massima potenza dello Stato, l’idea europea coltivò fin dall’inizio il genocidio degli Stati».

A balzare agli occhi è ovviamente l’estrema destra, ma in generale sono i conservatori del PPE, CDU della Merkel in testa, a vincere questa tornata.

Chi, a sinistra dentro e fuori il PD, parlava di rinegoziare il debito dei paesi del sud dovrà ben riflettere sulla situazione reale e capire che l’euroscetticismo è una forza bifronte, e cioè che l’Europa rischia di essere strappata da due parti, da due populismi affini ma distinti: a Nord il populismo indica i PIIGS (noi terroni, insomma) come una zavorra che, a causa dell’Unione, rischia di tirare a fondo i paesi “virtuosi”  A Sud, un analogo populismo, trasversale da destra a sinistra, incolpa di tutti i suoi guai “l’Europa delle banche” e il rigore imposto dalla Germania. Il problema centrale rimane sempre quello del debito, e di come conciliare la tenuta del sistema creditizio con la ripresa economica del continente. Non ho né strumenti sufficienti né certezze per poter dire cosa sia meglio. Penso però che troppa gente sia troppo convinta di troppe cose. L’unica cosa di cui sono sicuro è che i conservatori avranno la presidenza della Commissione Europea e per i prossimi anni la Sinistra dovrà governare l’Europa con loro, responsabilmente.

Non posso terminare il post senza parlare del governo Renzi e del mio partito. Sono convinto che, più che guardare a questo incredibile risultato come a un capitale da spendere – o peggio a degli allori su cui ronfare – si debba prenderlo come un messaggio sul quale riflettere. Il voto mostra come la forma definitiva del Partito Democratico si stia finalmente precisando. Si è capito che la Sinistra in questo paese può (con)vincere solo se diventa inclusiva, se è capace di parlare a tutti, anche a chi non fa parte dei suoi tradizionali soggetti sociali di riferimento. Il che non significa semplicisticamente “prendere i voti a destra”, né abbandonare i soggetti deboli. È “forte” una giovane “finta partita IVA” che nessun sindacato difende? La società è cambiata e sono cambiati gli elettori. Dai partiti popolari di alcuni decenni fa stiamo arrivando a grandi contenitori la cui linea dettagliata si gioca attorno a un leader e si decide attraverso delle primarie. Ma di questo si è parlato fino alla nausea negli ultimi due anni, non mi vorrei ripetere. Per qualcuno, l’ubriacatura da consenso porterebbe al rischio di una “democristianizzazione” del PD e/o della sua trasformazione in partito-Stato. Porterebbe, se ci trovassimo nel 1984, e non nel 2014. La gestione distributiva del potere compiuta della DC oggi è impossibile: non ci sono più torte da spartire, siamo ancora nel pieno di una crisi della quale non si vede la fine, e anche un grande exploit elettorale può essere bruciato nel giro di poche settimane, se alle parole non seguono i fatti. Sbagliano di grosso i dirigenti renziani a considerare la vittoria come la legittimazione popolare che mancava al governo. Quella legittimazione ancora non c’è, e non ci sarà fino alle prossime elezioni politiche. C’è invece la tremenda responsabilità di rappresentare la Sinistra di tutto il continente, di partecipare a quelle larghe intese di cui ho scritto sopra con un’idea forte e un realismo altrettanto forte. È evidente che i sindaci renziani eletti a Bruxelles da soli non ce la potrebbero mai fare. Ci sarà bisogno di tutte le componenti del partito, dai keynesiani ai liberisti, ci sarà bisogno di un dibattito serio, la cui forma non potrà essere quella dell’hashtag. Facciamolo.

#ildibattitosì

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Nota politica all’insegna del cinismo e della bieca Realpolitik

E’ stato appassionante. Abbiamo tifato, inveito, ironizzato, accusato, analizzato. Adesso, però, basta. Chi ha voglia di ragionare ha l’occasione per farlo. Per gli altri c’è spazio nell’accozzaglia grillino-rossobruna che affollava Piazza Montecitorio. Torniamo indietro di due mesi: i risultati del 25 febbraio rendevano chiaro che le cosiddette “larghe intese” sarebbero state una semplice necessità di buon senso. Personalmente speravo (e spero) in una faccenda il più possibile breve e indolore, finalizzata essenzialmente alla riforma elettorale. Poi, di nuovo al voto, con un solo vincitore, dotato dei numeri per applicare le sue ricette (o anche per non fare nulla, ma in santa pace, sostenuto dal consenso, in attesa dei forconi). Che poi queste larghe intese avessero coinvolto il Pdl piuttosto che il M5S, sarebbe stata questione secondaria. Non si tratta di un matrimonio. Mi riesce quindi davvero difficile credere che un uomo di buon senso come Pierluigi Bersani abbia veramente creduto di poter governare per l’intera durata della legislatura sudando freddo ad ogni voto di fiducia. L’inutile e imbarazzante tentativo col M5S ha semplicemente avuto la funzione di rassicurare SEL e la sinistra del partito, grazie alla quale il Segretario ha vinto le primarie. Ricevuto il no grillino e indisponibile a una tregua istituzionale col Centrodestra, Bersani avrebbe dovuto dimettersi. Forse avrebbe lasciato il partito nel panico, ma un panico salutare, che avrebbe costretto le varie anime a contarsi e a parlarsi, in vista dell’elezione del Presidente. E invece no, ad avere la crisi di panico è stato proprio Bersani. Fermo, paralizzato, incapace di avanzare o indietreggiare, afasico. E’ in quel frangente che Richelieu D’Alema e gli ex-Popolari hanno fatto capoccella proponendo la loro “sorpresa”. Niente di sorprendente, a dire il vero. Se la prospettiva è quella di riuscire a formare un governo senza innescare una serie di rappresaglie da parte del Pdl, Marini al Quirinale è una delle opzioni possibili. A quel punto, però, chi avrebbe dovuto guidare il partito (il povero Bersani, sempre lui) era già completamente nel pallone, bisognoso della soccorrevole zampa di un vero maschio-alfa: “Lo dice Massimo, beh, cosa stiamo a perdere tempo a contarci tra di noi, facciamolo e basta, dai”. Risultato: Marini resta sotto di duecento voti. Una clamorosa figura di merda. Nel frattempo i grullini hanno proposto Rodotà, persona degnissima che ha un solo torto, non proprio irrilevante: essere stato presentato da chi fino all’altroieri stigmatizzava, e aver fatto finta di niente. A quel pezzo non trascurabile di PD che fa da sponda a Grillo e alla pancia del Paese Rodotà piace. Ma sono ancora troppo pochi, e nei più prevale la disciplina di partito.

A quel punto, tocca davvero tirare fuori qualcosa di sicuro, per evitare ulteriori figuracce. Il Professore. L’unico ad aver battuto Berlusconi, ad avere profilo internazionale, eccetera. Ma anche il vecchio protagonista delle partecipazioni statali e soprattutto l’uomo dell’Euro. Va ricordato come tutte o quasi le partite IVA oggi con l’acqua alla gola considerino Prodi come la fonte prima di ogni loro guaio. Lo vorrebbero morto. Quest’area eurofoba è oggi distribuita in modo diseguale tra PdL e M5S (Lo stop di Grillo a chi tra i suoi avrebbe volentieri votato il Professore era anche mirato a non perdere consensi tra gli odiatori della Mortazza, mi pare). Insomma, forse il ricordo idealizzato dell’esperienza dell’Ulivo prodiano annebbia un po’ la mente ai vecchi dirigenti. Fatto sta che con Prodi si realizza il capolavoro dei capolavori. Si cerca di vendere un ripiego come prima scelta, una cosa vecchia per una nuova (e Grillo lo fa notare), si provoca la spaccatura del partito (la vendetta di dalemiani e democristiani non si fa attendere) e si regalano energie nuove a Berlusconi, che vive di scontri frontali (e di scontri apparenti) e che, rimasto sempre silenzioso, da questa elezione del Presidente esce vincitore assoluto. Gli scontri frontali fanno invece malissimo a un Paese diviso come non mai, impoverito e incazzato. E’ in questo senso che va letta l’ultima scelta possibile, la scelta emergenziale di un PD ormai in macerie, non come apertura all'”inciucio”. Il Presidente migliore della cosiddetta Seconda Repubblica, un uomo di 88 anni che avrebbe davvero meritato il riposo del giusto, ha ancora una volta la responsabilità di tenere in ordine il pollaio della nostra democrazia. Per quanto mi riguarda, gliene sono grato. E dovreste essergliene grati anche tutti quanti voialtri facili all’indignazione. Certo, se solo ci fosse stato un po’ più di coraggio e fantasia in questo Parlamento, lo si sarebbe trovato subito il nome “non divisivo”, di specchiata onestà, di grande caratura internazionale, gradito a liberali di destra e di sinistra, ai giovani, alle donne…il nome era quella di Emma Bonino, sulla quale, purtroppo, pesa una conventio ad excludendum altrettanto trasversale, che va dai cattolici reazionari (troppo libertaria per costoro) alla sinistra-sinistra (troppo liberista). Chiudiamo pure il libro dei sogni. Chi manca ancora? il mio candidato alle primarie, ovviamente, Matteo Renzi. Devo essere onesto, Irrenzi mi perde parecchi punti, essendosi dimostrato politicista quanto gli altri, nei momenti cruciali (Marini non rappresenta il cambiamento, Prodi invece sì?) e, soprattutto, piuttosto opaco, in questa sua incerta scalata di un partito che praticamente non esiste più. Spero chiarisca presto le sue intenzioni perché la scissione è vicinissima e, dall’altra parte del grande buco rimasto al posto del PD, Fabrizio Barca e Nichi Vendola sono in procinto di mettere in piedi il cantiere di una nuova ‘cosa’, una sorta di super-SeL, il cui obiettivo principale consisterà nel farsi accogliere dal PSE (o dall’Internazionale Socialista? Boh.). Ancora fermi lì, stiamo, ai mai disciolti nodi identitari di questa smandrappata Sinistra. Ma si tratta di un anelito rispettabile, in fondo: non è perché uno smette di essere comunista che gli passa la voglia di perdere. Come poi faranno Nichi, il mago delle narraFioni, e un verboso funzionario ministeriale a competere coi modi spicci del M5S è davvero un mistero. Buon viaggio, comunque.

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