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I nuovi resistenti

Davvero la madre dei cretini è sempre incinta. Sulla scia dell’imbecillità delle frange più attive dei noTAV, che hanno paragonato le loro sceneggiate sempre più violente alla Resistenza, in altre parti d’Italia tanti continuano a piegare la memoria storica ad uso dei propri personali tiramenti, in un modo così sciocco, così irresponsabile, così vile, che viene davvero voglia di prenderli a ceffoni (non metaforici).

In genere, la teppa del teatrino antagonista in vacanza manifesta soltanto per dimostrare la propria esistenza, per la cosiddetta visibilità politica. Ma le stesse tecniche retoriche possono essere utilizzate per difendere interessi materiali ben definiti. Nell’orribile periodo che stiamo vivendo, il piccolo borghese (di destra o di sinistra) finora sedato dalle cene al ristorante, spinto dalla paura del declassamento, tende a radicalizzare il suo linguaggio, a scoprire (o riscoprire) la bellezza della “battaglia civile”, insomma a cercare un passaggio dalla grappa barricata di fine cena alla barricata in senso stretto. Tutti grillini, anche chi non lo è.

A Bassano del Grappa, ricca e ridente cittadina nota ai più per gli alpini, per il suo ponte sul Brenta, per il monte Grappa e, appunto, per la grappa, è in scena da qualche tempo la protesta guidata da un gruppo di avvocati e dipendenti del locale tribunale, che si battono come un sol uomo contro la chiusura dello stesso e il suo trasferimento a Vicenza. Nel tentativo di risparmiare qualcosa sugli ottocento miliardi della nostra spesa pubblica non si è evidentemente tenuto conto dei diritti della classe avvocatizia e dei suoi culi pesanti, i quali, proprio come i turistantagonisti dislocati in Val di Susa, oggi tirano in ballo i partigiani e la guerra di Liberazione. D’altronde, quale luogo migliore di Bassano, città medaglia d’oro della Resistenza, per dimostrare la propria imbecillità?

E sabato scorso in viale dei Martiri – teatro dell’Eccidio del ’44 – sono apparsi perfino quattro fantocci impiccati: uno vestito con una toga da avvocato, due avvolti nelle bandiere veneta e tricolore, un altro in bianco. Un cartello, in italiano e inglese, accompagnava i manichini: «I giovani impiccati a questi alberi volevano un governo più giusto. Chiudere il tribunale di Bassano significa ucciderli nuovamente». (“Il Gazzettino”, 17 settembre 2013)

(Forza, coglioni).

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Cervellini fritti impanati

Ogni tanto sento il bisogno di rileggere i miei commenti sparsi per la blogosfera. Nessun compiacimento, è che ho paura di cadere in contraddizione e la memoria è quella che è (pessima). Inoltre, mi chiedo quante volte si possa riscrivere la stessa cosa senza ripetersi e senza esserne nauseati. Dunque, mi autocito:

La questione della TAV da un punto di vista pratico è un problema di pianificazione infrastrutturale, in cui non c’è mai una posizione ‘giusta’ o ‘sbagliata’ al 100%, ma solo una risultante del rapporto costi-benefici. Da un punto di vista politico è tutta un’altra storia. Credo esista un problema di asincronia tra movimenti e realtà fattuale, nel senso che il no incondizionato di dieci anni fa, giustificato da un progetto ‘allora’ sproporzionato e da un’imposizione non democratica, non solo è rimasto tale ma sì è ingigantito e fossilizzato, assumendo nel frattempo dimensioni simboliche pesanti.

Lasciamo per un attimo da parte il merito della questione, il progetto, i dati e le conclusioni personali. Facciamo pure finta di essere ancora convintamente contrari e fermiamoci ad esaminare le “pesanti dimensioni simboliche”, di cui ieri abbiamo avuto un interessante saggio. Ieri pomeriggio Giancarlo Caselli si trovava a Milano per partecipare ad un convegno sui temi della Giustizia. Caselli non si è mai occupato del progetto della Torino-Lione, è un magistrato con vent’anni di antiterrorismo e altri venti di antimafia sul groppone, uno che ha la colpa di fare il suo dovere. Il fatto di avere applicato la Legge lo ha reso, agli occhi di alcuni cretinetti, una sorta di boia, di “nemico del popolo”. Ora, quel “nemico del popolo” era stato invitato al convegno di Milano da vari soggetti, tra cui spicca l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. In risposta alla retorica velleitaria di una parte del movimento No-TAV, quella che ha più volte tirato in ballo la Resistenza, Il presidente dell’ANPI (cioè il mio presidente) Carlo Smuraglia, si era già espresso con fermezza e buon senso. L’aver invitato a parlare di Giustizia il “nemico del popolo” Caselli ha fatto definitivamente diventare “nemici del popolo” anche quelli dell’ANPI. Lo striscione srotolato dai cretinetti recitava:

Non usate la memoria dei vecchi partigiani contro i partigiani di oggi

Non so come dire, oltre all’offesa alla memoria della Resistenza, c’è l’offesa all’intelligenza. Perché la frase è di un’evidente e colossale cretinaggine. Qualche giorno fa, di fronte alle minacce rivolte a Caselli da qualche anonimo imbrattamuri, si reagiva con sdegno. Di fronte allo striscione di ieri si reagisce con sconcerto, lo sconcerto per l’imbecillità di alcune minoranze attive, intente a giochicchiare con il simbolo-Resistenza. Quarant’anni dopo la tragica farsa brigatista, ecco la farsa dei “nuovi partigiani” che lottano contro i treni. Anche se sappiamo bene che, a loro, dei treni, della TAV, della val Susa, non frega in fondo nulla, e ancor meno della memoria della Resistenza, temo. Rimarremmo però nel campo delle idiozie verbali se non fosse che, di questo gioco, fa le spese l’intera collettività. I cretinetti sanno bene che, nella migliore delle ipotesi, certe buffonate stanno agli spazi politici come il lavaggio in lavatrice ai maglioni di lana. Fanno restringere. Ma forse è proprio questo che vogliono: uno spazio politico commisurato alla dimensione del loro cervello.

[Sì, il titolo del post riprende quello di un film modesto ma divertente, protagonista Alessandro Haber]

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La TAV e il mio mal di testa

A proposito del ‘farsi un’idea’. Mi sono reso conto di saperne ancora troppo poco sulla questione TAV. In primo luogo, non avevo capito di quanto fosse stato ridimensionato il progetto originario, e questo fatto, per uno che è contrario soprattutto per motivi di tirchieria, ha il suo peso. In più, la discussione interna dei No-TAV di questi giorni ha solo contribuito a farmi venire un sacco di dubbi. Una condizione mentale come questa richiede un po’ di silenzio conoscitivo,  mezza compressa di analgesico, e qualche altra lettura. Per cominciare:

uno scambio tra accademici e politici contrari e favorevoli, proposto dal Fatto Quotidiano, qui;

l’intervista al Commissario Straordinario, Mario Virano, comparsa nel luglio scorso su “Una Città” (una rivista tra le pochissime che valga la pena leggere in Italia), qui;

sui costi e sui benefici del progetto attuale, un dettagliato articolo de  LaVoce.info, qui.

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Ne valeva la pena?

Non ci si può occupare di tutto quello che succede. Farsi un’idea è però utile e direi anche giusto. Io ad esempio ho maturato una convinzione piuttosto ferma [cambiata nel giro di pochi giorni, grazie a qualche dato in più] rispetto alla nuova linea ferroviaria Torino-Lione, e con me parecchia altra gente, per ragioni diverse. Ci sono le ragioni dei valligiani, per le quali esiste l’apposito acronimo No-LULU (“Locally Unwanted Land Use”), quelle degli ambientalisti di varie tendenze, quelle degli economisti e degli ingegneri che contestano l’utilità e la sostenibilità economica dell’opera, quelle dei movimenti antagonisti – gli anarchici, i marxisti e i disobbedienti (protagonisti di una brutta figura veneziana) – quelle dei neoliberisti “austriaci” dell’Istituto Bruno Leoni, quelle di ampie frange della Lega e del leghismo dissidente e di altri che ora non mi sovvengono. Già soltanto un fronte della contrarietà così ampio dovrebbe produrre un certo ripensamento in chi occupi la stanza dei bottoni. Per la regola del consenso, la stessa che funziona benissimo quando si tratta di sgomberare un campo Rom. Ma cacciare quattro zingari costa meno e rende di più, si dirà, rispetto a chiudere una mangiatoia da 22 miliardi di Euro. E la contrarietà, intesa come opinione, di per sé non basta. Fessbook si rivela ancora insufficiente – segno questo, per Beppe Grillo, dell’arretratezza della nostra democrazia – e tocca ancora scendere in piazza a manifestare, occorre attivarsi. Tra contrarietà ed attivismo esiste però uno scarto che viene colmato soltanto da alcuni soggetti. In questo caso si tratta degli abitanti della valle e dei giovani dei movimenti (quelli per cui ci si può e ci si deve occupare di tutto quello che succede). Questa naturale saldatura di diversi attivismi si è verificata in altre occasioni (Dal Molin, discarica di Chiaiano, ecc.), mai però così rilevanti come nel caso della TAV. Contano le dimensioni materiali dell’opera in questione – che rientra nella categoria delle Grandi Opere, assieme al ponte sullo Stretto – conta la vicinanza della grande città contenitore di movimenti, Torino, conta l’attrazione che questa Selva Lacandona appena fuori porta ha esercitato su molti… non lo so. Fatto sta che da almeno cinque anni la Val di Susa è diventata un luogo simbolo.

I montanari e quelli dei centri sociali, assieme, dunque. Luca Abbà riunisce in sé proprio questi due mondi: torinese di padre valsusino, tornato a vivere nella casa in cui sono vissuti e morti i suoi nonni e a lavorare la terra degli avi. Anche qualcuno tra i miei conoscenti ha fatto o sta per fare una scelta simile. L’attivismo politico antagonista e poi il ritorno alla terra, si dirà, è storia vecchia, succedeva già dopo le grandi disillusioni degli anni ’70 (anche se credo che il senso di quei ritiri fosse molto diverso). In Luca Abbà poi riconosco carte che potrei giocare io stesso: la casa dei nonni in montagna, il pezzo di terra che ti può rendere qualche sacco di fagioli, in cambio di una sciatica. Ma io in montagna – un’altra montagna – ci sono cresciuto, la mia militanza (di riformista che ha sbagliato partito) è durata pochi anni e sono troppo pigro ed imbranato per mettermi a zappare. Non solo non mi ritengo in grado, nemmeno volendo, di vivere in montagna unicamente dei frutti di una terra avara, ma non mi verrebbe mai in mente di arrampicarmi in cima ad un traliccio dell’alta tensione a puro scopo dimostrativo-performativo. No, Sir.
Spiace per Abbà, ma credo che abbia fatto una grossa cazzata, ecco. Un torto prima di tutto a chi gli vuol bene, e poi alla causa cui si è votato.
Purtroppo, ancora una volta, piaccia o no ammetterlo ai diretti interessati, quello che uno stronzo e fifone come il sottoscritto può rilevare è la solita inconsapevole mistica del martirio, così simile a quella delle grandi eresie manichee. La suggestione è diventata conscia nei commentatori più curiosi, ai quali basta magari spostare un po’ troppo ad Est la crociata contro gli Albigesi e le rivolte occitane per spiegare l’irriducibile tenacia dei Valsusini. Non manca la voce di quel fantastico generatore di saggezza à la carte di Guido Ceronetti, per il quale  [la Tav] «è parte della fondazione di un impero mondiale della Tecnica che opera a ridurre in schiavitù, una schiavitù mai vista».

Ascoltando la registrazione della telefonata in cui Abbà diceva che sarebbe stato disposto ad appendersi ai cavi (una boutade, va bene) mi si sono rizzati i peli sulla schiena, letteralmente. Contestare uno spreco di territorio e di risorse economiche è un atto ragionevole, nel senso che richiede l’uso della ragione. Immolarsi per impedire lo scavo di un buco in terra è irragionevole. Casualmente  – non lo faccio mai – ho poi ascoltato la voce del Principe, Giuliano Ferrara, ed ho provato una grande rabbia. Ferrara iniziava in tono paternalistico, liquidando i manifestanti come disadattati, come gente che non ha fatto pace con la realtà, pretendendo poi di demolire in trenta secondi di propaganda una questione che andrebbe discussa numeri alla mano. Ho provato rabbia perché è anche grazie all’irragionevolezza di pochi che la chiacchiera di Ferrara può far presa sull’irragionevolezza di molti. E’ il destino di un Paese di scarsa tradizione illuminista, diviso tra maggioranze silenziose e minoranze rumorose, ambedue, per motivi opposti, allergiche alle regole e disinteressate a correggere gli imperfetti meccanismi della liberaldemocrazia, in attesa gli uni de svorta’, gli altri di chissà quale redenzione. Per ora mi accontenterei della guarigione del quasi-martire. In bocca al lupo, Luca.

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