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Perché non andrò a votare al referendum del17 aprile

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Spiace dover pisciare sui fuochi sacri di qualcuno, ma trovo davvero deprimente veder sprecato lo strumento referendario in operazioni inutili e demagogiche. Fa specie rilevare come siano proprio i più aggressivi sostenitori del Sì al referendum del 17 aprile – ricordiamo la loro campagna #trivellatuasorella – a dare l’impressione di non aver nemmeno letto il quesito per cui fanno campagna. Ripetiamolo: la vittoria del Sì non fermerebbe alcuna trivella dall’oggi al domani, ma decreterebbe che, limitatamente agli impianti entro le 12 miglia dalla costa, le concessioni in scadenza non possano più essere rinnovate. Si tratta di 48 piattaforme, di cui 40 di proprietà ENI (cioè pubblica), le quali coprono il 3% circa del fabbisogno nazionale. Le concessioni di una ventina di piattaforme sono già scadute e in attesa di proroga quinquennale, quelle delle altre scadranno tra il 2016 e il 2027. Ammettiamo, per amor di ragionamento, che il 18 aprile queste piattaforme vengano immediatamente dismesse. Sarebbe davvero un bene? I promotori del Sì ne sono ovviamente convinti al di là di ogni ragionevole dubbio. Non importa che vari importanti promotori della consultazione, tra cui alcuni presidenti di regione, proprio in nome di quel turismo «minacciato dalle trivelle» (in Romagna, di fronte a quest’affermazione non riescono a smettere di ridere) sarebbero pronti a cementificare un altro po’ le proprie coste. Non importa che l’attività estrattiva nei nostri mari sia meno impattante della pesca o della nautica da diporto, né che il gas naturale rimanga la più sostenibile tra le fonti fossili, e pazienza se le navi gasiere che ci porteranno il metano da altre parti del mondo inquinano più di un metanodotto “a km zero”. Niente di tutto ciò ha la minima importanza per quegli ambientalisti della domenica cui va piuttosto applicato l’adagio «occhio non vede, cuore non duole».

La questione ambientale non è però l’unica in ballo. Gli stessi che oggi cianciano di sovranità nazionale e nel loro variegato pantheon, tra Gianroberto Casaleggio e Sandro Pertini, hanno inserito anche Enrico Mattei, denunciano i “favori ai petrolieri”, dimenticando che ad estrarre il gas dal fondo del mare Adriatico c’è soprattutto ENI, l’ultima azienda pubblica ad essere anche un grande player a livello internazionale – con tutti gli annessi e connessi non sempre piacevoli a livello (geo)politico. Gli stessi, ben rappresentati dal direttorio grillino, chiedono di tagliare i viveri al terrorismo islamista smettendo di importare petrolio dai paesi del Golfo, ma dicono no alle trivelle sotto casa. Credono così di colpire anche le odiate multinazionali petrolifere, come se, di fronte alle possibilità dei grandi giacimenti in Egitto, Nigeria o Khazakhstan – paesi retti da tiranni in tuta mimetica, senza le nostre severe norme ambientali né i nostri agguerriti comitati nimby – il gas dell’adriatico fosse per loro davvero così vitale. Di fatto, varie compagnie, tra cui Shell, stanno invece abbandonando le prospezioni nei nostri fondali. Onestamente mi sfuggono i vantaggi reali della fine della coltivazione del gas in Adriatico. Per contro, allo Stato italiano resterebbero i costi sociali dei posti di lavoro persi – 10, 100 o 1000 che siano – e gli ammortamenti degli impianti dismessi. Non so come questo possa «stimolare gli investimenti sulle rinnovabili», né mi sono finora imbattuto in un solo argomento convincente in questo senso. Naturalmente, come ogni persona minimamente assennata, credo si debba limitare quanto più possibile l’uso delle fonti fossili, senza per questo ricadere nell’isteria e nel fanatismo ecologista. Allo stato dei fatti, questo Paese non è poi messo tanto male dal punto di vista delle contromisure per il global warming. La Strategia Europa 2020 ha stabilito come obiettivo di massima per tutti i membri dell’Unione un consumo di energie rinnovabili pari al 20% del fabbisogno nazionale totale. L’Italia, nel 2016 – anche grazie a dieci anni di incentivi fiscali – è già al 38% dei consumi elettrici e per una volta non figura come l’ultimo della classe. Molto deve essere ancora fatto, non tanto rispetto a come viene prodotta l’energia, ma a come viene distribuita e utilizzata. La transizione verso le rinnovabili sarà ancora lunga e mi riesce difficile credere che, anche un giorno non vicino, anche solo in Occidente, potremo andare avanti con esse soltanto. Detta rozzamente: non si tiene in esercizio un altoforno con pale eoliche e pannelli fotovoltaici, e in effetti ciò che gli ambientalisti più radicali leggono tra le righe di un quesito assai banale e circostanziato è proprio la questione generale del nostro modello di sviluppo.

Le fonti fossili sono state fondamentali per la crescita industriale del Paese e in particolare nel decennio felice tra metà ’50 e metà ’60, gli anni del Boom, gli anni del Supercortemaggiore, uno dei simboli della nostra rinascita postbellica. Un passato di cui dovremmo ormai vergognarci, secondo alcuni. Ambientalisti a parte, sembra essere questa la tesi dei nostri illustri paesaggisti e museocrati, dal Professore Settis a Philippe Daverio: costoro salutano con favore la nostra deindustrializzazione, considerando l’industria una deviazione temporanea dal destino di questo Paese. «Gli Italiani hanno voluto le fabbriche», ma l’Italia, ricetto di bellezza – o della Bellezza – non era fatta per ospitarle. Giunto al terzo millennio, lo Stivale dovrebbe quindi tornare ad essere quel paradiso agreste disseminato di antiche rovine che incontravano i viaggiatori europei nel corso del loro grand tour, magari aggiornato alle esigenze del turismo sostenibile – agriturismi slow food cablati a fibra ottica, in modo che l’ospite possa rapidissimamente instagrammare la fetta di finocchiona e il bicchiere di brunello. In questa visione non c’è evidentemente posto per l’acciaio e per gli altiforni puzzoni. Ce lo meritiamo davvero, Alberto Sordi?

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Perché firmerò per i referendum di Civati

Premessa numero uno: sono convinto che la scissione del PD nasca da uno scontro personalistico e da una grande immaturità politica, quella per cui una minoranza del 14% rifiuta i risultati di primarie e congressi e, non volendo attendere il suo turno, se ne va per costruire un nuovo soggetto dall’identità non meno incerta di quella dello stesso Partito Democratico. Se un partito come il Labour, tra tante fuoriuscite dei babbei à la Ken Loach o di fanatici come George Galloway, rimane comunque abbastanza grande e plurale per un veteromarxista come Jeremy Corbyn, non si capisce perché non potesse restare nel PD un liberale di sinistra come Pippo Civati. Ma di questo ho già scritto diffusamente su queste pagine. Premessa numero due: non mi convince quasi nulla degli otto quesiti referendari proposti da Possibile. Vorrei passarli in rassegna brevemente: l’Italicum è una brutta legge, ma non ha alcun senso abrogarla prima ancora che entri in vigore, dopo uno dei dibattiti parlamentari più complicati della storia della Repubblica. Io rimango un sostenitore dell’uninominale, e l’idea che eliminare i capolista bloccati riesca a restituire la sovranità al popolo mi sembra quantomeno ingenua. Sono assolutamente favorevole alle trivellazioni. Preferirei che fosse il cane ENI a mettere le sei zampe sul petrolio dell’Adriatico, prima che ci tocchi comprarlo dai Croati e da Gazprom. Detto per inciso, il Professor Prodi, padre nobile dei civatiani, la pensa come me. Gran cosa, il welfare norvegese. Chiedetevi come facciano a pagarselo.

L’unico sì che voterei è quello sulle procedure straordinarie nelle grandi opere, tra le cause principali degli sperperi di denaro pubblico e della corruzione cui abbiamo assistito in questi ultimi anni. Credo che molti nel PD, persino qualche renziano tra i meno acritici, potranno fare altrettanto. Il jobs act è una promessa tradita, perché alla cessazione di alcune vecchie tutele non è corrisposta la creazione di quelle nuove. La flexicurity è scomparsa dall’orizzonte, e d’altronde non esiste ancora nemmeno un piano generico delle coperture necessarie. Ma i referendum sul demansionamento e sulla mancata reintegrazione per il licenziamento economico sono in tutta evidenza battaglie di retroguardia, pensate fingendo di ignorare il disastroso quadro generale dell’economia italiana. In quanto alla faccenda dei nuovi poteri ai presidi, la cosa mi lascia totalmente indifferente. Si tratta del referendum più debole del lotto – e forse della storia referendaria italiana.

A dispetto della buona fede di molti, appare evidente come la motivazione di fondo di questi referendum non sia l’urgenza di bloccare leggi ritenute pericolose per la democrazia o per i diritti dei lavoratori o per l’ambiente. I referendum di Possibile sono piuttosto un atto fondativo, un appello rivolto ad alcuni gruppi di interesse scontratisi con le riforme di Renzi. L’antirenzismo generico non è sufficiente per costruire una formazione politica nuova, serve una conta (da cui il “contiamoci” dello slogan principale), e l’impegno in una battaglia referendaria può fungere da battesimo del nuovo soggetto, che ancora non è un partito, e non è detto che lo diventi, in senso stretto. A questo punto sarete andati a rileggervi il titolo: si sarà mica dimenticato un «non»? No, non mi sono dimenticato il non, andrò a firmare per i referendum, sì. Innanzitutto perché, da “radicaleggiante” e tra varie delusioni e riserve, ho sempre creduto nello strumento referendario (utilizzato negli ambiti che la Costituzione prevede, eslcudendo quindi il “referendum sull’Euro” proposto da schiere di imbecilli e fascisti camuffati). In secondo luogo, perché voglio favorire, nel mio piccolo, la crescita della parte più responsabile dell’opposizione a sinistra del PD. Ormai la frittata della scissione è fatta, quindi tanto vale augurarsi che là fuori non cresca ancora il populismo, di sinistra o meno, e che anzi in un futuro non lontano, superati i rancori, ci si possa incontrare di nuovo.

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