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Dove vanno i Radicali?

Per me, essere antifascisti significa saper riconoscere i fascisti e tenerli d’occhio. A debita distanza, nei momenti di pace. Un po’ più da vicino, in altre fasi. Proprio per questo, credo sia sciocco e pericoloso usare il termine “fascista” a sproposito. Credo che l’antifascismo non abbia nulla a che fare con le crociate dei NO-TAV, né con le battaglie sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, né con gli eccessi ormonali di tanti giovani cosiddetti “antifascisti militanti”. L’attenzione di un antifascista è invece sempre giustificata con uno come Francesco Storace. In un momento in cui il Made in Italy sembra arrancare, Storace rimane sinomo de qualità e garanzia der consumatore (cit.). Storace è un esemplare originale, titolato ad usare il Trade Mark. Storace is the real thing, diffidate dalle imitazioni. Beppe Grillo, col suo “Stato forte, senza sindacati”, prova a scopiazzare lo Stato corporativo fascista. Ma insomma, al di là dei superficiali ritocchi di design, il prodotto è quello lì. Un tempo era coperto da brevetto, ma pare sia diventato open source.

Se devo pensare a una forza che stia all’estremo opposto, da qualsiasi punto di vista (diritti civili, economia, politica estera, ecc.), rispetto a “La Destra” di Francesco Storace, non posso pensare che ai Radicali. Storace da una parte, i liberali froci ebrei drogati radicali di Marco Pannella dall’altra. Una dicotomia radicale, appunto. E allora come mai questi scambi d’amorosi sguardi tra loro? (Non sarà mica frocio pure Storace, come Röhm?). La si può pensare come Michele Serra, o come il radicale Maurizio Turco, giustificare o meno l’accordo “tecnico” che avrebbe permesso ai Radicali di rientrare nel Consiglio Regionale del Lazio. Ma non si può non riconoscere il piccolo colpo mediatico di Storace, che è soprattutto un animale da ufficio stampa, uno che sa costruire le notizie. Dalla sua uscita di qualche anno fa sul «genocidio politico dei Radicali» silenziati dalla RAI (che fa il paio con la «Shoah della democrazia» di Pannella), Storace ha dimostrato di saper giocare bene con la propra visibilità. Anche più dei Radicali, qui purtroppo ridotti ad utili idioti del “fascista libertario”, ancora più invisi a Sinistra, e comunque rimasti a piedi poco prima della scadenza elettorale. Già, perché nel frattempo l’accordo è saltato. Pare che Storace non abbia fatto in tempo a preparare il simbolo della lista – lo immaginiamo intento a giochicchiare coi livelli di Photoshop…

L’ecumenismo politico di Pannella – che è a suo modo un pontefice, cioè un creatore di ponti  – la sua discutibile visione del “fascismo istituzionale DC-PCI-PD”, il suo anticomunismo e forse soprattutto il suo amore per la marginalità, lo hanno avvicinato spesso ai fascisti. L'”antifascismo libertario” dei Radicali non è una novità e risale almeno al dibattito sulla messa fuori legge dell’MSI negli anni ’70. Inutile fare le verginelle adesso, nel 2013, se i Radicali sono già saliti sulla nave assieme a fascisti e postfascisti nel ’94. E allora non si trattava di un passaggio tecnico, allora Pannella e molti altri credettero alla barzelletta della “rivoluzione liberale” berlusconiana. Sbagli che si possono fare, ma il punto non è nemmeno questo. Non mi importa dei linguainbocca elettorali. Diciamolo chiaramente: il problema più grosso dei Radicali consiste nella loro dipendenza dalle mattane di Marco, padre-padrone di una strana e bellissima famiglia senza più una vera casa. Qualcuno storce il naso, altri hanno il mal di pancia. Altri ancora se ne sono andati da tempo. In questo caso a sollevare dubbi sull’opportunità di seguire Storace sono stati Emma Bonino, Matteo Mecacci, Mario Staderini, Marco Cappato, tra gli altri. Non proprio figure di secondo piano della “galassia radicale”.

La buffonata di Storace serve se non altro per riflettere ancora una volta sulla crisi dei Radicali Italiani, che non dipende soltanto dal destino cinico e baro o dalla cattiva coscienza (a volte evidentissima) dei postcomunisti e dei postdemocristiani. Facciamo un piccolo riassunto delle occasioni perse in quest’ultimo anno: si parte dalle accuse alla segreteria PD (che non ha mai gradito la presenza dei rompicoglioni della Pattuglia Radicale) accompagnate però da un silenzio quasi assoluto rispetto al tentativo di Renzi. Un silenzio simile è stato riservato a quanto di condivisibile faceva Monti. Caduto Monti, giunto il tempo delle elezioni, le dichiarazioni iniziali di Marcone sembrano prefigurare una rinuncia. Pochi giorni dopo, però, si sentono voci di un possibile tentativo di rimettere in piedi la deludente esperienza della Rosa nel Pugno. Un paio di settimane fa, la lettera di Marco Pannella in cui si chiede a Monti un aiutino per tornare in Parlamento. E giusto ieri, infine, il possibile accordo con i fascisti. Mancherebbe FID, ma dubito che vi saranno mai accordi tra due personalità larger-than-life come Giannino e Pannella. Pare proprio che i quattro gatti liberali italiani non riescano a mettersi d’accordo tra loro.

Conoscevo bene il settarismo dei marxisti, ma devo riconoscere che anche il narcisismo liberale fa abbastanza ridere.

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Aldo Busi e la clausola vaticana

Aldo Busi sconta il suo non voler scegliere definitivamente tra il mondo della scrittura e dell’editoria (attualmente dirige una collana di nuove traduzioni di classici per Frassinelli) e quello dell’entertainment. Nelle sue apparizioni televisive di questi ultimi vent’anni ha costantemente messo in gioco la propria immagine con ironia e senza troppi rimorsi. Era forse la gran voglia di divertirsi, o forse una strategia obbligata da parte di chi sappia di avere talento senza però appartenere a nessuna conventicola letteraria, senza essere iscritto, per diritto di censo, alla corporazione. Recensire un romanzo scritto da qualcuno che gioca con la possibilità di ‘mandare tutto in vacca’ attraverso la sua condotta mediatica, e dover ammettere che si tratta di buona letteratura, ha spesso messo in grave imbarazzo i critici più paludati. Ed è proprio in questo che sta la grande qualità di Aldo Busi – oltre a quella letteraria, naturalmente: il fatto di mischiare in sé, cioè nella sua vita, non solo sulle sue pagine, le cose alte e quelle infime, il colto e il pop, rimanendo un grande scrittore. Gli è servito a vendere più libri? A nutrire il suo ego? Senz’altro. A noi la sua rumorosa uscita dall’Isola dei Famosi (e successiva espulsione dalla RAI) è servita a riflettere ancora una volta sulla TV e sui suoi fenomeni. Sottocultura, certo: forse l’argomento prediletto in questo blog. Ha ragione Aldo Grasso quando scrive che non si può invitare Aldo Busi in televisione e sperare di contenerlo entro i limiti del preordinato. Fondamentalmente lo si è voluto lì perché, nell’economia narrativa della trasmissione, serviva qualcuno che bilanciasse il vuoto mentale degli altri partecipanti. Un personaggio che si staccasse in qualche modo dal resto, meglio se omosessuale, chiacchierone, teatrale e tendente al protagonismo. Qualcuno che rappresentasse insomma il cliché tranquillizzante del ‘frocio laureato’. Fateci caso: in un paese afflitto da perenne omofobia e da un crescente analfabetismo di ritorno, sono proprio queste figure a rappresentare la lingua colta – no, che dico, l’italiano corretto – in televisione. (Sempre Aldo Grasso notava come non si possa pretendere da Busi di resistere per settimane alla non-lingua degli altri partecipanti, così rivelatrice della nostra preoccupante forma mentis contemporanea). Purtroppo, come Busi fa notare ad una frastornata Simona Ventura – un automa con le tette, quasi in tilt, lo sguardo in cerca degli autori – in realtà non esiste alcuna narrazione, “non c’è più racconto” nel contesto del reality. E d’altro canto Busi non aderisce perfettamente al modello della checca di regime, non funge né da tappezzeria colorata à la Malgioglio, né da giornalettista da parrucchiera à la Signorini (figura quest’ultima da non sottovalutare, in quanto importante operatore del senso comune berlusconiano).

La superficie del tessuto narrativo televisivo è liscia e piatta come una tavola. Nella tv dell’intrattenimento (che coincide ormai spesso con quella dell’ ‘informazione’) dice Busi, non c’è racconto. Per questo motivo, chi si dovrebbe occupare dei ‘contenuti’ si occupa in realtà di disseminare quella superficie di tante piccole apparenti discontinuità, di tante increspature superficiali, percepite come tali, solo a livello emozionale, dal pubblico (da tutto il pubblico, non soltanto dall’archetipica ‘casalinga di Voghera’). Queste increspature sono, in buona sostanza, le baruffe più o meno divertenti tra personaggi più o meno insipidi, intenti a recitare le proprie incazzature su istruzione delle agenzie di spettacolo. Che cos’avrebbe dunque di diverso, l’uscita di Aldo Busi dall’Isola dei Famosi, da qualunque altra rissa televisiva? Da qualunque altra piazzata con protagonista l’intellettuale isterico di turno, eventualmente imprevista o comunque fuori dallo script delle trasmissioni, ma sempre e immediatamente integrata e resa produttiva ai fini dell’auditel? Forse nulla. O forse molto. In un contesto come quello dei reality show, dove generalmente le discussioni sulla realtà culturale e civile del paese sono assolutamente bandite, si è sospeso per un attimo l’effetto narcotico delle stronzate. Busi ha semplicemente descritto come ci siamo ridotti, accennando a molti temi sconvenienti, nel modo scomposto che gli è stato consentito tenere. Ha parlato di ignoranza, di malcostume, di omofobia, di tasse, di Berlusconi, di clericalismo e di Papa Ratzi. L’ha fatto proprio dal tempio del rincoglionimento odierno, il reality show, attorniato da esponenti di una nuova e spaventosa specie di italioti, coi quali è impossibile comunicare. Ha deciso di lasciarli sull’isola a scannarsi tra loro, credendo tuttavia di dover riapparire in studio per continuare a dire quello che gli passa per la testa. Ma è riuscito a superare un limite invalicabile, andando a toccare la guida dei Cattolici. L’ha fatto proprio nei giorni in cui certe magagne del clero entrano nei tribunali e il marketing vaticano deve intensificare i suoi sforzi. Per cui, in virtù di una certa clausola risolutiva – non l’ho mai letta, ma so che deve esistere – presente nel contratto con Mamma Rai, Aldo Busi non potrà stare davanti alle telecamere della tv pubblica. E per quanto mi riguarda è meglio così. Stavo quasi cominciando a prenderci gusto, con quest’Isola. Ecco, l’ho spenta.

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