Farid Adly sulla situazione in Libia

Mentre Bossi spiega perché la Lega è contraria all’intervento, un giornalista libico si dichiara favorevole. Farid Adly vive da più di quarant’anni in Italia, molti lo conoscono come conduttore di Radio Popolare. Riporto qui un suo intervento su facebook a proposito degli ultimi sviluppi della rivolta e dell’intervento internazionale:

E’ diritto dei pacifisti italiani dichiararsi contrari all’intervento delle potenze occidentali, ma non mettano in campo ragioni che riguardano la nostra ricchezza petrolifera… Non ho dubbi che USA, Francia e GB non sono lì a difendere il mio popolo. Lo so che sono lì per il petrolio e per le commesse future. Vi ricordo che però loro ce l’avevano anche prima. Non hanno organizzato loro la rivolta in Libia. Per loro sarebbe stato meglio se fosse tutto come prima, quando ballavano con i lupi. Un discorso a parte per il miliardario ridens. Ha fatto ridere i polli e ha trascinato l’Italia in una situazione ridicola. Un giorno dice una cosa e l’altro ne dice un’altra. Ha superato se stesso quando la mattina ha detto che Gheddafi è tornato in sella e poi la sera, dopo che ha capito le intenzioni dell’ONU, ha cambiato idea per dire Gheddafi non è più credibile Se il governo italiano ha fatto una brutta figura, peggio hanno fatto certi opinionisti della nostra sinsitra attaccati a conceti ideologici, dimenticando la resistenza italiana contro il regime fascista e la repubblichina di Salò. Ecco Gheddafi per noi libici rappresenta quello e i nostri ragazzi sono i nuovo partigiani. Il Consiglio Provvisorio Transitorio ha detto una parola chiara: non vogliamo eserciti di terra nel nostro territorio. Noi vogliamo la libertà e mettere finire alla triannia, scrivere una costituzione e scegliere in elezioni libere chi dovrà governara il paese. Questo processo è guidato da magistrati, avocati, medici, ingegneri e cosa sento e leggo su giornali di sinistra scritto da prof. di sinistra? Che la Libia è un abitata da beduini. Si sono dimenticati che la Libia nel 1804 ha sfidato e sconfitto gli Stati Uniti. Se il governo italiano ha fatto una brutta figura, peggio hanno fatto certi opinionisti della nostra sinistra attaccati a conceti ideologici, dimenticando la resistenza italiana contro il regime fascista e la repubblichina di Salò. Ecco Gheddafi per noi libici rappresenta quello e i nostri ragazzi sono i nuovo partigiani. A chiunque non piace quello che sta succedendo è liberissimo di pronunciarsi contro, ma si deve metter la mano sulla coscienza e chiedersi cosa ha fatto quando 1200 detenuti sono stati uccisi a Abu Selim nelle loro celle in un giorno solo, il 26 Giugno 1996. Noi lottiamo per la nostra libertà. Non so se questo dice qualcosa a certi “signori” di certa sinistra italiana. Alcuni arrivano a ripetere cliché retaggio del colonialismo culturale, dimostrando ignoranza della realtà libica. Noi oggi siamo protagonisti e vogliamo chiudere con il dittatore.

Dalla Jugoslavia alla Libia

Difficile tenere le fila di tutto quello che succede nel Mondo in questo momento. Dalla tragedia del Giappone con le sue ricadute sul dibattito nuclearisti/antinuclearisti, alla battaglia, forse l’ultima, nei cieli di Bengasi. Alcuni fatti sfuggono, inevitabilmente, alla nostra attenzione. La notizia passata (quasi) inosservata è che, un paio di settimane fa, sulla base di un mandato di cattura internazionale, è stato arrestato (e poi rilasciato su cauzione) il generale serbo Jovan Divijak. Divijak è quello che si dice un mensch. E’  uno di quegli ex cittadini Jugoslavi di nazionalità serba che rischiarono la buccia per difendere la Bosnia multietnica, mentra Milosevic tentava di mettere in pratica il famigerato Memorandum dell’Accademia Serba delle Scienze. Divijak dovrebbe essere giudicato da un tribunale serbo per un controverso episodio verificatosi verso la fine dell’assedio di Sarajevo. Come sempre, in questi casi, saranno i giudici a pronunciarsi. E tuttavia l’arresto di Divijak fa specie, visto lo scarso zelo dimostrato da Belgrado nella ricerca di Ratko Mladic, il boia di Srebrenica.

Non ho bisogno di scavare granché nella memoria per ricordarmi di quei fatti. Ricordo quella che fu forse la mia prima esperienza di ‘impegno politico’, quando da liceale lavorai ad una mostra sulla distruzione dello Stari Most, il ponte di Mostar, simbolo di convivenza abbattuto dai cannoni del fascista croato Tudjman. E poi gli anni a Trieste, vicina ad un confine ancora caldo, e infine le vacanze con gli amici, i buchi dell’artiglieria ancora visibili sui palazzi di Zara. La Jugoslavia ha riportato l’orizzonte bellico in terra d’Europa. Ha messo l’Europa di fronte alle sue responsabilità, ha aperto un dibattito a sinistra, mettendo in crisi alcune certezze e rinsaldandone altre, rispetto agli interventi militari. Di poche cose sono veramente convinto, ormai, e una di queste è che i bombardamenti NATO in Bosnia furono necessari. Furono un sussulto di residua dignità da parte di un Occidente che era stato fino ad allora a guardare, anche attraverso gli occhi dei suoi Caschi Blu, inerti di fronte ai massacri. Fu una cosa affatto diversa dalle guerre della famiglia Bush, spero questo sia un dato condiviso. Posto che NON esistono ‘guerre giuste’, credo esistano casi in cui un intervento mirato possa evitare disastri più grandi. (Riconosco che l’incolore retorica diplomatico-umanitaria nulla può di fronte a quella pacifista-integrale/pacifista-antimperialista. Me ne farò una ragione).

Fatte le dovute distinzioni, in questi giorni mi sono imbattuto in qualche parallelo tra i fatti di cui sopra e l’intervento armato in Libia. Il dibattito è simile e si nota, ora come allora, una certa stramba trasversalità, per cui sinistra antagonista e Lega si ritrovano dalle stesse parti. Lascio in ogni caso ad altri le dietrologie o le analisi politiche, per il momento. Imperialismo di provincia, obiettivo nell’agenda delle multinazionali petrolifere, per alcuni; vile tradimento di un nostro-figlio-di-puttana (colui che teneva i migranti lontani) per altri. Non ha importanza. Credo vada semplicemente chiarita la differenza tra l’esportazione non richiesta di democrazia e una giusta mano a chi stia tentando di buttare giù il proprio despota.