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Caro Renzi, non basta strappare a sinistra per essere innovatori

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L’episodio degli operai dell’AST manganellati, una serie di cortocircuiti simbolici e alcune uscite infelici, da una parte e dall’altra, rappresentano più l’effetto che la causa di un clima di cagnara perenne di cui faremmo volentieri a meno («Le divergenze a sinistra non minino la stabilità», direi parafrasando il parody account del Presidente Napolitano). Motivo o pretesto dello scontro è naturalmente il jobs Act – non un argomento a piacere, ma qualcosa che tocca la vita mia e di chi mi sta vicino e sul quale sospendo il giudizio, in attesa dei decreti delegati. Come ho cercato di spiegare qui, credo comunque che la direzione sia quella giusta, e che gran parte dei mal di pancia all’interno della vecchia classe dirigente del centrosinistra derivino più che altro dalla frustrazione di chi ha atteso troppo a lungo per mettere in pratica le proprie intuizioni e si è ritrovato scalzato dal rottamatore.

Proprio per questo Renzi sbaglia nel cercare lo scontro, liquidando gli oppositori in modo infantile (“si facessero il loro partito, vediamo quanto prendono”). So che molti renziani di estrazione terzista amano gli strappi che il rottamatore provoca con certe sue tirate aggressive e con quel suo puntare i piedi. Gesti che ricordano loro la Lady di Ferro alle prese con i minatori. Ad ognuno i suoi miti. Io continuo a credere che stiano sbagliando proprio tutti, dentro e fuori il PD, ma che Renzi, in quanto detentore del consenso, abbia la responsabilità più grande. Proprio i renziani, che hanno messo al centro più di ogni altra corrente la strategia comunicativa, avrebbero dovuto proporre un tipo di messaggio – di narrazione, di storytelling, chiamatelo come volete – in cui non si asfaltasse un secolo e mezzo di storia del movimento operaio riducendolo alla storia della “ditta”.

Dall’altra parte, gli antirenziani di sinistra annaspano attorno a una confusa battaglia in cui diritti e interessi si confondono, chiedono impossibili supermanovre keynesiane, un po’ intontiti dall’ebbrezza delle fuga a sinistra e dal ritorno di una conflittualità che sembrava scomparsa dal discorso pubblico. Ma è proprio attorno al tema del conflitto che vedo il limite più grande del debole pensiero renziano, fondato sul pragmatismo della cultura d’impresa: cadono le braccia ad ascoltare certi giovani leopoldini risolvere il conflitto sociale nella questione lessicale del «padroni vs imprenditori» e identificare nei «gufi» e nei  «rosiconi» di turno i responsabili di ogni disfunzione del sistema, tolti di mezzo i quali il Paese «tornerà (?) ad essere leader in Europa (?!?)», proprio come dice Matteo. Eppur si muove, ragazzi. Il conflitto sociale esiste, e non esisterebbe politica senza conflitto. Spiace contraddire Pina Picierno – e con lei tanti altri benintenzionati – ma gli interessi di capitale e lavoro coincidono esattamente soltanto sul set del Truman Show. Riconoscerlo non fa di noi dei marxisti (anche se possiamo esserlo stati…), ma semplicemente degli individui raziocinanti.

Ci diciamo piuttosto liberali e socialisti. Come liberali, riconosciamo l’esistenza delle contraddizioni, ma non le crediamo destinate ad alcuna palingenesi. Siamo liberali perché abbiamo accettato questo eterno ritorno e accogliamo le contraddizioni come feconde, produttive, all’insegna non più della lotta di classe, ma di una “collaborazione competitiva” tra interessi diversi, regolata dal contratto sociale, senza dimenticare che «il contratto è anche un conflitto, nel quale i contraenti cercano di massimizzare il proprio profitto, la propria quota di libertà, a detrimento dell’altro» (Vincenzo Ferrari). Siamo socialisti soprattutto perché siamo legati anche emotivamente alle ragioni del lavoro. Possiamo girarci attorno all’infinito, ma questo valeva nel 1848 e nel 1948, vale oggi e varrà anche nel 2148.

Renzi sbaglia se pensa che l’adesione al Partito Socialista Europeo gli consenta di archiviare questi temi, e sbaglierebbe tragicamente se spingesse l’opposizione di sinistra ad andare per la propria strada. Vale la pena di rileggere un testo che avrei voluto veder citato almeno una volta dal mio segretario:

La forza delle circostanze, più ancora che un’esplicita adesione, ha fatto sì che i Socialisti diventassero in tutta Europa i più strenui difensori delle istituzioni democratiche. Essi si trovano a difendere tutto un gigantesco patrimonio materiale, giuridico e morale acquistato in lunghi decenni di lotte e sacrifici; il loro movimento trova le sue più solide basi non nel partito politico, ma in una gigantesca rete di interessi (leghe, cooperative, società mutue, ecc.) che chiedono e impongono costante vigilanza e tutela. I socialisti bene intendono che, non ottemperando a questa funzione tutelatrice, finirebbero per essere soppiantati da altre correnti verso cui graviterebbero le forze sindacali e cooperative. (Carlo Rosselli, Socialismo Liberale e altri scritti, Torino, Einaudi 1979, p. 451)

Questo è già successo molte volte, in modi diversi, negli ottant’anni passati da quando Rosselli scriveva queste righe. Anche negli ultimi venti, ben prima dell’ascesa di Renzi. Ma evidentemente, vedere gli iscritti CGIL votare Lega o Grillo non è servito a nulla. E forse è davvero ingenuo aspettarsi che uno che non riesce nemmeno a far bene il democristiano possa fare il liberalsocialista. Attendiamo fiduciosi.

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Io, Rifonda e gli altri/3

Ma quanto diamine la stai menando, con questo tuo apprendistato politico? Il giusto, soltanto il giusto. Ultima puntata.

Ero incazzato per la caduta del governo, che aveva portato all’interregno di Richelieu D’Alema e preludeva al ritorno del Caimano, anche se le sue conseguenze sarebbero state chiare soltanto in seguito. L’uscita da Rifonda era in realtà solo il sintomo di un mal di pancia più profondo. Mi ero già accorto di essere lontano su troppe questioni, non soltanto dal partitino, ma da tutta la cosiddetta Sinistra antagonista, della quale Rifonda era poi la sponda di destra. Non capivo perché certi dittatori dovessero piacermi soltanto perché si dichiaravano “socialisti”. Ero in disaccordo totale sul sionismo (l’“anti-israelismo”: l’unico collante che tenga ancora insieme la maggior parte della Sinistra), sugli OGM e sul pensiero scientifico,  sull’Europa e sulla moneta unica, sull’uso della forza in determinate situazioni e su tante questioni economiche, rispetto alle quali rivelavo una scandalosa vicinanza a quei liberali che a parole avrei dovuto disprezzare! Mi accorsi che l’estremismo – al di fuori delle arti – mi respingeva, così come mi respingeva la Totalità hegelo-marxista. La dura verità stava emergendo. Ero un riformista. «Dio buono, che vergogna!». Ma fingevo, negavo soprattutto a me stesso, perché non è sexy essere riformisti a vent’anni. Ai tempi di Genova – quando  il Bertinotti, che si è sempre creduto molto furbo, cercava di “cavalcare i movimenti” – osservavo con curiosità quello che succedeva nella galassia no-global. Era una realtà che mi attraeva e mi respingeva allo stesso tempo, che fondamentalmente non capivo e che un po’ invidiavo. Mi accorsi ad esempio che alcuni giovani cattolici di paese, cresciuti e rimasti topi di sacrestia, ora si erano piazzati più a sinistra di me, in quella cazzo di Rete Lilliput! Non che fosse una novità, nella storia politica d’Italia.

Alcuni episodi lasciarono il segno. Ricordo ad esempio la presentazione di Impero di Toni Negri e Michael Hardt, a Trieste, credo proprio nel 2001. Quando le tirate negriane raggiungevano il climax, mi giravo verso il resto della platea in cerca di qualche sorriso, ma lo studentame adorante non coglieva il ridicolo. Applaudivano anzi sempre più forte, guidati dai capiclaque dei disobba locali. Mi venivano in mente le descrizioni di certi rituali primitivi: mi aspettavo che Negri da un momento all’altro tirasse fuori un coltellaccio e immolasse Pier Aldo Rovatti, seduto di fianco a lui. Finita la messa, mi fermai a cercare qualche voce di dissenso. La trovai in un giovane comunista di non so che gruppetto, il quale, dopo aver dato del revisionista a Negri, mi spiegò con tranquillità che il crollo definitivo del Capitale, dati alla mano, era ormai una questione di mesi. Occorreva pensare all’organizzazione dei soviet nella Bassa Friulana. In quell’occasione compresi due cose importanti. La prima era che avrei sempre preferito i veterocomunisti ai postoperaisti innamorati del suono della loro voce. La seconda era che le infinite faide interne alla Sinistra avevano effettivamente qualcosa di religioso. Era una lotta per l’egemonia dottrinale che continuava da un secolo e mezzo, fatta di chiese, concili, scismi, movimenti ereticali, scomuniche, roghi, santi e martiri. Occorre avere almeno un po’ di fede, in quelle faccende. A me la fede manca del tutto e, agli invasati che si scannano per la giusta dottrina, preferisco chi tenta concretamente di mettere una pezza ai mali del mondo (e non al Male, che nessuna utopia potrà mai eliminare) senza troppi strepiti, con umiltà e intelligenza. La maggior parte dei comunisti pre-Bolognina erano fatti così, a ben vedere. Ma erano comunisti? Io di sicuro non lo sono più.

Sia chiaro: non rinnego niente. Se penso soprattutto a quel circolino di paese, so di aver scelto le migliori persone che potessi frequentare allora. Con alcuni era nata una vera amicizia, al di là della politica e se ora non ci vediamo più è soltanto perché la vita ci ha allontanati. Nel ’98 mi ero già trasferito in città per studiare, come gli amici più stretti. Cominciai a tornare meno spesso al paese, soltanto per vedere i miei. Negli anni ho continuato a frequentare gli stessi ambienti, un po’ per affinità, un po’ per abitudine, un po’ per caso. Ho scoperto lo strano piacere delle eresie marxiste (francofortesi-operaisti-situazionisti-etc.) considerate puramente come generi letterari. Ho votato tutti i partiti della sinistra, comunista e non, inclusi i Radicali ed escluso Tonino Di Pietro, che non è di sinistra. Grazie a Gianpaolo Pansa, mi sono iscritto all’ANPI, che qui a Venezia spesso delega la faccenda delle iscrizioni a…Rifonda (mi hanno già telefonato varie volte perchè vada a ritirare la tessera 2012 al circolo, me ne dimentico sempre).

Ho scoperto che, là dove la Sinistra è maggioranza, i sinistronzi sono legioni, sia tra i puri e gli antagonisti che tra gli opportunisti e gli amici dei palazzinari. La stronzaggine, del resto, è una qualità prepolitica che a volte si colora di qualche tinta. Quanta ideologia, decisamente troppa. Quanta ideologia è davvero necessaria per affrontare razionalmente e in modo laico le questioni più elementari, ad esempio del dove e come far passare una strada o una ferrovia? Sarà che viviamo in uno strano Paese, una Repubblica in cui non è mai esistita una Destra democratica, dove c’è la Sinistra più settaria del mondo, dove il termine “legalità” evoca un’idea di Stato di polizia, mentre “antifascista” – anche grazie agli sciocchi per i quali tutto è fascismo, dalla cravatta al biglietto del tram – viene scambiato per qualcosa di a-democratico e violento dalla maggioranza filistea. La quale maggioranza, peraltro, in fatto di democrazia, avrebbe molto da imparare. Con la crisi, poi, lo scenario si è fatto ancora più confuso, le parole d’ordine sono diverse, o hanno cambiato senso, e il vecchio Marx – un grande classico della modernità, da leggere e rileggere – non sta più sulle insegne della rivolta. La verità è che ho provato ad essere comunista fuori tempo massimo, quando il comunismo era ormai una pantomima, e la radicalità stava prendendo altre forme, come oggi appare evidente a tutti. Pare proprio che i vent’anni passati dalla fine del socialismo reale siano stati soltanto una parentesi di spappolamento e marcescenza delle idee radicali: postmodernisti e tradizionalisti, cyberfanatici e luddisti, islamisti e leghisti, complottisti, signoraggisti, sciroccati ingenui e miserabili che spillano loro quattrini, giovani borghesi indignati, nazi e fasci 2.0, comunisti che riscoprono la patria e fanno l’occhiolino ai rossobruni. Tutta roba da cui mi tengo ben distante.

Resta il problema dell’etichetta da portare. Sembra che non se ne possa fare a meno. «Riformista…» no, «Migliorista…» nemmeno, «Socialdemocratico» per carità. Il mio amico comunista scuote la testa. Quelle etichette non gli piacciono. Improvviso e azzardo un «Azionista», nel senso del Partito D’Azione, di Giustizia e Libertà, di Rosselli, Rossi, Salvemini, Ginzburg, Lussu, Foa, Spinelli, Galante Garrone, Fenoglio, etc. «Ecco, ti pareva, snob fino all’ultimo!», direte. Boh. A me sembra più snob citare Agamben, la biopolitica e i rizomi, ed ho il sospetto che il vero discrimine stia nell’attitudine all’autoironia, qualità estremamente rara (e preziosa), in politica:

Nel febbraio del 1974 il “Giorno” pubblicava un’intervista fattami da Corrado Stajano. Il titolo, credo non scelto da lui, era: Il mite giacobino non s’arrende. Quella qualifica mi mise di buon umore, e subito scrissi e mandai a Stajano, dedicandoglielo, questo scherzoso


Autosfottò del “mite giabobino”

Gli antifascisti levano le tende
ma il mite giacobino non si arrende.
La birba vince e il giusto se la prende,
ma il mito giacobino non si arrende.
Cadono Luther King, Kennedy, Allende,
ma il mite giacobino non si arrende.
La fiaccola del Mis losca si accende,
ma il mite giacobino non si arrende.
La classe dirigente compra e vende,
ma il mite giacobino non si arrende.
Dilaga il mal da Napoli a Torino,
ma non si arrende il mite giacobino.

(Alessandro Galante Garrone, Paolo Borgna – Il mite giacobino, Roma, Donzelli 1994)

Avercene, di miti giacobini così.

(Fine)

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