Massimo Cacciari e lo Spirito del Tempo

È un destino davvero terribile, quello del Prof. Massimo Cacciari, il destino dei profeti e delle (barbute) cassandre, condannati a rimanere inascoltati e a registrare i segni della distruzione dall’alto di qualche scogliera di marmo televisiva senza poter fare né disporre nulla di utile. L’autore di Geofilosofia dell’Europa, dopo aver predicato per lunghissimi anni di come al centrosinistra servisse un «partito del Nord» – e soprattutto servisse un Massimo Cacciari – si ritrova ora altrettanto predicante e (finora) altrettanto inascoltato rispetto alla questione dei rapporti tra il Partito Democratico e il clan dei Casaleggesi. Il Movimento 5 Stelle, sostiene il professore, è forza lontanissima dalla Lega di Salvini, si tratta di un matrimonio di interesse destinato a finire e il PD deve attendere quel divorzio come uno spasimante, con un mazzo di rose. Mi domando se Cacciari abbia ripensato a un altro matrimonio d’interesse, quello che portò alla sua rielezione a Sindaco di Venezia grazie ai voti della destra cittadina – i DS allora sostennero Casson. Ah, se solo non fossimo genti meccaniche e Heidegger non ci provocasse il vomito potremmo capire il senso di certe operazioni politiche e di certi giudizi. Occorre ricordare che il Professore è provvisto di potenti e invisibili antenne in grado di rilevare le micro-fluttuazioni dello Zeitgeist, il che gli ha consentito di considerare Renzi «l’ultima speranza», contrapponendolo alle «teste di cazzo» della Ditta, per dargli poi della «capra pazza», collocandolo infine tra i corpi estranei alla Sinistra. Sempre grazie alle sue antenne, Cacciari ha decretato che i grillini non sono una disgrazia, non un’operazione di sabotaggio della democrazia, non un business opaco costruito sull’antipolitica e il cretinismo da social network, ma anzi una sorta di necessità storica da cavalcare, da guidare ed eventualmente da recuperare. Sarebbero per «certi versi opposti» alla Lega, dice il Prof., e avrebbero un elettorato prevalentemente di sinistra. Non sappiamo chi o cosa abbia spiegato a grandi linee il M5S all’insigne cattedatrico. Dev’essere stato un esponente di quella maggioranza di politologi che legano il successo del m5s alle ventennali delusioni del cosiddetto popolo di sinistra. Li conosciamo bene, gli sfoghi di questi delusi. «Ho votato PD per trent’anni [sic], ma ora basta», ti dicono. Quell’«ora» coincide però in maniera sospetta con le lenzuolate liberalizzatrici di Prodi e Bersani. Si tratterà di compagni che odiano i rinnegati o piuttosto di quella piccola e media borghesia spesso impoverita – ma ancora più spesso non arricchita secondo i piani – che rimpiange il piccolo mondo antico della rendita e delle economie pre-globalizzazione? Tutte persone perbene e grandi lavoratori, per carità, ma senza grandi bussole ideali. Queste persone, tra il declassamento vero o percepito e la paura di trovarsi il mondo nel tinello di casa, possono indifferentemente votare Lega o M5S, come si vedrà tra pochi giorni. Del resto non mi pare di assistere ad alcuna sollevazione delle fantomatiche masse grilline-de-sinistra di fronte all’alleanza con un partito della destra xenofoba quale è la Lega, di fronte al sostegno parlamentare del M5S a tutti i peggiori provvedimenti salviniani, porti chiusi e decreto sicurezza inclusi, o di fronte alla commedia cerchiobottista di Di Maio che da una parte finge un’inesistente opposizione ad usum gonzi e dall’altra critica Salvini per i mancati rimpatri di migranti. Che questo sordido equivoco sia unicamente frutto della scarsa lucidità dell’elettorato, cioè di quelli che il Cacciari sindaco definiva «un esercito di infanti incapaci di arrangiarsi su qualsiasi vicenda umana» è un’ipotesi plausibile. Che i consigli non richiesti del nostro “leone filosofico” possano venire per una volta ascoltati dalle parti del Nazareno è invece assai improbabile. O così speriamo.

La matteorenzina è letale, al PD serve un altro reagente

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Ci siamo evidentemente sbagliati. Volevamo un partito che rappresentasse i salariati senza punire l’impresa, abbiamo un partito che rappresenta l’impresa tollerando i salariati. Bene, questo non è interclassismo. Non è il PCI, non è un partito socialdemocratico, non è la DC (spendacciona e corrotta finché si vuole). E – sorpresa – non è nemmeno un partito riformista da “terza via”. Non lo è, e forse non è più nemmeno un partito, se mai lo è stato. Avevamo un ceto dirigente da cambiare, una cultura politica da riformare, dei valori fondanti da preservare. Il ceto è stato in parte paracadutato, in parte riciclato, la cultura politica è stata distrutta e sostituita dallo storytelling. Quanto ai valori, tocca ricordare la reazione di Padre Pizarro nel vecchio sketch di Guzzanti. Certo, non è facile tenere insieme un partito interclassista di massa in un’epoca come la nostra, dove le classi non sono affatto sparite, ma si sono frammentate, atomizzate, specchio della natura del mercato del lavoro e del declino economico del Paese. È questione di chimica, come nei rapporti di coppia. Il Partito Democratico avrebbe dovuto essere il pezzo di vetreria da laboratorio in cui dosare e far reagire con grande cautela e precisione le varie componenti sociali, culturali e politiche che possiamo chiamare genericamente “progressiste”. I fondatori in realtà non sembravano interessati alla formazione del nuovo composto. Si sono accontentati di rimescolare ogni tanto una miscela instabile, viscosa quanto basta per simulare solidità, liquida quanto basta per simulare modernità. Sinché, un bel giorno, dal laboratorio della Leopolda non è arrivato un reagente nuovo, la matteorenzina. La matteorenzina scioglierà tutte le vecchie incrostazioni ideologiche e clientelari e avremo finalmente un bel partito di massa, solido, coeso, ma anche fluido, liquido, moderno! Purtroppo, le caratteristiche del reagente non erano note. Ci siamo fidati di quello che ci diceva il grossista. Della pubblicità. Del nostro intuito. A qualcuno è anche scappata la mano coi dosaggi. Risultato: la matteorenzina ha sciolto tutto, anche il beaker, il contenitore, insomma il partito stesso – già pieno di crepe, del resto. «Questo Pd è diventato il partito dei ceti che non hanno bisogno della politica per vivere»: così si è espresso Luciano Violante. Si tratta di Violante, non di Trockij, eppure i renzianer più invasati riescono a fraintendere anche questa semplice presa d’atto. Per costoro, mossi soltanto dall’odio per lo “Stato ladro”, la frase dell’ex Presidente dell Camera richiama le bestie nere delll’assistenzialismo, della spesa pubblica incontrollata e delle clientele. Se hanno partecipato alla scalata del golden boy di Rignano – Spesso a distanza di sicurezza, all’esterno del partito, attraverso le varie associazioni della galassia renziana, attenti a non mischiarsi troppo coi “comunisti” e con la politica in sé – è stato proprio per combattere tutto ciò.

Purtroppo per loro, il governo reale presenta alcune differenze sostanziali con quello ideale, per cui Renzi ai (tre, forse quattro) liberisti puri dello Stivale sembra anzi soltanto un esponente della solita vecchia Sinistra statalista, malamente camuffata dietro gli orpelli del nuovo storyelling. I compromessi con i grandi boiardi di Stato, con i cartelli privati o comunque con chi detenga una qualche grossa rendita di posizione sono evidenti – così come, più raramente, sono evidenti le rotture con alcuni pezzi di establishment in grossa difficoltà (citofonare Bazoli) che si uniscono al coro antirenziano senza alcun imbarazzo. Intanto, i ceti che invece hanno bisogno della Politica, orfani delle clientele di cui sopra, o semplicemente di un reddito dignitoso e di servizi pubblici decenti, si rivolgono altrove, al populismo grillino che troppi quadri politici e troppi commentatori descrivono come sostituito della Sinistra che non c’è più (sono i “sansepolcristi imbiancati” del 2016. Ci ricorderemo di loro, in futuro, quando avranno nuovamente cambiato opinione). Questo è forse il danno più grosso della gestione del PD da parte del gruppo renziano: aver lasciato i più deboli in balia dello schifo ni droite ni gauche del Movimento Cinque Stalle. Forse è tardi per rimediare, forse no. Dobbiamo ripartire dai dati certi, da questioni ben circoscritte. Un dato certo è che al Segretario Renzi il partito non interessa proprio. A questo punto sarebbe davvero il caso che il Presidente del Consiglio lasciasse ad altri la guida del PD. «Sei pazzo, lo vuoi rimettere in mano ai bersaniani, ai cuperliani? Quelli vogliono solo silurare Renzi e poi ci faranno perdere le elezioni. Il Paese non se lo può permettere!»Il problema, cari compagni – no offence! – è che così le elezioni le perdiamo comunque, la sveglia è già suonata domenica scorsa. Occorre bilanciare la matteorenzina con qualche altra sostanza. Basta che funzioni.

Immagine di copertina: elaborazione da una foto di Horia Varlan

Le grandi navi e la piccolezza della politica

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«Ma è incredibile, ma come si fa, è uno scempio, ma non fate niente?!?». L’esponente del ceto medio riflessivo che osserva da fuori città la vicenda delle grandi navi a Venezia non si dà pace. Nonostante la vasta indignazione suscitata a livello internazionale dalla vista delle gigantesse del mare a poche decine di metri da Palazzo Ducale, nonostante le prese di posizione dei Muccino, dei Gassmann, dei professori Settis e delle Contesse Borletti Buitoni, nonostante un decreto (annullato dal TAR, ma in parte recepito dalle compagnie), le crociere continuano a regalare – si fa per dire – ai propri passeggeri l’emozione di un selfiedal ponte più alto della nave, mentre il Todaro e il suo coccodrillo ormai si confondono tra i piccioni della piazzetta. In attesa di poter finalmente vedere la mostra di Gianni Berengo Gardin, che dopo il tentativo censorio del Sindaco Brugnaro verrà ospitata dal FAI presso il negozio Olivetti di Piazza S.Marco, le grandi navi continuano ad essere uno dei temi più caldi dell’altrimenti sonnacchioso dibattito cittadino. La crocieristica conta molto, conta al punto da spingere alcuni esponenti di rilievo dello scornato Partito Democratico veneto a prendere posizione in favore della soluzione scelta da Brugnaro per allontanare le navi dai monumenti, lo scavo del canale Vittorio Emanuele. In un momento in cui i segretari comunale, provinciale e regionale sono dimissionari, Alessandra Moretti e il capogruppo in Comune Andrea Ferrazzi sono arrivati così a negare lo stesso programma elettorale del PD, ignorando bellamente – more solito – gli iscritti ai circoli e causando un ulteriore strappo tra sinistra cittadina e partito. Il PD a Venezia è un partito allo sbando e a mio avviso non ha nemmeno molto senso usare le categorie politico-correntizie nazionali per capire cosa stia succedendo al suo interno. Quello del gruppo dirigente uscente è un evidente – e non casuale – tentativo di appeasement, frutto di alcune considerazioni molto elementari. In primo luogo, nonostante la risonanza delle azioni del movimento NoGrandiNavi, la città sembra stare dall’altra parte. Occorre uscire dalle cerchie più avvertite, attaccare bottone al bar o in calle per sentirsi dire dalla nonna di cinque nipoti tutti portuali che «in canal dea Giudeca passava ‘e petroliere e nisuni diseva gnente», ma soprattutto occorre attraversare il ponte della Libertà e chiedere ai tre quarti degli elettori del Comune ivi residenti se il passaggio delle navi da crociera in laguna rappresenti per loro uno scandalo. La risposta è NO. I mestrini hanno altri problemi, e il traffico delle crociere dà anzi da vivere a molti di loro. Gli elettori l’hanno del resto dichiarato alle ultime elezioni, scegliendo Luigi Brugnaro.

Considerando un numero massimo di 3000 addetti, la crocieristica a Venezia è oggi un’industria più grande di ciò che resta del petrolchimico. Venice Terminal Passeggeri (VTP) è un’azienda da 37 milioni di euro di fatturato, con partecipazioni in vari porti, da Ravenna a Cagliari, e gestisce una stazione marittima in continua espansione, sulla quale in quindici anni sono stati investiti circa 65 milioni di euro. A seguito della nuova normativa sulle partecipate, ad aprile è stata inoltre annunciata la privatizzazione di VTP, oggi controllata da Autorità Portuale e Regione Veneto (con il 53% delle azioni). Questo dato è essenziale per capire ciò di cui stiamo parlando. Le crociere sono un asset importante e un gruppo di interesse politicamente trasversale lotta da anni per mantenerne il valore di mercato. Esistono alternative sostenibili sia dal punto di vista dell’ambiente che dell’occupazione, a partire dal progetto Duferco, ma esse implicano una riprogettazione radicale di tutto il sistema e, probabilmente, il passaggio di mano ad altri soggetti. E’ d’altronde molto improbabile che il progetto del Vittorio Emanuele ottenga un parere positivo dalla commissione VIA – per gli stessi motivi per cui non l’ha ottenuto il progetto del Contorta, ma lo scopo del centrodestra rappresentato da Brugnaro e Zaia, in perfetto accordo col presidente del Porto, Paolo Costa – ex sindaco, in quota PD – è soltanto quello di prendere tempo, facendo perdere qualche altro anno alla città. In tutto ciò, la dirigenza del PD locale, da cui ancora aspettiamo un’autocritica della disfatta, cerca in tutti i modi di non scomparire, da una parte opponendosi all’ovvia azione di lobbying di Debora Serracchianiper il porto di Trieste, dall’altra ritagliandosi forse il ruolo di sensale nelle trattative tra il governo Renzi e gli enti locali sul patto di stabilità. Inutile dire come, sia a destra che a sinistra, non ci sia alcuna visione strutturata in questo tipo scelte, ma soltanto la necessità di mandare avanti la baracca sino alla prossima crisi, o alla prossima decisione contraria, o al prossimo scandalo. Navigano tutti a vista, insomma, sperando che le nebbie di quest’autunno non li facciano andare a sbattere.

Dove sono finiti gli antifascisti?

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Saranno passati vent’anni da quando mi presentai al centro civico del paesello con in mano lo statuto della piccola associazione culturale che avevo fondato con alcuni amici. «Associazione apartitica» e nondimeno «democratica e antifascista», avevamo scritto. Lo sguardo riservatoci dalle beghine che gestivano il centro e l’annessa biblioteca comunale sarebbe stato lo stesso se avessimo parlato di «associazione pornografica». «Qui non si fanno iniziative politiche», fu il loro commento. Inutile protestare ricordando alle signore come la nostra stessa Repubblica e la nostra stessa Costituzione fossero «antifasciste» in quanto nate dalla lotta di Liberazione. Vent’anni di sdoganamenti e revisionismi mascherati e il lavoro minuzioso e incessante dei roditori terzisti e dei liberali della domenica hanno fatto il resto. In fondo è bastato usare surrettiziamente le parole degli stessi antifascisti per iniziare l’opera di delegittimazione:

«È stato detto, giustamente, che le carte costituzionali hanno in sé un elemento polemico contro il regime caduto. Di solito le costituzioni popolari, come è la nostra, vengono fuori da una rivoluzione; dal momento in cui vengono approvate, c’è ancora in chi le approva il bruciare delle sofferenze, delle umiliazioni patite nel periodo della tirannia. Ed è naturale che negli articoli della Costituzione ci siano ancora echi di questo risentimento e ci sia una polemica contro il regime caduto e l’impegno di non far risorgere questo regime, di non far ripetere e permettere ancora quegli stessi oltraggi. Per questo nella nostra Costituzione ci sono diverse norme che parlano espressamente, vietandone la ricostituzione, del partito fascista».

(Piero Calamandrei, “La Costituzione e i giovani”, in la Resistenza al fascismo, scritti e testimonianze, Milano, Feltrinelli, 1962)

È passata così, non certo per colpa del povero Calamandrei, la convinzione per cui l’antifascismo in tempo di pace non fosse, appunto, che una forma di risentimento, un residuo di guerra civile da superare nel corso di quel processo di «pacificazione nazionale» che dopo la caduta del Muro è stato istruito dalla classe dirigente sulle pagine dei grandi quotidiani, con la mediazione di un nutrito stuolo di intellettuali di corte. Al termine del nostro lunghissimo dopoguerra, fascismo e “comunismo” sono stati rappresentati come due facce della stessa medaglia, esistenti l’uno unicamente in funzione dell’altro. Caduto il comunismo, deve quindi cadere anche l’antifascismo.

Il risultato è che ad appropriarsi dell’etichetta, abbandonata in quanto «divisiva» dalla sinistra di sistema, è prevalentemente la cosiddetta area antagonista, e l’identità «antifascismo=sfasciavetrine» è ormai fissata. Dal canto loro, gli «anarchici» e i «postoperaisti», chi egemone nel movimento No Tav, chi in quello per il diritto alla casa, spesso in competizione anche violenta sui territori, ma periodicamente riuniti sotto l’etichetta antifa, non fanno granché per smentire lo stereotipo. Sono stati gli attivisti No Tav, due giorni fa, a Firenze, ad impedire a Giancarlo Caselli di parlare, dandogli del «boia e torturatore». Sono stati sempre loro, due anni fa, a contestare la partecipazione del magistrato ad un convegno organizzato dall’ANPI. Lo slogan allora parlava dei No Tav come dei «nuovi partigiani». Quegli stessi «nuovi partigiani» che al corteo del 25 aprile molestano (non trovo un verbo altrettanto adatto) lo spezzone della Brigata Ebraica, in nome di un’israelofobia da manuale psichiatrico.

E se nelle occasioni suddette la risposta dell’ANPI è stata ferma, non si può dire per quanto ancora lo potrà essere. In vista della naturale scomparsa degli ultimi protagonisti della Resistenza, l’ANPI ha dal 2006 aperto le iscrizioni anche a chi, se non altro per motivi anagrafici, non può aver partecipato alla lotta di Liberazione, ma che

«condividendo il patrimonio ideale, i valori e le finalità dell’A.N.P.I., intendono contribuire in qualità di antifascisti […] con il proprio impegno concreto alla realizzazione e alla continuità nel tempo degli scopi associativi, con il fine di conservare, tutelare e diffondere la conoscenza delle vicende e dei valori che la Resistenza, con la lotta e con l’impegno civile e democratico, ha consegnato alle nuove generazioni, come elemento fondante della Repubblica, della Costituzione e della Unione Europea e come patrimonio essenziale della memoria del Paese».

(dall’art.23 dello Statuto dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia)

È stata forse proprio questa apertura, da un lato necessaria, unita al revival di talune interpretazioni della Resistenza come «rivoluzione mancata» o «tradita» e  all’autonomia delle singole sezioni a far comparire l’insegna dell’ANPI in contesti molto discutibili. Da iscritto all’associazione, mi riesce ad esempio molto difficile tollerare che i deliri complottisti di Giulietto Chiesa debbano essere associati alla memoria della Liberazione dal nazifascismo, o che nella battaglia contro una linea ferroviaria si debbano tirare in ballo osceni paragoni con la Resistenza.

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E quindi? Se escludiamo quelli che Berlinguer chiamava squadristi rossi, se persino l’ANPI si presta ad operazione ambigue, chi rimane a rappresentare l’antifascismo? Rimane, o meglio, dovrebbe rimanere, il partito erede della maggior parte delle forze del CLN, garante dei valori della Costituzione repubblicana (e antifascista), ossia – indovinate un po’? – il Partito Democratico. Purtroppo, però, a muoversi contro Casapound a Roma o contro Forza Nuova a Venezia il PD non c’era. C’erano gli untorelli e c’era l’ANPI.

Così, se da una parte, in linea con una certa tradizione novecentesca, si tende a dare del fascista a chiunque stia fuori dalla propria setta, dall’altra si confina il fascismo all’ambito delle (im)possibilità teoriche. Abbiamo voluto un partito leggero, «liquido», costruito sulla leadership del momento più che su una piattaforma identitaria, un partito le cui strutture sono pensate per servire la macchina elettorale più che per formare alla riflessione politica, ed ora non riusciamo più a riconoscere lo specifico fascista di Salvini, del fronte no-euro e della bizzarra galassia rossobruna. In fondo, temo che la frase standard dello stesso Salvini sul «fascismo e comunismo consegnati ai libri di storia» sia condivisa da gran parte dei quadri del partito democratico.

“Partito della Nazione” o meno, il PD tende a rappresentare una parte sempre più ampia dell’elettorato moderato. Non si tratterà dei «complici degli assassini di Matteotti» descritti da Gobetti – che si riferiva ai liberali eletti nel “listone” fascista, ma certamente nemmeno di elettori che si dichiarino apertamente antifascisti rinunciando a qualunque benaltrismo («E ALLORA LE FOIBE?»). Di sicuro non si tratta di elettori che abbiano una tradizionale familiarità con la piazza come luogo di testimonianza politica – e non certo per un rifiuto di qualunque forma di populismo, dal momento che nessuno sembra essere infastidito dai riti di acclamazione del leader.

Paradossalmente, il maggior partito della sinistra risulta oggi il più assente dalle piazze, allontanando anche i suoi militanti più giovani dalla consuetudine con le mobilitazioni di massa. Il nativo democratico nato dopo l’89 non scende in piazza perché non è abituato a farlo, perché identifica la piazza con la violenza e perché confonde la totale inerzia politica con la difesa dell’altrui libertà d’opinione. Io trovo tutto questo molto deprimente, oltre che potenzialmente pericoloso. Deprimente, perché così si rischia davvero di lasciare le piazze ai  violenti, pericoloso, perché la democrazia a volte richiede che mettiamo in gioco i nostri corpi (come recita un tormentone disobba, di sapore foucaultiano) e soprattutto perché le folle che acclamano i dittatori sono formate per la maggior parte proprio da chi non è mai sceso in piazza a protestare contro qualche ingiustizia.

Dialogo sull’antisemitismo a sinistra

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Israele e la Sinistra. Ogni tanto ne scrivi, come durante i giorni tragici dell’ultima guerra di Gaza, ormai quasi solo per prendere posizione, cercando accuratamente di evitare discussioni sfiancanti quanto inutili con certi irrecuperabili odiatori. Un proposito difficile da rispettare se, tanto nel mondo dei social quanto nella real life, ti ritrovi a parlare con persone apparentemente  portatrici di valori e visioni del mondo simili ai tuoi, con le quali ad esempio condividi un generico antifascismo, l’idea di un solido welfare, il giudizio sul ventennio berlusconiano. Ti trovi d’accordo su molto, se non su tutto, ma una sorta di circospezione da campo minato non ti lascia mai tranquillo. Cerchi di aggirare l’argomento, ma non resisti e alla prima enormità senti l’urgenza di intervenire. Inutilmente. Con tanti compagni o presunti tali, quando si parla di Israele, inevitabilmente i toni cambiano, cambiano gli sguardi e il dialogo si interrompe. E in fondo Israele funziona come una sorta di cartina di tornasole grazie alla quale distinguere tra due sinistre diverse. Non solo tra una Sinistra sionista e una antisionista, ma tra una Sinistra laica e una Sinistra dogmatica. Tra il raziocinio e il pregiudizio. Mi riesce difficile capire perché un atto unilaterale come la risoluzione sul riconoscimento dello Stato Palestinese, votata a larghissima maggioranza dal Parlamento Europeo prima di Natale, rappresenti di per sé una buona notizia, mentre per anni il ritiro di Israele da Gaza è stato spesso ferocemente criticato proprio per il suo unilateralismo. Transeat. La sottosviluppata diplomazia dell’Unione sembra convinta che il gesto possa servire a far ripartire il processo di pace e trova evidentemente meno scomodo indispettire Israele sulla questione palestinese che non Erdoğan su quella curda. Niente di nuovo sotto il sole, non fosse per una sgradevole coincidenza cronologica tra la risoluzione suddetta e la decisione presa dalla Corte di Giustizia Europea di depennare Hamas dalla lista delle organizzazioni terroristiche. I beni di Hamas in territorio europeo rimangono congelati per altri tre mesi, la sentenza non rappresenta la posizione politica dell’Unione, certo. Tuttavia è difficile non intravedere, in filigrana, il volto di una vecchia Europa vigliacca che, se e quando manifesta un barlume di politica estera, lo fa nel peggiore dei modi, all’insegna del vecchio vizio dell’appeasement. Per quanto mi riguarda, in questo caso a pesare sono certi silenzi e certe ambiguità alle quali non è estranea nemmeno la base del Partito Democratico. Sono passati più di quarant’anni da quando Umberto Terracini scriveva sull’Unità lamentando l’atteggiamento del PCI, che, dopo un momentaneo sostegno nel ’48, arrivava a negare «la legittimità sul piano del diritto internazionale di uno stato ebraico e, sul piano storico-politico, i suoi titoli all’esistenza». Da allora, mondi interi sono crollati, portando con sé partiti, progetti, ideologie, filosofie della storia. Soltanto un pregiudizio sembra rimasto immutato, se Tommaso Giuntella, presidente del PD Roma, limitandosi a deplorare la sentenza su Hamas, viene attaccato non dai prevedibili antagonisti in felpina e cappuccetto, ma nientemeno che dai giovani segretari dei circoli PD di Parigi e Bruxelles. Se nessuno oggi, nell’area della Sinistra riformista, nega la legittimità al futuro Stato Palestinese, viene allora da chiedersi quanti ancora neghino la legittimità di diritto, oltre che di fatto, dello Stato ebraico, quanto sia diffusa la posizione del «Certo, ormai c’è, mica li puoi cacciare» che ho sentito ripetere da amici e conoscenti decine di volte. Se i luoghi comuni su Israele risultano intollerabili per me che ebreo non sono, immaginate quanto possano esserlo per un ebreo tenacemente di sinistra che però rivendichi il suo legame con Israele, non sedotto dall’amicizia pelosa della destra ma nemmeno disponibile agli autodafè di taluni “ebrei buoni”, interpellati dai media ad ogni nuovo scoppio di violenza sulle sponde del Giordano. Per questa volta, quindi, niente Moni Ovadia.

Organizzatore culturale, creatore di festival musicali, titolare di un’agenzia di comunicazione per trent’anni e, più di recente, ristoratore, Raffaele Barki ha lasciato Tripoli per l’Italia con la sua famiglia quando aveva dodici anni, nel clima da pogrom che attraversava il mondo arabo dopo la guerra dei Sei Giorni. Attaccato ai valori della sinistra come alla propria identità ebraica, in entrambi i casi coltivando il dubbio e un’idea profonda di laicità. Barki non è uno che le mandi a dire. Rivendica orgogliosamente il suo essere «un rompicoglioni». Ha cominciato presto, facendosi sospendere dalla scuola ebraica di Milano quando – a 15 anni – sosteneva il diritto dei Palestinesi all’autodeterminazione. Nei giorni della guerra del Libano decise di non rinnovare la sua iscrizione alla Comunità Ebraica di Milano – un gesto che altri, molto più di recente, hanno avuto l’accortezza di comunicare urbi et orbi, a beneficio soprattutto del pubblico pagante di sinistra. Barki Detesta profondamente Bibi Netanyahu, ma allo stesso modo detesta il pregiudizio verso Israele che da quasi mezzo secolo avvelena il dibattito a sinistra. Otto anni fa, ben prima della candidatura di Moni Ovadia con la lista Tsipras, si presenta a Milano come indipendente nelle liste di Rifondazione Comunista. A partire da quell’esperienza, non posso non cominciare la nostra lunga chiacchierata chiedendogli se per un ebreo oggi sia possibile militare a sinistra del PD sostenendo allo stesso tempo le ragioni di Israele: «Una volta non era nemmeno immaginabile. Oggi, per quanto mi riguarda, risulta impossibile perché quello che è rimasto della Sinistra radicale è quanto di più antistorico possa esistere. Se penso ai Ferrero o ai Diliberto, mi vengono i brividi. Sono persone che ormai vivono al di fuori della realtà. Poi ci sono delle persone perbene come Vendola, che però sono circondate da chi ancora vive di retaggi preconfezionati. Tanti anni fa facevo politica attiva in uno dei gruppi più settari del periodo, addirittura di ispirazione bordighista. Quando mi sono accorto che avevo abbandonato il credo religioso e stavo cascando nel credo laico, mi sono allontanato, e a lungo. C’è poi stato un momento, nel 2005, in cui mi sono accorto che occorreva sporcarsi le mani perché c’era un problema grosso come una montagna, liberarsi di Berlusconi, e ho iniziato a mettere le mani nella merda. Ho iniziato a coltivare un sogno, quello di una sinistra vera, laica, fatta di valori, di contenuti – quando dico laica intendo anche non dogmatica. Sul significato della parola Sinistra oggi si potrebbe discutere, ma questo è un altro problema…Tornando alla domanda: quella Sinistra che descrivi è assolutamente incompatibile con un sentimento di appartenenza ebraica, anche non religiosa, perché intrisa di ignoranza e pregiudizio, di non conoscenza della storia e di cliché.

«Un’aspetto fondamentale è la mistificazione che viene praticata a sinistra nella distinzione tra sionismo ed ebraismo, tra antisemitismo e antisionismo. “Non sono antisemita, sono antisionista”. Chi dice una stronzata di questo genere è perché non capisce che cos’è lo Stato di Israele. Io oggi scherzando dicevo che è dal 1492 che giro il Mediterraneo e che mi sono da un lato arricchito, dall’altro mi sono rotto i coglioni di dover scappare continuamente!». Non posso fare a meno di interromperlo chiedendogli se ricordi la bellissima Arringa per la mia terra di un altro tripolino, un altro ebreo di sinistra, Herbert Pagani. Mi risponde ridacchiando: «la mamma di Herbert è cugina di mia madre!. La questione è che se tu non riconosci che è indispensabile che gli Ebrei abbiano un luogo dove nessuno li possa cacciare, perseguitare, chiudere nei ghetti, bruciare nei forni, discriminare, isolare, deridere, appiccicargli delle etichette d’infamia, o cose di questo genere, se non si riconosce il diritto ad avere uno spazio all’interno del quale essere ebrei non è importante, non è un handicap, mettiamolo in questo modo, se tu neghi questa necessità e questo diritto, automaticamente assumi un atteggiamento antisemita. È inevitabile». Tornando al riferimento ai gruppetti extraparlamentari d’antan, mi chiedo se l’ostilità antiebraica di certa sinistra non derivi dal rifiuto di quel germe di laicità che sta dentro il pensiero ebraico, da parte di chi invece fonda il suo agire politico sul dogmatismo e sul fanatismo. Ma per Barki, attribuendo al pregiudizio un’origine ideologica o filosofica, pecco di eccessiva generosità: «Io credo che l’origine di tutto questo sia una profonda ignoranza del problema, una profonda mancanza di conoscenza dei fattori storici e materiali. Tu guarda quante sono le persone che parlano di Medio Oriente e tu dimmi quante hanno i titoli per poterlo fare, quanti ne hanno la consapevolezza, quanti hanno gli strumenti anche geopolitici per poter fare una valutazione». Sarò forse troppo generoso, ma Barki risulta in fondo molto più ottimista di me, dal momento che l’ignoranza si può correggere con un po’ di studio, mentre curare il fanatismo è assai più problematico. Ciò detto, se il problema è culturale, il martellamento dei media – spesso aderenti al filoarabismo democristiano e agli interessi petroliferi – che per decenni hanno descritto un Davide Palestinese contro un Golia israeliano non può non aver dato i suoi frutti. «Certo. Purtroppo Israele ha commesso un errore fatale in passato, manifestando quell’arroganza “renziana” per cui la consapevolezza di stare dalla parte del giusto ti spinge a non comunicare le tue ragioni. Così, a furia di lasciar comunicare agli altri, nell’immaginario collettivo sono prevalse le ragioni degli altri. Dopodiché, se tu frequenti i paesi arabi come ho fatto per moltissimi anni e poi vai, come sono stato spessissimo, in Israele, ti rendi conto che tutti i luoghi comuni crollano non appena scendi dall’aereo». La realtà dei luoghi e della loro quotidianità, in effetti, parla da sé, per chi solo voglia vederla.

«Una volta in Israele sono andato a trovare un amico di un mio parente che aveva avuto un incidente in moto ed era rimasto tetraplegico. Aveva bisogno di un letto molto particolare e in ospedale ce n’era soltanto uno. Non ha potuto godere di quella disponibilità, perché c’era un terrorista palestinese che si era fatto esplodere, era diventato a sua volta tetraplegico e gli avevano messo a disposizione quel letto per curarlo. E ai confini fra la Cisgiordania e Israele, fra il Sinai e Israele, fra la stessa Giordania e Israele, c’erano file di persone che andavano in Israele a farsi curare – a farsi curare gratuitamente, tra le altre cose. Ecco come di fronte ai fatti, i luoghi comuni sulla bastardaggine degli Israeliani e sullo stato permanente di vittime dei Palestinesi decadono automaticamente. Se invece vai a vedere come invece vengono trattati i Palestinesi nei paesi arabi, c’è da rabbrividire. In Giordania li hanno massacrati, in Libano li hanno maciullati, li hanno maciullati i Cristiani Maroniti – poi lì c’era Sharon che aveva la sua grossa fetta di responsabilità legata al fatto che aveva cessato la custodia dei campi profughi [a Sabra e Shatila, ndr], ed è stato per quell’episodio che ho cancellato il mio nome dalle liste della comunità ebraica di Milano. Ma in generale i Palestinesi sono stati massacrati quasi sempre dai loro “fratelli” Arabi!. Altra cosa da dire è che l’Occidente non conosce il mondo arabo e quindi non conosce neanche il mondo palestinese, per cui gli occidentali non possono concepire che si mettano in prima fila i bambini per generare vittime e attribuire la responsabilità al presunto aggressore. Non lo concepiscono. È un tipo di mentalità che il mondo occidentale non riesce a capire e fino a quando non impareranno a decodificare il linguaggio e la cultura e la mentalità del mondo arabo, non riusciranno a capire il problema mediorientale e le posizioni internazionali risulteranno sempre distorte come da specchi rotti». A proposito dei problemi del medioriente e del loro uso politico-mediatico, chiedo a Barki che cosa pensi dell’amicizia interessata di certa stampa di destra o terzista, a partire dal «Foglio» di Giuliano Ferrara, più volte promotore di manifestazioni di solidarietà ad Israele. «Ma io questa ghenga…io non ho mai consentito a questa gentaglia di lisciarmi il pelo. Io non dimentico che gli unici esperimenti riusciti di socialismo reale sono quelli tentati nei kibbutzim, non dimentico che il pensiero laico e di sinistra nasce anche nel ventre del mondo ebraico. Quando Berlusconi venne ad inaugurare Binario 21 [il memoriale della Shoah in Stazione Centrale a Milano] mica lo si sarebbe dovuto cacciare, ovviamente. È comprensibile un atteggiamento di opportunità politica, ma non puoi pretendere di fare il Principe della situazione!»

Soltanto verso la fine della telefonata mi accorgo di aver appena scalfito il problema che mi aveva spinto a chiamare Barki, e mi sta bene così. L’orizzonte si allarga necessariamente quando si parla di pace, un tema ben più importante delle miserie della politica politicante e dei pregiudizi e dei ritardi intellettivi della Sinistra europea.  «L’errore è tentare di sciogliere una matassa che ormai non può più essere sciolta. La matassa del Medio Oriente, di Israele e della prossima futura Palestina non è più una matassa di cui trovi il capo, perché ormai torti, ragioni, verità storiche sono talmente annodate che non riesci più a scioglierle, non ci sono santi. Bisogna ripartire da questo momento, prendendo atto del fatto che c’è un grumo insolubile e si dovrebbe partire da principi di buona volontà e di rispetto reciproco. Ma la verità è che per essere razzisti una ragione la trovi sempre, e non mi sto riferendo alla sinistra nei confronti degli Ebrei o di Israele. Mi riferisco al fatto che il mondo sta assumendo un tono sempre meno tollerante. Se tu vedi quello che sta succedendo negli Stati Uniti, dove addirittura riemergono i conflitti razziali, o in Francia, in Indonesia, in Pakistan, in Afghanistan, ovunque. È diventato un virus. Una ragione per identificare una minoranza e dare argomenti per odiarla la trovi sempre. Perfino quel pitalpiteco di Salvini è in grado di farlo!». Una chiusa non proprio confortante, giustificata dal momento che stiamo vivendo. Ma la mia l’impressione di un qualche ottimismo di fondo viene confermata quando, due giorni dopo la nostra conversazione, Barki mi chiama unicamente per avvertirmi, un attimo prima che vengano diffuse le agenzie, che in Tunisia il laico Essebsi ha vinto le elezioni presidenziali. Un piccolo segno di speranza, forse, e Dio sa quanto abbiamo bisogno di questi segni.