Usare il virus grillino

Secondo un ascoltatore di Radiotre intervenuto ieri mattina a “Prima Pagina”, il PD sarebbe “il partito della borghesia”, il M5S quello del popolo, e il governo Conte-bis rappresenterebbe quindi una nuova alleanza interclassista dai vastissimi, rivoluzionari orizzonti. Ognuno si racconta la favola che preferisce, ovviamente, ma nel caso di un governo di salvezza nazionale non abbiamo bisogno di favole, a mio avviso. Non c’è bisogno di infiocchettare nulla, non serve giustificare questo armistizio all’insegna del buon senso con fantasiose letture politologiche, non siamo costretti a rimangiarci le nostre convinzioni di ieri. Noi «pidioti», noi «piddini di merda», noi «cancro politico», per citare Dibba, non la pensiamo come Massimo Cacciari e sappiamo di non avere alcuna affinità col clan dei casaleggesi, eppure, a differenza dell’Eternamente Inascoltato, non definiremmo il governo in via di formazione «un pateracchio che finirà nel sangue». Il sangue ritorna spesso nei commenti di questi giorni: anche il puntuto columnist Michele Fusco, sulle pagine de Gli Stati Generali, si augura di vederne scorrere un po’. (Un consiglio: per l’anemia esistono rimedi meno cruenti). Sempre a proposito di sangue, ho descritto spesso il mio tesseramento al PD nel 2013 come un piccolo contributo per frenare «l’emorragia di voti e iscritti del partito», oltre che una reazione alla «febbre grillina». Il «virus» di cui parlava il buffone di S.Ilario per quanto mi riguarda rimane una brutta malattia. Per l’esattezza, un’arma biologica creata in laboratorio per parassitare una democrazia in crisi e distruggere un centrosinistra alla sbando. No, non dimentico e non ho cambiato idea. A essere cambiata è l’aggressività del virus grillino, oggi assai indebolito e potenzialmente utilizzabile a fin di bene, come certi altri virus vengono usati nella tecnica del DNA ricombinante. Giustissima l’obiezione per cui staremmo soltanto ritardando il ritorno della destra. È esattamente così, la destra più brutta ritorna sempre, come ritorna l’inverno. Prima di allora avremo tuttavia ottenuto alcuni risultati non trascurabili. Innanzitutto, togliendo a Salvini il giocattolo del Viminale, si impediscono altre crudeltà sui migranti, si rende la sua campagna elettorale permanente molto più costosa e difficile, si tengono lontani i figli di Putin dal controllo delle FdO e delle prossime operazioni di voto e si nega alla destra peggiore la possibilità di eleggere un proprio Presidente della Repubblica. Mi pare che basti, se si conserva ancora un briciolo di coscienza democratica, ma c’è di più, e non mi riferisco al contenimento dell’aliquota IVA (che pure non guasterebbe). Ci sono gli amici e i parenti grillini in modalità «ma io l’ho sempre detto che dovevamo fare così!» (assecondiamoli e lasciamoli pure con la loro patologica ossessione per Renzi; quei malanni non guariscono tanto facilmente). Ci sono i voltagabbana di professione che ti danno del voltagabbana mentre si mangiano il fegato. Ci sono certi papaveri leghisti che fingono indignazione, ma in cuor loro si rallegrano per la caduta del miracolato, fantasticando sul proprio futuro. Ci sono, infine, le facce livide di quelli dell’Huffington Post. Scusate se è poco.

La faticosa terza via tra la sinistra degli indifferenti e quella dei supponenti

“Senti, ma adesso che c’è Zinga e i renziani sono all’angolo, la rifai la tessera del PD? Io ci sto facendo un pensierino…”.

Ti vorrei spiegare due cosucce, caro compagno. Sì, è probabile che torni a iscrivermi nuovamente al partito, temo però che il tuo pensierino sia affatto diverso dal mio. Nemmeno nei momenti di maggiore distanza ho mai pensato alle politiche del PD a guida renziana come a qualcosa di inaccettabile perché sideralmente lontano da quello che – qui e ora – dovrebbe fare una sinistra di governo. La rottura è arrivata soltanto con Minniti e Orlando, coi loro “decreti sicurezza”, col codice imposto alle ONG e con gli accordi coi clan libici per tenere i migranti in gabbia. Come avevo spiegato a quelli del mio circoletto, ho lasciato il partito, pur continuando a votarlo, in dissenso sulla questione dei migranti, per me fondamentale, anche simbolicamente. Non me ne sono certo andato perché “quello lì” si era preso le chiavi della Ditta. Quelle chiavi, col mio voto, gliele avevo consegnate di buon grado. Il problema delle chiavi è un problema tuo, caro compagno dall’incorrotto pedigree berlingueriano, che però sui migranti non hai fiatato. Non ti è venuta alcuna crisi di coscienza o, se ti è venuta non l’hai manifestata pubblicamente. Puoi consolarti dicendo che nemmeno i bravi cattolici iscritti come te al partito hanno criticato le politiche di Minniti, nonostante le giuste reprimende del loro Papa e del loro parroco. Riservate ad altro la vostra indignazione, evidentemente. L’hai capito già, rifarei la tessera anche solo per venire alle riunioni a leggervi i referti medici dei sopravvissuti ai campi libici, che parlano di stupri, frustate, bastonature, scariche elettriche e altre piacevolezze. Ma non tornerò per questo – non mi serve la tessera per partecipare alle riunioni dei circoli, aperte “a tutti i simpatizzanti”. Rientrerò nel PD perché continuo a pensare che un grande partito di centrosinistra, anche nato male, anche diviso da una guerra per bande, anche zeppo com’è di stupidi intrallazzoni e arrampicatori di provincia, sia l’unico strumento politico utile a tenere assieme i cocci di questo paese e a impedire che si ripeta l’esperienza dell’attuale governo, nato grazie alla paranoia xenofoba e all’ansia di sostituzione che ha investito l’Italia. Purtroppo, a pensarla come me, nel mio intorno più prossimo, siamo davvero in pochi. La vasta maggioranza dei miei amici e conoscenti, nonché la totalità degli scrittori vicini alla cosiddetta “area dei movimenti” – la quale, contando i militanti antifa, le professoresse democratiche e gli storici dell’arte fiorentini, rappresenta del resto la maggioranza dei lettori forti di questo paese – considera il Partito Democratico una lebbra dalla quale tenersi ben distanti. Tra Minniti e Salvini non c’è alcuna differenza, dicono gli amici, i conoscenti e gli intellettuali di cui sopra. Io invece credo a quella differenza, pur continuando a rifiutare la linea tracciata da Minniti. Realisticamente, non mi aspetto autocritiche o ripensamenti profondi da parte di questa o di qualunque futura dirigenza PD. A non farmi sentire troppo solo nel primo partito della Sinistra italiana bastano le posizioni individuali di Pierfrancesco Majorino e di Matteo Orfini, ad esempio. Il problema della rincorsa suicida alla Destra rimane, è inutile negarlo. Vivrò con questa contraddizione, non certo serenamente. Otterrò forse il disprezzo di tante vecchie conoscenze rimaste molto più a sinistra di me. Pazienza. Non posso fare a meno di chiedermi, tuttavia, se questi compagni siano consci delle loro contraddizioni e se davvero siano convinti della loro superiorità morale. Ricordo che quando il Colonnello Gheddafi, sempre indeciso se autoproclamarsi leader panarabo, panislamico o panafricano, lasciava le sue milizie libere di organizzare vere e proprie spedizioni schiaviste e razziste negli stati confinanti e apriva quegli stessi lager di cui oggi ci scandalizziamo, la Sinistra dei Puri era ben disposta a chiudere un occhio. Di fronte all’etichetta “socialista” della Jumhuriya, di fronte alle memorie della resistenza libica al fascismo prima e agli Americani poi, ogni contraddizione sul versante umanitario diventava secondaria – come da tradizione marxista-leninista, del resto. E quando il tripolino Parlato, sulle pagine del Manifesto, continuava a scrivere un gran bene del Colonnello e salutava con favore l’accordo con Berlusconi, accordo con quale si volevano chiudere i conti col passato coloniale e soprattutto si voleva garantire che il “cane pazzo” tenesse i migranti lontani dai nostri confini, pochi a sinistra trovavano il coraggio di contraddirlo rovinando quel magnifico quadretto di collaborazione euromediterranea. Non molti anni dopo, caduto il dittatore, gli antimondialismi di sinistra e di destra hanno poi trovato proprio sulla questione libica – e su tutte le fallite rivoluzioni del mondo arabo, Siria in testa – l’occasione di una saldatura tattica, coi soggetti residuali della sinistra radicale destinati a difendere macellai come Assad e Putin e a fare le mosche cocchiere del sovranismo. Non esattamente la posizione migliore per impartire lezioni sui diritti umani.        

Massimo Cacciari e lo Spirito del Tempo

È un destino davvero terribile, quello del Prof. Massimo Cacciari, il destino dei profeti e delle (barbute) cassandre, condannati a rimanere inascoltati e a registrare i segni della distruzione dall’alto di qualche scogliera di marmo televisiva senza poter fare né disporre nulla di utile. L’autore di Geofilosofia dell’Europa, dopo aver predicato per lunghissimi anni di come al centrosinistra servisse un «partito del Nord» – e soprattutto servisse un Massimo Cacciari – si ritrova ora altrettanto predicante e (finora) altrettanto inascoltato rispetto alla questione dei rapporti tra il Partito Democratico e il clan dei Casaleggesi. Il Movimento 5 Stelle, sostiene il professore, è forza lontanissima dalla Lega di Salvini, si tratta di un matrimonio di interesse destinato a finire e il PD deve attendere quel divorzio come uno spasimante, con un mazzo di rose. Mi domando se Cacciari abbia ripensato a un altro matrimonio d’interesse, quello che portò alla sua rielezione a Sindaco di Venezia grazie ai voti della destra cittadina – i DS allora sostennero Casson. Ah, se solo non fossimo genti meccaniche e Heidegger non ci provocasse il vomito potremmo capire il senso di certe operazioni politiche e di certi giudizi. Occorre ricordare che il Professore è provvisto di potenti e invisibili antenne in grado di rilevare le micro-fluttuazioni dello Zeitgeist, il che gli ha consentito di considerare Renzi «l’ultima speranza», contrapponendolo alle «teste di cazzo» della Ditta, per dargli poi della «capra pazza», collocandolo infine tra i corpi estranei alla Sinistra. Sempre grazie alle sue antenne, Cacciari ha decretato che i grillini non sono una disgrazia, non un’operazione di sabotaggio della democrazia, non un business opaco costruito sull’antipolitica e il cretinismo da social network, ma anzi una sorta di necessità storica da cavalcare, da guidare ed eventualmente da recuperare. Sarebbero per «certi versi opposti» alla Lega, dice il Prof., e avrebbero un elettorato prevalentemente di sinistra. Non sappiamo chi o cosa abbia spiegato a grandi linee il M5S all’insigne cattedatrico. Dev’essere stato un esponente di quella maggioranza di politologi che legano il successo del m5s alle ventennali delusioni del cosiddetto popolo di sinistra. Li conosciamo bene, gli sfoghi di questi delusi. «Ho votato PD per trent’anni [sic], ma ora basta», ti dicono. Quell’«ora» coincide però in maniera sospetta con le lenzuolate liberalizzatrici di Prodi e Bersani. Si tratterà di compagni che odiano i rinnegati o piuttosto di quella piccola e media borghesia spesso impoverita – ma ancora più spesso non arricchita secondo i piani – che rimpiange il piccolo mondo antico della rendita e delle economie pre-globalizzazione? Tutte persone perbene e grandi lavoratori, per carità, ma senza grandi bussole ideali. Queste persone, tra il declassamento vero o percepito e la paura di trovarsi il mondo nel tinello di casa, possono indifferentemente votare Lega o M5S, come si vedrà tra pochi giorni. Del resto non mi pare di assistere ad alcuna sollevazione delle fantomatiche masse grilline-de-sinistra di fronte all’alleanza con un partito della destra xenofoba quale è la Lega, di fronte al sostegno parlamentare del M5S a tutti i peggiori provvedimenti salviniani, porti chiusi e decreto sicurezza inclusi, o di fronte alla commedia cerchiobottista di Di Maio che da una parte finge un’inesistente opposizione ad usum gonzi e dall’altra critica Salvini per i mancati rimpatri di migranti. Che questo sordido equivoco sia unicamente frutto della scarsa lucidità dell’elettorato, cioè di quelli che il Cacciari sindaco definiva «un esercito di infanti incapaci di arrangiarsi su qualsiasi vicenda umana» è un’ipotesi plausibile. Che i consigli non richiesti del nostro “leone filosofico” possano venire per una volta ascoltati dalle parti del Nazareno è invece assai improbabile. O così speriamo.

Lamento politico in due movimenti

I.

Che cosa dovrebbe votare un riformista in Italia? Me lo chiedevo anni fa, me lo chiedo nuovamente oggi e la risposta rimane la stessa. Nel 2018 (quasi Diciannove), vista l’evidente mancanza di alternative, a un riformista, e cioè, per capirci, a chiunque, vagamente posizionato a sinistra, non consideri il proprio voto come semplice testimonianza o abito identitario, tocca votare Partito Democratico. A differenza del 2012-13 e dei miei moderati entusiasmi di allora, a quella domanda se ne aggiunge un’altra: come diamine siamo arrivati a questo punto? Chi voglia trovare una risposta dovrà ripercorrere ancora una volta la storia della Sinistra italiana da quel ferragosto 1892 a Genova, passando per la fatale scissione livornese del 1921 e tutte le scissioni successive, le periodiche e naturali convergenze tra estrema destra ed estrema sinistra – un ripassino importante, in anni in cui il rossobruno si porta su tutto – e le faticose e tragicomiche evoluzioni del Partitone e dei suoi apparatčiki, dalla Bolognina ai renziani de sinistra, passando per i “capitani coraggiosi” e le scalate alle banche. Le risposte articolate le lasciamo però agli studiosi e a chi, non avendo mutui da pagare, può ancora sostenere un robusto regime di ombrette e birre medie all’Università del Baretto. La risposta sintetica la diede a suo tempo un personaggio da me detestatissimo – e forse quindi inconsciamente ammirato – come Massimo D’Alema: “la Sinistra di per sé è un male. Soltanto l’esistenza della destra rende questo male sopportabile”. Agli amici e compagni o ex compagni che insistono sull’argomento “il PD non è [più] un partito di sinistra” ricordo soltanto che il dibattito sulla qualità di un ente è uno dei grandi temi della filosofia occidentale. Facile distinguere una paperella da una lontra, ma quando ti trovi di fronte a un ornitorinco? In politica, forse da sempre, gli ornitorinchi sono molto più diffusi delle papere e delle lontre, e se non si è capito questo forse ci si dovrebbe dedicare ad altro, ad esempio al calcio, che da solo può occupare tanto spazio mentale.

II.

Metti una sera in pizzeria. Incontri casualmente gli ex compagni del circolo PD del quartiere in riunione convivial-politica. Brave persone guidate, pardon, coordinate, pardon, tenute a bada da un ottimo segretario che mi dedica un affettuoso “torna a casa, Lassie!”. Il problema è che io non sono proprio sicuro di aver bisogno di una casa di quel tipo, in questo momento. Non mi serve una tessera di partito per esercitare i miei diritti politici. A seguito della revisione di un regolamento fin troppo inclusivo, mi servirebbe soltanto nel caso in cui volessi votare uno dei candidati alle prossime primarie, considerate importanti non solo per il futuro del Partito Democratico, ma per la stessa possibilità di un’opposizione alla feccia che occupa attualmente gli scranni del governo. Col segretario di circolo abbiamo condiviso il desiderio che Marco Minniti non diventasse segretario e quel desiderio si è fortunatamente esaudito da sé. Resta da capire se questo sarà sufficiente a evitare che in futuro Minniti torni ministro, e soprattutto a cambiare la linea di un partito che – con alcune notevoli e lodevoli eccezioni, Milano in testa – sembra ancora schiacciato sulla cultura securitaria di tanti suoi amministratori locali di ogni corrente, accomunati da una certa vigliaccheria e dall’illusione di poter governare la folla assecondandone le paure. Ad esempio, con Zingaretti correrà anche Andrea Orlando, già cofirmatario del decreto sull’immigrazione appunto denominato “Minniti-Orlando”. A suo tempo, nemmeno l’ex Guardasigilli aveva rinunciato ad alimentare la paranoia collettiva parlando di “soggetti vicini all’ISIS” che manovrerebbero il flusso dei migranti verso le coste italiane. Si tratterà mica degli stessi soggetti – “clan”, mafie e milizie islamiste o meno – che il governo Gentiloni ha finanziato coi fondi europei per la cooperazione? Chissà. Per contro, è stato soltanto Maurizio Martina, che gli zingarettiani considerano un fantoccio di Renzi, ad avanzare la proposta di referendum per abrogare il “decreto sicurezza” di Salvini – ahimè non il decreto di cui sopra, né l’osceno codice di condotta delle ONG voluto dal governo di Centrosinistra, ma non si può pretendere troppo. In questo momento, qualunque contendente all’interno del campo riformista rimane legato alla ricerca del consenso per imitazione di questa Destra orribile. Troppo impegnati nelle loro faide interne, gli aspiranti leader del primo partito progressista d’Italia fingono di non sapere che le persone – ripetiamolo per la centesima volta – preferiscono sempre l’originale all’imitazione, che certe politiche non risolvono un bel nulla e sono anzi concepite appositamente per produrre più insicurezza. Nessun futuro segretario PD ha alcuna intenzione di spiegare alle proprie cerchie impaurite la natura complessa di questo nostro mondo globalizzato, di far ragionare la gente, di tentare di cavare il proverbiale sangue dalle rape anche sapendo di rischiare di perdere le elezioni. Non sopportano l’eventualità di un’altra sconfitta elettorale, mentre accettano di buon grado la certezza della loro sconfitta etica – che del resto in questo paese incattivito e avvelenato non è nemmeno percepita come tale.


Cosa non va nel nascente “fronte repubblicano”

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Non so voi, io sono frastornato dal can-can di questi giorni, spero quindi mi perdonerete la scarsa lucidità. Per quel poco che posso capire di economia e di finanza – che è ancor meno di quanto capisca di politica – un’uscita dalla moneta unica per tornare alla cara vecchia liretta sarebbe un disastro i cui effetti – concluso un percorso al cui confronto la brexit sembrerebbe una passeggiata di salute – ricadrebbero principalmente sui ceti più deboli, sulla parte già impoverita del Paese, su chi sta rimanendo senza protezioni. Tutto questo a dispetto dell’impostura che contrappone “il popolo” a “l’Europa delle banche”, e anche facendo finta che la polemica sull’euro non sia anche uno scontro tutto interno all’establishment, spesso un’aperta competizione tra soggetti dediti alla speculazione, tra chi ha scommesso sul successo della moneta unica e chi sul suo fallimento. Per quel poco che posso capire di diritto costituzionale – ancor meno di quanto capisca di economia e di politica – bene ha fatto il Presidente Mattarella a respingere la candidatura di Savona. Mattarella ha fatto bene, più ancora che per tutelare la stabilità economica e i risparmi degli italiani, per una questione di elementare correttezza istituzionale: non si comprende in effetti perché una posizione non unanime all’interno di un partito del 17% – che in campagna elettorale non ha fatto di tale posizione il proprio cavallo di battaglia – debba diventare la linea economica del futuro governo. Che poi Salvini abbia voluto forzare la mano per fare la vittima, gridare alla sospensione di sovranità e tornare a elezioni e passare all’incasso è un’ipotesi molto realistica, ma irrilevante ai fini delle decisioni del Presidente. Il punto è che i signori NoEuro si dovrebbero presentare dichiarando le loro intenzioni in modo chiaro, a luglio, settembre, ottobre o quando sarà. Senza pantomime, senza trucchetti.

Ciò detto, non mi pare che questa situazione grottesca abbia reso in qualche modo più serena la scelta a noi poveri elettori collocati più o meno a sinistra. Leggo della proposta di Calenda di un “fronte repubblicano”, e vedo con piacere che i settori moderati della sinistra di sistema hanno riscoperto l’uso della parola antifascismo – del resto la polemica sull’euro è uno dei pretesti col quale la destra radicale ha imposto le sue parole d’ordine nel discorso pubblico. Peccato che l’altro grande tema usato dalla nuova destra, quello delle migrazioni, non sembri rientrare nelle preoccupazioni immediate del nascente fronte repubblicano. Giusto ieri, l’ineffabile Filippo Sensi, ex portavoce di Matteo Renzi, twittava un grafico relativo all’andamento del numero degli sbarchi. Tuttora la quasi totalità del Partito Democratico rivendica la bontà della linea Minniti – ricordiamolo per i distratti: una linea che prevede l’accordo coi clan libici per tenere in appositi lager i migranti che attraversano il Sahara (vitto e alloggio sono pagati da noi contribuenti italiani, pestaggi e stupri sono omaggio della ditta). Capisco che la posizione di noi poveri mentecatti “buonisti” sia assolutamente minoritaria, ma, anche mettendo da parte qualunque principio etico e guardando ai risultati elettorali, mi stupisco di come le teste d’uovo del centrosinistra non abbiano colto la vanità dell’illusione che li ha portati a inseguire la destra dimenticando che nel mercato delle idee le persone tendono comunque a preferire l’originale alla copia.

Più in generale, se Calenda, Renzi e soci pensano di poter scaldare i cuori dell’elettorato disperso trasformando le prossime elezioni in quello che da sempre tutti noi europeisti abbiamo temuto e respinto, cioè un referendum sull’euro, se credono di poter imporre la razionalità in una fase distruttiva come quella che stiamo vivendo, se credono di poter creare un fronte europeista da contrapporre ai sovranisti insistendo sulla difesa acritica di quel Senatore di Scandicci e Lastra a Signa che da segretario ha portato il PD al suo minimo storico, sullo sfottò dei curriculum degli avversari, sulla negazione del conflitto sociale e sugli strappi continui – ammesso che sia rimasto ancora qualche brandello da stracciare – con la tradizione del socialismo democratico, beh, si salvi chi può. Un ciclo si sta chiudendo, nel Paese e nelle teste di tanti. Il mio primo pezzo qui sugli Stati Generali, quattro anni fa, voleva essere una critica costruttiva al rottamatore, allora rampante. Le critiche costruttive erano inutili e ingenue allora e lo sono a maggior ragione oggi. Salverei però una citazione che avevo inserito allora:

“La forza delle circostanze, più ancora che un’esplicita adesione, ha fatto sì che i Socialisti diventassero in tutta Europa i più strenui difensori delle istituzioni democratiche. Essi si trovano a difendere tutto un gigantesco patrimonio materiale, giuridico e morale acquistato in lunghi decenni di lotte e sacrifici; il loro movimento trova le sue più solide basi non nel partito politico, ma in una gigantesca rete di interessi (leghe, cooperative, società mutue, ecc.) che chiedono e impongono costante vigilanza e tutela. I socialisti bene intendono che, non ottemperando a questa funzione tutelatrice, finirebbero per essere soppiantati da altre correnti verso cui graviterebbero le forze sindacali e cooperative”. (Carlo Rosselli, Socialismo Liberale e altri scritti, Torino, Einaudi 1979, p. 451).

Non c’è bisogno di inventare proprio nulla, basta saper leggere – i libri e la realtà attorno a noi.

Immagine: Alfred Neumann, Humoristiche Karte von Europa im Jahre 1870, Verlag Reinhold Schlingmann, Berlin (da 50watts.com)