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Un’altra inutile dichiarazione di voto

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Sempre più spesso, negli ultimi tempi, vengo assalito dal dubbio di non capire un cazzo di politica. A nulla servono le pacche sulle spalle di quelli che dicono: «ma no, è la fase che stiamo vivendo a essere confusa». Va bene, la fase è quella che è, però il sospetto di non capirci niente da molti anni, anzi da sempre, diventa ogni giorno più forte. Mi dico che, fosse così, sarebbe molto triste. Sarebbe triste aver dedicato tanto spazio mentale a una roba di cui non si è capito niente. Sarebbe triste scoprire che il tempo impiegato a leggere migliaia e migliaia di pagine di commenti e di «note politiche» sui nostri giornaloni – e sottratto alla lettura di quella montagna di classici che mancano sempre all’appello, a noi semicolti – è tutto tempo buttato. E sarebbe abbastanza triste anche il confronto tra le energie spese per preparare il periodico bollettino sullo stato della Sinistra italiana e quelle dedicate a tutt’altro genere di storie, alle mie storie, che rimangono in larghissima parte nei taccuini e nei cassetti e nelle cartelle di Google drive. Sarebbe deprimente il pensiero di aver sprecato almeno un’ora al giorno per più di vent’anni, cioè, a spanne, un anno della mia vita, in un’attività inutile e nemmeno lontanamente dilettevole. «Ma che dici? Hai fatto quello che ogni cittadino consapevole, eccetera». Fosse vero!

Sarebbe consolante credere che la frequentazione di quella vasta area della produzione testuale occidentale che non è scienza né letteratura, che non racchiude conoscenza né bellezza e che tuttavia occupa un posto importante anche in ciò che resta dell’editoria – come mi racconta un amico che di mestiere rende leggibili i libri-marchetta dei politici e dei giornalisti – rappresenti un momento di consapevolezza, faccia di te un cittadino migliore, più attrezzato all’esercizio dei propri diritti politici, più sicuro delle proprie idee, della direzione da prendere e da far prendere, non solo attraverso il proprio voto, al Paese. Sarebbe davvero molto bello, ma non è così. Non per me. Per quanto triste sia, prendiamo questo sospetto per certezza, consideriamolo – consideratelo – un disclaimer: da oggi in poi, chiunque mi legga sappia – nel caso già non lo sapesse – che il sottoscritto non capisce nulla di politica.

Fatta questa premessa, veniamo al dunque. Di «analisi» non mi posso più occupare, non capendo un cazzo di politica, per cui i miei scritti, d’ora in poi, si limiteranno al mugugno e alla dichiarazione di voto. «Ma non è sempre stato così?». (Infatti. Lo vedete quanto il dubbio sia in realtà una certezza?). Per questa volta vi risparmio il mugugno e, in vista del 4 marzo, procedo con la dichiarazione di voto. Naturalmente è solo in virtù della bizzarria di quest’epoca che un receptionist (portiere) non iscritto alla corporazione dei gazzettieri può fare una dichiarazione di voto sulle pagine di una testata regolarmente registrata, con tanto di direttore responsabile. Nel tentativo di meritarmi questa possibilità, cercherò di far sì che la mia sia almeno una dichiarazione di voto «spiegata bene», come usano titolare su quell’altro bel giornale.

Ad agosto dell’anno scorso ho comunicato al segretario del mio circolo PD che non avrei rinnovato la tessera:  «[…] con tutta la stima e l’affetto di questo mondo, mi spiace doverti avvisare che non rinnoverò l’iscrizione al partito. Ho sempre criticato gli scissionisti, ma ci sono limiti che anche un “menopeggista” come me non può superare. In questi ultimi mesi è venuto meno il vero discrimine tra il PD e gli altri partiti di massa italiani: la sensibilità umanitaria. Ho letto e sentito compagni cantare le lodi di Minniti e felicitarsi perché siamo finalmente riusciti a rispedire tanta gente nei lager libici. Questa cosa sarà molto, molto difficile da dimenticare, almeno per il sottoscritto. Mi toccherà probabilmente votare ancora questo partito (con tre mollette sul naso) in mancanza di alternative, e quindi l’unico modo che ho per manifestare il mio dissenso è togliere il mio nome dall’albo degli iscritti».

Confermo quanto scritto allora un po’ rozzamente e molto sinteticamente. Cari elettori-non-delusi del PD che state leggendo, sappiate che la sintesi è il frutto di lunghe discussioni probabilmente inutili, non capendo io un cazzo di politica. Inutile che vi dica che non considero Minniti un fascista, ma semplicemente uno stronzo, e che il PD resta tuttora il partito col numero più alto di brave persone al suo interno. Inutile, infine, che cerchiate il dialogo qui nei commenti, perché non risponderò. I motivi di dissenso sono chiari, mi pare. Ora, perché la dichiarazione di voto sia davvero “spiegata bene”, dovrei dimostrare l’assenza di alternative. Cercando di essere altrettanto sintetico (e altrettanto rozzo): non voterò mai a destra, quindi non voterò nemmeno m5s. Non voterò per il taxi di d’Alema, né voterò per la listina comunista, non essendo più comunista da molti anni. Restando quindi alla coalizione di Centrosinistra, non voterò per la poltronista democristiana, né per chi vuole chiudere le acciaierie per metterci una fila di chiringuitos. Non voterò per i resti della piccola tribù del garofano e, con tutta la stima per Emma Bonino, non toglierò un voto al PD per far contenti i maramaldi. Voterò Partito Democratico, e questo è quanto.

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Cari scissionisti, godetevi pure il compagno Emiliano

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Extra PD, nulla Salus, scrivevo un paio d’anni fa, riferendomi all’uscita di Pippo Civati dal partito. Allora giudicavo «inimmaginabile» una scissione guidata da Bersani e Speranza e fingevo di ignorare che la realtà supera ogni immaginazione. La faccenda stavolta si è fatta seria e vede coinvolti nomi di peso, in larga parte fondatori – più o meno entusiasti – del Partito, ora fattisi affondatori. Più accorti di Civati e Fassina, i vecchi figiciotti hanno atteso la vittoria del NO al referendum e la sentenza della Consulta sull’Italicum per prender coraggio. Occorreva loro la conferma del ritorno a una qualche forma di proporzionale, a un sistema in cui anche i micropartiti possono sopravvivere e fare danni. Enrico Rossi dichiara di non voler restare in un partito renziano, ma parla allo stesso tempo di «bella separazione consensuale», priva di rancori. Il che prefigura i futuri ricattini all’interno di coalizioni larghe quanto instabili. Una storia già vista molte volte, con qualche differenza importante. In questa faida consumata attorno alle candidature, alle sfere di influenza e ai rancori personali si stenta un po’ a distinguere i gregari dai leader, ma una figura si staglia, almeno mediaticamente, su tutte le altre, per storia politica, per stazza fisica e per carattere. Mi riferisco ovviamente a Michele Emiliano, che all’assemblea di ieri ha interpretato la parte del gatto di Schrödinger, performance che ha tutta l’aria di un grosso scherzo di carnevale o di una pura messinscena politica, pensata per scaricare su Renzi la responsabilità della scissione. Lo stato quantico del Presidente della Regione Puglia (e, di fatto, dei suoi compari) rimane tuttora incerto, ma è sicura la sua intenzione di contare sempre più nella scena politica nazionale, dentro o fuori dal PD, intenzione apparsa manifesta con il referendum sulle trivellazioni. Nel gruppo degli scissionisti, quasi sempre politici di lungo corso, Emiliano è l’outsider, ma è anche la figura che raccoglie più consensi personali e riesce coi suoi modi a bucare video e social più efficacemente sia degli apparatčik che del collega amministratore Enrico Rossi. Al contrario di Rossi e degli altri, Emiliano non viene da una storia di notabilato comunista, essendo anzi il prodotto della crisi di quel notabilato. Nato da una delle periodiche iniezioni di società civile – che da Mani Pulite in poi sembra includere la magistratura – cui il centrosinistra si sottopone periodicamente, ha capito sin dall’inizio quanto sia facile ricattare una classe politica in declino. Apparentemente umorale e imprevedibile, alterna i modi del Garrone di De Amicis a quelli di Masaniello. Capace di moderatismo, al contrario del quasi omologo De Magistris, può sembrare un ingenuo arruffone, ma si tratta solo di un’impressione superficiale. Dal can-can delle primarie per le regionali del 2009, in cui si fa pregare da D’Alema, detta le proprie condizioni e infine rifiuta di candidarsi, sino alla vittoria del 2015, passando per la segreteria del PD pugliese, Emiliano ha dimostrato un’ambiguità tipica di politici ben più navigati e la capacità di costruire rapidamente importanti rendite politiche. I suoi attuali compagni di avventure ne sono ben consapevoli. Lo blandiscono per il suo vasto seguito – meno identitario del loro – e per quel populismo meridionalista che promette di rappresentare gli interessi di un Sud refrattario all’ottimismo di Matteo Renzi. Lo temono perché estraneo alla vecchia tribù e quindi inaffidabile, paradossalmente molto più simile allo stesso Renzi che a D’Alema o Bersani. Gli antirenziani livorosi potranno molto presto confrontare il loro usurpatore con la Sfinge delle Puglie, e forse rimpiangere il primo (il padre nobile Emanuele Macaluso ha ben inquadrato il personaggio). Insomma, siamo solo all’inizio di una vicenda che si preannuncia molto colorita – sia per chi resta che per chi parte.

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Il referendum e la piccola guerra di coltello nel PD

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Incontro Laura Fincato, tra i fondatori del PD e attuale Presidente dell’aeroporto di Rimini, all’imbarcadero del “2” alla Giudecca. Siamo iscritti allo stesso circolo, dove ormai non la si vede più. Mi sfogo con lei per l’andazzo nel partito, esagerando un po’, tanto per tastare il terreno. Sono davvero inviperito per come i vertici stanno gestendo la faccenda del referendum. Già la riforma è uscita bruttina, ma che si chieda ai militanti di fare campagna per il Sì senza averla seriamente spiegata nei circoli – le iniziative sono partite soltanto dopo che la data è stata fissata – beh, questo io lo trovo insultante. Poi, chiaramente, le dico, io voterò Sì, per varie ragioni. La Fincato invece voterà No. Cita l’opinione «dei costituzionalisti», non entra nel merito del testo, ma si affretta a precisare che la sua non è una scelta dettata da ragioni di corrente: «mica per Bersani, eh!»
Certo che non è «per Bersani», e come potrebbe esserlo? È tempo di levare dalle spalle di Pierluigi Bersani il fardello del prestanome. Già ottimo amministratore e ottimo ministro autore delle note lenzuolate, Bersani è esattamente questo: più che il rappresentante, il prestanome della Ditta. La sua storia politica e personale ne avevano fatto il candidato ideale a guidare il partito mai nato, unione dei portafogli elettorali dei cattolici progressisti e degli ex comunisti (con l’aggiunta di qualche socialista, tra i quali Laura Fincato). Misurato, ragionevole, moderato sino a tempi recentissimi, in cui ha sostituito la bonarietà con una rabbia non sua. Lasciamo stare quindi Bersani, che meriterebbe, sia detto senza alcuna ironia, un po’ di riposo, e guardiamo al gruppo nel suo insieme. Gli ex PCI – e gli ex figiciotti degli anni ’70 in particolare – a suo tempo hanno messo le sedi e la macchina del partito. Peccato che, già prima della fondazione del nuovo soggetto, le sedi avessero cominciato a svuotarsi – tanto che ultimamente le varie Fondazioni Rinascita sparse sul territorio hanno cominciato a monetizzare quel patrimonio immobiliare – e la macchina complessiva a ingripparsi. È a quel punto che emerge il rozzo fiorentino, il quale rompe il patto tra cattolici e postcomunisti, smarcandosi dagli eredi della stessa Sinistra DC. Lui e i suoi amici – vecchi e nuovi – si prendono tutto. Partito – a dire il vero un po’ di malavoglia – e Governo. Secondo l’uso tradizionale del Partitone, i conflitti interni vanno risolti con la massima discrezione. Coltellate all’inguine se necessario, ma sempre nel chiuso delle stanze, mai in pubblico. In pubblico sono consentite soltanto le punzecchiature sarcastiche per le quali Massimo D’Alema è così amato – soprattutto dai cronisti politici. In pubblico la parola chiave è unità. «Fedeli alla linea» – anche quando la linea è uno scarabocchio, e rispettosi della disciplina di partito. Queste le regole della ditta (o, meglio, del clan), che per Renzi naturalmente non valgono più. Renzi dev’essere eliminato, e non perché avrebbe causato grandi strappi «tra la nostra gente» (per inciso: D’Alema e gli altri il contatto con la «nostra gente» l’hanno perso da quel dì), né tantomeno per questa riforma pasticciata ma innocua, che è riuscita a mobilitare energie contrarie degne davvero di miglior causa. Renzi dev’essere punito semplicemente perché ha sgarrato, perché si è messo contro il clan. Un clan ormai declinante, a dire il vero, che di questo variegato fronte del No rappresenta una porzione marginale. Ma l’autopercezione gioca brutti scherzi, quando gli ego – e gli interessi personali – sono smisurati. E così può capitare di credersi – o di spacciarsi – per avanguardia di fantomatiche resistenze, di blaterare di difesa della Costituzione, mentre di fatto si lavora da utili idioti di ogni destra possibile. Come da tradizione, del resto.

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La matteorenzina è letale, al PD serve un altro reagente

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Ci siamo evidentemente sbagliati. Volevamo un partito che rappresentasse i salariati senza punire l’impresa, abbiamo un partito che rappresenta l’impresa tollerando i salariati. Bene, questo non è interclassismo. Non è il PCI, non è un partito socialdemocratico, non è la DC (spendacciona e corrotta finché si vuole). E – sorpresa – non è nemmeno un partito riformista da “terza via”. Non lo è, e forse non è più nemmeno un partito, se mai lo è stato. Avevamo un ceto dirigente da cambiare, una cultura politica da riformare, dei valori fondanti da preservare. Il ceto è stato in parte paracadutato, in parte riciclato, la cultura politica è stata distrutta e sostituita dallo storytelling. Quanto ai valori, tocca ricordare la reazione di Padre Pizarro nel vecchio sketch di Guzzanti. Certo, non è facile tenere insieme un partito interclassista di massa in un’epoca come la nostra, dove le classi non sono affatto sparite, ma si sono frammentate, atomizzate, specchio della natura del mercato del lavoro e del declino economico del Paese. È questione di chimica, come nei rapporti di coppia. Il Partito Democratico avrebbe dovuto essere il pezzo di vetreria da laboratorio in cui dosare e far reagire con grande cautela e precisione le varie componenti sociali, culturali e politiche che possiamo chiamare genericamente “progressiste”. I fondatori in realtà non sembravano interessati alla formazione del nuovo composto. Si sono accontentati di rimescolare ogni tanto una miscela instabile, viscosa quanto basta per simulare solidità, liquida quanto basta per simulare modernità. Sinché, un bel giorno, dal laboratorio della Leopolda non è arrivato un reagente nuovo, la matteorenzina. La matteorenzina scioglierà tutte le vecchie incrostazioni ideologiche e clientelari e avremo finalmente un bel partito di massa, solido, coeso, ma anche fluido, liquido, moderno! Purtroppo, le caratteristiche del reagente non erano note. Ci siamo fidati di quello che ci diceva il grossista. Della pubblicità. Del nostro intuito. A qualcuno è anche scappata la mano coi dosaggi. Risultato: la matteorenzina ha sciolto tutto, anche il beaker, il contenitore, insomma il partito stesso – già pieno di crepe, del resto. «Questo Pd è diventato il partito dei ceti che non hanno bisogno della politica per vivere»: così si è espresso Luciano Violante. Si tratta di Violante, non di Trockij, eppure i renzianer più invasati riescono a fraintendere anche questa semplice presa d’atto. Per costoro, mossi soltanto dall’odio per lo “Stato ladro”, la frase dell’ex Presidente dell Camera richiama le bestie nere delll’assistenzialismo, della spesa pubblica incontrollata e delle clientele. Se hanno partecipato alla scalata del golden boy di Rignano – Spesso a distanza di sicurezza, all’esterno del partito, attraverso le varie associazioni della galassia renziana, attenti a non mischiarsi troppo coi “comunisti” e con la politica in sé – è stato proprio per combattere tutto ciò.

Purtroppo per loro, il governo reale presenta alcune differenze sostanziali con quello ideale, per cui Renzi ai (tre, forse quattro) liberisti puri dello Stivale sembra anzi soltanto un esponente della solita vecchia Sinistra statalista, malamente camuffata dietro gli orpelli del nuovo storyelling. I compromessi con i grandi boiardi di Stato, con i cartelli privati o comunque con chi detenga una qualche grossa rendita di posizione sono evidenti – così come, più raramente, sono evidenti le rotture con alcuni pezzi di establishment in grossa difficoltà (citofonare Bazoli) che si uniscono al coro antirenziano senza alcun imbarazzo. Intanto, i ceti che invece hanno bisogno della Politica, orfani delle clientele di cui sopra, o semplicemente di un reddito dignitoso e di servizi pubblici decenti, si rivolgono altrove, al populismo grillino che troppi quadri politici e troppi commentatori descrivono come sostituito della Sinistra che non c’è più (sono i “sansepolcristi imbiancati” del 2016. Ci ricorderemo di loro, in futuro, quando avranno nuovamente cambiato opinione). Questo è forse il danno più grosso della gestione del PD da parte del gruppo renziano: aver lasciato i più deboli in balia dello schifo ni droite ni gauche del Movimento Cinque Stalle. Forse è tardi per rimediare, forse no. Dobbiamo ripartire dai dati certi, da questioni ben circoscritte. Un dato certo è che al Segretario Renzi il partito non interessa proprio. A questo punto sarebbe davvero il caso che il Presidente del Consiglio lasciasse ad altri la guida del PD. «Sei pazzo, lo vuoi rimettere in mano ai bersaniani, ai cuperliani? Quelli vogliono solo silurare Renzi e poi ci faranno perdere le elezioni. Il Paese non se lo può permettere!»Il problema, cari compagni – no offence! – è che così le elezioni le perdiamo comunque, la sveglia è già suonata domenica scorsa. Occorre bilanciare la matteorenzina con qualche altra sostanza. Basta che funzioni.

Immagine di copertina: elaborazione da una foto di Horia Varlan

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Il voto per i sindaci e la Sinistra assente

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Che cosa mai si potrebbe aggiungere al bla-bla delle estenuanti maratone televisive elettorali, ai dibattiti sulle geometrie dei partiti, sulle beghe tra correnti, sui matrimoni d’interesse delle coalizioni e, in sempre maggiore misura, sui tweet dei leader e leaderini? Comunque vadano i ballottaggi, le urne raccontano già una prima importante crisi di consenso del renzismo. La narrazione un po’ sbruffona dell’«Italia che riparte» può funzionare per un certo periodo, sostenuta dalla voglia diffusa di rottura con la vecchia classe politica, dalla necessità dei ceti più dinamici – dotati sinora di risorse, ma non delle leve del potere – di entrare nella stanza dei bottoni. Ma quando il ceto politico, nuovo o usato e riverniciato che sia, è costretto a confrontarsi direttamente con l’elettore delle periferie, della provincia, di quella parte di Paese colpita più duramente dal nostro declino economico, e quando il governo delle città – con tutte le differenze del caso, perché Trieste non è Roma – deve fare i conti con la crisi dello Stato, non c’è più alcuno storytelling che tenga. Il PD renziano ha convinto i pariolini, ma non riesce a convincere né gli abitanti di Tor Bella Monaca, né i padroncini in crisi dei distretti industriali del Paese. In tutti i luoghi in cui vivono – male – le classi disagiate, i proletari, i sottoproletari e i declassati, gli orfani dello stato sociale, la Sinistra – la Sinistra tutta, non il solo PD renziano – è in via di sparizione, senza per questo riuscire a radicarsi nei cimiteri della piccola e media impresa. La lezione della storia, di materialistica chiarezza, è che, senza rivoluzioni in vista, è il “welfare esteso” a legare la Sinistra politica alle masse. Sono – erano – rimasti gli asili, le case popolari, gli assegni sociali e i posti di lavoro nelle partecipate a indirizzare il voto di un certo elettorato ora astensionista, se non grillino o leghista. Nelle nostre città, lontano dai «luoghi della Bellezza» decantati da Renzi e protetti dalle signore col doppio cognome, questo distacco si mostra in tutta la sua evidenza ogni santo giorno.

Si mostra alla fermata dei mezzi o al bar, luoghi in cui la classe politica ormai si guarda bene dal comparire, in quartieri di case popolari, di appartamenti per i lavoratori della tal municipalizzata che hanno votato PCI-PDS-DS-PD sinché hanno potuto toccare con mano il loro relativo benessere materiale. Pane e lavoro, si diceva un tempo. Con la crisi del debito, questo sistema è collassato. Quelle stesse persone e i loro figli oggi votano Lega o Movimento 5 Stelle, e tra loro monta l’odio per lo straniero capitalizzato dai Salvini di turno. Renzi e i suoi pards hanno il torto di essersi completamente disinteressati a queste realtà. La loro miscela di culto dell’impresa, paternalismo democristiano e americanismo à la Nando Mericoni non è adatta a rappresentare le periferie. Ma del processo di distacco tra la Sinistra e i ceti popolari si discute da almeno due decenni, come sanno bene tutti gli apparatčik postcomunisti che non hanno digerito la scalata renziana al PD. Costoro non hanno mai ritenuto opportuna alcuna seria autocritica, hanno fatto finta di non sapere che le masse erano già perse da tempo, da quando il giovane Renzi concorreva alla Ruota della fortuna, forse da prima della fine del PCI. Frequentando ciò che rimane della borghesia di sinistra – o rivedendo il cinema di Ettore Scola – è possibile capire quanto classista fosse quella che un tempo è stata sinistra di classe, quanto fosse grande l’inconfessabile disprezzo nutrito dagli intellettuali per i salariati. Rifiutate sia la rivoluzione che la socialdemocrazia propriamente detta, la nostra Sinistra si è ritrovata a distribuire ciò che la DC elargiva. Spesso con intelligenza – inutile citare il solito caso emiliano, altrettanto spesso con grande cinismo. Basta uno sguardo alle nostre periferie, il risultato di una convergenza di interessi tra palazzinari, “architetti utopisti” – Dio ce ne scampi! – e funzionariato politico.

Sorpresa: nel momento in cui le clientele cessano di esistere, perché i bilanci pubblici collassano, i clientes rompono le righe. E trovano immediatamente il loro capro espiatorio nell’Unione Europea o nei migranti in fuga da guerre e miseria. Dare la colpa di tutto alle «TV di Berlusconi», contro le quali poco potevano le armi assai spuntate delle nostre professoresse democratiche, è sintomo di pigrizia o disonestà intellettuale. La xenofobia e il razzismo sono sempre orribili, in particolare se prendono la forma della guerra tra poveri, ma d’altronde quale livello di tolleranza è mai possibile pretendere da un disoccupato ignorante se sono le stesse figlie dei senatori del PCI – in mia presenza – a lamentarsi dei «negroni» [sic] incontrati per strada? Nessun vecchio figiciotto lo ammetterà mai, ma la verità è che la Sinistra ha smesso di comunicare con la maggior parte dei suoi elettori, contando sulla loro fedeltà come su quella di un gregge di pecore, dimenticando come le pecore, in determinate condizioni, si possano trasformare in lupi. La subalternità sociale è un problema da risolvere o un potenziale politico da coltivare? Questo è il grande paradosso del riformismo, almeno a partire dalla fine delle utopie. Finora si è deciso di ignorare del tutto il problema, salvo piangere una fantomatica “perdita di identità” o lamentare lo spaesamento della “nostra gente” (?) di fronte a questioni che interessano in realtà soltanto il ceto politico. Se Renzi piange, la Sinistra PD non avrebbe insomma nulla di cui ridere, perché, una volta eliminato il fastidioso toscano, rimarrebbe soltanto un deserto che loro stessi hanno contribuito a creare. Rimane da menzionare l’ultimo pezzetto della mia grande famiglia politica («es una familia un poquito de mierda, pero es siempre nuestra familia», diceva Fidel a Bobo in una memorabile striscia di Sergio Staino): gli opliti della Vera Sinistra, i professionisti dell’antirenzismo, fuoriusciti dal PD o mai entrati in Parlamento. La loro insignificanza è certificata, il voto “di protesta” si indirizza altrove, perlopiù a destra, come in altri periodi oscuri della nostra storia. E per chi come me ha scelto Renzi proprio per arginare il populismo dei muri, dei nazionalismi e dei deliri complottisti, questo è un grande problema. Peggio che perdere il governo della Capitale.

La foto di copertina è di Daniela Fontes.

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