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Il referendum e la piccola guerra di coltello nel PD

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Incontro Laura Fincato, tra i fondatori del PD e attuale Presidente dell’aeroporto di Rimini, all’imbarcadero del “2” alla Giudecca. Siamo iscritti allo stesso circolo, dove ormai non la si vede più. Mi sfogo con lei per l’andazzo nel partito, esagerando un po’, tanto per tastare il terreno. Sono davvero inviperito per come i vertici stanno gestendo la faccenda del referendum. Già la riforma è uscita bruttina, ma che si chieda ai militanti di fare campagna per il Sì senza averla seriamente spiegata nei circoli – le iniziative sono partite soltanto dopo che la data è stata fissata – beh, questo io lo trovo insultante. Poi, chiaramente, le dico, io voterò Sì, per varie ragioni. La Fincato invece voterà No. Cita l’opinione «dei costituzionalisti», non entra nel merito del testo, ma si affretta a precisare che la sua non è una scelta dettata da ragioni di corrente: «mica per Bersani, eh!»
Certo che non è «per Bersani», e come potrebbe esserlo? È tempo di levare dalle spalle di Pierluigi Bersani il fardello del prestanome. Già ottimo amministratore e ottimo ministro autore delle note lenzuolate, Bersani è esattamente questo: più che il rappresentante, il prestanome della Ditta. La sua storia politica e personale ne avevano fatto il candidato ideale a guidare il partito mai nato, unione dei portafogli elettorali dei cattolici progressisti e degli ex comunisti (con l’aggiunta di qualche socialista, tra i quali Laura Fincato). Misurato, ragionevole, moderato sino a tempi recentissimi, in cui ha sostituito la bonarietà con una rabbia non sua. Lasciamo stare quindi Bersani, che meriterebbe, sia detto senza alcuna ironia, un po’ di riposo, e guardiamo al gruppo nel suo insieme. Gli ex PCI – e gli ex figiciotti degli anni ’70 in particolare – a suo tempo hanno messo le sedi e la macchina del partito. Peccato che, già prima della fondazione del nuovo soggetto, le sedi avessero cominciato a svuotarsi – tanto che ultimamente le varie Fondazioni Rinascita sparse sul territorio hanno cominciato a monetizzare quel patrimonio immobiliare – e la macchina complessiva a ingripparsi. È a quel punto che emerge il rozzo fiorentino, il quale rompe il patto tra cattolici e postcomunisti, smarcandosi dagli eredi della stessa Sinistra DC. Lui e i suoi amici – vecchi e nuovi – si prendono tutto. Partito – a dire il vero un po’ di malavoglia – e Governo. Secondo l’uso tradizionale del Partitone, i conflitti interni vanno risolti con la massima discrezione. Coltellate all’inguine se necessario, ma sempre nel chiuso delle stanze, mai in pubblico. In pubblico sono consentite soltanto le punzecchiature sarcastiche per le quali Massimo D’Alema è così amato – soprattutto dai cronisti politici. In pubblico la parola chiave è unità. «Fedeli alla linea» – anche quando la linea è uno scarabocchio, e rispettosi della disciplina di partito. Queste le regole della ditta (o, meglio, del clan), che per Renzi naturalmente non valgono più. Renzi dev’essere eliminato, e non perché avrebbe causato grandi strappi «tra la nostra gente» (per inciso: D’Alema e gli altri il contatto con la «nostra gente» l’hanno perso da quel dì), né tantomeno per questa riforma pasticciata ma innocua, che è riuscita a mobilitare energie contrarie degne davvero di miglior causa. Renzi dev’essere punito semplicemente perché ha sgarrato, perché si è messo contro il clan. Un clan ormai declinante, a dire il vero, che di questo variegato fronte del No rappresenta una porzione marginale. Ma l’autopercezione gioca brutti scherzi, quando gli ego – e gli interessi personali – sono smisurati. E così può capitare di credersi – o di spacciarsi – per avanguardia di fantomatiche resistenze, di blaterare di difesa della Costituzione, mentre di fatto si lavora da utili idioti di ogni destra possibile. Come da tradizione, del resto.

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La matteorenzina è letale, al PD serve un altro reagente

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Ci siamo evidentemente sbagliati. Volevamo un partito che rappresentasse i salariati senza punire l’impresa, abbiamo un partito che rappresenta l’impresa tollerando i salariati. Bene, questo non è interclassismo. Non è il PCI, non è un partito socialdemocratico, non è la DC (spendacciona e corrotta finché si vuole). E – sorpresa – non è nemmeno un partito riformista da “terza via”. Non lo è, e forse non è più nemmeno un partito, se mai lo è stato. Avevamo un ceto dirigente da cambiare, una cultura politica da riformare, dei valori fondanti da preservare. Il ceto è stato in parte paracadutato, in parte riciclato, la cultura politica è stata distrutta e sostituita dallo storytelling. Quanto ai valori, tocca ricordare la reazione di Padre Pizarro nel vecchio sketch di Guzzanti. Certo, non è facile tenere insieme un partito interclassista di massa in un’epoca come la nostra, dove le classi non sono affatto sparite, ma si sono frammentate, atomizzate, specchio della natura del mercato del lavoro e del declino economico del Paese. È questione di chimica, come nei rapporti di coppia. Il Partito Democratico avrebbe dovuto essere il pezzo di vetreria da laboratorio in cui dosare e far reagire con grande cautela e precisione le varie componenti sociali, culturali e politiche che possiamo chiamare genericamente “progressiste”. I fondatori in realtà non sembravano interessati alla formazione del nuovo composto. Si sono accontentati di rimescolare ogni tanto una miscela instabile, viscosa quanto basta per simulare solidità, liquida quanto basta per simulare modernità. Sinché, un bel giorno, dal laboratorio della Leopolda non è arrivato un reagente nuovo, la matteorenzina. La matteorenzina scioglierà tutte le vecchie incrostazioni ideologiche e clientelari e avremo finalmente un bel partito di massa, solido, coeso, ma anche fluido, liquido, moderno! Purtroppo, le caratteristiche del reagente non erano note. Ci siamo fidati di quello che ci diceva il grossista. Della pubblicità. Del nostro intuito. A qualcuno è anche scappata la mano coi dosaggi. Risultato: la matteorenzina ha sciolto tutto, anche il beaker, il contenitore, insomma il partito stesso – già pieno di crepe, del resto. «Questo Pd è diventato il partito dei ceti che non hanno bisogno della politica per vivere»: così si è espresso Luciano Violante. Si tratta di Violante, non di Trockij, eppure i renzianer più invasati riescono a fraintendere anche questa semplice presa d’atto. Per costoro, mossi soltanto dall’odio per lo “Stato ladro”, la frase dell’ex Presidente dell Camera richiama le bestie nere delll’assistenzialismo, della spesa pubblica incontrollata e delle clientele. Se hanno partecipato alla scalata del golden boy di Rignano – Spesso a distanza di sicurezza, all’esterno del partito, attraverso le varie associazioni della galassia renziana, attenti a non mischiarsi troppo coi “comunisti” e con la politica in sé – è stato proprio per combattere tutto ciò.

Purtroppo per loro, il governo reale presenta alcune differenze sostanziali con quello ideale, per cui Renzi ai (tre, forse quattro) liberisti puri dello Stivale sembra anzi soltanto un esponente della solita vecchia Sinistra statalista, malamente camuffata dietro gli orpelli del nuovo storyelling. I compromessi con i grandi boiardi di Stato, con i cartelli privati o comunque con chi detenga una qualche grossa rendita di posizione sono evidenti – così come, più raramente, sono evidenti le rotture con alcuni pezzi di establishment in grossa difficoltà (citofonare Bazoli) che si uniscono al coro antirenziano senza alcun imbarazzo. Intanto, i ceti che invece hanno bisogno della Politica, orfani delle clientele di cui sopra, o semplicemente di un reddito dignitoso e di servizi pubblici decenti, si rivolgono altrove, al populismo grillino che troppi quadri politici e troppi commentatori descrivono come sostituito della Sinistra che non c’è più (sono i “sansepolcristi imbiancati” del 2016. Ci ricorderemo di loro, in futuro, quando avranno nuovamente cambiato opinione). Questo è forse il danno più grosso della gestione del PD da parte del gruppo renziano: aver lasciato i più deboli in balia dello schifo ni droite ni gauche del Movimento Cinque Stalle. Forse è tardi per rimediare, forse no. Dobbiamo ripartire dai dati certi, da questioni ben circoscritte. Un dato certo è che al Segretario Renzi il partito non interessa proprio. A questo punto sarebbe davvero il caso che il Presidente del Consiglio lasciasse ad altri la guida del PD. «Sei pazzo, lo vuoi rimettere in mano ai bersaniani, ai cuperliani? Quelli vogliono solo silurare Renzi e poi ci faranno perdere le elezioni. Il Paese non se lo può permettere!»Il problema, cari compagni – no offence! – è che così le elezioni le perdiamo comunque, la sveglia è già suonata domenica scorsa. Occorre bilanciare la matteorenzina con qualche altra sostanza. Basta che funzioni.

Immagine di copertina: elaborazione da una foto di Horia Varlan

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Il voto per i sindaci e la Sinistra assente

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Che cosa mai si potrebbe aggiungere al bla-bla delle estenuanti maratone televisive elettorali, ai dibattiti sulle geometrie dei partiti, sulle beghe tra correnti, sui matrimoni d’interesse delle coalizioni e, in sempre maggiore misura, sui tweet dei leader e leaderini? Comunque vadano i ballottaggi, le urne raccontano già una prima importante crisi di consenso del renzismo. La narrazione un po’ sbruffona dell’«Italia che riparte» può funzionare per un certo periodo, sostenuta dalla voglia diffusa di rottura con la vecchia classe politica, dalla necessità dei ceti più dinamici – dotati sinora di risorse, ma non delle leve del potere – di entrare nella stanza dei bottoni. Ma quando il ceto politico, nuovo o usato e riverniciato che sia, è costretto a confrontarsi direttamente con l’elettore delle periferie, della provincia, di quella parte di Paese colpita più duramente dal nostro declino economico, e quando il governo delle città – con tutte le differenze del caso, perché Trieste non è Roma – deve fare i conti con la crisi dello Stato, non c’è più alcuno storytelling che tenga. Il PD renziano ha convinto i pariolini, ma non riesce a convincere né gli abitanti di Tor Bella Monaca, né i padroncini in crisi dei distretti industriali del Paese. In tutti i luoghi in cui vivono – male – le classi disagiate, i proletari, i sottoproletari e i declassati, gli orfani dello stato sociale, la Sinistra – la Sinistra tutta, non il solo PD renziano – è in via di sparizione, senza per questo riuscire a radicarsi nei cimiteri della piccola e media impresa. La lezione della storia, di materialistica chiarezza, è che, senza rivoluzioni in vista, è il “welfare esteso” a legare la Sinistra politica alle masse. Sono – erano – rimasti gli asili, le case popolari, gli assegni sociali e i posti di lavoro nelle partecipate a indirizzare il voto di un certo elettorato ora astensionista, se non grillino o leghista. Nelle nostre città, lontano dai «luoghi della Bellezza» decantati da Renzi e protetti dalle signore col doppio cognome, questo distacco si mostra in tutta la sua evidenza ogni santo giorno.

Si mostra alla fermata dei mezzi o al bar, luoghi in cui la classe politica ormai si guarda bene dal comparire, in quartieri di case popolari, di appartamenti per i lavoratori della tal municipalizzata che hanno votato PCI-PDS-DS-PD sinché hanno potuto toccare con mano il loro relativo benessere materiale. Pane e lavoro, si diceva un tempo. Con la crisi del debito, questo sistema è collassato. Quelle stesse persone e i loro figli oggi votano Lega o Movimento 5 Stelle, e tra loro monta l’odio per lo straniero capitalizzato dai Salvini di turno. Renzi e i suoi pards hanno il torto di essersi completamente disinteressati a queste realtà. La loro miscela di culto dell’impresa, paternalismo democristiano e americanismo à la Nando Mericoni non è adatta a rappresentare le periferie. Ma del processo di distacco tra la Sinistra e i ceti popolari si discute da almeno due decenni, come sanno bene tutti gli apparatčik postcomunisti che non hanno digerito la scalata renziana al PD. Costoro non hanno mai ritenuto opportuna alcuna seria autocritica, hanno fatto finta di non sapere che le masse erano già perse da tempo, da quando il giovane Renzi concorreva alla Ruota della fortuna, forse da prima della fine del PCI. Frequentando ciò che rimane della borghesia di sinistra – o rivedendo il cinema di Ettore Scola – è possibile capire quanto classista fosse quella che un tempo è stata sinistra di classe, quanto fosse grande l’inconfessabile disprezzo nutrito dagli intellettuali per i salariati. Rifiutate sia la rivoluzione che la socialdemocrazia propriamente detta, la nostra Sinistra si è ritrovata a distribuire ciò che la DC elargiva. Spesso con intelligenza – inutile citare il solito caso emiliano, altrettanto spesso con grande cinismo. Basta uno sguardo alle nostre periferie, il risultato di una convergenza di interessi tra palazzinari, “architetti utopisti” – Dio ce ne scampi! – e funzionariato politico.

Sorpresa: nel momento in cui le clientele cessano di esistere, perché i bilanci pubblici collassano, i clientes rompono le righe. E trovano immediatamente il loro capro espiatorio nell’Unione Europea o nei migranti in fuga da guerre e miseria. Dare la colpa di tutto alle «TV di Berlusconi», contro le quali poco potevano le armi assai spuntate delle nostre professoresse democratiche, è sintomo di pigrizia o disonestà intellettuale. La xenofobia e il razzismo sono sempre orribili, in particolare se prendono la forma della guerra tra poveri, ma d’altronde quale livello di tolleranza è mai possibile pretendere da un disoccupato ignorante se sono le stesse figlie dei senatori del PCI – in mia presenza – a lamentarsi dei «negroni» [sic] incontrati per strada? Nessun vecchio figiciotto lo ammetterà mai, ma la verità è che la Sinistra ha smesso di comunicare con la maggior parte dei suoi elettori, contando sulla loro fedeltà come su quella di un gregge di pecore, dimenticando come le pecore, in determinate condizioni, si possano trasformare in lupi. La subalternità sociale è un problema da risolvere o un potenziale politico da coltivare? Questo è il grande paradosso del riformismo, almeno a partire dalla fine delle utopie. Finora si è deciso di ignorare del tutto il problema, salvo piangere una fantomatica “perdita di identità” o lamentare lo spaesamento della “nostra gente” (?) di fronte a questioni che interessano in realtà soltanto il ceto politico. Se Renzi piange, la Sinistra PD non avrebbe insomma nulla di cui ridere, perché, una volta eliminato il fastidioso toscano, rimarrebbe soltanto un deserto che loro stessi hanno contribuito a creare. Rimane da menzionare l’ultimo pezzetto della mia grande famiglia politica («es una familia un poquito de mierda, pero es siempre nuestra familia», diceva Fidel a Bobo in una memorabile striscia di Sergio Staino): gli opliti della Vera Sinistra, i professionisti dell’antirenzismo, fuoriusciti dal PD o mai entrati in Parlamento. La loro insignificanza è certificata, il voto “di protesta” si indirizza altrove, perlopiù a destra, come in altri periodi oscuri della nostra storia. E per chi come me ha scelto Renzi proprio per arginare il populismo dei muri, dei nazionalismi e dei deliri complottisti, questo è un grande problema. Peggio che perdere il governo della Capitale.

La foto di copertina è di Daniela Fontes.

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Come Casapound?

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Premessa: difficile, per chi conservi un minimo di serena obiettività, essere davvero soddisfatti di una riforma costituzionale che mostra tutti i limiti dati dalla fretta, dalla superficialità e dalla mancanza di una visione organica. Credo sarebbe però un grosso errore ripartire da zero votando NO ad un referendum che, peraltro, Matteo Renzi ha molto improvvidamente trasformato in plebiscito su se stesso. Come in ogni treno in corsa, una brusca frenata provocherebbe teste rotte a non finire, in particolare tra chi si sta facendo il viaggio in piedi, e cioè tra le componenti più deboli della nostra società. E’ sorprendente che chi critica Renzi da sinistra non se ne renda conto o, peggio, che sacrifichi il Paese alla propria sopravvivenza politica. Non sorprende per nulla invece la campagna condotta da sfascisti e fascisti che cercano di aprire una fase di ammuìna per avvicinarsi alle elezioni. In un momento in cui i temi cari alla destra radicale – monoculturalismo, antimondialismo, sovranità monetaria, ecc. – sono rientrati nei programmi di governo di importanti forze politiche, arrivando a contaminare i resti della sinistra-sinistra in una sorta di marmellata rossobruna, il Partito Democratico ha tutte le ragioni per presentarsi come l’unica grande forza progressista in campo, unica barriera di fronte alle derive reazionarie salviniane e grilline. Per entrare a gamba tesa in certi dibattiti occorre però una cultura politica ben più solida di quella costruita alle leopolde. Non basta ascoltare quello che ti dice lo spin doctor o magari il neorenziano ex PCI, che ben conosce i suoi vecchi compagni. Un conto, insomma, entrare nel merito delle idee, un altro accomunare, sulla base di un singolo voto comune, soggetti lontanissimi.

Nella fattispecie, accostare Roberto Benigni o Gianni Cuperlo a Casapound, come ha fatto Maria Elena Boschi. Rispondendo a Cuperlo durante la Direzione PD di ieri, la Boschi ha precisato come non fosse affatto sua intenzione mettere la minoranza del partito sullo stesso piano dei neofascisti. La sua andrebbe letta piuttosto come una reazione piccata di fronte al continuo nominare Verdini da parte della minoranza stessa. Evidentemente, la Ministra crede – come chi scrive – che Verdini sia comunque più presentabile dei fascisti, e sa quanto toccare l’identità antifascista a Sinistra equivalga a toccare la mamma. Se così fosse, risponderemmo alla Boschi che un ministro si dovrebbe astenere dai comportamenti da asilo infantile, e che continuare a provocare una minoranza del partito che alla fine voterebbe comunque Sì (per evitare la brusca frenata di cui sopra) rivela ancora una volta l’inadeguatezza politica dei rottamatori. Seriamente: se il fatto di votare «assieme a Casapound» è usato come stigma, è perché il fascismo è considerato o comunque [opinione dello scrivente] dovrebbe essere considerato alla stregua della lebbra, in una società democratica. Ma ve la vedete, voi, la dolce Maria Elena chiamare “lebbra” i fascisti? Evidentemente no. L’homunculus della cultura politica renziana è trasversale, dialogante, ecumenico, pacificatore e, in ultima analisi, apolitico. E del resto ricordiamo bene i rapporti più che cordiali intrattenuti proprio con Casapound da alcuni renziani della prima ora, molto attivi pubblicamente. Cristiana Alicata (nipote di Mario!) nel 2009 manifestava ad esempio un grande interesse per le posizioni di parte della destra radicale romana sulle tematiche LGBT, incontrando i vertici di Casapound e giudicando positivamente un documento del gruppo:

«Mi sono sentita dire:” forse noi di destra […] oggi riconosciamo nella discriminazione del mondo omosessuale quella che molti di noi vivono perché si definiscono di destra.” Qualcuno di loro, infatti, in certi posti non può nemmeno mettere piede».

A proposito dello stesso comunicato, Anna Paola Concia, a sua volta ospite dei giovani neofascisti, renzianissima e ora candidata a Roma con Giachetti, si esprimeva così:

«Questo documento potrebbe benissimo essere una mozione congressuale del Pd. Diciamo pure che è più avanti di quella di Bersani. Con le vostre proposte avete aperto un varco».

Tutt’altro che lebbra, insomma. Simone Regazzoni, filosofo «allievo di Derrida», tra i responsabili della campagna elettorale di Raffaella Paita nelle disastrosi elezioni liguri e romanziere, nel 2013 presentò a Casapound il suo Sfortunato il paese che non ha eroi. Etica dell’eroismo, interessante saggio politico che potremmo definire neodannunziano. Così recita il risvolto, abbastanza esemplificativo del contenuto:

«Perché scrivere, oggi, un libro sull’eroismo? Perché, diciamo la verità, ci siamo trasformati in una “generazione di femminucce”. Parola di Clint Eastwood. Domanda: ma di quale eroismo stiamo parlando? Risposta: di un nuovo tipo di eroismo. Un eroismo senza una Causa per cui combattere, che non chiede sacrifici per il bene comune, il bene dell’altro, la patria, l’umanità intera. Un eroismo in cui occorre mettere in gioco una sola Cosa: il proprio singolarissimo godimento – sfidando pregiudizi, buone maniere, regole, norme sociali. In altri termini: la Legge. Compito dell’etica dell’eroismo: fare fuori l’idiota della morale, ligio alla Legge e al dovere».

Effettivamente, cara Maria Elena Boschi, forse qualcuno che assomiglia a Casapound nel PD c’è davvero. Ma non è certo Gianni Cuperlo.

Immagine di copertina: CC 4.0 Jose Antonio – Wikipedia

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Dunque, Matteo Renzi, i social media sono importanti o no?

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La prima prova – la più facile – è stata superata da Renzi senza troppa fatica. Il referendum inutile, scioccamente trasformato dalla variegata opposizione al governo in una sorta di voto di sfiducia extraparlamentare, non è arrivato nemmeno a un terzo degli aventi diritto. Che non sono pochi, beninteso. Le due prove successive, le amministrative tra meno di due mesi e infine il referendum confermativo di ottobre sulla riforma costituzionale, potrebbero rivelarsi assai più dure e, fossimo in Renzi, non canteremmo vittoria troppo presto, ma soprattutto ci asterremmo dal maramaldeggiare sugli sconfitti. Il discorso di ieri sera, ad urne appena chiuse, poteva essere un discorso conciliatorio, di basso profilo, e in parte lo è stato, centrato sulla sostanza delle politiche energetiche e sul “bene del Paese”, pur tra qualche inesattezza ed omissione – la presunta impossibilità dell’accorpare referendum e amministrative, le solite sparate tipiche del “bomba”, dalle ventimila “colonnine elettriche” da installare all’Italia che torna leader in Europa – e un ceffone a mano ben distesa a Michele Emiliano, novello Fieramosca (o Brancaleone) distintosi in questi giorni in una serie di uscite scomposte, condivise prontamente sul suo profilo twitter. Occorre certamente una ragguardevole faccia di bronzo per stigmatizzare i politici che «vivono su Twitter o su Facebook» se di quei media si è fino a ieri dichiarata la centralità e se su di essi si è in qualche modo costruita l’immagine politica dei rottamatori, giovani, dinamici, iperconnessi, sempre un occhio allo schermetto dello smartphone. Fa specie che, per ragioni di comodo, ora Renzi ne ridimensioni la portata, dopo che per anni ci siamo sentiti ripetere dai suoi scherani che la comunicazione in generale e quella in Rete in particolare erano fondamentali, dopo che si è implicitamente stabilita l’identità tra comunicazione politica e politica – che chi scrive faticherà sempre ad accettare. Contrordine, compagni: «l’Italia è molto più grande di Twitter e di Facebook», dice Matteo Renzi. Ma noi lo sapevamo già: di fatto, i consensi del premier-segretario vengono soprattutto alla parte matura – in senso anagrafico, ma non solo – del cosiddetto popolo di sinistra. Un elettorato che ne ha viste tante, che bada alla sostanza, che, di fronte alla ripetuta necessità di turarsi il naso, si è da tempo dotato di pratiche metaforiche mollette e, soprattutto, che non passa le proprie giornate su Facebook e su Twitter. Della polemica sui tweet liquidatori di Francesco Nicodemo o sul #ciaone di Ernesto Carbone, questi elettori non sanno nulla, e perché dovrebbero? Sono la mia generazione – quella dei nati tra metà ’70 e primi ’80 – e quella immediatamente successiva ad alimentare il grosso dello scambio politico sui social. Spesso precari e declassati, ma quanto più smaliziati rispetto ai codici linguistici della Rete. Non contiamo molto, apparentemente, ma sappiamo usare il gran frullatore dei social media, sappiamo cercare le informazioni e maneggiare hashtag e memi. E’ un gioco, ma serio come tutti i giochi. Twitter, coi suoi 3 o 4 milioni di utenti attivi, non sarà il Paese, ma è la grande filanda in cui il giornalismo (old and new), gli spin doctor, la stessa televisione generalista prendono ormai il loro “semilavorato”. Noi – consapevoli o meno, renziani o antirenziani, non fa differenza – contribuiamo a creare il lessico del discorso pubblico e a determinare lo stile politico della nuova classe dirigente. Ecco perché certi scivoloni andrebbero sanzionati. Personamente, sono convinto che gran parte dei problemi relativi all’immagine arrogante del nuovo corso renziano del PD nascano dalla presenza incontrollata sui social network di un gruppetto di veri miracolati, uomini e donne senza qualità, senza merito se non quello di aver partecipato all’ascesa del segretario-premier. Com’è possibile, dopo che tanto sulla comunicazione si è investito, come Partito Democratico, dopo che dell’interazione sui social si è fatta una sorta di bandiera dei “nativi democratici”, lasciare personaggi come Ernesto Carbone liberi di scorrazzare in Twitter come dei bulletti durante la ricreazione, nel cortile di una scuola elementare?

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