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Matteo Renzi e il babau neoliberista

Numerosi amici e conoscenti legati a certa sinistra, che mai e poi mai avrebbero votato PD, in questi giorni si ritrovano a dover decidere se votare o no CONTRO Matteo Renzi, in quella che si sta trasformando in una sorta di piccola crociata. E non parlerei affatto di una crociata dei poveri: buona parte della gauche caviar, non solo qui a Venezia, sostiene Vendola. Persone che hanno disprezzato il Bersani (ottimo) ministro e che non credono ad un progetto unitario dei riformisti, ma, pur di impedire l’ingresso di Renzi nella stanza dei bottoni, son ben disposti a turarsi il naso.
Si tratta di un riflesso tra l’ideologico e il fisiologico. La caduta di Berlusconi ha eliminato dalla visuale il nemico assoluto, costringendo molta gente ad esercitare contro il governo dei tecnici un’aggressività verbale che non si registrava da molto tempo. In queste settimane il Nemico del Popolo è però rappresentato dal Sindaco di Firenze. L’endorsement da parte del Cav., naturalmente, costituirebbe l’inoppugnabile prova dell’adesione di Renzi alla nefanda “dottrina neoliberista”, e porrebbe quindi il Comune di Firenze al livello del Cile di Pinochet – del resto l’accusa di usare un “linguaggio fascista” era già stata lanciata dalle pagine de «L’Unità»…

Insomma, per gli amici  “a sinistra der piddì”, votando Renzi ho votato una destra brutale e reazionaria, pronta a togliere diritti e lavoro e libertà. Mentre le reprimende e gli sfottò dei miei conoscenti mi risuonano nelle orecchie come un fastidioso tinnito, torno a farmi la domanda delle domande: ma questo neoliberismo di cui tutti cianciano, dove si troverebbe, di preciso?
Perché, a questo punto, prima di accettare la punizione in quanto traditore, reazionario, piccolo-borghese, individualista, etc., merito almeno una risposta. Attenzione però, non basta aver dato Storia Economica. Dovete avere due palle così, per rispondermi. E, possibilmente, avere più di sessant’anni – eh sì, voto Renzi ma in parecchi casi mi fido dell’esperienza dei più vecchi.
Fa specie che anche Carlo Galli, storico del pensiero politico e importante sostenitore di Bersani, faccia sua – davanti al pubblico de «L’Infedele» – la favola per cui l’Europa e l’Italia sarebbero vittime di decenni di politiche neoliberiste, alle quali la linea del Segretario Bersani porrebbe un freno…

Un po’ come in certi romanzetti o filmetti, più la panzana è grossa, più facilmente il pubblico è disposto a crederci, abbandonandosi al terrore. Eppure persino un ignorante come il sottoscritto è in grado di distinguere, poniamo, il laissez-faire di Reagan dalle politiche comunitarie della UE, talmente sono evidenti le differenze sostanziali.
Agli occhi di un supposto padre del c.d. neoliberismo come Von Hayek, il tipo di integrazione che l’Europa sta faticosamente cercando di realizzare rientra nel “razionalismo costruttivista”, ossia l’idea per cui le interazioni spontanee tra individui possono essere dirette, ordinate, pianificate. Ad Hayek questo non piaceva, insomma non gli piaceva la tecnocrazia, ed era assolutamente contrario all’Unione monetaria (che non fece in tempo a vedere realizzata). Ma tu guarda il pensiero, a volte…a certi amici vendolati prenderebbe un colpo nello scoprirsi in compagnia degli economisti “austriaci” e dei loro più o meno zelanti seguaci eurofobi.

Se non avete tempo per i filosofi e gli economisti, avrete tempo per i quotidiani. Almeno per le prime pagine. Ricordate? Stiamo parlando da ormai due anni delle modalità con le quali i paesi dell’Unione con le finanze più solide aiutano (e aiuteranno) i membri più indebitati. Stiamo parlando di rifinanziare il debito. (Che cosa direbbero Hayek o Mises, secondo voi?). E’ vero che quest’Unione sembra in effetti ancora così deboluccia che, forse, quando Vendola parla di “Offenfiva neoliberifta”, si riferisce alla cultura economica in voga nei paesi chiave, quelli che contano in termini di PIL. E quali sarebbero, dunque, questi paesi? Parlare di modello neoliberista riferendosi alla Germania sarebbe un’evidente sciocchezza. Parlarne a proposito della Francia è addirittura ridicolo. Lo strano mix zapateriano di welfare esteso e finanza allegra collegata al mercato immobiliare che ha caratterizzato la Spagna potrebbe essere classificato come ‘neoliberismo’? Temo di no. Soltanto l‘UK thatcheriana degli anni ’80 risponde a certi criteri classificatori, ma quindici anni di New Labour meriterebbero un’analisi più approfondita. Diciamo pure che il paese di Scrooge sia la punta di diamante di quell’offenfiva neoliberifta che soltanto Stefano Fassina e Nichi Vendola possono arginare. Ops. Il paese tradizionalmente più euroscettico non ha mai fatto la scelta della moneta unica. Che peccato, il ragionamento filava così bene!

C’è poco da fare: in questo Paese, come in tutti i paesi arretrati o in declino, lo spauracchio neoliberista è agitato dalla gente che teme di perdere il poco che ha (più in termini di diritti formali che non di opportunità reali), dai velleitari e dagli estremisti, dai furbetti beneficiari di piccole e grandi clientele di Stato, e infine da quella parte di ceto dirigente “riformista” che non ama il cambiamento in assoluto. Tutti costoro chiamano regolarmente – in buona o cattiva fede – “neoliberismo” quello che dovrebbe essere una novità quasi assoluta per l’Italia: un libero mercato dotato di regole.

Che il pericolo neoliberista sia reale o immaginario, ormai il riflesso ideologico-fisiologico di cui sopra è scattato e sarà difficile far cambiare idea agli elettori di SEL. In queste condizioni Renzi non ha molte speranze, tanto più che l’ingresso di nuovi votanti al secondo turno è reso quasi impossibile dai regolamenti che, giustamente, non si possono cambiare a partita iniziata. Ho già scritto che mi adeguerò comunque e voterò il PD di Bersani, sperando che il segnale del consenso a Renzi sia letto nel modo più intelligente all’interno del partito, anche se il rischio che il tutto si riduca all’antica lotta tra correnti è molto forte. Il primo a trovare assai scomoda la propria posizione sarà proprio il povero Bersani, uomo di buon senso sostenuto da gente molto diversa, che si troverà a doversi alleare sia con chi vuole demolire la riforma Fornero che col ranocchio Pierferdi – che Nichi, tra l’altro, si rifiuta categoricamente di baciare.

Coraggio, ho quasi finito. Aggiungo solo che la probabilità che qualcuno riesca a formare un governo politico stabile, con una Sinistra divisa, Grillo al 18% e senza una legge elettorale decente, è prossima allo zero. Che ne direste di saltare un giro e tenervi Monti per un altro po’? Non vi va, eh?

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Il teatro della guerra

Magari voi non l’avete mai notato, e in tal caso potete anche interrompere la lettura del post: se da qualche altra parte, magari poche centinaia di km più a nord, centinaia di civili cadono sotto i colpi dell’artiglieria, la quasi totalità dei nostri telegiornali riferisce di generici “violenze e scontri” tra due parti di cui ci si interessa molto poco. A Gaza, per contro, si perpetrano «stragi di bambini». Una notizia è una notizia. Sì, e i pregiudizi sono pregiudizi. A qualcuno potrà apparire cinico fare le pulci ai media e al loro bias antisraeliano nel momento in cui vengono diffuse le immagini dei bimbi di Gaza morti durante i bombardamenti. Il punto è che questa è soprattutto una guerra mediatica, combattuta secondo schemi drammaturgici elementari. Che Hamas pensi di sfidare la superiorità militare di Israele è ridicolo. Hamas punta ad uccidere, certo, ma soprattutto a suscitare una reazione che, con le sue inevitabili vittime civili, bimbi in primis, generi la riprovazione dello spettatore e della cosiddetta comunità internazionale, e quindi l’isolamento di Israele. La reazione in sé, necessaria e puramente meccanica, alle centinaia di razzi lanciati da più di quindici giorni sulle città israeliane, non poteva che essere quella di queste ore. Non c’è proprio nessuna lettura politica da fare, bisogna soltanto riconoscere il diritto all’autodifesa di Israele e augurarsi che il conflitto armato cessi al più presto. Ci si dovrebbe chiedere, piuttosto, se la chiave (morale?) di tutta la vicenda non stia nel fatto che lo Stato di Israele tiene alla vita dei suoi cittadini molto più di quanto la mafia islamista di Gaza – assieme alle élite di tutto il mondo arabo – tenga alla vita dei suoi.

Scrivo questo al netto di ogni considerazione sulle cause storiche e le responsabilità (arabe, israeliane, internazionali) del conflitto, una guerricciola che dura da appena una frazione del tempo durante il quale Francesi e Tedeschi si sono periodicamente scannati, uno dei tanti conflitti, di certo non il più sanguinoso, ma sicuramente il più seguito dagli occhi di bue dei media internazionali. La guerra civile siriana ha fatto più vittime in venti mesi che la guerra dei Sei Giorni e la prima e la seconda Intifada messe assieme. Ma non si è vista traccia di indignazione per la Siria da parte di chi si straccia le vesti per Gaza, naturalmente: «An acquaintance of mine, a Syrian living in Beirut, wrote me in frustration about this last night. “We get very little interest from the international press compared to the Palestinians. What should we do to get more attention?”. My advice is to get killed by Jews. Always works.» (Jeffrey Goldberg per «The Atlantic», qui).

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Monti, gli asili cattolici e i cani di Pavlov

Vaghi, vaghissimi ricordi. Non so se a partire da qualche criterio psicopedagogico o dall’arbitrio della mother superior, un certo numero di marmocchietti veniva selezionato per una dimostrazione di talento rivolta alle famiglie. I prescelti venivano sottoposti ad alcuni mesi di formazione intensiva in vista di quello che per molti sarebbe stato il primo episodio importante di panico e tremori e pisciarella: il saggio di fine anno. Qualunque cosa possa significare, il figlio del comunista (ovverosia il vostro affezionatissimo blogger) imparava i pezzi a quattro mani di Schubert e Boccherini, mentre il figlio del democristiano – poi berlusconiano – imparava la preghierina dell’angioletto per recitarla con due ali di polistirolo attaccate alla schiena. Buffo, no? Meno buffa fu l’esperienza per come la vissi, o meglio, per come la ricordo. Considerato il bamboccio che ero, molto amato e vezzeggiato, l’impatto con suor Tiziana – così si chiamava la mia insegnante di pianoforte – fu piuttosto duro. Poco avvezzo ai giudizi severi, alle bacchettate – non metaforiche – sulle mani ed allo stress della performance, la mia reazione al termine del saggio fu tale da scoraggiare i miei dal farmi proseguire gli studi di pianoforte. Sviluppai un odio per gli strumenti musicali in genere che durò fino ai dodici anni, quando, rovistando a casa dei nonni, trovai una vecchia chitarra scassata con la quale, ad orecchio, strimpellare i motivetti sentiti alla tele.

Eh sì, ho fatto l’asilo dalle suore. Più precisamente, in una scuola materna fondata e gestita dalle Figlie di Nostra Signora del Rifugio in Monte Calvario, congregazione nata dall’ordine delle Suore di Nostra Signora, etc., istituito dalla nobildonna genovese Virginia Centurione Bracelli  (escludo che all’asilo ci fossero figlie rassomiglianti il ritratto della fondatrice, che avrei però riconosciuto, qualche anno più tardi, nella novizia Gloria Guida. E comunque sia, forma bonum fragile est!). Alt! Capisco l’automatismo nell’attribuire le mie numerose tare all’imprinting cattolico. Eppure, calvario pianistico a parte, non rimprovero alle figlie del calvario nulla che non possa rimproverare anche ai miei insegnanti degli anni successivi, anche a quelli de sinistra. Ma ammettiamo pure che il sottoscritto abbia subito qualche danno. Il fatto è che la mia famiglia non aveva altra scelta, dal momento che al paesello l’unica scuola materna esistente era (ed è tuttora, trent’anni dopo, in un nuovo e più brutto edificio) quell’asilo parificato gestito dalle suore. Così è in gran parte del Veneto, regione tradizionalmente bianca,  e in varie altre regioni d’Italia (i dati li trovate qui).

Dopo la polemica di qualche mese fa, relativa alla scelta di Monti di far pagare l’IMU anche alla Chiesa Cattolica, mitigata da una provvidenziale – è il caso di dirlo – esenzione relativa proprio agli edifici scolastici, il tema dei fondi alle scuole parificate ritorna in primo piano nei giorni della spending review. A parte la soppressione-accorpamento di alcuni enti ed istituti di ricerca, che sinceramente saluto con favore (non si capisce perché l’Istituto per l’Alta Matematica, in un Paese che disprezza persino l’aritmetica, non possa stare dentro il CNR, ad esempio), in queste ore la rete frigge di una nuova indignazione di stampo pavloviano: “Eccolo là, il Monti, il democristo, che toglie 200 milioni all’Università per darlo alle scuole dei preti!” Curiosamente, basta voltare lo sguardo all’altra sponda per sentire i Cattolici piangere miseria e deplorare i nuovi tagli alle scuole parificate. Come la mettiamo? Ancora una volta, il fatto che i pianti e i latrati di Guelfi e Ghibellini vadano all’unisono è un segno che l’amministratore del condominio sta lavorando bene. In questo caso si è deciso che dai tagli previsti alle scuole paritarie –  le quali, in termini assoluti, riceveranno circa 50 milioni in meno rispetto all’anno scorso –  siano abbuonati 200 milioni. Che all’Università sia tolta la stessa cifra ha naturalmente favorito la polemica. Comunque la si pensi, per i motivi che ho descritto sopra, questa è l’unica soluzione possibile, a meno di non far pagare direttamente alle famiglie le bollette degli asili – e poco ci manca.

Scongiurato il pericolo che il (non più così) fiorente Nord-Est rimanga senza asili, rimane la solita considerazione generale sui privilegi della scuola privata, in gran parte cattolica, e quindi sui privilegi della Chiesa. Certo noi progressisti, noi gente laica e de sinistra, potendo, vorremmo vedere i nostri figli in uno di quei begli asili pubblici emiliani, puliti, moderni, colorati ed accoglienti, fiori all’occhiello del socialismo padano. Gli studenti nella scuola privata cattolica (considerata nel suo insieme, dalla materna ai licei, su tutto il territorio nazionale) rimangono attorno al 9% del totale, nonostante un calo forse legato più a questioni demografiche che a scelte culturali. Già, le scelte culturali. Che vi (ci) piaccia o no, l’imposta sugli immobili della Chiesa l’ha decisa un cattolico, Mario Monti – cattolico di quelli che vanno a messa  al mattino presto, prima di andare in ufficio, e che chiedono udienza al Papa subito dopo il loro insediamento al Governo. Non l’ha decisa nessuno dei vari governi di Centrosinistra che pure abbiamo avuto in questi ultimi vent’anni. Non l’ha decisa il Gentiluomo di Sua Santità Massimo “Richelieu” D’Alema, che durante la sua breve esperienza da Presidente del Consiglio assieme a Luigi Berlinguer – prima quindi di Berlusconi e della Moratti e di chiunque altro – stabilì la parità tra scuola pubblica e privata, estendendo quindi a quest’ultima i sussidi diretti, che ad oggi ammontano a circa 500 milioni di Euro, ripartiti tra contributi di mantenimento e buoni scuola. Il tutto in nome della conquista del Centro. E se non vi basta, chiedete un po’ a questi signori e a tutti l’homeni de cultura amici loro in che scuole hanno fatto studiare i loro figlioli.

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