Archivi tag: pd

Cari scissionisti, godetevi pure il compagno Emiliano

emiliano-800x540.jpg

Extra PD, nulla Salus, scrivevo un paio d’anni fa, riferendomi all’uscita di Pippo Civati dal partito. Allora giudicavo «inimmaginabile» una scissione guidata da Bersani e Speranza e fingevo di ignorare che la realtà supera ogni immaginazione. La faccenda stavolta si è fatta seria e vede coinvolti nomi di peso, in larga parte fondatori – più o meno entusiasti – del Partito, ora fattisi affondatori. Più accorti di Civati e Fassina, i vecchi figiciotti hanno atteso la vittoria del NO al referendum e la sentenza della Consulta sull’Italicum per prender coraggio. Occorreva loro la conferma del ritorno a una qualche forma di proporzionale, a un sistema in cui anche i micropartiti possono sopravvivere e fare danni. Enrico Rossi dichiara di non voler restare in un partito renziano, ma parla allo stesso tempo di «bella separazione consensuale», priva di rancori. Il che prefigura i futuri ricattini all’interno di coalizioni larghe quanto instabili. Una storia già vista molte volte, con qualche differenza importante. In questa faida consumata attorno alle candidature, alle sfere di influenza e ai rancori personali si stenta un po’ a distinguere i gregari dai leader, ma una figura si staglia, almeno mediaticamente, su tutte le altre, per storia politica, per stazza fisica e per carattere. Mi riferisco ovviamente a Michele Emiliano, che all’assemblea di ieri ha interpretato la parte del gatto di Schrödinger, performance che ha tutta l’aria di un grosso scherzo di carnevale o di una pura messinscena politica, pensata per scaricare su Renzi la responsabilità della scissione. Lo stato quantico del Presidente della Regione Puglia (e, di fatto, dei suoi compari) rimane tuttora incerto, ma è sicura la sua intenzione di contare sempre più nella scena politica nazionale, dentro o fuori dal PD, intenzione apparsa manifesta con il referendum sulle trivellazioni. Nel gruppo degli scissionisti, quasi sempre politici di lungo corso, Emiliano è l’outsider, ma è anche la figura che raccoglie più consensi personali e riesce coi suoi modi a bucare video e social più efficacemente sia degli apparatčik che del collega amministratore Enrico Rossi. Al contrario di Rossi e degli altri, Emiliano non viene da una storia di notabilato comunista, essendo anzi il prodotto della crisi di quel notabilato. Nato da una delle periodiche iniezioni di società civile – che da Mani Pulite in poi sembra includere la magistratura – cui il centrosinistra si sottopone periodicamente, ha capito sin dall’inizio quanto sia facile ricattare una classe politica in declino. Apparentemente umorale e imprevedibile, alterna i modi del Garrone di De Amicis a quelli di Masaniello. Capace di moderatismo, al contrario del quasi omologo De Magistris, può sembrare un ingenuo arruffone, ma si tratta solo di un’impressione superficiale. Dal can-can delle primarie per le regionali del 2009, in cui si fa pregare da D’Alema, detta le proprie condizioni e infine rifiuta di candidarsi, sino alla vittoria del 2015, passando per la segreteria del PD pugliese, Emiliano ha dimostrato un’ambiguità tipica di politici ben più navigati e la capacità di costruire rapidamente importanti rendite politiche. I suoi attuali compagni di avventure ne sono ben consapevoli. Lo blandiscono per il suo vasto seguito – meno identitario del loro – e per quel populismo meridionalista che promette di rappresentare gli interessi di un Sud refrattario all’ottimismo di Matteo Renzi. Lo temono perché estraneo alla vecchia tribù e quindi inaffidabile, paradossalmente molto più simile allo stesso Renzi che a D’Alema o Bersani. Gli antirenziani livorosi potranno molto presto confrontare il loro usurpatore con la Sfinge delle Puglie, e forse rimpiangere il primo (il padre nobile Emanuele Macaluso ha ben inquadrato il personaggio). Insomma, siamo solo all’inizio di una vicenda che si preannuncia molto colorita – sia per chi resta che per chi parte.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Piccole delusioni di un cacadubbi

La polemica relativa alle dichiarazioni di Matteo Renzi sul problema carcerario, non avessi ormai una certa esperienza di delusioni politiche (e umane), e non prendessi la politica per quello che è, cioè il luogo dei compromessi, più che delle grandi idealità, mi avrebbe gettato nello sconforto. Al posto dello sconforto, oggi provo comunque un certo malessere.

Potrete dire che si tratta di un tema marginale, potrete essere contrari, per molte fondate ragioni, alla concessione di un indulto o di un’amnistia. Io sono favorevole all’amnistia come soluzione temporanea, cura sintomatica, in attesa di intervenire sulla legislazione. Per una volta, faccio mia la posizione di un candidato non mio, col quale sono sempre tutt’altro che tenero, Pippo Civati. Rimando a un suo post di ieri per rimanere nel merito della vicenda. E soprattutto, rimando alle pluridecennali battaglie dei Radicali.

Guardando invece al dato politico, per così dire, mi cascano un po’ le braccia, e non quelle soltanto. E’ evidente che la situazione precongressuale sta portando Renzi a tirare in barca le reti del consenso in tutti i modi possibili (en passant, oltre a cambiare verso, consiglierei di cambiare agenzia di comunicazione, ma questa è tutt’altra faccenda…). Anche contraddicendo sé stesso in modo plateale. Naturalmente, un apparato PD che governa invece senza consenso popolare, si è trovato nella posizione più comoda per sferrare il classico colpo sotto la cintura al candidato favorito. Come perdere un’occasione simile? E’ facile oggi plaudere ai moniti di un galantuomo come Giorgio Napolitano, che da tempo si interessa alla situazione carceraria, peraltro senza alcun secondo fine, da vero garante dell’integrità costituzionale di questa scalcagnata repubblica. E’ facile perché Napolitano è la forza che tiene unite queste larghe intese, che dona loro legittimità.  Ma dov’erano Cuperlo, Zanonato e gli altri, fino a ieri? Dov’erano tutti quelli che parlano oggi con toni gravi della situazione delle patrie galere, accusando Matteo Renzi di guardare alla pancia dell’elettorato?

Non ho mai abbracciato in modo acritico le posizioni di Renzi, come chi legge questo blog sa già. Mi sono definito “renziano non dogmatico”, e di fronte al dogmatismo di tanti sostenitori (ma forse si tratta di varie declinazioni della figura dell’addetto stampa) la definizione mi pare azzeccata. Renzi rimane il mio candidato perché credo che solo le sue posizioni in materia di economia e di welfare possano dare qualche possibilità al Paese, e perché credo sia l’unico candidato che possa portare una sinistra (sperabilmente unita) a governare convincendo anche parte degli elettori moderati, evitando di dover rinunciare al bipolarismo, e quindi evitando tragiche dipendenze da centri, centrini e sinistrette identitarie. Insomma, Renzi per me rimane l’unica opzione possibile, si tranquillizzino alcuni amici, si rassegnino gli altri.

Di fronte a tatticismi così marchiani, non posso negarlo, l’entusiasmo scema comunque un po’. Ma scema soprattutto davanti alle tante forme di negazione e mirror climbing di queste ultime ore. Perché davvero, a volte mi sembra che il maggior problema di Renzi siano i “renziani”. Cari content curators dei vari profili social [il plurale nei prestiti *è* ammesso, se volete ne discutiamo in altra sede], potete raccontarmela finché volete: Matteo per me ha fatto una figuraccia. La politica come luogo del buon compromesso e, certo, della ricerca del consenso. Ma attenzione, non può finire tutto lì. Non dico le grandi idealità – Dio ce ne scampi e liberi – ma un minimo di coerenza la vogliamo conservare?

Giorni fa, persone che ritengo degne di stima, impegnate per Renzi dalle scorse primarie, mi hanno proposto l’iscrizione ad una della tante associazioni “Adesso” sparse sul territorio. Avevo qualche dubbio, in quanto iscritto al partito, non rispetto alla legittimità, ma all’utilità di far parte di un’associazione che vorrebbe fare da zona mediana (se ho capito bene) tra partito e potenziali elettori. Ora si aggiunge la constatazione che no, un cacadubbi come il sottoscritto non sarebbe affatto utile alla causa. Per cui, cari ragazzi, vi auguro buon lavoro e ci vediamo ai congressi locali.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Qualcosa di concreto

Occorre crederci davvero, in certe avventure. Ogni giorno il Partito Democratico, ormai ricoperto di pece e piume, ci regala un altro capitolo del suo disastro. Prendere posizione è anche più difficile per un patologico cacacazzi come il sottoscritto, che sostiene Renzi ma è altresì convinto che:

1) vadano formalmente separate le figure di segretario e candidato Presidente del Consiglio.

2) all’elezione del Segretario debbano partecipare i soli iscritti e, soltanto alle primarie per il candidato Pd, tutti i potenziali elettori.

Questo mi parrebbe puro buon senso, in una situazione più serena. Il problema è che lo Statuto attualmente in vigore dice il contrario. In generale, vale la regola aurea per cui le regole non si cambiano a gioco iniziato, e comunque appare evidente come a volerle cambiare ora, prima del congresso e con modalità non chiarite, sia l’area più regressiva dell’apparato, che non si sa se agisca in nome della conservazione del potere o di un più o meno consapevole cupio dissolvi. Un problema di non facile soluzione, che la direzione nazionale ha pensato bene di rimandare a dopo che la Cassazione avrà deciso su B. (lascio a voi il compito di riflettere su una classe dirigente che programma il calendario politico a partire dalle sentenze dei tribunali…).

In tutto ciò, almeno un segnale positivo mi sembra di averlo trovato, e viene da Fabrizio Barca. La mia diffidenza e il mio inguaribile sarcasmo cedono il passo alla stima (saranno il caldo e la stanchezza). Barca si rivela capace di sintesi efficaci e di proposte concrete, nonostante (o proprio in virtù di) una lunga esperienza ministeriale. A partire dall’idea – in questo paese davvero rivoluzionaria – di voler “separare Stato e partito”, Barca propone sei questioni, sei impegni che ogni candidato segretario al PD dovrebbe prendere. Non vi sembrino questioni irrilevanti. Fossi in voi, darei un’occhiata all’agile documento di Barca, qui, e parteciperei al sondaggio.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Tranquilli, nel PD stiamo lavorando per voi (?)

Se a un malato di politica come il sottoscritto ormai appassionano ben poco le disquisizioni sulle differenze ideologiche all’interno del Partito Democratico (socialdemocratici fuori tempo massimo contro liberisti immaginari, ecc.), mi domando quanto possano appassionare l’elettore non identitario, il disgraziato medio alle prese con bollette e bollettini da pagare. Eppure qualche domanda bisognerà pur farsela, in vista del congresso. L’impressione, volendo sviscerare un po’ lo schemino renziani vs antirenziani, è davvero quella di uno scontro tra conservatori e innovatori. Certo, gli innovatori possono non piacere, ma i conservatori sono quelli che hanno portato al disastro del partito, e tuttora vorrebbero dare lezioni di buona politica. Personalmente trovo fuorviante (e offensiva) questa millimetrica misurazione del posizionamento, reale o presunto, dei protagonisti del PD. Davvero mi si vuol convincere che la Bindi o Fioroni starebbero “più a sinistra” di Renzi? O è solo fumisteria ad uso di una base lasciata allo sbando? A me pare abbastanza ovvio. La parte conservatrice del partito crede che sia più comodo lasciare intatti certi equilibri, certe rendite di posizione, certi interessi corporativi, legati o meno alla propria corrente. Si spera in questo modo di conservare il consenso del proprio elettorato (che non è più operaio da quel dì, e grossomodo coincide con l’area del pubblico impiego) senza nemmeno tentare di conquistarne altri. E se anche ci si accorge dell’esistenza dei c.d. non garantiti, di chi non è rappresentato da nessuno, tantomeno dal sindacato, la risposta è la stessa: agire sulle politiche di spesa, magari tornando ad indebitarsi un po’ – garantiti dall’illusione di aver svolto bene i “compiti a casa” e comunque forti del clima eurofobo di questi anni – e drogare la situazione con piccoli interventi non strutturali. Tirare a campare, insomma. E’ una forma di governo debole, una sostanziale rinuncia a governare davvero – e quindi a riformare il Paese – contando piuttosto sugli automatismi del rapporto tra integrazione europea e corporativismo nazionale: gli interessi particolari, ben rappresentati nel Paese, tirano la corda da una parte, Bruxelles la tira dall’altra, e i neodorotei gestiscono il tutto, senza rischiare troppo. Questa è la linea delle larghe intese, cioè del pentapartito 2.0 rappresentato dall’ineffabile Letta, e corrisponde in fondo alla linea “socialdemocratica” di gran parte dell’opposizione interna a Renzi. Davvero paradossale che l’ascesa del sindaco di Firenze venga paragonata a quella – presto rivelatasi nefasta – di Bettino Craxi. Craxi non fu un innovatore, ma un genio della compravendita elettorale attraverso l’indebitamento, più che attraverso la corruzione. E fu abbastanza intelligente da cooptare anche parte della sinistra del PSI una volta raggiunto il potere. Ecco perché la visione del craxiano Brunetta sorridente assieme al “turco” Fassina non stupisce, se il nome Claudio Signorile vi dice qualcosa. In tutto ciò, quasi dimenticavo Pippo Civati (#CivatsRegal) e Fabrizio Barca, il primo impegnato da mesi a corteggiare il Movimento 5 Stelle, il secondo a proporre le sue capacità di tecnocrate per riorganizzare il partito. La demagogia gentile di Civati mi infastidisce molto, i tecnicismi di Barca mi affaticano un po’. Certo mi rendo conto che i renziani non vogliono o non possono impegnarsi a fondo nel rinnovamento del partito, e qualcuno dovrà pur farlo assieme a loro. Per il momento la confusione è grande sotto il cielo, e la situazione è tutt’altro che eccellente.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,

Cerchiamo una sintesi

Ci aspettavamo la riforma elettorale e pochissimo altro, da questo governo, che sarebbe dovuto durare pochi mesi. Ci tocca invece accettare che duri cinque interminabili anni, durante i quali metterà mano alla Costituzione. Tanto vale discuterne, con tutto lo scetticismo necessario, perché in Italia, se non altro, le grandi promesse/minacce dei PdC di turno diventano il pretesto per discutere e chiarire la propria visione. In questi giorni di dibattito sulle riforme – un dibattito comunque all’italiana, cioè schematico e superficiale, e diretto “a nuora perché suocera intenda” – uno dei temi più caldi è senz’altro quello del presidenzialismo. In tutta onestà, in merito non ho ancora le idee chiare, ma trovo insopportabile che il solito clima da scontro di civiltà impedisca di ragionare serenamente sulla possibilità di cambiare l’assetto istituzionale, una possibilità prevista dai padri costituenti, gente molto più sveglia di qualunque nostro attuale rappresentante. Piero Calamandrei e Leo Valiani erano presidenzialisti (all’americana), come ricordato da molti e del resto, in democrazie molto più antiche e solide della nostra, il Presidente viene eletto dal Popolo. «Ma quelli sono paesi normali, mica è l’Italia!», viene detto. Da noi, ad esempio, manca ancora una destra che possa essere definita liberale. Sarebbero “liberali” i pidiellini che blaterano del carisma del loro leader, agitando i milioni di voti presi come una licenza a fare un po’ il cazzo che pare a loro? Non stupisce quindi l’automatica reazione dei vari Zagrebelsky e D’Arcais, che identificano la riforma in senso presidenzialista con la fine della democrazia e l’instaurazione di un nefando cesarismo, nel quale Cesare è sempre (e per sempre, tanto è ormai assolutizzata la sua presenza nelle menti) il solito stramaledetto B.

L’ossessione dunque permane. Alla base dei timori girotondini sulle riforme istituzionali c’è il rischio che gli Italiani, cioè il Popolo, quello a cui appartiene la sovranità, quel cesare lì se lo scelgano davvero, come hanno fatto svariate volte negli ultimi vent’anni. Mi pare ovvio che questi timori possiedano delle implicazioni assai pesanti, che vanno ben oltre la sacrosanta avversione al caimano: non lo ammetteranno mai esplicitamente, ma parte dei nostri soloni neogiacobini non vedono la nostra Costituzione tanto come uno straordinario strumento per aumentare progressivamente il grado di democrazia in questo Paese, quanto come un insieme di norme che limitano la possibilità del Popolo di farsi male. Un dispositivo di tutela per un Popolo immaturo – o per la parte immatura del Popolo, ecco. Una visione più elitista che ‘de sinistra’, in tutta onestà. E perdente. Alcuni intellò marxisti, all’indomani del successo di Grillo, imputavano alla Sinistra il rifiuto dell’idea di carisma, e non avevano tutti i torti. Il loro torto consiste nel rimanere affascinati dal buffone di Genova (come i socialrivoluzionari del ’15 rimasero affascinati dal buffone di Predappio). Ma il discorso sul carisma andrebbe ripreso, senza troppi strepiti. Piaccia o no, chi in questo momento può usare il mezzo del carisma per portare la Sinistra a cambiare questo Paese è sempre lui, Matteo Renzi. Renzi ha capito che non ha senso cercare di conquistare l’elettorato identitario (al quale, a mio modo e su posizioni riformiste, potrei appartenere io stesso), quanto la massa dell’elettorato post-ideologico – o”post-politico” – sulla quale le retoriche della sinistra tradizionale non riescono assolutamente a far presa. I non garantiti, i membri della società atomizzata, sempre più numerosi, sono loro il bacino di consenso che può far governare una sinistra fisiologicamente minoritaria. Altrimenti, ciccia. Opposizione ad infinitum – prospettiva che sembra piacere a troppi, in particolare ai detrattori di Renzi.

Eppure certe riserve, al di là di quelle di ordine puramente estetico, vanno comprese, e io le comprendo benissimo. La tradizione in cui sono cresciuto trova nella discussione politica un momento rituale e prevede l’elaborazione di un apparato teorico tutto interno alla sfera politica. Molti di noi sono cresciuti a pane e politica hard, fatta del suo gergo e delle sue categorie. E’ evidente che il lessico e la retorica di Matteo Renzi sono molto diversi da quelli cui siamo abituati. Un certo tipo di approccio, nato nel mondo anglosassone, per cui la politica e la comunicazione politica sono insiemi grossomodo coincidenti, un parlare per slogan che rischia di dare un’impressione di inconsistenza, provocano sconcerto in molti (non solo e non tanto tra i più anziani). E l‘idea per cui il governo di un Paese sia soprattutto una faccenda di problem solving, e quindi che il dibattito politico vada deideologizzato (ma attenzione, la riflessione sull’autonomia del politico non parte certo da Renzi…), causa nella sinistra identitaria un senso di spaesamento e di vertigine a livello del singolo elettore o militante, che non trova più i propri punti di riferimento, non riconosce più, per così dire, la porta di casa. Certo, se l’identità ha bisogno di essere rinchiusa dentro un contenitore stagno per essere preservata, sorge il sospetto che si tratti di un’identità fragilissima, che non regge (più) il confronto col reale. Questo è l’equivoco di fondo, a mio modesto avviso: considerare il partito non in quanto strumento fondamentale della vita democratica di un Paese, ma in quanto contenitore esclusivo della propria identità politica. Proprio perché sono molto scettico rispetto alle espressioni “partito leggero” e “partito liquido”, e rimango assai tradizionalista rispetto alle forme di rappresentanza che un partito esprime, non mi piace per nulla l’idea di un partito-reliquiario. 

A parte alcune grandi debolezze programmatiche (il tema dell’industria pesante in Italia mi sembra colpevolmente eluso, ad esempio), il vero grande problema con Matteo Renzi sta proprio nel suo rapporto con la forma-partito. Il sindaco di Firenze – che rivendica con fierezza la sua esperienza di amministratore – non mi è mai sembrato davvero interessato al PD, né a quello presente né a quello potenziale. Dopo le primarie, Renzi ha dato l’impressione di stare a guardare e ormai l’idea del “rendersi utile”, nella sua vaghezza, non si può davvero più sentire. Non ci si “rende utili”, si lotta per affermare la propria linea, e lo si fa dall’interno del partito. Questa almeno era la situazione sino a non troppi giorni fa, prima della repentina decisione di Renzi di correre per la segreteria al congresso, decisione legata evidentemente alle dichiarazioni di Letta sulla durata del suo governo. E’ chiaro che cinque anni son troppi anche per il giovane Renzi. Tenere insieme per molto tempo un gruppo di lavoro, senza risultati, non è facile. E quindi, mancando troppi anni alle prossime elezioni, conquistare il partito diventa necessario. La speranza ora è che nessuno confonda le primarie con il congresso, e che quest’ultimo sia invece quello che deve essere, un momento insostituibile di dibattito e di sintesi sul’idea di partito e soprattutto sull’idea di società. Non una conta, al termine della quale si cacciano i perdenti. Nel PD che vorrei ci dovrebbe essere spazio per posizioni anche molto distanti, come era (e in parte è ancora) nel Labour, fatto salvo il principio per cui chi esce vincitore dal congresso detta la linea. Forse, in questa distanza dal partito che si percepisce in Renzi c’è una scelta precisa, forse dipende dalla natura della sua formazione politica, di certo dall’ostilità dimostratagli dall’apparato, fatto sta che a mio avviso potrà e dovrà testare le sue capacità di leader facendo ciò che gli piace meno, e cioè mettere le mani nella merda e nel sangue del PD.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,