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Caro Centrosinistra, il tempo stringe

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Dopo ogni elezione, il tentativo di molti politologi e di tutti i notisti politici è un po’ quello dei fisici teorici: si cerca la spiegazione più elegante e sintetica, si cercano la simmetria, l’ordine, l’idea unificante che tenga assieme tutti i pezzi. La cosa riusciva abbastanza facile sia al tempo dei grandi partiti di massa e delle grandi narrazioni politiche, durante la Prima Repubblica, sia durante la Seconda, ai tempi del nostro bipolarismo imperfetto. Oggi non è più così semplice, a mio avviso, nonostante le letture prevalenti diffuse in queste ore. Un po’ tutto il ceto dirigente di centrosinistra sembra concordare su un punto: «La nostra gente» è stufa di battibecchi, litigi e scissioni. Naturalmente all’interno del PD si accusa la guerra di logoramento condotta dagli antirenziani, mentre questi ultimi danno la colpa agli strappi di Renzi. Onestamente, la Teoria dell’Eccessiva Litigiosità a Sinistra, che esaspera l’elettore e lo fa restare a casa, mi convince solo in parte. La storia della Sinistra è tutta uguale, dalla Prima Internazionale ad oggi. Le rotture spostano voti di qua e di là, ma in questo caso stiamo parlando non di voti spostati, ma di voti scomparsi tra astensione, m5s e centrodestra a trazione leghista. Le divisioni fanno perdere la Sinistra, si ripete. Verissimo. I fatti però ci dicono che l’unità è una condizione necessaria, ma niente affatto sufficiente. A Padova, Sergio Giordani, amico dell’ex sindaco bersaniano Zanonato e sostenuto al ballottaggio dalla coalizione civica alla sinistra del PD, batte Bitonci forse solo per la debolezza di quest’ultimo. A Genova – la sconfitta che pesa di più, nonostante gli androidi renziani la mettano sullo stesso piano della vittoria a Molfetta – l’unità non è bastata, né è bastato un candidato di sinistra-sinistra come Crivello, che forse ha pagato il fatto di essere stato assessore di Doria. A Sesto S. Giovanni, un tempo – ormai lontanissimo – Stalingrado d’Italia, Monica Chittò aveva il sostegno più ampio possibile, dalle civiche a Rifondazione, ma non ce l’ha fatta.

Certamente esistono questioni locali che andrebbero sviscerate, ma noi, come premesso, vogliamo la teoria unificante, ne abbiamo un gran bisogno per muoverci nel caos di quest’epoca orribile. Una traccia da seguire, ahinoi, è senza dubbio quella della paranoia legata all’emergenza migranti e al terrorismo islamista. Lo sanno gli ex ras della Ditta Bersaniana: bloccati in una sorta di emiparesi, metà volto sorridente per la tranvata subita dall’arcinemico Renzi, metà dolente per la crisi della Sinistra nel suo insieme, insistono, come abbiamo detto, sui danni della svolta destrorsa del PD. Certamente, non ci stancheremo mai di scriverlo, le persone preferiscono sempre gli originali alle brutte copie. Vale per il vestiario e i gadget tecnologici, vale anche per il mercato delle idee. Imitare la destra, ad esempio sul tema dell’immigrazione, serve soltanto a confermare le paranoie dell’elettore impaurito. E si comprende perfettamente lo sconcerto dei bersaniani di fronte ad ampie porzioni del «nostro popolo» che – in periferia come in centro – dimostrano preoccupanti tendenze xenofobe. Il problema è che a questa constatazione non fa mai seguito un’analisi puntuale slegata dalla propaganda. La crisi della Sinistra è iniziata alcuni decenni fa, quando all’idea di emancipazione – anche culturale – della classe operaia si sono sostituiti l’assistenzialismo e la gestione dei clientes. Ovvio che un legame di questo tipo non possa resistere alla crisi del debito sovrano. Ma se il vecchio tesserato nato politicamente nel PCI comincia a desiderare “pulizia” nel suo quartiere e a preferire Salvini a Renzi, nonostante gli orridi decreti Minniti e le tante uscite censurabili su migranti e sicurezza, la colpa è di Renzi? Purtroppo, la prima delle Grandi Tradizioni di Sinistra abbandonate dagli ex figiciotti sembra essere quella dell’autocritica.

Naturalmente l’arroganza non difetta nemmeno al Segretario. Poco interessato alla campagna delle amministrative, terrorizzato dal calo dei consensi, Renzi vive la frustrazione più grande della sua carriera politica: essersi preso definitivamente il partito, privo ormai di opposizione interna, soltanto per scoprire che quel partito è un limite alle sue ambizioni. Lo immaginiamo guardare a Macron mangiandosi le mani. «Che bischero! Se solo avessi fatto un partito mio!». Non sarebbe cambiato granché, forse, comunque ora è troppo tardi. Il capitale del carisma è stato già speso, resta da capire se nei prossimi mesi la via seguita sarà quella dell’arroccamento, che, nella migliore delle ipotesi porterà nel 2018 a un fragile governo di larghe intese, o il passo indietro di un Renzi che resta segretario rinunciando alle prossime primarie per il leader di coalizione. Nel frattempo, la Destra torna a serrare i propri ranghi e a recuperare parte del suo elettorato divenuto grillino. Il m5s, raggiunto il limite fisiologico dei consensi, è infatti all’inizio della sua parabola discendente e si avvicina la resa dei conti tra chi vuole governare e chi si accontenta del teatrino e del lauto stipendio di parlamentare. Quando quel terzo polo collasserà, la Sinistra – tutta – potrà decidere se far governare la Destra per un altro decennio o no. Ma forse quella decisione è già stata presa.

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Tre risposte al populismo, una peggio dell’altra

Partiamo da casa nostra – casa dello scrivente, perlomeno – e cioè dal Partito Democratico. Le nostre paure circa il tentativo di rincorrere i populisti si stanno concretizzando. Non è più soltanto questione di addossare all’Europa le proprie mancanze, o di menarla col taglio della politica – espressione di per sé allucinante. Qui il PD e la maggioranza uscente renziana si stanno giocando la carta più sporca, quella dell’immigrazione e della sicurezza. Minniti regala il daspo urbano ai sindaci e agita le cifre dei previsti rimpatri come un venditore di pentole in tv e gli ex DS in quota Renzi si affrettano a cercare paralleli col Piccì del compagno Pecchioli, amico dei poliziotti, mentre la segreteria metropolitana di Venezia invia a noi iscritti una “nota sul tema immigrazione” che si apre in questo modo:

«L’accoglienza e l’integrazione restano i caratteri distintivi del profilo politico del PD, ma vanno meglio coniugati con il rispetto delle regole e delle nostre tradizioni, restituendo serenità ai concittadini, troppo spesso preoccupati dagli effetti dei processi migratori».

Non c’è molto da commentare. Vorrei poter dire che nei circoli questa retorica destrorsa ha provocato grande sconcerto. Purtroppo è vero solo in parte. Tanti iscritti, anche nella cosiddetta sinistra interna, la pensano esattamente così. Siamo curiosi di vedere sino a che punto si spingerà questa mirabolante strategia mimetica. L’esperienza ci dice gli elettori, potendo scegliere, scelgono sempre l’originale. All’esterno del PD, così vicini eppure così lontani, gli scissionisti di Articolo Uno proseguono la loro discesa nel pozzo nero della politica. Bersani – il «Gargamella» sputazzato e coperto di pece e piume da Grillo nel 2013, dichiara di preferire il m5s al partito da lui fondato. Secondo Pigi, il M5S – non il PD – sarebbe «un argine alla deriva populista». E attenzione a criticare i grillini, perché se questi si indebolissero, «arriverebbe una robaccia di destra». Loro sono «una forza di centro», così Pigi interpreta il loro essere “né destra né sinistra”.  L’uomo è evidentemente in confusione, ma a questo punto abbiamo davvero finito ogni residuo di rispetto e pietà. A difendere il bettolese ci pensa comunque quel purissimo mandarino democristiano di Enrico Letta, che dalla sua cattedra a SciencePo prepara il terreno per il suo rientro:

«Stiamo attenti: Erasmus è sicuramente un’esperienza felice, ma è anche il simbolo dell’elitismo dell’Europa. Questo è un concetto centrale nel dibattito europeo di oggi, perché l’Unione viene vista da larghe fasce di popolazione come un’istituzione fredda, che parla solo ai vincenti, ai cosmopoliti, a coloro che sono contenti della globalizzazione perché hanno studiato, viaggiano, conoscono altre lingue. Quelli che fanno l’Erasmus».

Un po’ di paternalismo da buon borghese non costa nulla, ma serve a far dimenticare i tempi – era appena ieri – in cui Letta figurava nelle liste degli storditi complottisti come membro del club Bilderberg. Infine, la truppa terzista-fogliante e gli house organ ufficiosi del renzismo (Il Foglio, IL, Rivista Studio, ecc.). I commentatori di quest’area non hanno retto alla botta del referendum e da tre mesi ormai alternano le crisi isteriche alla tentazione del cupio dissolvi. A titolo di esempio, il pezzo di Angelo Panebianco sul «Corriere» dell’altroieri sembra comunicare una resa al destino cinico e baro:

«A causa della delegittimazione delle istituzioni rappresentative, la classe politica, in questo Paese, è in balia di burocrazie, amministrative e giudiziarie, che hanno ormai preso il sopravvento».

Cattiva politica e corruzione sarebbero allucinazioni collettive frutto dei «sommari processi mediatici», dice in sostanza Panebianco, asserragliato nel Fort Apache del suo colonnino. Chi siano i responsabili, il professore non lo dice, la sua accusa rimane generica, caratterizzata dal fatalismo: l’Italia è un paese costitutivamente illiberale, e non ci possiamo far niente. È Francesco Cundari su «Rivista Studio» a rivelare i nomi dei colpevoli: il populismo e l’antipolitica stanno vincendo a causa di (rullo di tamburi) La Casta di Sergio Rizzo e Giannantonio Stella. Eh sì. È tutta colpa di un libro in cui sono messi in fila sprechi, privilegi, inefficienze e corruzione (immaginari?) del nostro Belpaese:

«Se una cosa ci ha insegnato, infatti, questo decennale e praticamente ininterrotto dibattito sui prezzi del barbiere di Montecitorio e la deducibilità della biancheria intima nella Regione Piemonte, è che non devi chiederti di cosa parla la Casta. La Casta parla di te».

Per Cundari, tutti fanno parte della Casta, «noi che scriviamo e voi che leggete». Io lo so che Cundari non si rivolge a me, ma a un certo numero di amici residenti nei dodici rioni di Roma. So che non basta leggere un articolo di «Rivista Studio» al mese per diventare «opinionisti a trecentosessanta gradi, virtuosi della nullafacenza, accolita di dolenti eruditi». Eppure la voglia di rivendicare qualche privilegio rimane. (A che porta si deve bussare?). Questo è dunque il panorama delle «ricette riformiste» in risposta all’ascesa di Grillo, Salvini e fascisteria varia. Le opzioni principali sono tre, come abbiamo visto: scimmiottare, lisciare il pelo, vivere nella negazione. Sta a noi decidere di che morte morire.

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Trump e la mia raccolta differenziata

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Una tragedia americana, titola il “New Yorker”. Certamente i primi a pagare la vittoria di Donald Trump saranno gli Americani, ma questa tragedia è anche nostra. Basta volgere lo sguardo alla variopinta canea che in queste ore, in Italia, sta festeggiando. Ci sono tutte le destre, conservatrici, neofasciste e postmoderne, dal Movimento 5 Stelle alla Lega di Salvini passando per CasaPound, ci sono i rossobruni e gli zombie stalinisti. Tutti naturalmente fan di Putin, al quale un’America isolazionista fa molto comodo. Ora sarà più facile per la Russia spadroneggiare su e giù per l’Eurasia, e una Russia che spadroneggia piace alla nuova destra – così chiamavamo negli anni ’90 quelli che oggi sono definiti “populismi”, ricordate? – anche per motivi strettamente pecuniari. Di fronte a questa situazione, è consolante sapere che anche tanti esponenti della minoranza PD, e in generale tanti riformisti all’immediata sinistra del partito, non siano granché preoccupati, ma fatichino anzi a nascondere una certa soddisfazione. I piccoli lazzi, i sarcasmi da social di Miguel Gotor, di Chiara Geloni e di tanti altri dimostrano una volta per tutte le qualità umane, prima che politiche, di una parte importante del personale politico della Ditta. Persone che di fronte a uno sconvolgimento globale non riescono ad uscire nemmeno per poche ore dalla loro ossessione per Renzi. Ma non avevamo bisogno che Trump vincesse per decretare la marcescenza degli intellettuali organici.

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Richiuso il cassonetto dell’umido, facendo attenzione al percolato gocciolante, passiamo a setacciare i ferrivecchi, le lattine schiacciate e la frantumaglia vetrosa della Vera Sinistra, che non gioisce ma tenta disperatamente di piegare la realtà ai propri schemini. «E’ colpa dell’austerity e delle politiche razziste», scrive una signora su twitter, e non si capisce se si riferisca allo stimulus keynesiano del 2009, a Obamacare o all’Equality Act, tutte iniziative politiche promosse o sostenute dal primo Presidente nero della storia degli Stati Uniti. Enrico Rossi e Bersani, dal canto loro, sono certi che Trump abbia vinto perché la Clinton ha proposto ricette da “Terza Via” anni ’90, mentre in questa fase occorre “più sinistra”. Bernie Sanders, lui sì avrebbe potuto “unire il popolo americano”, scrive il governatore della Toscana. Che le proposte di Sanders per salvare la classe operaia americana, fatte di protezionismo spinto, fossero pressoché identiche a quelle di Trump (e di Salvini) è un dettaglio irrilevante per Rossi e Bersani, come il fatto che i ceti più poveri – e tra di essi gli immigrati – abbiano votato Hillary Clinton. Per la sinistra tra la via Emilia e l’Arno, l’America è ancora tutta da scoprire. Il razzismo e le tradizioni culturali lontane dal proprio universo politico non sono compresi, sono anzi rimossi dai nostri ex figiciotti, incapaci di andare oltre il loro materialismo storico da trattoria. Riempita la campana vetro-plastica-lattine, è il turno di carta (stampata) e cartone. Cronisti all’affannosa ricerca di un senso, di una descrizione sintetica, di una toppa con la quale ricoprire un pronostico sbagliato. Chi creda che il mondo conosciuto finisca alle mura aureliane può tentare un rischioso paragone con le nostre amministrative e col tema delle periferie dimenticate dalla Sinistra. Più attrezzati i quarantenni partiti da Monteverde per una laurea americana, ma quanti di loro si sono mai spostati da NYC per andare ad intervistare un farmer dello Wyoming e scoprire che no, al bovaro non piace Obamacare, non gli piacciono le imposizioni, odia i socialisti e gli intellettuali liberal e per lui il welfare è soltanto un altro modo in cui l’odiato Stato Federale si occupa della sua vita. Come se poi l’America si riducesse a due tipi umani, il farmer razzista e l’intellettuale liberal. Purtroppo, è un posto molto più complicato di così. Ah, come sarebbe comodo scrivere il proprio pezzo senza uscire dal Raccordo Anulare, basterebbe al limite tirare giù dal letto il vecchio amico americanista per chiedere in prestito un’immagine, una metafora, una formula…«Dunque…Trump è riuscito a garantirsi una connessione sentimentale…aspetta, ma questo non è Gramsci?» «E come, no? Tu usala, ché va sempre bene!» «…una connessione sentimentale con il popolo americano…no, aspetta, che ne dici di America profonda?» «Stupenda! Daje

La foto è di Elvert Barnes.

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Il referendum e la piccola guerra di coltello nel PD

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Incontro Laura Fincato, tra i fondatori del PD e attuale Presidente dell’aeroporto di Rimini, all’imbarcadero del “2” alla Giudecca. Siamo iscritti allo stesso circolo, dove ormai non la si vede più. Mi sfogo con lei per l’andazzo nel partito, esagerando un po’, tanto per tastare il terreno. Sono davvero inviperito per come i vertici stanno gestendo la faccenda del referendum. Già la riforma è uscita bruttina, ma che si chieda ai militanti di fare campagna per il Sì senza averla seriamente spiegata nei circoli – le iniziative sono partite soltanto dopo che la data è stata fissata – beh, questo io lo trovo insultante. Poi, chiaramente, le dico, io voterò Sì, per varie ragioni. La Fincato invece voterà No. Cita l’opinione «dei costituzionalisti», non entra nel merito del testo, ma si affretta a precisare che la sua non è una scelta dettata da ragioni di corrente: «mica per Bersani, eh!»
Certo che non è «per Bersani», e come potrebbe esserlo? È tempo di levare dalle spalle di Pierluigi Bersani il fardello del prestanome. Già ottimo amministratore e ottimo ministro autore delle note lenzuolate, Bersani è esattamente questo: più che il rappresentante, il prestanome della Ditta. La sua storia politica e personale ne avevano fatto il candidato ideale a guidare il partito mai nato, unione dei portafogli elettorali dei cattolici progressisti e degli ex comunisti (con l’aggiunta di qualche socialista, tra i quali Laura Fincato). Misurato, ragionevole, moderato sino a tempi recentissimi, in cui ha sostituito la bonarietà con una rabbia non sua. Lasciamo stare quindi Bersani, che meriterebbe, sia detto senza alcuna ironia, un po’ di riposo, e guardiamo al gruppo nel suo insieme. Gli ex PCI – e gli ex figiciotti degli anni ’70 in particolare – a suo tempo hanno messo le sedi e la macchina del partito. Peccato che, già prima della fondazione del nuovo soggetto, le sedi avessero cominciato a svuotarsi – tanto che ultimamente le varie Fondazioni Rinascita sparse sul territorio hanno cominciato a monetizzare quel patrimonio immobiliare – e la macchina complessiva a ingripparsi. È a quel punto che emerge il rozzo fiorentino, il quale rompe il patto tra cattolici e postcomunisti, smarcandosi dagli eredi della stessa Sinistra DC. Lui e i suoi amici – vecchi e nuovi – si prendono tutto. Partito – a dire il vero un po’ di malavoglia – e Governo. Secondo l’uso tradizionale del Partitone, i conflitti interni vanno risolti con la massima discrezione. Coltellate all’inguine se necessario, ma sempre nel chiuso delle stanze, mai in pubblico. In pubblico sono consentite soltanto le punzecchiature sarcastiche per le quali Massimo D’Alema è così amato – soprattutto dai cronisti politici. In pubblico la parola chiave è unità. «Fedeli alla linea» – anche quando la linea è uno scarabocchio, e rispettosi della disciplina di partito. Queste le regole della ditta (o, meglio, del clan), che per Renzi naturalmente non valgono più. Renzi dev’essere eliminato, e non perché avrebbe causato grandi strappi «tra la nostra gente» (per inciso: D’Alema e gli altri il contatto con la «nostra gente» l’hanno perso da quel dì), né tantomeno per questa riforma pasticciata ma innocua, che è riuscita a mobilitare energie contrarie degne davvero di miglior causa. Renzi dev’essere punito semplicemente perché ha sgarrato, perché si è messo contro il clan. Un clan ormai declinante, a dire il vero, che di questo variegato fronte del No rappresenta una porzione marginale. Ma l’autopercezione gioca brutti scherzi, quando gli ego – e gli interessi personali – sono smisurati. E così può capitare di credersi – o di spacciarsi – per avanguardia di fantomatiche resistenze, di blaterare di difesa della Costituzione, mentre di fatto si lavora da utili idioti di ogni destra possibile. Come da tradizione, del resto.

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Cari compagni dell’ANPI, sicuri che questo sia ancora antifascismo?

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Tra le tante case in cui ho abitato qui a Venezia c’è stato anche un umido bugigattolo nei pressi di via Garibaldi, cuore di Castello, sestiere operaio dai tempi in cui l’Arsenale era fabbrica nella città viva – e non vetrina di idee come durante le biennali. A pochi passi dalla mia porta, il 3 agosto 1944, sette giovani antifascisti vennero fucilati dai nazisti. A loro è dedicata riva Sette Martiri, già riva dell’Impero – alla quale sino a pochi anni fa attraccavano le navi da crociera (ma questa è un’altra storia). Girato l’angolo, sbucando in via Garibaldi, passavo ogni giorno davanti alla sede della piccola sezione ANPI, tenuta aperta da alcuni anziani – non tutti ex resistenti, per evidenti ragioni anagrafiche. Il tempo scorre inesorabile, al punto che, sessant’anni dopo la guerra di Liberazione, riva Sette Martiri era diventata location della bizzarra e un po’ inquietante adunata leghista, il “Raduno dei popoli padani”. Il Palco addobbato di verde veniva montato lì davanti alle sette fiammelle accese sotto alla lapide dei partigiani. A placare l’inquietudine e l’indignazione non bastava il ricordo di un Bossi antifascista (almeno a parole, presto rimangiate: «la Lega con i fascisti, mai!»), visto che il leghismo ha sempre rappresentato quanto di più lontano ci possa essere dai valori della Resistenza, anche senza contare i neofascisti mai pentiti confluiti nell’autonomismo negli anni ’80, Borghezio in testa, e la nuova linea “eurasiatista” del miracolato Salvini. Vivere accanto a un luogo della memoria nell’anno del 150° anniversario dell’Unità, vedere quel luogo in qualche modo profanato dalle orde fascioleghiste. Insomma, tutta questa serie di coincidenze spaziali e simboliche, nel 2011 hanno fatto sì che mi iscrivessi all’ANPI. Non ho fatto la tessera perché bisognoso di una certificazione del mio antifascismo, ma perché convinto del valore della testimonianza – si dice così, no? I partigiani invecchiano e passano a miglior vita, i loro figli e nipoti hanno il dovere di portare avanti i valori repubblicani, democratici e antifascisti. Questo credevo, sebbene non credessi più da tempo alll’antifascismo più o meno militante come sinonimo di democrazia  – anche senza scomodare Flaiano. Non importava, perché «il valore della testimonianza» è troppo grande per lasciar posto ai dubbi.

Mi sono sbagliato, come tante altre volte in vita mia, e pazienza. L’aver aperto le iscrizioni a qualunque cittadino maggiorenne dichiarante il proprio antifascismo non ha contribuito a diffondere la memoria della Resistenza, ma ha decretato semplicemente la sostituzione della cultura antifascista dell’ANPI con quel pastone ideologico postmoderno di cui le generazioni attuali si ingozzano quotidianamente attraverso la Rete. Se la sinistra di sistema si ricorda di essere antifascista soltanto il 25 aprile, quella all’opposizione se ne ricorda persino quando va al cesso, chiedendosi se pisciare in piedi possa o no rappresentare un’offesa alla Costituzione. O se gli Ebrei abbiano il diritto di sfilare alla Festa della Liberazione. All’interno dell’ANPI, la vecchia cultura istituzionale del PCI, che dovrebbe essere rappresentata dal Presidente Smuraglia – ahinoi, adeguatosi al nuovo andazzo – è pressoché estinta. Al suo posto, un massimalismo parolaio tutto schiacciato sul presente, che usa l’associazione come strumento e la sua eredità storica come fonte di legittimazione. Da una parte parte i c.d antagonisti, che pure hanno avuto qualche screzio con l’ANPI nazionale a proposito dei noTAV come «nuovi partigiani», e dall’altra naturalmente il meraviglioso universo grillino, nel quale, grazie al decervellamento generale (e alla prevalenza del cretino anche a Sinistra), si pretende di tener assieme una piattaforma da Destra Nazionale e figure simboliche come Pertini e Berlinguer. In alcune sezioni in giro per l’italia, questa metamorfosi dell’ANPI si è vista meglio che in altre. Ad esempio qui a Venezia, città di spiriti militanti e di fiere rivendicazioni identitarie, in cui le minoranze rumorose – grazie alle doti spettacolari ereditate dalla grande tradizione teatrale cittadina – hanno sempre contato un po’ più del loro peso elettorale effettivo. Giusto un anno fa, subito dopo la prima dura presa di posizione del direttivo nazionale rispetto all’Italicum, la nuova anima dell’ANPI è uscita definitivamente allo scoperto. Un comunicato apparso sul web e inviato a tutti gli iscritti chiudeva così:

«A tutti i parlamentari che hanno detto sì a questa legge, l’ANPI 7 Martiri di Venezia ricorda che hanno ignorato i valori per cui hanno lottato e sofferto quei Partigiani che solo dieci giorni prima, nel settantesimo della Liberazione, in quella stessa Aula, hanno testimoniato la loro fede nella Costituzione e nella Democrazia. Per queste ragioni, l’ANPI Venezia ritiene che la scelta fatta da quei parlamentari rende incompatibile con i principi statutari, la loro permanenza nell’Associazione».

Una piccola svista redazionale chiariva l’origine del comunicato. Il file di Open Office allegato all’email a noi iscritti conservava ancora una nota di revisione recante il nome di Gianluigi Placella, “cittadino prestato alla politica”, già consigliere comunale del M5S. A quel punto avevo già preso la mia decisione. Ho scritto quindi una letterina al direttivo locale chiedendo di essere eliminato dall’anagrafe degli iscritti, motivando la mia uscita con l’insopportabile “deriva tribunizia” dell’associazione.

E veniamo a queste ultimi deprimenti settimane. Dopo l’Italicum, la riforma costituzionale e il dibattito – finora assai superficiale – sul “combinato disposto” tra le due, le nuove, sempre più dure prese di posizione dell’Associazione e il botta e risposta tra questa e il Governo. Colpisce e fa male la reazione di Pier Luigi Bersani, che credevo uomo di buon senso. Non so decidermi: è peggio pensare alla malafede o ad un’improvvisa epidemia di analfabetismo funzionale? Maria Elena Boschi era criticabile per il colpo basso su CasaPound (e qui l’abbiamo criticata senza sconti), ma in questo caso si è limitata a rilevare un fatto incontrovertibile: a votare Sì alla riforma saranno anche alcuni “veri partigiani”, cioè alcuni veri resistenti del ’43-’45. Pochi o molti – ma il numero non dovrebbe contare in una cultura che fu assolutamente minoritaria durante il fascismo – essi hanno combattuto per liberare l’Italia, al contrario di qualche cazzone cinquantenne grillino o rifondarolo autoproclamatosi difensore della Costituzione. E persino tra gli antifascisti che la guerra di liberazione non l’hanno fatta c’è qualche dissenso. Il segretario del mio circolo PD, a titolo di esempio, presenzierà ai gazebo dei comitati per il Sì con il suo fazzoletto dell’ANPI al collo. (Per la cronaca, non si tratta di un renziano). A questo punto la riforma in sé – davvero un ben misero spauracchio – non è più la questione principale. E forse la questione non è neppure più politica in senso stretto, ma morale. Perché è lecito domandarsi che moralità possa avere chi usi il sangue della Resistenza nella sua piccola, miserabile battaglia contro una maggioranza di governo non gradita, sebbene pienamente legittimata proprio dalla nostra Costituzione, «democratica e antifascista». Siamo solo all’inizio, perché da qui ad ottobre raggiungeremo, ne sono certo, bassezze davvero inusitate.

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