Era la baia più bella del Giappone

Era la baia più bella del Giappone, e il poeta Matsuo Basho (1644-1694), il maggior compositore di haiku, come tanti altri prima e dopo di lui, ne era incantato. Quando arrivò a Matsushima restò sorpreso da tanta bellezza e si ritrovò senza parole per descriverla. Così, scrisse un haiku autoironico divenuto famosissimo: «Matsushima, ah! / Ah, ah, Matsushima! Ah! / Matsushima! Ah!»,

L’articolo me l’ha segnalato mio padre, che ogni tanto si ricorda di inviarmi gli haiku che compone. Di fronte a più di ventimila tra morti e dispersi, un disastro nucleare del quale si stanno ancora valutando le conseguenze e un paese intero messo in ginocchio è forse di cattivo gusto ricordare anche la Bellezza e l’anima di un Paese tra le vittime di una catastrofe? Non credo.

Edoardo Sanguineti 1930-2010

“Lette accanto a quelle di Pagliarani e di Majorino (o anche di Amelia Rosselli) le poesie di Edoardo Sanguineti fanno subito un’ impressione di disinvoltura e scioltezza ludica maggiore: niente di sarcastico e di drammatico, come se l’autore ci tenesse a esibire un massimo di consapevolezza preliminare, una consapevolezza storico-critica, politica, marxista, dialettica, che prevede già tutte le risposte a tutte le domande, non si turba né si commuove, tutt’al più (e ci tiene molto) si diverte. Le sue poesie, perciò, sembrano deduzioni ludico-dialettiche e variazioni illustrative di una coscienza perpetuamente in crisi critica, eppure (e per questo) in larga misura pacificata. Il gioco poetico dunque, nelle sue apparenze ipercritiche, ha smesso di correre rischi e di temere cadute dolorose. In Corollario per esempio, libro del 1997, abbiamo in epigrafe, come primo pezzo, un’esemplificazione gustosamente didattica del poeta inteso come acrobata, funambolo, fachiro e volteggiante esibizionista della verbalità. Ma i rischi di questa acrobazia sono appunto neutralizzati in partenza, perché qualunque cosa accada la lingua poetica di Sanguineti è in grado di accogliere tutto, spiegare tutto, tenere lì ogni lapsus ed errore: il poeta-acrobata si rialza sempre illeso e ricomincia come prima. Con questo metodo e dati questi presupposti di ideologia e linguaggio, la poesia di Sanguineti, dopo le prime prove degli anni cinquanta e sessanta, così ultimative e in apparenza drammatiche, si è moltiplicata e replicata felicemente di libro in libro senza sostanziali sorprese ma neppure senza gravi cadute di livello. Il consapevole, onesto crepuscolo del piccolo borghese marxista d’avanguardia sembra essere diventato, da storico, metafisico: la sua mezza luce non tramonta mai, tutto resta bloccato nell’attesa della rivoluzione, evento ormai metastorico ereditato e conservato ideologicamente da Sanguineti nella formazione anarco-comunista della prima metà del Novecento, Sanguineti non accetta di andare oltre. Ma non è il cuore ideologico della poesia di Sanguineti ciò che la produce. Sanguineti è un seguace di Lukács e Brecht che lavora poeticamente con gli strumenti di Pound e di Breton, cioè l’intarsio culturale e l’automatismo. Smembra, dilata, spezza, condensa, sospende gli enunciati. Non si emoziona mai. E’ prigioniero del comico e del grottesco, in cui sa raggiungere risultati notevoli. Mostra l’interiorità borghese e post-borghese come un deposito surreale di detriti storici, pensieri malformati, sogni già reificati e divorati dagli appelli pubblicitari, dall’estetica della merce: un caos enumerativo e iperletterario esilarante e triste, che non porta a niente, o meglio produce epitaffi nichilisti. Le poesie non più poesie e non ancora poesie di Sanguineti procedono per allitterazioni, iterazioni, incisi, parentesi esplicative e fàtiche, rime senza versi, sonetti mostruosamente irriconoscibili. Ogni testo singolo si conclude con un’indicazione di inconclusione o di inconcludenza: i due punti. Ogni sequenza è aperta sul vuoto, sulla variazione e l’aggiunta ininterrotta. E così ogni libro.”

(Alfonso Berardinelli, Casi Critici-Dal postmoderno alla mutazione, pp.325-326)