Oleum non olet

Gli impianti petroliferi di Kashagan, sul mar Caspio

Francamente non so più che dire di un governo che fa quadrato attorno ad un ministro negligente, nella migliore delle ipotesi, e di un partito (il mio partito, il PD) privo di una direzione politica e impegnato in una guerra per bande che rasenta ormai il ridicolo. Per cui non dirò nulla. Non mi soffermerei neppure sul merito della vicenda, l’espulsione di un rifugiato politico, o sulll’ulteriore crollo della nostra già malconcia credibilità internazionale. Perché il nodo di tutta l’affaire Shalabayeva non sta, a mio avviso, nel solito scaricabarile tipico delle istituzioni nazionali, né nel ricatto delle larghe intese per cui Letta difende il botolo Alfano manifestando al contempo “grave imbarazzo” per la vicenda, in un capolavoro di retorica dorotea. 

Quello che dovrebbe interessarci davvero sono i 64mila barili di greggio e i 7 milioni di m³ di gas naturale che ENI estrae ogni giorno a Karachaganak, in attesa della prossima primavera, quando si comincerà ad estrarre dal nuovo, importante giacimento di Kashagan, sul mar Caspio. Certo, la nostra stampa non ha mancato di ricordare “gli interessi di ENI” in quelle plaghe, ma l’ha fatto in generale in quello stile dietrologico, venato di demagogia sciocca e di gossip, per cui i cosiddetti interessi forti sono sempre interessi di pochi, e sempre in contraddizione con quelli della collettività. Non ho alcuna intenzione di prendere le parti di ENI, naturalmente. Vorrei soltanto che, pensando al caso della moglie del dissidente kazako, non pensassimo tanto a “Nazarbayev, l’amico di Berlusconi”, quanto ai fornelli e ai termosifoni delle nostre case, ai nostri scaldabagno, alle nostre automobili, alle luci delle nostre città. Perché molti tra coloro che (giustamente) si indignano per il trattamento riservato alla Shalabayeva probabilmente sono gli stessi che si oppongono alle ricerche e all’estrazione di gas dall’Adriatico o dalla pianura padana. I due fatti sono intimamente connessi tra loro, dal momento che l’Italia importa il 90% del proprio fabbisogno di energia. E’ proprio a causa della nostra dipendenza energetica che continuiamo a calare le brache di fronte ai peggiori autocrati del pianeta, aderendo magari alle cause da questi sponsorizzate. In questi giorni non ho potuto fare a meno di ripensare all’Achille Lauro e alla politica mediterranea andreottian-craxiana. Paradossale e davvero grottesco che il trattamento di favore riservato agli assassini di Leon Klinghoffer sia considerato da tanti come un positivo «sussulto di sovranità nazionale». Ma questa è un’altra storia.

Resta il fatto che non possiamo pensare di avere alcuna autonomia o autorevolezza in materia di politica estera senza dotarci di una seria politica energetica. Abbiamo detto no al nucleare e compriamo l’energia prodotta nelle centrali al plutonio a pochi km dai nostri confini; Nessuno di noi vorrebbe le trivelle sotto casa, ma importiamo petrolio e gas dalle steppe dell’Asia centrale, dove comanda un despota a cui consegnamo i dissidenti senza nemmeno darne notizia. E stiamo parlando di un despota di stazza medio-piccola. Immaginate un’incidente simile con la Russia di Putin (40 milioni di m³ di gas estratti dall’ENI ogni giorno), della quale siamo da tempo avviati a diventare stato federato (con capitale Forte dei Marmi). La morale, se ve n’è una, è che ogni indignazione deve sempre fare i conti con la realtà delle risorse materiali. Per qualcuno la soluzione è semplice, e consiste in un drastico ridimensionamento del fabbisogno energetico: la decrescita. Personalmente considero allucinante una simile visione, ma se non altro chi la persegue ha il merito di  portare nel dibattito pubblico la tematica dell’energia, assai più importante per il nostro futuro che non le vicende di troie di un nostro anziano ex-Presidente del Consiglio. O sbaglio?

Italian Diplomacy at work

“Per me non ce la fanno.”
“Aspetta un momento…no, niente.”
“Guarda che numeri da circo…ma figurati se ce la fanno.”
“Mi sa proprio di no…”
“Certo che bisogna essere un po’ merli.”
“Eh sì…anche loro…fare tutto ‘sto casino se non sei sicuro…”
“‘Spetta ‘spetta…gheddafi avanza, dice.”
“Beh anche lui, cosa vuoi che faccia.”
“Anzi diciamo pure..io gliele darei senza tanti problemi a questi qua, ma di brutto!”
“Col napalm.”
“Col napalm!”
“A proposito ma a benza come stiamo messi?”
“Tranquillo, ho fatto il pieno.”
“Oh, ha chiamato coso da Bruxelles.”
“Chi?”
“Uno. Dice che dovremmo fare qualcosa. Cioè. Lui consiglia, dice ‘se vi va, fate’…
“Tu cosa dici?”
“Mah, non so. Mi rode un po’ che facciamo brutta figura col negro.”
“Eh sì, quello anche a me…magari una roba anche simbolica…quei pacchi di pasta avanzati dall’Etiopia sono ancora a Bari in magazzino?”
“Certo…”
“Eh cominciamo con quelli, no?”
“Ma passare sopra coi caccia?”
“Come passare sopra?”
“No, dico, uno stormo, anche una pattuglia, coi fumogeni.”
“Seh, le frecce tricolori, gli mandiamo, ah ah ah!”
“Cazzo ridi? Guarda che è una roba d’effetto! Poi non fai nulla, in realtà, e di sotto non sanno se sei pro o contro il ghedda. Ma intanto sei intervenuto.”
“Una cosa pro forma, diciamo…”
“Esattamente. E senza sparare un colpo, così i pacifisti non rompono i coglioni.”
“Oh, ma lo sai che mi hai convinto? Magari domani gliene parlo a questi altri cazzoni…anzi domani no che ho l’inaugurazione della scuola.”
“Che scuola?”
“Per parrucchiere…sai le sciampiste…”
“Uh! Fica fresca…Vengo anch’io va’!”
“E i libici?”
“Vabbè poi ci pensiamo dopodomani…che rottura di coglioni però,
‘sti libici!”
“Ma veramente…per fortuna c’è il terremoto in Giappone che distrae un po’.”
“Ah cazzo, il terremoto! Quasi me ne dimenticavo…la pasta che sta a Bari…”
“Sì?”
“La pasta spediamola in Giappone, ok?