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I foglianti e il mal di Silvio

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Non dovrebbe stupire che “il Foglio”, gazzetta dei nostri neoconservatori alla vaccinara nonché house organ ufficioso del PD renziano (ma questa è un’altra storia…) si adoperi nel suo piccolo per combattere la canea populista che da un decennio ammorba il nostro Paese, dal momento che gli stessi neocon propriamente detti, in quel di Washington, sono tra i più accesi contestatori del Presidente Trump. Molto più accesi dei foglianti, verrebbe da dire, se alla vittoria del Donald il fondatore in persona, Giuliano Ferrara, si è visto costretto a tirare le orecchie ad alcune delle più importanti firme del giornale, dimenantisi in orgasmi multipli di fronte alla sconfitta dell’establishment liberal e del politicamente corretto. Com’è, come non è, non possiamo che rallegrarci di fronte alla sterzata libertaria di Ferrara, il quale, dismesso il vessillo delle mutande e momentaneamente accantonate le sue posizioni di ateo devoto, sarebbe persino disposto a votare la lista di Emma Bonino. Un bel salto rispetto alla fine della precedente legislatura, quando si dichiarava pronto a farsi «seppellire vivo» nell’eventualità, invero remotissima, che la leader radicale fosse finita al Quirinale. Non importa. Non ho mai amato la prospettiva “campista” (“il nemico del mio nemico è mio amico”), ma di fronte al pericolo che corriamo posso ben fare un’eccezione. Un eccezione con qualche riserva, sia chiaro. Quando al bar, di fronte a un prosecco, mi sono lasciato scappare che «persino Berlusconi è meglio di Di Maio», stavo semplicemente lanciando una provocazione al mio interlocutore pentastellato. Al “Foglio”, invece, quando pensano a Berlusconi «argine al populismo» sembrano fare sul serio. Nelle scorse settimane, Claudio Cerasa ha infatti parlato di un «un nuovo predellino» che ci avrebbe evitato il «governo della follia populista», mentre Ferrara tifava per il Partito della Nazione, rappresentato a suo dire da un’alleanza tra «la socialdemocrazia liberale» e «il centro pop del Cav [!]». Pochi giorni fa, Cerasa descriveva la capacità di Berlusconi di «impersonificare [sic] il volto di un elettorato indignato non per ragioni di carattere populistico ma per ragioni di carattere riformistico [?]». Non siamo ancora riusciti a tradurre il pensiero fogliante, e nel frattempo l’alleanza Berlusconi-Salvini-Meloni è stata finalmente stretta, ma nemmeno questo sembra aver fatto desistere i foglianti dall’illusione che nel Centrodestra berlusconiano esistano leader della statura di una Merkel (la «culona inchiavabile», ricordate?) in grado di fronteggiare il populismo. Per un attimo hanno persino creduto di poter vedere nei capricci di Maroni il segno di qualcosa di nuovo. Niente da fare, Bobo è rientrato nei ranghi nel giro di ventiquattro ore. E il mal di Silvio non è passato.

La nostalgia fa struggere e sragionare chiunque, figuriamoci i marinai di quella nave corsara che è “Il Foglio”, così amanti delle contraddizioni e dei paradossi. Si tratta d’altronde di un giornale che sposa il liberismo, ma si fa organo di partito e poi cooperativa per campare sui contributi all’editoria, che nasce teoricamente liberalsocialista diventando subito tutt’altro, ospitando una concentrazione di pensiero reazionario, tradizionalista, omofobo, proibizionista come pochi quotidiani apertamente destrorsi fanno, riuscendo ad appassionare il filisteo reazionario con la violenza delle tesi e il semicolto liberale con lo stile della prosa, facendo innamorare il lettore occasionale con il meglio della critica culturale italiana e i politicamente apolidi mettendo alla gogna le – ahimè evidenti – tare della Sinistra. A ben vedere, questa geniale strategia di marketing politico-editoriale ideata da Ferrara assomiglia alla strategia elettorale del Centrodestra all’apice dei consensi. Ve lo ricordate, il Berlusconi I, quell’ammucchiata di cattolici di destra e radicali, missini e liberali, nazionalisti e secessionisti, tenuti assieme dall’anticomunismo e seguiti da una sorta di cane guida ex comunista – sempre lui, il solito elefantino? Sembra impossibile, eppure, dopo un quarto di secolo, qualcuno vede ancora in Silvio Berlusconi un campione del pensiero liberale. Ci credono – o meglio, dicono di crederci – anche se durante i suoi governi niente – nothing, nil , nix, nada – è stato fatto per il progresso nei diritti civili e individuali in questo Paese. È vero che il filisteo berlusconiano medio è «liberale» soltanto se si parla di tasse e ferocemente reazionario su tutto il resto, ma neppure sulle libertà economiche l’ex-cavaliere ha combinato qualcosa. Persino sugli odiati «lacci e lacciuoli» si è fatto battere da Bersani – che smacco! In quanto al debito pubblico, com’è noto, Berlusconi ha contribuito ad aumentarlo come nessun altro, in valore sia assoluto che relativo, nella prima o nella seconda repubblica. Oltre che un record, una contraddizione notevole per chi a parole predica uno Stato snello. La solita obiezione: sono stati i limite del sistema politico e la struttura socioeconomica del Paese – oltre che la magistratura di sinistra – a impedire la rivoluzione liberale forzista. L’idealità si sarebbe schiantata contro la realtà, insomma. Anche accogliendo la scusa, quale sarebbe questa benedetta idealità che avvicinerebbe Berlusconi a Luigi Einaudi?

Quello che Ferrara, Cerasa & C. fingono di non capire è che non si può chiedere a un populista di fare da argine al populismo. Che cosa è stata l’avventura berlusconiana, infatti, se non il primo germe delle tendenze di questi anni? Gli elementi principali erano già tutti lì, in nuce. L’antipolitica e l’odio per i partiti? Il B. politico nasce cavalcandoli. I neofascisti? B. li ha sdoganati e portati al governo del Paese per la prima volta dopo il 1945. L’eurofobia? Vogliamo ricordare il semestre di presidenza del Consiglio UE? O le teorie del complotto nate con la crisi dello spread (e tuttora diffuse)? Ai fessi potrà importare che Grillo abbia cominciato a diventare leader politico berciando contro lo «psiconano» nelle piazze. Di fatto, i loro elettorati sono in gran parte sovrapponibili così come il loro fine principale: battere, anzi distruggere il Centrosinistra. Anche sulle fake news e sul modello del partito azienda, il mostro creato da Casaleggio ha preso molto da Forza Italia. A ben vedere, le differenze sostanziali col M5S sembrano prevalentemente di ordine tecnico-generazionale. Forza Italia nasceva agli albori di Internet, un mezzo che il padrone di Mediaset ha potuto finora ignorare tranquillamente. A dividere il populismo anni ’90 da quello degli anni ’10 c’è naturalmente la grande cesura della Crisi, che ha impoverito il Paese e distrutto tanti legami clientelari tra cittadini e classe dirigente. La sostanza è però assai simile e il tentativo far passare il Cav. (EX Cav., ricordiamolo) come un difensore del buon senso è semplicemente patetico. Mi spiace per il giovane Cerasa, ma temo che persino i diecimila lettori del Foglio se ne siano accorti.

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Basta un poco di zucchero e il fascismo va giù

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Sono molti i vantaggi dell’essere – immeritatamente – ospitati da una testata giornalistica con tanto di direttore responsabile senza far parte della corporazione e senza la minima intenzione di entrare a farne parte. Il primo fra tutti consiste nella possibilità di non rispettare quel codice etologico proprio del branco giornalistico, quello per cui la scorreggia del maschio alfa viene aspirata forte come gli incensi della Pizia. Un comportamento che si ripete ogni mattina con la lettura dei vari intercambiabili buongiorni somministrati dai giornaloni. «Uno straordinario Gramellini», «uno strepitoso Serra», «un meraviglioso Cazzullo (no offence!). La cortesia tra colleghi è diventato ormai un microgenere imitato dal lettore più fedele, che un tempo poteva comunicare la sua approvazione alla grande firma soltanto a mezzo posta, mentre oggi gli sono sufficienti poche mosse di pollicione sullo schermo dell’Iphone – col quale ha cura di fotografare il colonnino oggetto di lode, come prova dell’avvenuto acquisto del giornale. La promiscuità tra giornalisti e lettori fa sì che, oltre alle lodi, non manchino le critiche o gli insulti. Ai viventi come ai morti. Persino ai morti intoccabili, signora mia, persino alla figura – deificata già in vita, quindi configurasi il reato di bestemmia – di Indro Montanelli da Fucecchio.

Ecco quindi che scorrendo i rotoloni dei social network, uno dei più autorevoli tra i buongiornisti, Mattia Feltri, si imbatte in una di quelle polemiche-lampo che per 48/72 ore investono la Rete. I «rabdomanti di Internet», così li definisce Feltri, hanno scoperto che l’Indro in Etiopia comprò una dodicenne e ora gli danno del fascista, dello schiavista e del pedofilo. Stavolta il buongiorno risulta un po’ amaro, un po’ perché – immaginiamo – l’Indro era uno di famiglia, un po’ perché la bestemmia fa male. Le prodezze coloniali di Montanelli sono note da lungo tempo, ed è solo un caso che la vicenda sia diventata virale, assieme al Buondì Motta o alla partita di pallone, specie tra chi di Montanelli sapeva poco, perlopiù i giovanissimi, quelli che non leggono libri né giornali, ma «si informano» dai social. «Ogni biografia è rivisitabile lì per lì, perché di ogni biografia nulla si sa, la biografia non esiste», scrive Feltri in un passaggio di vasta portata anche filosofica, e di certo né ciò che resta dei quotidiani né fessbook sarebbero il luogo adatto per emettere giudizi. E tuttavia i fatti, i fatterelli di un uomo fatto che adora il Dvce e parte per fondare l’Impero e compra una bambina come schiava sessuale, rimangono. La biografia quindi esiste, al di là del giudizio. E fa specie che proprio un buongiornista razionale, nemico del populismo delle fake news e dell’ignoranza dilagante possa risentirsi se, per una volta, dei cittadini poco informati vengono a conoscenza di un fatto acclarato, un fatto che dice molto del nostro passato di nazione, più ancora che della biografia di Montanelli.

Si dirà: i giudizi sommari e i linciaggi da social sono appunto tra le più tipiche manifestazioni del populismo odierno. Verissimo. Ma allora i professionisti dell’informazione dovranno ammettere – e i più onesti di loro lo fanno – che ultimamente i fronti dell’opinione si sono alquanto confusi. I social sono in effetti una chiavica da cui ci terremmo ben lontani se solo avessimo risorse materiali, morali e intellettuali sufficienti. Quando però leggiamo grandi editoriali indignati per il razzismo, il fascismo e l’analfabetismo di ritorno, non possiamo che scuotere la testa e pensare alle grandissime facce di tolla di Massimo, Mattia, Michele, Aldo e dei loro stimati direttori. La Rete, descritta per anni come il killer della stampa quotidiana, è da tempo il suo polmone d’acciaio. Dalla Rete e dai social in modo particolare, le redazioni, attraverso schiere di stagisti, attingono il materiale per confezionare le edizioni online, e non solo. Cadaveri maciullati o gattini pucciosi, va bene tutto per tenere in vita i giornaloni bandiera del ceto medio riflessivo, anche una spruzzatina di razzismo, se necessario, naturalmente edulcorata dallo zuccherino dei buongiornisti. È comprensibile che i monopoli editoriali diversifichino l’offerta – se il Paese ora è preso dalla paranoia xenofoba, tocca titillare un po’ quella paranoia. L’obiettivo potenziale è coprire tutto il mercato delle idee, e siccome di copie se ne vendono pochine e gli inserzionisti vogliono il web, al gazzettiere tocca semplificare e ridurre l’informazione a una sequenza di stimoli pavloviani. L’importante è acchiappare click su click. Intanto questa cosa sull’islamico la pubblichiamo. Poi pubblicheremo la smentita. Se ce ne sarà l’occasione. Se ce ne ricorderemo. Se ci converrà.

Oltre alle esigenze commerciali, esiste poi il legame di servizio con l’establishment. La linea securitaria del PD ha bisogno di una cassa di risonanza, «l’Unità» è morta, il nuovo house organ ufficioso del partito, «Il Foglio», è roba per pochi, per cui saranno i grandi quotidiani a dare una mano. Negli ultimi mesi questo schema è emerso con sufficiente chiarezza. La leggenda nera sulle ONG, come non accade(va) con le altre fandonie complottiste, è stata ripresa dai quotidiani nazionali con scientifica oculatezza. Gradualmente, senza esagerare. Un colpo al cerchio – i sospetti sulle organizzazioni umanitarie – e uno alla botte – la tragedia dei migranti. A strappare una lacrimuccia al buon borghese per l’affondamento dei poveri negretti ci pensa il buongiornista. Il quale però, alla bisogna, si presterà a riequilibrare la percezione generale – due righe sull’incompatibilità della cultura d’origine del negro stupratore con la nostra, un plauso al governatore della Libia Minniti – sempre in tono dolente da «triste necessità», sia chiaro. Così forse non si formano le opinioni, ma le si rende socialmente accettabili. A ben vedere, comunque, in tema di immigrazione le differenze tra establishment e popolazzo non sono poi così grandi. L’egoismo di fondo è lo stesso, la paura di perdere «la roba» (tanta o poca che sia, non fa differenza) è la stessa. I meccanismi sottostanti sono diversi, ma complementari, come ruote dentate che si muovono in versi opposti facendo funzionare lo stesso ingranaggio. Gli apprezzamenti di Monti a Giggino Di Maio – segnale del definitivo sdoganamento del M5S presso l’establishment – sono un buon esempio dell’andazzo attuale.

Celebriamo quindi la rinnovata unione tra «casta» e cittadini comuni. Fra una ventina d’anni, quando anche questo ciclo politico sarà concluso – sperabilmente senza una guerra di mezzo – non sarà difficile ricostruire le tappe del disastro. Ma siccome sarà stata colpa di tutti, nessuno avrà voglia di farlo. Come quell’altra volta.

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Tre risposte al populismo, una peggio dell’altra

Partiamo da casa nostra – casa dello scrivente, perlomeno – e cioè dal Partito Democratico. Le nostre paure circa il tentativo di rincorrere i populisti si stanno concretizzando. Non è più soltanto questione di addossare all’Europa le proprie mancanze, o di menarla col taglio della politica – espressione di per sé allucinante. Qui il PD e la maggioranza uscente renziana si stanno giocando la carta più sporca, quella dell’immigrazione e della sicurezza. Minniti regala il daspo urbano ai sindaci e agita le cifre dei previsti rimpatri come un venditore di pentole in tv e gli ex DS in quota Renzi si affrettano a cercare paralleli col Piccì del compagno Pecchioli, amico dei poliziotti, mentre la segreteria metropolitana di Venezia invia a noi iscritti una “nota sul tema immigrazione” che si apre in questo modo:

«L’accoglienza e l’integrazione restano i caratteri distintivi del profilo politico del PD, ma vanno meglio coniugati con il rispetto delle regole e delle nostre tradizioni, restituendo serenità ai concittadini, troppo spesso preoccupati dagli effetti dei processi migratori».

Non c’è molto da commentare. Vorrei poter dire che nei circoli questa retorica destrorsa ha provocato grande sconcerto. Purtroppo è vero solo in parte. Tanti iscritti, anche nella cosiddetta sinistra interna, la pensano esattamente così. Siamo curiosi di vedere sino a che punto si spingerà questa mirabolante strategia mimetica. L’esperienza ci dice gli elettori, potendo scegliere, scelgono sempre l’originale. All’esterno del PD, così vicini eppure così lontani, gli scissionisti di Articolo Uno proseguono la loro discesa nel pozzo nero della politica. Bersani – il «Gargamella» sputazzato e coperto di pece e piume da Grillo nel 2013, dichiara di preferire il m5s al partito da lui fondato. Secondo Pigi, il M5S – non il PD – sarebbe «un argine alla deriva populista». E attenzione a criticare i grillini, perché se questi si indebolissero, «arriverebbe una robaccia di destra». Loro sono «una forza di centro», così Pigi interpreta il loro essere “né destra né sinistra”.  L’uomo è evidentemente in confusione, ma a questo punto abbiamo davvero finito ogni residuo di rispetto e pietà. A difendere il bettolese ci pensa comunque quel purissimo mandarino democristiano di Enrico Letta, che dalla sua cattedra a SciencePo prepara il terreno per il suo rientro:

«Stiamo attenti: Erasmus è sicuramente un’esperienza felice, ma è anche il simbolo dell’elitismo dell’Europa. Questo è un concetto centrale nel dibattito europeo di oggi, perché l’Unione viene vista da larghe fasce di popolazione come un’istituzione fredda, che parla solo ai vincenti, ai cosmopoliti, a coloro che sono contenti della globalizzazione perché hanno studiato, viaggiano, conoscono altre lingue. Quelli che fanno l’Erasmus».

Un po’ di paternalismo da buon borghese non costa nulla, ma serve a far dimenticare i tempi – era appena ieri – in cui Letta figurava nelle liste degli storditi complottisti come membro del club Bilderberg. Infine, la truppa terzista-fogliante e gli house organ ufficiosi del renzismo (Il Foglio, IL, Rivista Studio, ecc.). I commentatori di quest’area non hanno retto alla botta del referendum e da tre mesi ormai alternano le crisi isteriche alla tentazione del cupio dissolvi. A titolo di esempio, il pezzo di Angelo Panebianco sul «Corriere» dell’altroieri sembra comunicare una resa al destino cinico e baro:

«A causa della delegittimazione delle istituzioni rappresentative, la classe politica, in questo Paese, è in balia di burocrazie, amministrative e giudiziarie, che hanno ormai preso il sopravvento».

Cattiva politica e corruzione sarebbero allucinazioni collettive frutto dei «sommari processi mediatici», dice in sostanza Panebianco, asserragliato nel Fort Apache del suo colonnino. Chi siano i responsabili, il professore non lo dice, la sua accusa rimane generica, caratterizzata dal fatalismo: l’Italia è un paese costitutivamente illiberale, e non ci possiamo far niente. È Francesco Cundari su «Rivista Studio» a rivelare i nomi dei colpevoli: il populismo e l’antipolitica stanno vincendo a causa di (rullo di tamburi) La Casta di Sergio Rizzo e Giannantonio Stella. Eh sì. È tutta colpa di un libro in cui sono messi in fila sprechi, privilegi, inefficienze e corruzione (immaginari?) del nostro Belpaese:

«Se una cosa ci ha insegnato, infatti, questo decennale e praticamente ininterrotto dibattito sui prezzi del barbiere di Montecitorio e la deducibilità della biancheria intima nella Regione Piemonte, è che non devi chiederti di cosa parla la Casta. La Casta parla di te».

Per Cundari, tutti fanno parte della Casta, «noi che scriviamo e voi che leggete». Io lo so che Cundari non si rivolge a me, ma a un certo numero di amici residenti nei dodici rioni di Roma. So che non basta leggere un articolo di «Rivista Studio» al mese per diventare «opinionisti a trecentosessanta gradi, virtuosi della nullafacenza, accolita di dolenti eruditi». Eppure la voglia di rivendicare qualche privilegio rimane. (A che porta si deve bussare?). Questo è dunque il panorama delle «ricette riformiste» in risposta all’ascesa di Grillo, Salvini e fascisteria varia. Le opzioni principali sono tre, come abbiamo visto: scimmiottare, lisciare il pelo, vivere nella negazione. Sta a noi decidere di che morte morire.

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Il disordine nuovo

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«Le potenze di questo mondo si dividono visibilmente in due gruppi non simmetrici: da una parte le autorità costituite e dall’altra la folla. In genere, le prime prevalgono sulla seconda; in periodo di crisi, succede l’inverso. Non soltanto la folla prevale ma essa è una specie di crogiolo dove vengono a fondersi anche le autorità più consolidate. Questo processo di fusione assicura la riformazione delle autorità grazie al capro espiatorio, ossia al sacro».

(René Girard – Il capro espiatorio, Adelphi, 1999)

Lo spoglio dei voti non era nemmeno terminato e già si notavano le prime mani avanti, i primi distinguo, i primi scaricabarile. «il mio no è differente», si affannano a dichiarare i tanti benintenzionati di Sinistra, in lieve imbarazzo di fronte a certi loro compagni di strada. «E comunque è stato Renzi a voler personalizzare il referendum!». Il che è vero. Come è vero che se Renzi non l’avesse fatto, ci avrebbero comunque pensato i suoi avversari. E, al di là di tutto, è ragionevole che un governo resti in carica quando una riforma costituzionale che è il cuore stesso, il pilastro del proprio programma viene rifiutata dal 60% dell’elettorato? Certamente no. Inutile tentare di eludere la natura politica o minimizzare gli effetti del voto. Con la vittoria del No, a mio avviso si chiude quella che abbiamo chiamato Seconda Repubblica. Non ho idea di quando e come verrà inaugurata la Terza, ma il percorso del Paese sin qui è abbastanza lineare. Siamo arrivati impreparati alla caduta dei muri e alla globalizzazione dei mercati e stiamo andando alla cieca da un quarto di secolo. Al netto di ogni sacrosanta critica possibile, le riforme, che Renzi ha semplicemente copincollato da vari programmi della Sinistra dagli anni Ottanta in poi, avevano appunto lo scopo di attrezzarci meglio rispetto agli scenari di un mondo sempre più piccolo. Una condizione necessaria, ma tutt’altro che sufficiente a garantire di nuovo il benessere diffuso, in un futuro non troppo lontano. La riforma delle istituzioni è il comburente senza il combustibile (i capitali). L’uno in teoria dovrebbe portare l’altro. Nel mentre, l’economia non riparte e lo sciacallaggio del disagio – ingegnerizzato per il web nel caso di Casaleggio & Grillo, più ruspante e piazzaiolo in quello di Salvini – fa il resto, sfrondando la complessità a colpi di roncola per trovare tra le frasche il capro espiatorio preferito del momento: il migrante. «No ti vedi che semo pieni de negri, par colpa de Rensi?». Così si è espressa un’abitante del quartiere popolare in cui ho fatto volantinaggio durante la campagna. Una tra i tanti. A poche centinaia di metri da lì, BoBo e Sinistra identitaria hanno punito Renzi per la sua lontantanza estetica – e quindi morale – dal loro mondo, e si è alla fine compiuta la vendetta che i dirigenti PD rottamati e i loro sottopancia avevano giurato nel 2013. Chi non dorma in piedi o sia in malafede sa bene come l’insistenza di costoro sulla questione sociale e sugli strappi di Renzi col mondo del lavoro sia puramente strumentale. Quando i vari D’Alema, Bersani & C. parlano della “nostra gente”, omettono di precisare che la “nostra gente” oggi vota Grillo o Salvini anche per colpa loro. La disaffezione dei salariati e il mal di pancia della base sono fenomeni che risalgono a tempi in cui Renzi era noto soltanto agli spettatori della Ruota della Fortuna. La battaglia di Baffino è una battaglia tutta interna al ceto politico, che ha voluto defenestrare il giovane arrogante a spese di tutto il partito e di tutto il Paese. I notisti politici potranno seguire con passione le prossime evoluzioni di queste facce di culo. Io, dopo aver visto il terzo governo di centrosinistra abbattuto dal fuoco amico, mi limiterò a fare di tutto perché le nostre strade non si incrocino più.

Guardando al futuro prossimo, ciò che davvero conta è il messaggio, chiarissimo, che gli Italiani hanno lanciato, identificando in Matteo Renzi un’incarnazione, un agente di tutto ciò che temono, di volta in volta rappresentato da Unione Europea, JP Morgan, Trilateral, ecc.: in buona sostanza, il mondo globalizzato, senza più confini né sicurezze (non male, per uno scout della Valdarno…). A spingere verso i seggi persino gli impolitici è stato quindi l’odio profondo per Renzi, ma anche il desiderio di mantenere quell’anarchia non-solidale, quella competizione tra clan che è poi la forma costitutiva di (s)governo di questo Paese da sempre e, forse, per sempre. Chi anela al potere e chi ha paura del potere, tutti uniti contro Renzi, ma anche contro la democrazia liberale in sé. Gli effetti giuridici delle modifiche alla Costituzione poco c’entrano con tutto questo, la Carta qui è semplicemente l’oggetto simbolico di un’operazione rituale: il sacrificio del capro espiatorio. La semplicità del quesito reale («volete tenervi Renzi?») e la naturalezza della negazione in una fase di crisi spiegano la grande affluenza e il carattere di questo voto. A muoversi è stata la folla, al di là delle singole appartenenze. Al suo interno, tanti cittadini che, dopo anni di astensionismo, hanno deciso di mettere la testa fuori dal loro buco per esercitare la pars destruens della partecipazione democratica, e l’hanno fatto con rabbia. Una rabbia che ognuno di noi sperimenta ogni giorno in amici, colleghi, conoscenti, una forma lievemente ossessiva che ha trovato nella caduta di Renzi il suo climax. Molta energia è stata liberata, altra lo sarà molto presto, come in un Vajont politico. È evidente il carattere reazionario di questa spinta, è evidente come la situazione prefascista che ha cominciato a crearsi dalla crisi del governo Berlusconi, cinque anni fa, sia arrivata al punto di svolta. Le destre – M5S, Lega di Salvini, fascisteria residua e avanzi di berlusconismo – cercheranno una qualche forma di coalizione. La variabile della legge elettorale è importante ma non centrale. Si adatteranno. Subito dopo, quando i guastatori avranno finito il loro lavoro preparatorio, sorgerà il fascismo 2.0. Se gli Italiani lo vorranno.

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Miseria del pop, miseria del populismo

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Punto primo, mai prendere sul serio una popstar al di fuori delle canzoni. Punto secondo, mai dimenticare che la musica è soltanto una componente della merce, spesso nemmeno quella principale. Ecco le due regolette auree – soltanto apparentemente contraddittorie – per discutere di musica pop. Questo vale ad ogni latitudine e, a maggior ragione, nel piccolo stagno dell’industria discografica italiana – che nel 2014 era ancora un settimo di quella inglese. Così, quando sentiamo un interprete di canzoni esprimersi in modo diretto su episodi specifici della cronaca politica, quando lo vediamo farsi portavoce non richiesto dell’indignazione popolare, ricordiamo sempre che costui sta semplicemente cercando di vendere la sua roba. Il connubio tra pop e politica dei nostri anni Settanta rappresenta un fenomeno probabilmente irripetibile, se non altro perché è lo stesso universo della politica ad essersi contratto ai limiti della scomparsa. Nella stagione dell’antipolitica, rottamata la Sinistra e seppellito il Primo Maggio, la figura del cantautore impegnatoha cambiato di segno, adeguandosi pienamente al caos ideologico di questi nostri anni disgraziatissimi. Un pezzo di industria discografica italiana ha scelto di seguire Grillo e la deriva qualunquista del Paese. Una scelta in fondo non troppo dissimile da quella dei cantautori che personalmente ho amato (e continuo ad amare). Come Dalla e De Gregori potevano contare sui cachet delle feste dell’Unità o dei festival della Gioventù, così per altri musicisti pop, ognuno col suo stile e il suo pubblico, il circo grillino rappresenta un’occasione d’oro. Ad esempio, a fare da colonna sonora al confuso sentimento antisistema degli adolescenti non sono gli Assalti Frontali, ma naturalmente, corretto un po’ il tiro, gli scemotti dell’Hip-hop non militante. Non si tratta di un tentativo alla cieca, ma di un’operazione professionale di fine tuning – a creare prodotti come J-Ax e Fedez sono stati del resto due grandi produttori di musica d’uso, in particolare per la pubblicità, come Franco Godi e Fausto Cogliati.

Per il pubblico adulto, la strategia è più diversificata. Quest’estate, per fare del quarantennale del bellissimo Rimmel un evento davvero redditizio, i manager di Francesco De Gregori hanno spinto il cantautore romano ad accettare il rinforzino di una varia compagnia di prodotti da talent show, tra cui lo stesso Fedez. In questo caso, una semplice marchetta non politicizzata. Altri esponenti della nostra canzonetta, in particolare quelli cresciuti commercialmente in pieno riflusso, da Piero Pelù a Fiorella Mannoia, hanno invece scelto di gettarsi nella mischia, cominciando a sentenziare sull’Italia e sul mondo, ripetendo stupidaggini complottiste, sproloquiando di signoraggio e dittatura finanziaria e insomma ripetendo a pappagallo gli strilli della canea populista. La Mannoia, un tempo eroina delle «professoresse democratiche» (Berselli) da «tacco basso e zuppa di farro» (Abbate), coerente con la sua Come si cambia («per non morire», ma pure per vendere qualche disco in più) ha quindi smesso la maschera gentile dei suoi anni migliori per indossare quella di Guy Fawkes – soltanto metaforicamente, al contrario di Pelù, dotatosi di mosca e baffi seicenteschi. Una forma promozionale a costo zero che diventa estremamente profittevole nel caso di piccole polemiche. In questi giorni ad esempio, il mancato accordo tra management della Mannoia e organizzatori del concerto di Capodanno a Roma è stato rivenduto dal grillame come episodio di censura governativa, con successivo rilancio tra stampa e social (#iostoconfiorella), e fantastico Aux armes, citoyens! di Gianni Barbacetto, che invita tutti a metter su un pezzo della Fiorella a Capodanno. L’importante, parafrasando un alieno del pop italiano che ci manca molto, Enzo Jannacci, è nonesagerare, perché il ridicolo è sempre dietro l’angolo, anche in una nazione rimbecillita, capace di grande sarcasmo ma non di autoironia. E se non ci pensa il resistente Barbacetto, ci (ri)pensa la stessa Fiorella, dalla sua pagina Facebook:

«Io penso che questa faccenda abbia assunto delle dimensioni esagerate. Non sopporto le strumentalizzazioni, da qualsiasi parte arrivino. Non mi piace che attraverso questa vicenda si faccia campagna elettorale con il mio nome. E inoltre, sinceramente, penso che l’Italia abbia altri problemi ben più gravi a cui dedicare tutte queste energie. Grazie per l’affetto».

Risultato ottenuto, figuraccia evitata. Un capolavoro di marketing e comunicazione. Brava Fiorella.

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