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Miseria del pop, miseria del populismo

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Punto primo, mai prendere sul serio una popstar al di fuori delle canzoni. Punto secondo, mai dimenticare che la musica è soltanto una componente della merce, spesso nemmeno quella principale. Ecco le due regolette auree – soltanto apparentemente contraddittorie – per discutere di musica pop. Questo vale ad ogni latitudine e, a maggior ragione, nel piccolo stagno dell’industria discografica italiana – che nel 2014 era ancora un settimo di quella inglese. Così, quando sentiamo un interprete di canzoni esprimersi in modo diretto su episodi specifici della cronaca politica, quando lo vediamo farsi portavoce non richiesto dell’indignazione popolare, ricordiamo sempre che costui sta semplicemente cercando di vendere la sua roba. Il connubio tra pop e politica dei nostri anni Settanta rappresenta un fenomeno probabilmente irripetibile, se non altro perché è lo stesso universo della politica ad essersi contratto ai limiti della scomparsa. Nella stagione dell’antipolitica, rottamata la Sinistra e seppellito il Primo Maggio, la figura del cantautore impegnatoha cambiato di segno, adeguandosi pienamente al caos ideologico di questi nostri anni disgraziatissimi. Un pezzo di industria discografica italiana ha scelto di seguire Grillo e la deriva qualunquista del Paese. Una scelta in fondo non troppo dissimile da quella dei cantautori che personalmente ho amato (e continuo ad amare). Come Dalla e De Gregori potevano contare sui cachet delle feste dell’Unità o dei festival della Gioventù, così per altri musicisti pop, ognuno col suo stile e il suo pubblico, il circo grillino rappresenta un’occasione d’oro. Ad esempio, a fare da colonna sonora al confuso sentimento antisistema degli adolescenti non sono gli Assalti Frontali, ma naturalmente, corretto un po’ il tiro, gli scemotti dell’Hip-hop non militante. Non si tratta di un tentativo alla cieca, ma di un’operazione professionale di fine tuning – a creare prodotti come J-Ax e Fedez sono stati del resto due grandi produttori di musica d’uso, in particolare per la pubblicità, come Franco Godi e Fausto Cogliati.

Per il pubblico adulto, la strategia è più diversificata. Quest’estate, per fare del quarantennale del bellissimo Rimmel un evento davvero redditizio, i manager di Francesco De Gregori hanno spinto il cantautore romano ad accettare il rinforzino di una varia compagnia di prodotti da talent show, tra cui lo stesso Fedez. In questo caso, una semplice marchetta non politicizzata. Altri esponenti della nostra canzonetta, in particolare quelli cresciuti commercialmente in pieno riflusso, da Piero Pelù a Fiorella Mannoia, hanno invece scelto di gettarsi nella mischia, cominciando a sentenziare sull’Italia e sul mondo, ripetendo stupidaggini complottiste, sproloquiando di signoraggio e dittatura finanziaria e insomma ripetendo a pappagallo gli strilli della canea populista. La Mannoia, un tempo eroina delle «professoresse democratiche» (Berselli) da «tacco basso e zuppa di farro» (Abbate), coerente con la sua Come si cambia («per non morire», ma pure per vendere qualche disco in più) ha quindi smesso la maschera gentile dei suoi anni migliori per indossare quella di Guy Fawkes – soltanto metaforicamente, al contrario di Pelù, dotatosi di mosca e baffi seicenteschi. Una forma promozionale a costo zero che diventa estremamente profittevole nel caso di piccole polemiche. In questi giorni ad esempio, il mancato accordo tra management della Mannoia e organizzatori del concerto di Capodanno a Roma è stato rivenduto dal grillame come episodio di censura governativa, con successivo rilancio tra stampa e social (#iostoconfiorella), e fantastico Aux armes, citoyens! di Gianni Barbacetto, che invita tutti a metter su un pezzo della Fiorella a Capodanno. L’importante, parafrasando un alieno del pop italiano che ci manca molto, Enzo Jannacci, è nonesagerare, perché il ridicolo è sempre dietro l’angolo, anche in una nazione rimbecillita, capace di grande sarcasmo ma non di autoironia. E se non ci pensa il resistente Barbacetto, ci (ri)pensa la stessa Fiorella, dalla sua pagina Facebook:

«Io penso che questa faccenda abbia assunto delle dimensioni esagerate. Non sopporto le strumentalizzazioni, da qualsiasi parte arrivino. Non mi piace che attraverso questa vicenda si faccia campagna elettorale con il mio nome. E inoltre, sinceramente, penso che l’Italia abbia altri problemi ben più gravi a cui dedicare tutte queste energie. Grazie per l’affetto».

Risultato ottenuto, figuraccia evitata. Un capolavoro di marketing e comunicazione. Brava Fiorella.

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Matteo Frenzy. Opinioni di un bastian contrario

E’ possibile trovarsi dalla stessa parte per motivi opposti, ma è sempre bene segnalare i propri.

Non penso affatto che Renzi sia un «cavallo di Troika» come sostiene il rivoluzionario a partita IVA Luca Casarini. A volte penso anzi che se la Troika BCE-FMI-CE togliesse per davvero la sovranità a questo paese, non potremmo stare peggio di così, figuratevi. Non penso nemmeno che la riforma del Senato possa portare a una «svolta autoritaria» come alcuni noti studiosi di diritto affermano in un loro appello (al quale ha aderito, tra gli altri, anche Beppe Grillo, il più autoritario e antidemocratico dei nostri leader politici). Non condivido quasi nulla con costoro, sappiatelo. Eppure il mio scontento è sempre lì, e non potrebbe essere altrimenti, perché il difetto del governo Renzi sta, per così dire, nel manico, nel suo atto di nascita, nella maggioranza che lo sostiene. E negli atti che quotidianamente ci propina, con o senza l’ausilio di slide esplicative. I parlamentari renziani della prima o dell’ultim’ora liquidano le critiche al governo ricordando il «grande consenso ottenuto alle Primarie di dicembre sulla base di un programma molto chiaro» (Alessia Morani). Peccato che il «programma molto chiaro» escludesse le pastette e le congiure di palazzo, prevedendo invece il passaggio elettorale. Peccato che il «grande consenso» ottenuto grazie anche al mio voto alle primarie non sia una delega in bianco al segretario. In quanto ai piccoli influencer pascolanti tra blog e social network, che ci rassicuravano sulle intenzioni di Renzi, salvo poi rimangiarsi tutto o adottare la tattica dello struzzo, la loro fedeltà è stata giustamente premiata: sono diventati responsabili della comunicazione (Francesco Nicodemo).

Non sono tanto il decisionismo, né uno stile da baraccone che in fondo è quello cui ci eravamo già abituati, è l’operazione complessiva a deludere. Una maggioranza spuria, di natura consociativa, con l’appoggio esterno/interno di B., col quale R. ha raggiunto un compromesso al ribasso, piccole manovre contraddittorie precedute da molta chiacchiera, siparietti comici, montagne che partoriscono topolini. In tutto ciò, l’unica cosa che emerge con forza è una frenesia – finora soprattutto verbale – per cui l’importante per il leader è dare un’impressione di iperattività: fare, fare, fare, ma soprattutto dire, dire, dire. Nell’ordine, i famosi «80 euro in busta» che faranno comodo a tutti quelli che li riceveranno. Sono una sorta di assegno sociale, dal quale peraltro sono esclusi i più poveri, pensato per far ripartire i consumi. Non sono in grado di dire se riuscirà in questo, di sicuro l’intento propagandistico-elettorale, a poche settimane dalle Europee, sembra raggiunto. In quanto alle coperture, addirittura «doppie», attendiamo il DEF, forse pronto a un mese dall’annuncio. «Il superamento del bicameralismo giustifica un’intera carriera politica», ha dichiarato ieri il premier. Davvero ci vuole un bel coraggio ad affermarlo seriamente, se la grande «spinta riformatrice» si traduce in una frettolosa (e irrituale) riforma costituzionale con al centro una ridicola riforma del Senato, fatta al solo scopo di far funzionare una legge elettorale balorda. Ogni parallelo col Bundesrat offende l’intelligenza di chi lo sostiene (mentre si rimette mano al titolo V), i risparmi sono risibili, ma una certa vena populista è soddisfatta. Sì, perché quel tocco «anticasta» che abbiamo consapevolmente scelto in vista delle elezioni ha sedotto molti, in particolare gli analfabeti politici che sarebbero pronti a rinunciare in blocco alla democrazia per un po’ di tasse in meno. Sul fronte lavoro, dello strombazzato jobs act ancora non v’è traccia, e finora siamo semplicemente tornati a una situazione pre-Fornero, peggiorata. Flessibilità senza welfare, cioè ulteriore precarietà, il tutto sperando che il mezzo punto di occupazione in più che eventualmente avremo nei prossimi mesi venga attribuito al decreto. Insomma, sperando ancora una volta che ci caschiamo. I mercati sembrano cascarci, se lo spread è ai minimi (170 punti base) da tre anni a questa parte. «Effetto Renzi», come titola la stampa amica? Non ho gli strumenti per dirlo, ma arrivo a leggere un grafico: mi sembra che l’andamento sia lo stesso da tempo e che la caduta dello spread fosse stata anche più decisa all’insediamento del povero Letta. Eppure Renzi riesce a spiazzare. A sinistra si tace, imbarazzati, sull’aumento della tassazione sulle rendite (parola-feticcio) finanziarie, improvvisato per trovare le risorse destinate al taglio dell’IRAP. Sono tutti certissimi che sia giusto penalizzare chi abbia 10mila euro in obbligazioni favorendo chi ha qualche milione di euro in BOT. A me rimane il dubbio.

Questo è il pacchetto (nel senso di piccolo “pacco”, alla napoletana) preparatoci dal rottamatore. Ma i contenuti sono accessori. Le chiavi per capire Renzi e il suo successo sono infatti la sua capacità proteiforme e la sua vacuità. Qualcuno mi ha suggerito la similitudine con Zelig, l’uomo camaleonte, ma quando Renzi ha sbottato di fronte all’inviato di un noto talk politico, parlando delle resistenze alla riforma del Senato, ho avuto un’illuminazione:

«Se pensano che sia qui per fare la bella statuinase ne trovino un altro»

Va ricordato ancora che alle primarie si votava per il segretario e che Renzi non starebbe dove sta senza l'”aiutino” dei soci della “Ditta”. Personalmente ho votato Renzi credendolo 1) l’unico candidato che un liberalsocialista potesse votare nonché 2) l’unico candidato in grado di battere le destre, Grillo e i vari populismi. Sia noi poveri beoti desiderosi di cambiamento che il gruppo dirigente della vecchia segreteria, che ha consentito e assecondato la staffetta, cioè l’esecuzione politica di Letta, abbiamo in qualche modo visto in Renzi una sorta di golem. Abbiamo tutti pensato – con motivazioni diverse, anche opposte tra loro – che questo golem potesse essere controllato. Non ho votato Renzi per avere quello che vedo oggi. La statua d’argilla animata cammina veloce e non si sa dove stia andando. Forse da nessuna parte.

(Ora mi risponderete che è «meglio andare da nessuna parte che restar fermi»…).

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Voto di scambio 2.0

«Nel primo consiglio dei ministri faremo un provvedimento per la restituzione dell’Imu sulla prima casa pagata dai cittadini nel 2012. Sarò io, come ministro dell’Economia, a restituire agli italiani i soldi. Con bonifico bancario o , specie per i pensionati, in contanti, attraverso gli sportelli delle poste.»

Bisogna riconoscere il talento del Cavaliere, come al solito. Se Achille Lauro, mezzo secolo fa, regalava paia di scarpe ai suoi elettori, se i capibastone di mafie e partiti lavoravano e lavorano sulla singola preferenza, casa per casa, disgraziato per disgraziato, a suon di biglietti da cinquanta euro, oggi il Signor B. reinterpreta questo tipo di pratica su scala nazionale. Il meccanismo base è lo stesso di sempre, e consiste nello stabilire un legame di tipo materiale tra politicanti e cittadini: «la mia vittoria è la tua vittoria», e si misura in una certa cifra, in un certo bene, in un certo privilegio – dalla pensione alla concessione edilizia. A differenza del solito, però, la relazione non è individuale e locale, tra il candidato e il votante all’interno della tal circoscrizione, ma tra il Caudillo in persona e il Popolo nella sua totalità televisiva. C’è anche una seconda differenza: Berlusconi in questo caso non promette di attingere alle proprie risorse personali (come faceva Lauro parlando ai morti di fame) né, indirettamente, alle risorse dello Stato, attraverso, ad esempio, qualche commessa di servizi pagata a prezzi da rapina (come i partitocrati vecchi e nuovi fanno coi loro amici palazzinari). Con la sua “proposta shock”, il Signor B. promette direttamente danari pubblici in contanti. Cash, allo sportello delle poste. In tagli piccoli, magari, pronti per cornetto e cappuccino al bar all’angolo, per festeggiare e sentire che si dice di Belen e Balotelli e dove il barista, ça va sans dire, non batterà lo scontrino.

Non riesco a trovare esempi più concreti del populismo Berlusconiano. Che questa sia la sua personalissima interpretazione del pensiero liberale? In fondo, nelle zone più arretrate dello Stivale, la mentalità è “liberale” esattamente in questo senso: allo Stato non si chiedono servizi né regole certe. E’ sufficiente il contante, al resto ci pensa il capobastone. I più tardi di comprendonio hanno avuto vent’anni per arrivare a capirlo: sarebbe veramente sciocco attribuire al Cav. tutti i mali di un Paese ridicolissimo. Berlusconi si limita a captare e sfruttare a suo vantaggio tutte le nostre tendenze peggiori. In Italia, lo Stato non è (più? Ancora? Mai? Scegliete l’avverbio che preferite) promotore dell’equità, per il socialismo riformista, o garante della libera iniziativa, per il liberalismo. Lo Stato in Italia – quando c’è – è un Principe nelle cui grazie entrare a qualsiasi costo, e sempre a danno di qualcuno che avrebbe i tuoi stessi diritti. Questo, detto per inciso, riguarda la Destra come la Sinistra. Certo, a Sinistra, dove il rapporto tra il Principe e la base storicamente è mediato da un complicato sistema di cinghie di trasmissione, lo scambio elettorale avviene spesso in altri modi, e il mascheramento ideologico dello stesso si giova di una solidissima tradizione intellettuale, grazie alla quale è possibile ad esempio chiamare solidarietà nazionale l’assistenzialismo. Ma al di là delle bassezze messe in atto per conquistare democraticamente il Potere, da elettore di Sinistra mi domando se davvero  l’unico concetto chiave per definire i nostri valori, o forse proprio il valore che include tutti gli altri, se l’unica eredità ideale di un secolo e mezzo di Movimento Operaio e di “marxismo”, di Sinistra rivoluzionaria, riformista, sindacale e “non so”, se davvero l’unico resto di tutta questa storia si riduca ad una certa idea di Stato. Temo di sì, e il mio imbarazzo è forte, perché più passa il tempo e più mi convinco che, tra tutti i padroni, lo Stato è il padrone peggiore.

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“Iron Man lives again!”

berlusc

Quando si conquista il potere politico e lo si conserva per un tempo sufficientemente lungo, è difficile rinunciarvi, specialmente se si sta giocando l’ultima grande partita della propria vita.
Al potere corrispondono quei privilegi cui i pretoriani del Cav. (e i loro famigli e poi giù, sino all’ultimo usciere) non possono più rinunciare. C’è l’immunità dall’azione della Magistratura. Ci sono le rendite delle posizioni acquisite nella gigantesca macchina dello Stato (le poltrone negli enti pubblici o nelle partecipate, gli appalti vinti illecitamente, le commesse a prezzi fuori mercato, le consulenze inutili, le prebende di ogni tipo). C’è il brivido dell’esercizio del Potere in sé, che posso solo provare ad immaginare. Ma credo ci sia soprattutto il terrore di perdere tutto questo assieme a ciò che si possedeva, più o meno legittimamente, prima di conquistare il Potere. Perché per alcuni la conquista del Potere ha rappresentato una scommessa nella quale si è puntato veramente tutto, col rischio, quindi, di perdere tutto. Infine, non va dimenticato il legame più forte, anche se invisibile ai più, che unisce chi eserciti il Potere nelle sfere più alte: quello del ricatto. Giuliano Ferrara descrive anzi la ricattabilità come una condizione necessaria al mantenimento del Potere.

A partire da simili premesse, nessuno può essersi stupito del ritorno del nostro Iron Man. Il problema è che la paura dei berlusconiani di perdere tutto è soltanto il riflesso della paura del Paese. Tutti gli italiani hanno paura. Ce l’ha chi esercita una piccola o grande quantità di potere, ce l’ha chi al Potere deve la sua sopravvivenza e ce l’ha pure chi dal Potere ha sempre e solo ricevuto calci. Quando si ha paura si sragiona. E’ facile, quando si ha paura, cercare di proiettarla su nemici fantomatici o comodi capri, è facile mettersi nelle mani di chi promette ricchezze o vittorie o rivalse impossibili (e indesiderabili). Mai come in quest’ultimo anno è emerso con chiarezza il carattere populista, illiberale, antieuropeista e reazionario del berlusconismo. Le ultime tirate retoriche del Cav. lo confermano. Realisticamente, è difficile che il Nostro torni in sella, a far danni come un disperato Sansone (i capelli li ha già persi da quel dì, del resto). Ma altri, più freschi di lui, stanno raccogliendo il testimone. Purtroppo Berlusconi non ha mai inventato nulla. Ha solo avuto un buon orecchio per il brontolio del ventre molle del Paese.

La verità è che a risentirci per lo sgambetto a Monti siamo stati davvero in pochi. Difficile, in questa situazione, rassicurare chi ci ha prestato e ci continua a prestare il danaro necessario a coprire gli sciali degli ultimi trent’anni. E’ comprensibile che si perda la fiducia, di fronte a certi comportamenti. Questo succede nella vita quotidiana, tra le persone. E perché mai i mercati finanziari, che sono una creazione delle persone, dovrebbero reagire diversamente? Il buon Bersani ce la sta mettendo tutta, magari rilasciando interviste al Wall Street Journal e mettendo Fassina e Vendola al posto loro. Non credo basti, ma lo sforzo è apprezzabile. Sull’altro versante, qualcuno potrebbe intanto farci la cortesia di rassicurare tutti quei liberal-conservatori, quegli elettori della “destra perbene” che hanno creduto una o più volte alla favoletta della “Rivoluzione liberale”e che non riescono a scendere dalla nave dei folli (folli in senso letterale, gente da TSO, o buffoni o teste di cazzo) del centrodestra berlusconiano? Ormai lo sanno pure loro che ad aver paura dei comunisti si rischia il ridicolo. (Sembra che gli ultimi duri-e-puri abitino qui sull’isoletta in cui mi trovo, dove Renzi ha raggiunto quindici punti in meno rispetto alla risultato nazionale. Ripetono la tiritera sugli “speculatori amici di Monti” e “L’Europa delle banche”, a volte si confondono con la nuova destra. Ma stanno bene nel loro buco del due per cento e in ogni caso non hanno la minima intenzione di governare). Io mi preoccuperei piuttosto del succitato ventre molle, che, come è noto, in tempi di crisi si gonfia e ad un certo punto deve pur scaricare il suo maldigerito prodotto. Da un buco o da quell’altro qualcosa potrebbe uscire. Qualcosa è già uscito, in realtà, se una parte non trascurabile degli italiani vorrebbe tornare alla liretta, “uscire dall’Europa” e chiudere le frontiere, in un sogno malato di autarchia. Le idee più balorde, dalle assurdità sul signoraggio alle teorie del complotto, sono diventati argomenti accettabili in movimenti di massa che arriveranno ad occupare parte del Parlamento. Non sarà più una faccenda da leghisti, o da peones molesti come Shittypoty. Ma ne riparleremo presto, ahinoi.

Xilografia da 'Stultifera Navis' di Sebastian Brant, Basilea, 1497

Xilografia da ‘Stultifera Navis’ di Sebastian Brant, Basilea, 1497

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Te la do io la democrazia

Come si suol dire, quando il dito indica la luna, gli sciocchi guardano il dito. In questo caso il “dito” consiste nella questione della democrazia interna del M5S, scoppiata come una (piccola) bolla grazie all’intelligenza mediatica di Corrado Formigli e della sua redazione (ohibò: si può fare inchiesta in tv anche senza l’ego smisurato di Michelone Santoro). Che lo “scoop” di Piazzapulita sia fasullo come molti militonti asseriscono, è del tutto irrilevante. Dove stia poi lo scoop, quando del rapporto tra Casaleggio e Grillo si sa tutto da almeno cinque anni, e quando i mal di pancia all’interno del M5S sono noti almeno dall’epoca dell’intervista a Favia, che risale a quattro mesi fa, è un altro dei buffi misteri della mediasfera.

Il punto è che a me della democrazia interna del partito di Grillo non frega assolutamente nulla. Ma proprio nulla. Quello che mi interessa – e preoccupa – è il successo di un movimento politico populista fondato da un signore che, nel corso degli anni, è andato in giro raccontando sciocchezze su fantomatici motori ad acqua, propagandando bufale sul signoraggio partorite da “studiosi” neofascisti, cavalcando senza vergogna l’ondata xenofoba anti-rom e antiromena, sostenendo che Israele sarebbe un “pericolo per la pace” e difendendo uno psicopatico come Mahmud Ahmadinejad e il suo regime, dimostrando in generale un fiero disprezzo per la democrazia e per le sue istituzioni (non per “i ladri”, ripeto, per la democrazia e per le sue istituzioni), monetizzando infine tutte le sue fesserie a spese di quella fetta di cosiddetti “delusi dalla politica” che hanno abboccato al suo amo. Ecco, il problema non è Grillo, e non è nemmeno Telespalla Casaleggio, con le sue visioni da futurologo mentecatto. Il problema sono tutti quelli che ci sono già cascati, e quelli che ancora ci cascheranno. Questa gente non prova il minimo sussulto di fronte alle stronzate più grosse e conserva tuttavia il diritto – sancito dalla Costituzione – di votare qualunque tribuno della plebe e commediante regolarmente iscritto nelle liste elettorali. Questa gente reagisce soltanto di fronte all’azione della macchina del fango. Tocca quindi augurarsi che questa macchina funzioni a pieno regime.

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