A proposito di Christian Raimo e della Commissione Segre

Molto ingenuamente credevo che la Sinistra italiana, presa tutta intera dai liberal ai marxisti, avrebbe potuto mostrarsi unita per un giorno o due almeno attorno all’idea di Liliana Segre di istituire una commissione parlamentare su odio, razzismo e antisemitismo. Credevo che di fronte all’astensione compatta del centrodestra – non sorprendente, ma comunque preoccupante – si potesse riconoscere ancora un brandello di identità comune, che di fronte agli insulti e alle minacce che la Senatrice Segre riceve quotidianamente e ai vomitevoli distinguo della nostra nuova Destra made in Russia, si potesse convenire su di un minimo sindacale di civiltà. Credevo che a sinistra almeno stavolta avremmo potuto evitare il ronzio della polemica perenne, fatto di starnazzi massimalisti e risate di naso ciniche-snob. Niente da fare, almeno stando a un breve intervento di Christian Raimo comparso su «Minima & Moralia» alcuni giorni fa e intitolato A proposito della commissione Segre. Un ragionamento sul bisogno di strumenti legislativi efficaci e sulla militanza. La tesi dell’articolo è esposta con chiarezza nelle prime righe: “Abbiamo un problema, che l’idea di istituire una commissione come la commissione Segre non risolve ma amplifica”. Proprio così, per Raimo l’idea di Liliana Segre non è nemmeno inutile – come tante commissioni parlamentari – ma anzi dannosa. “Amplifica” il problema, inteso come “lo sdoganamento di massa del linguaggio razzista, fascista e sessista”. In che modo lo amplifica? Non è chiaro, ma sappiamo che per Raimo questo problema “non ha a che fare con l’odio”. Anzi, “l’odio è un sentimento alle volte deprecabile, alle volte necessario: odiare gli oppressori, odiare i nemici sociali, odiare i fascisti, per esempio, ha portato alle più importanti lotte di libertà e emancipazione della storia umana”. Io spero solo che Raimo, che di mestiere fa l’insegnante, non trasmetta quest’idea ai suoi studenti. No, caro Raimo, in ogni lotta di liberazione l’odio è un accidente. L’odio è il veleno dell’esistenza umana e non cambia natura cambiando direzione, resta una condizione patologica che danneggia sia il proprio oggetto che il proprio soggetto. Ma è evidente che una critica di questo tipo non può scalfire il punto di vista di un marxista, o di un materialista storico, come preferiva definirsi Edoardo Sanguineti. È proprio a Sanguineti che ho ripensato leggendo Raimo, e non per un improbabile confronto tra le stature intellettuali dei due, quanto per la comune rivalutazione dell’odio. Nel 2007 il poeta, candidato a sindaco di Genova in una lista a sinistra del neonato PD, suscitando più di qualche imbarazzo se ne uscì con la necessità di “restaurare l’odio di classe”. Una volta salvato l’odio, per così dire, rimane comunque il problema di questa sottocultura fascista e razzista che oltre a essere tornata socialmente accettabile, risulta incredibilmente pervasiva, almeno per gli standard cosiddetti occidentali. Su un punto Raimo ha certamente ragione: la Sinistra di sistema, nel suo raffazzonato tentativo di pacificazione nazionale iniziato negli anni Novanta, ha scriteriatamente messo da parte le insegne dell’antifascismo (lasciando così che se ne appropriasse l’area antifa, i cui esponenti sembrano talvolta affetti da una tara cognitiva che li porta a equiparare le proteste contro la TAV alla resistenza dei Curdi all’ISIS…). Quando però accenna a possibili rimedi e afferma che non ci sono “strumenti giuridici per sanzionare i comportamenti e gli atti linguistici fascisti”, Raimo si incarta come ogni intellettuale critico alle prese con la pars costruens. Non si capisce cosa intenda quando scrive che “occorre ragionare da un punto di vista della linguistica pragmatica [cioè, grossomodo, dello studio della relazione tra ciò che viene detto e l’intenzione di chi lo dice, ndr] sul fascismo e sull’antifascismo, sul razzismo e l’antirazzismo, sul sessismo e sull’antisessismo”, né quando parla di “studi scientifici di linguistica pragmatica, studi giuridici” che dovrebbero guidare il legislatore. Fino a quando l’autore non preciserà il suo pensiero, possiamo considerare questo punto un esempio di inutile word-dropping. Più interessante è invece la conclusione, perché chiarisce finalmente dove voglia andare a parare Raimo col suo articolo: “Il campo del conflitto, che alle volte comprende anche l’odio, alle volte anche la violenza, alle volte persino la guerra, non può essere lasciato ai fascisti, agli oppressori, etc”. La violenza è a volte necessaria, ci informa Raimo, ma poi torna a incartarsi, confondendo fini e mezzi, giustezza della causa e necessità della violenza: “È giusta la lotta del popolo curdo contro Erdoğan, e le manifestazioni del popolo cileno contro Piñera, o quelle degli studenti di Hong Kong?”. E subito dopo, come a mettere le mani avanti, nomina Capitini, Dolci e Alex Langer, sottolineando però come nemmeno loro predicassero “una politica aconflittuale”. “Il pacifismo non è irenismo”, prosegue Raimo, “la nonviolenza non è fare i piccoli Pilato, lasciando inalterati i sorrisi di Salvini che contengono un’aggressività permanente, ingiustificata e violentissima”. La conclusione del pezzo tocca il tema dei “decreti sicurezza” che “contengono una quantità inusitata di strumenti per legittimare la violenza di stato e la repressione del dissenso”. E siamo tornati alle questioni della militanza e dell’attivismo, che stanno molto a cuore a Raimo, il quale conclude chiedendo “a chi si definisce democratico” di abrogare suddetti decreti, “altrimenti – con tutto il luminoso valore di Liliana Segre – non c’è forza della testimonianza che tenga”. Ora, io capisco che per un intellettuale engagé in un paese di non-lettori sia necessario “uscire” periodicamente per mantenere una minima visibilità presso il suo pubblico, parlando di quanto siano brutti i tre anni di carcere per occupazione abusiva o le altre schifezze dei decreti Salvini. Mi chiedo però cosa c’entri questo con l’encomiabile iniziativa di una sopravvissuta ad Auschwitz-Birkenau che da bambina ha provato sulla sua pelle fino a dove si può spingere l’odio e a quasi novant’anni è costretta a girare sotto scorta per il solo fatto di ricordarcelo.

Un tragico equivoco

La fretta è sempre cattiva consigliera, ma a chi dichiara di dormire quattro ore per notte come il nostro Ministro dell’Interno si può ben perdonare una certa avventata sicumera. Dobbiamo d’altronde ammettere di esserci trovati d’accordo con Salvini quando, al microfono del GR Rai, il giorno dell’uccisione di Mario Cerciello Rega, dichiarava che “per alcune, tra virgolette, culture la vita umana vale men che zero”. Chi poteva d’altronde immaginare che i due “bastardi”, per restare all’epiteto usato dal titolare del Viminale, fossero quello che si sono poi rivelati essere? Bianchi, benestanti, zucconi e annoiati. Un tentativo alla costosa scuola dei preti, l’ansia combattuta con lo Xanax, la noia con la coca, un bel viaggio dall’altra parte del mondo prima di decidere che cosa fare da grandi. Non mi soffermo sui punti ancora da chiarire in questa triste vicenda, ma a mettere assieme il mucchietto di fatti che le nostre gazzette, dopo aver dato il loro piccolo contributo alla propaganda razzista di Stato, hanno avuto la bontà di verificare, ci si ritrova davanti a un ritratto familiare. Al netto di qualche dettaglio, il ritratto potrebbe essere quello del figlio di un salvinotto medio in trasferta nel Sud del mondo. Lontano dalla propria famiglia e dalla propria occhiuta comunità, in luoghi dove un po’ tutto è permesso e il problema più grosso sta nel trovare un fuckin’ ATM in una città vecchia e sporca dove però, fortunatamente, le droghe costano meno che a casa e si vendono a pochi metri dalla propria stanza d’albergo. Certo, si può essere sfortunati e trovare uno spacciatore disonesto che per cento euro ti vende una bustina di aspirine sbriciolate. E’ solo a quel punto che emergono in tutta la loro miseria non solo l’indole, ma anche la cultura, come dice Salvini, e quindi la moralità dei protagonisti, i quali, col pretesto di recuperare i cento maledetti euro, possono decidere di vivere la loro piccola avventura pulp scippando il pusher e ammazzandone a coltellate il supposto complice. Che però complice non era, così come gli assassini non sono nordafricani. L’uno era un carabiniere, gli altri sono dei ragazzotti occidentali, i quali avranno tutte le scusanti possibili per il loro gesto: l’ubriachezza, lo xanax, il raptus legato alla paura, l’adolescenza difficile, i problemi di lingua, ma soprattutto l’attenuante decisiva, quella che il nostro Ministro dell’Interno dovrebbe poter sottoscrivere: credevano fosse un marocchino.

I migranti, la Sinistra, la fine delle illusioni

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Troppo facile dare addosso a un PD ridotto ormai a orso da circo, troppo facile bersagliare un Renzi che continua imperterrito a scimmiottare la Destra alla disperata ricerca di un pugno di voti. Per questo, qui c’è già Michele Fusco e fuori di qui c’è il resto di una stampa che ha da tempo giurato vendetta a Filippo Sensi & C. più ancora che a Matteo Renzi. I più magnanimi parlano di errori di comunicazione, sbagliando, perché quelli di Renzi non sono errori, ma elementi di una strategia deliberata quanto vana: seguire la brutale corrente senza resistere, sapendo che la maggioranza della gente è impaurita o stupida o cattiva e di fronte alla paura, alla stupidità e alla cattiveria non c’è storytelling positivo che tenga. A sinistra del PD c’è invece qualcuno che ancora dice di credere all’innata bontà del genere umano e mai derogherebbe a quel principio morale che precede il socialismo, la dichiarazione dei diritti dell’uomo e persino il cristianesimo: «Tratterete lo straniero che abita fra voi come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto» (Lv 19, 34). Lo dicono, ma non ci credono nemmeno loro. Nessun leaderino, nessun eletto, nessun quadro dirigente, nessun intellettuale della c.d. sinistra-sinistra che frequenti anche solo occasionalmente qualche persona al di fuori delle sue cerchie può crederci davvero. La loro è pura Brand Awareness, direbbe chi si occupa di marketing. La consapevolezza di offrire un marchio, un pacchetto di idee ma soprattutto un’estetica che non potrà mai essere di massa, la necessità di curare la propria nicchia come si cura il proprio orticello. Guadagnarsi un seggio, uno spicchio di potere, una piccola clientela. L’illusione di un vasto elettorato popolare che condivida allo stesso modo le parole chiave della redistribuzione della ricchezza e dell’accoglienza, come mai è stato nella storia del movimento operaio, è una bellissima illusione, i cui effetti sulla realtà politica sono però del tutto irrilevanti. Domani qualcuno smetterà di votare tizio, qualcun altro smetterà di votare del tutto. E così, forse, la Destra peggiore, in qualcuna delle sue incarnazioni postmoderne, andrà al potere. Allora e solo allora potremo dare sostanza a tutte le nostre chiacchiere. Con la resistenza quotidiana, con la disobbedienza civile, con le esperienze – individuali più che collettive –  di ricucitura di un tessuto sociale ridotto a brandelli. Ognuno di noi pensi ad attrezzarsi alla bisogna, oggi questa è l’unica cosa che conti. Non le svolte di questo o quel leader, non gli escrementi prodotti dalla comunicazione politica.

La foto è di Rafael Robles.

La Germania, l’Europa e i vecchi odiosi stereotipi

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Non ci possiamo far nulla, siamo animali simbolici in cerca di senso, abituati ad astrarre e a caricare di significati i fatti più minuti. Lo facciamo ad ogni livello, dal circolo della canasta alle “scuole alte” – in quest’ultimo contesto, da quando il detto nietzschiano «Non esistono fatti, ma solo intepretazioni» è diventato legge, lo si può fare anche pagati, e quindi con maggior soddisfazione. Quando i fatti, da minuti, diventano notevoli, parliamo appunto di fatti significativi. Se il fatto implica una tragedia di qualche tipo, e naturalmente una morte o, meglio ancora, una strage, la ricerca di senso diventa quasi compulsiva. In una prospettiva religiosa, tutto risulta più semplice. Per contro, l’individuo secolarizzato e un poco rincoglionito dalla massa di informazioni che è costretto a digerire ogni giorno, se la deve cavare diversamente.

Nel caso della tragedia del volo German Wings, non si è nemmeno aspettato che la conta dei morti terminasse perché i rimasticatori simbolici attivi sui media, social o meno, vomitassero il loro bolo di senso. Si tratta di un bolo un tantino avvelenato, perché viviamo in un’epoca piena di veleni verbali. Così, a poche ore dallo schianto dell’aereo, una certa lettura della tragedia era già nelle teste di tutti. A partire dalle banali considerazioni – le uniche davvero sensate, a mio avviso – sul fatto che nel mondo reale il “rischio zero” non esiste, un esercito di commentatori ha cominciato a tirare in ballo la Germania. Sì, perché una volta appurata la non appartenenza all’Islam di Andreas Lubitz, una qualche colpa collettiva andava comunque trovata – sempre per la faccenda della ricerca del senso.

Un senso storico-politico-antropologico fa sempre la sua porca figura e dà molta più soddisfazione di altri significati, come quello religioso – per cui ce la si deve prendere con qualcuno che forse nemmeno esiste – o banalmente fattuali – per cui all’eventualità statistica che qualcosa vada storto si può reagire al massimo con una bestemmia – il che ci riporta al caso precedente. Si inizia quindi al bar con la semplice Schadenfreude rivolta al primo della classe («Hai visto ‘sti crucchi, sempre tutti precisi e affidabili, eh? Ben gli sta»), sino a diventare, in taluni editoriali, un’invettiva contro la loro arroganza, una critica che va ben oltre il caso German Wings e arriva naturalmente a toccare la questione fondamentale: il ruolo della Germania nell’attuale crisi europea.

Al fondo di tutto c’è infatti l’immagine di una Germania arcigna e arrogante, dei Tedeschi come bulli d’Europa, affamatori di popoli attraverso l’austerità, ottusi nella migliore delle ipotesi, consapevolmente malvagi nella peggiore, in un guazzabuglio nel quale si confondono governi e nazioni, si isolano singole componenti culturali, si ipostatizzano presunti caratteri nazionali perenni e, immancabilmente, si fanno paralleli a tratti osceni con gli episodi più tragici della storia del Continente. Nell’uscita del portavoce di Lufthansa («cose di questo tipo non sono nel nostro DNA») alcuni hanno addirittura voluto intravedere i segni del razzismo nazionalsocialista. Una formuletta da frasario aziendale, sentita mille volte, l’ultima delle quali, soltanto pochi giorni prima, dalla bocca del premier-motivatore Renzi in visita al cantiere di Expo («ce la faremo, perché è nel nostro DNA»), qui evoca i fantasmi peggiori del Novecento.

Inutile dire che di questa polemica antitedesca beneficiano in particolare i vari No-Euro, i quali raccolgono pazientemente i frutti di un quotidiano lavoro di propaganda a cui certo giornalismo partecipa ben volentieri, sia in Italia che in Germania. E se un grande conoscitore della cultura tedesca come Gian Enrico Rusconi invita a smetterla coi rispettivi, odiosi, stereotipi, immediatamente lo si vede arruolato dai No-Euro tra gli antitedeschi («lo dice anche Rusconi!») e tra i nemici dell’Unione Europea. Eppure, se c’è qualcosa che rafforza la nostra convinzione di europeisti, sono proprio queste deprimenti polemiche “etniche”. C’è un terribile non-detto che ogni tanto affiora nel discorso pubblico europeo, fatto di odio atavico, pregiudizi, guerre e stermini di massa. Ecco perché ciò che affiora ogni tanto oggi è la prova inconfutabile di quanto sia stato giusto e necessario iniziare il processo di integrazione europea, appena ieri.

Talvolta, un certo pessimismo sul futuro d’Europa è più che lecito, ma non possiamo, noi Europei, lasciarci scoraggiare. Dobbiamo soltanto imparare a parlare di una complicata ma risolvibile questione di quattrini senza tirare in ballo le rispettive madri.

Dalla Padania all’Eurasia, dalle camicie verdi a quelle (rosso)brune

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Del primo importante dato uscito da queste elezioni regionali è già stato detto molto, anche qui sugli Stati. Per quanto mi riguarda, l’astensione non è affatto un aspetto secondario, è un gran brutto segnale che andrebbe letto con attenzione. So bene che i più accesi sostenitori del mio segretario non sono d’accordo. «Me ne farò una ragione».
Il secondo dato, e cioè l’exploit della Lega Nord di Salvini, risulta per certi versi ancora più preoccupante del primo. Le ipotesi sul perché un personaggio assai mediocre come Matteo Salvini sia riuscito a raccogliere tanto consenso mi appassionano sino a un certo punto. Forse è proprio la sua mediocrità a funzionare tra i bravi cittadini indignati? Lascerei l’argomento agli appassionati di comunicazione politica. L’apparenza mi interessa, ma le idee mi interessano di più.

Quando D’Alema parlò di “Lega costola della sinistra”, pensava evidentemente più a una questione di ceto che non di ideologia. Così, tornando all’oggi, dire che Camusso e Salvini sarebbero «facce di una stessa medaglia» è certamente una stupidaggine, ma che tanti iscritti CGIL – una parte importante di ciò che resta della classe operaia – votino in effetti Lega in tanti collegi elettorali storicamente di sinistra è un dato di fatto difficilmente contestabile. Un Paese impoverito e insicuro reagisce spesso in questo modo. Ciò detto, cavarsela dicendo che Salvini «cavalca il populismo» mi sembra davvero troppo sbrigativo.

Distratti dalla componente triviale del leghismo – che ho potuto sperimentare direttamente, avendo abitato a cinquanta metri dal palco della “festa dei popoli padani” – e dalla manifesta pecoronaggine del suo ceto dirigente, tendiamo spesso a trascurare il pensiero e l’evoluzione politica di quello che è il partito più vecchio tra quelli attualmente esistenti. Dalla rivolta del contribuente incazzato all’invenzione della tradizione di un’inesistente piccola patria, dalla voglia di indipendenza da Roma all’ingresso definitivo nel sistema, dai diamanti in Tanzania al cambio di dirigenza. Oggi più che mai nella Lega si è imposta una componente legata alla destra radicale, e la sola presenza di Mario Borghezio al Parlamento Europeo è lì a ricordarcelo.

Per macchiettistica che sia la sua figura, Borghezio possiede un pedigree inequivocabile, diviso tra Ordine Nuovo e la ”Jeune Europe” dell’ex SS Jean Thiriart, il rossobruno per eccellenza. Una “destra di popolo” tra le più ripugnanti, e destra di popolo non è forse anche la Lega? Salvini non arriva a tanto, se non altro per motivi anagrafici, dedicandosi prevalentemente alla sciura Rosetta del Giambellino, alla quale serve le consuete banalità xenofobe («se è razzista dire che le case popolari [bla bla bla] allora sono razzista») spacciate per un pragmatismo speculare e alternativo a quello renziano. Matteo n.2 tiene tutto sommato un basso profilo retorico, come del resto Marine Le Pen al di là delle Alpi. Se però alziamo lo sguardo oltre il populismo da mercato rionale e le visite alle periferie incazzate, ci accorgiamo di uno sfondo più vasto e ancora più preoccupante.

Il tour eurasiatico di Matteo Salvini, da Parigi a Mosca, appare ridicolo soltanto perché ridicolo è il suo protagonista. Ma la sostanza andrebbe presa seriamente. Come il progetto imperiale di Vladimir Putin si possa sposare con le fanfaronate di un Salvini qualunque è presto detto: a Putin fa comodo un’Europa piccola, divisa, impaurita e possibilmente un tantino più lontana dagli Stati Uniti. È vero che lo zar ci tiene già in pugno a causa della nostra dipendenza energetica. È vero che l’Italia è il secondo partner commeciale della Federazione Russa – come l’effetto delle sanzioni ci ha ricordato – e che i capitali russi hanno fatto il loro ingresso in svariati settori, dall’industria all’edilizia all’università. È altresì vero che Putin può contare sul lavoro di lobbying dei pensionati della nostra sinistra di sistema, da Blair a Schroeder.

Il problema è che, nonostante tutto, l’integrazione europea procede. Ecco perché, dal punto di vista russo, l’ondata di antieuropeismo di questi ultimi tre anni rappresenta un’occasione da non perdere, ed ecco perché i (non più tanto) piccoli attori politici della virulenta destra no-euro sono seguiti con una certa attenzione da Mosca. I milioni ricevuti dal Front National probabilmente non sono che un inizio. Nel frattempo il pensiero politico alla base di questi avvicinamenti si precisa e si mostra in tutti i suoi aspetti più deliranti.
Finora ho citato Borghezio, Jean Thiriart. Putin. Mancherebbe un nome, quello di Aleksandr Dugin, e il quadretto della destra “eurasiatista” sarebbe completo.

E come potrebbe mancare il nefando Dugin, invitato a Milano l’estate scorsa dall’associazione Lombardia-Russia di Gianluca Savoini e Gianmatteo Ferrari, i principali organizzatori del pellegrinaggio di Salvini alla corte dello zar. Non che certe imbarazzanti liaisons siano nuove – basti ricordare le simpatie della Lega per Milošević o Zhirinovskij. A fare la differenza tra una qualche affinità ideologica e l’azione politica comune è però il contesto globale, che negli ultimi quindici anni è cambiato al punto che i peggiori deliri distopici stanno acquistando una rispettabilità politica a livello di massa. Sarà dunque il caso di drizzare bene le antenne. (continua)