Le belve di Oliver Stone(d)

«Sono le nove meno cinque…Se non riusciamo ad arrivare per quello di Oliver Stone, ci vediamo quello di Bertolucci…Puff, Pant, due interi per quello di Oliver Stone…è già iniziato?

«Cosa, Le Belve? E’ alle dieci»

«Ah»

E’ possibile, anche se indimostrabile, che Dio, o chi per lui, in quei momenti ti voglia dare un piccolo suggerimento. Sta a te scegliere. Io, accidenti a me, ho scelto Oliver Stone. Per quanto il Bertolucci degli ultimi vent’anni mi faccia cacare, dubito che me ne sarei uscito dalla sala altrettanto deluso alla fine di Io e te. E’ che ho smesso, stupidamente, di leggere le recensioni prima di vedere un film.

Laguna Beach, California: due giovani surfisti – l’uno è un reduce dall’Iraq, l’altro un fricchettone laureato «in marketing e botanica» a Berkeley – producono e vendono erba da fumare di altissima qualità, che nel Sunny State è legale su prescrizione medica. Oltre al nome in ditta, condividono anche una bionda (no, il triangolo no!) di nome Ophelia. Il cartello della Baja, cioè i narcos messicani, fanno loro un’offerta di joint venture, per così dire, che i ragazzotti rifiutano. A quel punto la supervillainesse del cartello s’offende e fa rapire la bionda, dando inizio ad una ridicola vicenda di ricatto, violenza e doppio gioco che, vista la presenza di un’Ofelia, sembra destinata a concludersi con una carneficina, ma che invece…(no, il doppio finale no!)

Oliver Stone, ricordate? Quello che ha raccontato Wall Street (due volte), l’assassinio di Kennedy, il Vietnam (due volte), Jim Morrison, la destra ammarigana, George W. Bush, l’11 settembre. Poteva forse esimersi dal raccontare la war on drugs? Il risultato potrebbe fruttare a Stone quel Razzie Award che non riuscì a portare a casa il ridicolissimo Alexander. Le Belve è una sorta di fumettone pulp scritto coi piedi che fa rimpiangere non solo Tarantino, ma persino il Rodriguez peggiore, un telefilm lungo due ore, brutto visivamente, zeppo di autoparodie involontarie e iper-stereotipi, col suo mix di canne, sesso ed armi da fuoco, con la mejo gioventù d’America fatta di ragazzi belli, intelligenti e sensibili, a volte solo un po’ corrotti dalla violenza del mondo, povere stelle, e coi suoi chicanos brutti (i maschi, le femmine sono delle gran fighe, ça va sans dire) e feroci come belve (anzi come savages). Una menzione speciale per il capello cotonato di Benicio Del Toro.

Insomma, un prodotto per ragazzini beoti, suppongo, e per tutti coloro che non sanno nemmeno più cos’è – cos’era – il cinema, e come lo si guardava. Ma non vorrei farvi desistere dall’andare a vederlo, attenzione. Ricordate che con gli incassi di simili boiate Stone finanzia i suoi documentari, nei quali mostra quanto so’ stronzi e corrotti l’ammaregani e di quanto è fico e de sinistra lui, che poi si fa intervistare da Teresa Marchesi ar tiggìtre. Pensateci.

P.S. Questo filmetto l’ho visto nello spazio in cui si tenne la prima dell’Italiana in Algeri di Rossini, ossia l’ex “teatro San Beneto”, poi “cinema Rossini”, riaperto pochi giorni fa. Eccezionalmente, mi sento di lodare il Comune. E i progettisti. A voi della campagna potrà sembrare scontato, ma una sala in cui si possa sedere comodi a Venezia è una novità.

Hereafter, l’aldilà del Cinema

Clint Eastwood è un regista difficile da incasellare. Ai tempi degli Spaghetti Western ci si riferiva a lui come all'”attore cinematografico di destra più amato dagli spettatori di sinistra”. Da regista, soprattutto negli anni della sua piena maturità, è riuscito a sorprendere molti, se non tutti, con alcuni film straordinari, rimanendo un director, non un autore nel senso europeo del termine: l’ultimo Hereafter, sceneggiato da Peter Morgan (Frost/Nixon) era un progetto pronto da tempo e proposto a Eastwood da Dreamworks dopo una travagliata fase di riscrittura. Certo, il grande director può rifiutare le proposte. Ed Eastwood, a 80 anni suonati, compie le sue scelte con una certa ponderazione.

In Hereafter sono raccontate tre storie destinate ad intrecciarsi: Marie, telegiornalista francese, sopravvissuta allo tsunami in Indonesia e ad una quasi-morte che l’ha segnata nel profondo, George, sensitivo americano in grado di ascoltare i defunti, condannato dal suo dono/maledizione ad una vita di solitudine. Marcus, un bimbo inglese figlio di una madre tossica, che perde il suo amato gemello e tenta di trovare un modo per comunicare con lui. Un triangolo S.Francisco-Parigi-Londra che vedrà ricomporsi i traumi e le solitudini dei protagonisti.

Quello che vediamo in Hereafter è un cinema che non si fa più. Eastwood è l’ultimo grande esponente di un classicismo hollywoodiano che Hollywood stessa ha negato e abbandonato decenni fa. E’ quindi anche un cinema che il pubblico non cinefilo (cioè la quasi totalità del pubblico) non è più abituato a vedere, un cinema che non rispetta la divisione dei registri e il canone contenutistico odierni. Da una storia in cui sia presente un qualche elemento sovrannaturale, il c.d. Grande Pubblico è abituato ad attendersi uno scary movie, ossia un prodotto concepito per provocare spavento animale che in tarda serata diventerà rilassamento alla pizzeria del multisala. Il punto è che la spettacolarità visiva di Hereafter si riduce grossomodo alla sequenza dello tsunami, e il rilascio di adrenalina è provocato nei primi dieci minuti, salvo alcune brevi impennate successive. Alla fine del film, la massa in attesa del film d’azione o ‘di paura’ risulta quindi delusa ed annoiata. Il pagante colto o semicolto, dal canto suo, educato al postmodernismo, compie un’esperienza imbarazzante. Tanto per cominciare, la storia ha una linearità assolutamente limpida e priva di sottotesti da fare a fettine in qualche laboratorio di decostruzione critica. Ma il vero imbarazzo sorge di fronte ad un tema che crediamo di aver rimosso totalmente dal nostro orizzonte. Le discussioni sul post-mortem e sulla possibilità di comunicare con i defunti sono lontane sia dalla quotidianità che dall’esperienza intellettuale dell’europeo medio, secolarizzato o meno, e tuttavia estremamente popolari negli States, non solo a livello di cultura di massa. A titolo di esempio, la questione delle Near Death Experiences è tra le riflessioni di Harold Bloom – nientemeno – in Omens of Millennium: The Gnosis of Angels, Dreams, and Resurrection (trad. it. Visioni profetiche – Angeli, sogni e resurrezioni, Il Saggiatore, finito presto tra i remainders). A scanso di equivoci: Hereafter non lancia alcun ‘messaggio’ in questo senso. E’ cinema. Potrà piacervi anche se vostra nonna non vi ha mai dettato i numeri del lotto in sogno, perché in fondo si tratta della storia di un felice incontro tra emarginati, nel segno di ciò che ci unisce tutti quanti,  e cioè la finitezza nostra e di chi ci sta accanto. Una storia girata con mano delicata da Eastwood, che muove la mdp con grande discrezione e umanità, senza forzare gli attori ad intepretazioni meno che misurate, il che, in un momento in cui la gigioneria à la Johnny Depp è lo standard («forza, attore, o ti sostituiamo con un avatar in CG!»), rappresenta una vera boccata d’aria fresca. Bravi Damon e la De France, ma una parola in più va spesa per i due piccoli straordinari gemelli dallo sguardo triste, Frankie e George McLaren. La scena in cui Marcus e Jason inscenano un quadro familiare perfetto ad uso degli assistenti sociali è a mio avviso uno dei momenti più toccanti del film, nel quale ovviamente non mancano i momenti di commozione. A molti spettatori emotivamente (e forse analmente) ritentivi, quel genere di incontrollabile reazione risulta fastidiosa, al punto da condizionare un giudizio complessivo. Peccato, perché si tratta di emozioni oneste, di lacrime nobili. Molto lontane dalla violenza emotiva e dalla sostanziale disonestà di Von Trier, e altrettanto distante dai drammi ‘barocchi’ di Iñárritu (comunque preferibile a Von Trier!), vicine semmai a Charles Dickens – l’autore preferito da George/Damon, che ne tiene un ritratto appeso nel proprio appartamento e ne visiterà la casa-museo londinese.

Solo a titolo di suggestione personale , arrischio una lettura metacinematografica di Hereafter, a partire dalle figure dei tre protagonisti e dal triangolo geografico in cui si situano le loro vicende. Sembra di vedere lo schema potenziale per una sorta di utopia cinematografica: 1) George, cioè l’America: la sapienza tecnica, i mezzi produttivi 2) Marie, cioè Parigi, la libertà, l’indipendenza, l’impegno 3) Marcus, cioè Londra, cioè Dickens: la maestria nella narrazione. Se certo cinema è morto da tempo, è consolante immaginare un Aldilà che segua questa triade.

Carlo Mazzacurati – La Passione

Lido di Venezia, 4 settembre. Al termine della proiezione de La Passione di Mazzacurati eravamo in pochi a non applaudire, sotto al tendone in via Sandro Gallo. In Sala Grande, coi molti addetti ai lavori presenti, sembra sia andata anche meglio. Consenso di pubblico e di critica, come si usa dire. Per qualche istante mi è sorto persino un dubbio: “non sarò io quello che non capisce un cazzo di cinema?”.
Cesare Dubois (Silvio Orlando), regista in crisi, pressato dal produttore e dalla giovane attrice con la quale ha una relazione (Cristiana Capotondi) perché finalmente scriva un nuovo film, riceve una telefonata che lo costringe a partire per la Toscana. In un borgo medievale che immaginiamo dalle parti della Val di Chiana il protagonista possiede casa, giusto al di sopra di una cappella affrescata da un pittore del ‘500. Una perdita d’acqua dal suo appartamento ha danneggiato gli affreschi, e per evitare una denuncia alla locale Sovrintendenza alle Belle Arti, il regista è costretto dal sindaco (Marco Messeri) a dirigere la sacra rappresentazione del Venerdì Santo, tradizione che i paesani vogliono ripristinare. Ha solo cinque giorni per metterla in scena, mentre tenta di scrivere un film. Aiutato da un suo allievo ex-carcerato (Giuseppe Battiston), arriva a rispettare i termini del ricatto e nel frattempo inizia a cambiare la sua vita.
Se ne “La giusta distanza”, pur con qualche piccola goffaggine di sceneggiatura (l’intreccio “giallo” non maneggiato alla perfezione) Mazzacurati ci regalava ritratti e ambienti credibili, ne La Passione, dove un intreccio piuttosto semplice avrebbe consentito un lavoro approfondito sui personaggi, ripiega su di un campionario di cliché usuratissimi: il Regista In Crisi e l’Attricetta Oca, il personaggio collettivo della Provincia Italiana, trappola e salvezza per chi venga dalla metropoli senza le proprie protezioni sociali, la fanciulla dagli occhi belli che sta con il Musicista Stronzo ma scambia gran sorrisi con il protagonista, il vanesio attorucolo di provincia, interpretato da Corrado Guzzanti – il quale risulta francamente inutile e fuori contesto: un’interferenza da piccolo schermo, nemmeno divertente, fumo negli occhi per il pubblico. La stessa interpretazione di Orlando, mai così attapirato, sa di autoparodia televisiva. Sprecati, purtroppo, Battiston e il sempre ottimo Messeri, mentre le presenze femminili (Capotondi, Smutniak, Sandrelli) sono quasi puramente cosmetiche.
Arriva per ogni regista il momento nero della crisi creativa. Il vuoto di idee, dal quale ognuno esce nei modi e nei tempi che gli sono propri. Alcuni autori scelgono la via dell’autoreferenzialità, che è forse una cifra costitutiva del cinema, da sempre, probabilmente da quando è comparsa sul set una seconda macchina da presa a riprendere la prima. Ci sono esempi alti di questo tipo, da Effetto Notte di Truffaut a Nel corso del tempo di Wenders, e altissimi, come Viale del tramonto di Wilder. E’ un’operazione che riesce solo ai grandi registi, e nemmeno sempre. (Piccola assonanza: nello stesso giorno a Venezia viene presentato Passione di John Turturro, che una ventina d’anni fa fu diretto dai fratelli Coen nell’irrisolto Barton Fink, storia di uno sceneggiatore hollywodiano alle prese con un potente writer’s block).
Un cinema – o un’arte in genere – che racconti sé stessa nel suo farsi rischia molto, rischia di indisporre il pubblico, e il rischio cresce smisuratamente quando il racconto riguardi appunto le crisi, le empasse. La fastidiosa autoindulgenza forse non è nemmeno il più grosso difetto del film di Mazzacurati, che sconta una scrittura sciatta e meccanica, punteggiata da gag che fanno sorridere ma alla lunga stancano (la battuta migliore: “nel cinema ci si dà tutti del tu. Proprio come in galera”)
E’ la difficoltà di tenere insieme i vari registri che rende La Passione un film brutto, anzi bruttino. La scena di Battiston che cade dalla sedia durante l’ultima cena vorrebbe essere un tentativo di mischiare farsesco e patetico col quale solo i grandissimi possono misurarsi (banalmente, Pasolini ne La Ricotta). Qui il tentativo fallisce ma viene da chiedersi se la maggior parte del pubblico contemporaneo se ne possa accorgere, se ciò che il film fa passare sia il risultato intenzionale del “regista in crisi” Mazzacurati oppure di alcuni brutti automatismi che stanno ormai al di fuori del Cinema e permeano i gusti del pubblico. Qualcuno dovrebbe ad esempio spiegarmi la differenza tra le risate (le più convinte di tutta la proiezione al Palabiennale) del pubblico radical-chic di fronte ad un cristo obeso che due centurioni faticano a crocifiggere e le risate altrettanto grasse della maggioranza rumorosa di fronte agli scadenti equivoci di Vanzina-De Sica, perché io questa differenza, francamente, non la vedo. Personalmente, dovendo scegliere una Passione per finta girata in Toscana, preferisco di gran lunga quella – memorabile e realmente spassosa – di Amici Miei – Atto secondo (altra assonanza, proprio in questi giorni a Venezia si è visto un remake del funerale del Perozzi)
Nonostante le intenzioni dichiarate, mi sembra che l’attenzione per le storie degli umili e dei perdenti, che dovrebbero stare al centro della poetica di Mazzacurati, qui sia poco più che superficiale e macchiettistica, pretesto per la salvezza di un Ego in crisi, quello dell’Autore.
Ma che cos’è un autore? E’ qualcuno che teorizza sul cinema, un intellettuale? Non necessariamente. Un autore è qualcuno che conserva una profonda urgenza quando scrive e gira un film. Io mi domando dove sia (finita) questa urgenza in Mazzacurati. “È stato per me un film molto personale, intimo, anche difficile da fare”, dichiara il regista. Spesso le cose difficili vengono male, come in questo caso. Sarà per la prossima volta, a crisi finita.

Avatar – recensione lunga e intempestiva

Intrattenimento dozzinale o invito alla rivolta? Tanta forma o tanta sostanza? Vaccata o capolavoro, come pare lo abbia definito Spielberg? Ormai sarà pure uscito dalle sale, ma se non l’avete visto, non temete, ve lo sciropperete presto in blue-ray – vi sarete mica comprati il lettore per niente! Nel frattempo è materiale per blogger e grafomani d’ogni risma, compreso il sottoscritto.

In un futuro lontano ma non troppo il marine paralitico Jake Sully viene assunto da una compagnia mineraria americana per lavorare sul pianeta Pandora (un nome che è tutto un programma di sciagure), dove si trova in abbondanza un minerale preziosissimo (http://en.wikipedia.org/wiki/Unobtainium). La compagnia ha già cominciato a sfruttarne i giacimenti, inviando sul pianeta scienziati, minatori e un gran numero di contractors armati fino ai denti. In uno scenario fatto di montagne volanti e giungle zeppe di piante e bestiacce preistoriche, vive il popolo dei Na’vi, guerrieri dalla pelle blu alti tre metri e dotati di una facoltà straordinaria: attraverso una treccia di capelli dalla quale escono delle terminazioni neurali, possono ‘connettersi’ mentalmente a piante ed animali, agli spiriti degli antenati e soprattutto ad E’wa, divinità panteistica che riunisce la totalità delle forme viventi del pianeta. Centro della loro comunità è l’Albero Casa, una sorta di quercia alta come un grattacielo, sfortunatamente piazzata dagli sceneggiatori sopra il più grande giacimento del minerale concupito dalla multinazionale terrestre. Ovviamente quell’albero e quelle terre sono sacri agli indigeni, che non ci pensano nemmeno a spostarsi da lì, facendo così la felicità del comandante paranazista dei contractor, pronto a sterminarli. Prima di passare alle maniere forti, noi terrestri abbiamo però escogitato un sistema per avvicinare, studiare e possibilmente circuire gli indigeni: gli scienziati della base terrestre possono controllare, semplicemente dormendo in un lettino ultratecnologico, dei corpi creati in laboratorio mischiando dna degli autoctoni con quello umano: gli avatar. Ecco perché al protagonista non servono le gambe. Jake – cioè l’avatar con la mente di jake – si perde nella foresta, è quasi divorato da una bestiaccia e viene salvato da un’indigena, della quale ovviamente si innamora (la scopata, attesa per metà film, arriva puntuale). Istruito dall’amazzone blu, il marine impara a diventare uno di loro. Il resto dello svolgimento è piuttosto meccanico (climax, anticlimax, climax finale): l’eroe acquista consapevolezza e si schiera con gli indigeni ma perde la loro fiducia e viene battuto una prima volta. Poi si riprende, grazie a una sorta di prova d’iniziazione diventa un eroe agli occhi degli indios e li guida verso la prevedibile vittoria finale, nella quale vediamo i terrestri (salvo alcuni ‘buoni’ che si sono schierati con la resistenza) messi sulle loro navi e rispediti a casa.

Sembra purtroppo che tutta la science-fiction epica sia diventata unicamente un pretesto per sfoggiare raffinatissime elaborazioni in Computer Graphics. Questo film non fa eccezione. La storia di Avatar si basa su alcuni sempiterni tòpoi della letteratura occidentale (dal Parzival in poi), letti in chiave orientalista/terzomondista e impacchettati in una lussuosa confezione tra il fantasy e la fantascienza. Detta così suona come un gran guazzbauglio di generi. Di fatto lo è, ma con al centro un nucleo narrativo piuttosto semplice. Come in certe biografie del colonialismo europeo, l’eroe è un invasore che si innamora dell’invaso, tradisce e lo guida verso la liberazione: nel cinema, come non ricordare Lawrence d’Arabia (o anche l’irrisolto Mission, anch’esso sceneggiato da Robert Bolt). Epperò lì c’erano appunto grandi sceneggiatori, attori straordinari, un senso della visione che non esiste quasi più nel mainstream hollywoodiano. La distanza dal capolavoro di David Lean è evidentemente così grande che sembra si tratti di due oggetti completamente diversi. Quello era il Cinema, questo è intrattenimento di lusso, ipertecnologico nella forma, ma nella sostanza molto più vicino alla “lanterna magica” ottocentesca. Girato in gran parte in blue screen, avatar è un ibrido live/animation nel quale non si ricordano grandi prove attoriali. Non credo fossero previste. L’amorfo protagonista sembra scelto apposta per non rubare la scena agli avatar. Si salva forse la sempreverde Sigourney Weaver, inchiodata da trent’anni al ruolo di Alien proprio da Cameron, a partire da Aliens scontro finale (del quale esiste almeno una dichiarata citazione visiva: le estensioni meccaniche da combattimento, come quella usata da Ripley nella lotta con l’alieno nel film dell’86).

Si è fatto un gran parlare del ‘messaggio antagonista’ del film, a partire dall’ottima azione di marketing esercitata dai cinesi, che pare l’abbiano proibito sul territorio della Repubblica Popolare. Onestamente, le letture politiche mi sembrano debolissime. Certo, ci sono la multinazionale cattivissima e l’ufficiale dei marines nazistoide, il ragazzo sulla sedia a rotelle costretto a lavorare per loro per pagarsi la costosa operazione al midollo spinale, che l’assicurazione sanitaria pubblica non passa. Ci sono un popolo minacciato e un pianeta a rischio di distruzione, la critica delle guerre amerikane per le risorse (dai dialoghi scopriamo che gli USA in futuro invaderanno Venezuela e Nigeria…). Eppure stento a riconoscere qualsiasi intento critico seriamente strutturato. Sarebbe bizzarro se una macchina da soldi che ha il suo posto nel cuore dell’industria, una produzione da trecento milioni di dollari, pensata principalmente per un pubblico semi-lobotomizzato, lanciasse effettivamente messaggi antagonisti, da ricevere poi nei templi del rincoglionimento odierno, le multisale (so di essere un marziano, confesso che questa era la mia PRIMA volta in una multisala). Cameron ha senz’altro gran naso per i trend del momento. Titanic si inseriva in un filone neoromantico che adesso sembra tramontato, Avatar – progetto precedente al melassoso polpettone con Leo di Caprio, ma tenuto saggiamente in frigo – sembra inseguire invece un pubblico consapevole, critico, informato e politicamente impegnato, dalla globalizzazione alle guerre per le risorse all'”ecocidio” del pianeta (“Sul mio pianeta non c’è verde”, dice jake della terra). Insomma, Avatar è quindi un film “antagonista”? “ecologista militante”? “”altermondialista”? Non saprei, lo chiederei direttamente al ragazzotto che tiene Impero e Manituana sul comodino. Di una cosa però possiamo star certi: Avatar diventerà un cult per quelli di Casa Pound. Come potrebbe essere altrimenti, visto che “il messaggio”, sempre che ve ne sia uno, sembra mututato direttamente dal comunitarismo e dalla dottrina tradizionalista? La difesa del Sacro Suolo, l’estetica guerriera, gli antenati, la purezza etnica ribadita proprio dagli indios (mentre, un’ inquadratura lo sottolinea, i minatori sono un mix razziale non-wasp molto americano: neri, asiatici, ispanici, etc.: il proletariato USA), qualche cenno alla ‘decrescita’. Insomma, un armamentario tipico della ‘nouvelle droite’ e feccia consimile, mi pare. Ma sono tempi di grande confusione (e la situazione è tutt’altro che eccellente). D’accordo, pare che i ‘buoni’ siano per una volta dei subalterni, e che per una volta vincano. Peccato che un valido “cinema politico” si debba basare su ben altri presupposti. Se la contraddizione alla base della storia non si risolve, lo spettatore se la porta a casa con sé, e può darsi che ci rimugini sopra. Se viene invece risolta, tra grandi esplosioni catartiche, punizione e morte atroce del villain e copule tra eroe ed eroina (la tensione si deve allentare anche sul piano sessuale), succede che lo spettatore medio, sfondatosi di popcorn, se ne torna a casa appagato e grato dell’esperienza sensoriale vissuta (questo vale anche per quella parte di pubblico “de sinistra” politicamente-corretto-grappa, sia chiaro). Se ci fosse un qualche messaggio rivoluzionario, un richiamo all’insurrezione come teme il compagno Hu Jintao, sarebbe un messaggio farlocco, fasullo come lo è la visione 3D, dove la libertà dello spettatore finisce con la messa a fuoco, la quale rimane sempre e comunque decisa dal regista (e meno male, da un punto di vista cinefilo!). Semmai la vera utopia contenuta in avatar potrebbe essere quella di una totale unione armonica dell’uomo – o umanoide che sia – con la natura. Anche se poi questa cosa viene rappresentata come una funzione materiale: un sistema di cavi, una sorta di firewire silvestre. Nell’economia di un ‘action movie’ tutto deve essere raffigurabile come sequenza di operazioni fisiche, altrimenti il pubblico non capisce, si disorienta (o si addormenta). Certo è difficile addormentarsi in queste due ore e mezza di visioni da trip acido, inseguimenti, esplosioni, combattimenti, tutti segnati, per chi l’ha visto al cinema, dall’illusione della terza dimensione. In effetti quello che rimane è un lavoro assolutamente straordinario di design visivo che ha un antecedente forse solo con la trilogia dell’anello di Peter Jackson. Interessantissimo – e probabilmente sprecato – il lavoro del linguista che ha inventato il Na’viese. E’ un peccato che tutto questo dispiego di mezzi porti a risultati così lontani dal Cinema che abbiamo amato. D’altronde credo che il “cinema” sul tipo di avatar non sia attualmente altro che un grande laboratorio tecnico, in attesa del perfezionamento della realtà virtuale e della sua diffusione di massa, quando non occorrerà raccontare più nessuna storia, ma creare ambienti e situazioni per psiconauti alienati. Mi domando se qualcuno allora troverà ancora la voglia di raccontare storie con le immagini in movimento. Ci spero tanto.