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Il disordine nuovo

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«Le potenze di questo mondo si dividono visibilmente in due gruppi non simmetrici: da una parte le autorità costituite e dall’altra la folla. In genere, le prime prevalgono sulla seconda; in periodo di crisi, succede l’inverso. Non soltanto la folla prevale ma essa è una specie di crogiolo dove vengono a fondersi anche le autorità più consolidate. Questo processo di fusione assicura la riformazione delle autorità grazie al capro espiatorio, ossia al sacro».

(René Girard – Il capro espiatorio, Adelphi, 1999)

Lo spoglio dei voti non era nemmeno terminato e già si notavano le prime mani avanti, i primi distinguo, i primi scaricabarile. «il mio no è differente», si affannano a dichiarare i tanti benintenzionati di Sinistra, in lieve imbarazzo di fronte a certi loro compagni di strada. «E comunque è stato Renzi a voler personalizzare il referendum!». Il che è vero. Come è vero che se Renzi non l’avesse fatto, ci avrebbero comunque pensato i suoi avversari. E, al di là di tutto, è ragionevole che un governo resti in carica quando una riforma costituzionale che è il cuore stesso, il pilastro del proprio programma viene rifiutata dal 60% dell’elettorato? Certamente no. Inutile tentare di eludere la natura politica o minimizzare gli effetti del voto. Con la vittoria del No, a mio avviso si chiude quella che abbiamo chiamato Seconda Repubblica. Non ho idea di quando e come verrà inaugurata la Terza, ma il percorso del Paese sin qui è abbastanza lineare. Siamo arrivati impreparati alla caduta dei muri e alla globalizzazione dei mercati e stiamo andando alla cieca da un quarto di secolo. Al netto di ogni sacrosanta critica possibile, le riforme, che Renzi ha semplicemente copincollato da vari programmi della Sinistra dagli anni Ottanta in poi, avevano appunto lo scopo di attrezzarci meglio rispetto agli scenari di un mondo sempre più piccolo. Una condizione necessaria, ma tutt’altro che sufficiente a garantire di nuovo il benessere diffuso, in un futuro non troppo lontano. La riforma delle istituzioni è il comburente senza il combustibile (i capitali). L’uno in teoria dovrebbe portare l’altro. Nel mentre, l’economia non riparte e lo sciacallaggio del disagio – ingegnerizzato per il web nel caso di Casaleggio & Grillo, più ruspante e piazzaiolo in quello di Salvini – fa il resto, sfrondando la complessità a colpi di roncola per trovare tra le frasche il capro espiatorio preferito del momento: il migrante. «No ti vedi che semo pieni de negri, par colpa de Rensi?». Così si è espressa un’abitante del quartiere popolare in cui ho fatto volantinaggio durante la campagna. Una tra i tanti. A poche centinaia di metri da lì, BoBo e Sinistra identitaria hanno punito Renzi per la sua lontantanza estetica – e quindi morale – dal loro mondo, e si è alla fine compiuta la vendetta che i dirigenti PD rottamati e i loro sottopancia avevano giurato nel 2013. Chi non dorma in piedi o sia in malafede sa bene come l’insistenza di costoro sulla questione sociale e sugli strappi di Renzi col mondo del lavoro sia puramente strumentale. Quando i vari D’Alema, Bersani & C. parlano della “nostra gente”, omettono di precisare che la “nostra gente” oggi vota Grillo o Salvini anche per colpa loro. La disaffezione dei salariati e il mal di pancia della base sono fenomeni che risalgono a tempi in cui Renzi era noto soltanto agli spettatori della Ruota della Fortuna. La battaglia di Baffino è una battaglia tutta interna al ceto politico, che ha voluto defenestrare il giovane arrogante a spese di tutto il partito e di tutto il Paese. I notisti politici potranno seguire con passione le prossime evoluzioni di queste facce di culo. Io, dopo aver visto il terzo governo di centrosinistra abbattuto dal fuoco amico, mi limiterò a fare di tutto perché le nostre strade non si incrocino più.

Guardando al futuro prossimo, ciò che davvero conta è il messaggio, chiarissimo, che gli Italiani hanno lanciato, identificando in Matteo Renzi un’incarnazione, un agente di tutto ciò che temono, di volta in volta rappresentato da Unione Europea, JP Morgan, Trilateral, ecc.: in buona sostanza, il mondo globalizzato, senza più confini né sicurezze (non male, per uno scout della Valdarno…). A spingere verso i seggi persino gli impolitici è stato quindi l’odio profondo per Renzi, ma anche il desiderio di mantenere quell’anarchia non-solidale, quella competizione tra clan che è poi la forma costitutiva di (s)governo di questo Paese da sempre e, forse, per sempre. Chi anela al potere e chi ha paura del potere, tutti uniti contro Renzi, ma anche contro la democrazia liberale in sé. Gli effetti giuridici delle modifiche alla Costituzione poco c’entrano con tutto questo, la Carta qui è semplicemente l’oggetto simbolico di un’operazione rituale: il sacrificio del capro espiatorio. La semplicità del quesito reale («volete tenervi Renzi?») e la naturalezza della negazione in una fase di crisi spiegano la grande affluenza e il carattere di questo voto. A muoversi è stata la folla, al di là delle singole appartenenze. Al suo interno, tanti cittadini che, dopo anni di astensionismo, hanno deciso di mettere la testa fuori dal loro buco per esercitare la pars destruens della partecipazione democratica, e l’hanno fatto con rabbia. Una rabbia che ognuno di noi sperimenta ogni giorno in amici, colleghi, conoscenti, una forma lievemente ossessiva che ha trovato nella caduta di Renzi il suo climax. Molta energia è stata liberata, altra lo sarà molto presto, come in un Vajont politico. È evidente il carattere reazionario di questa spinta, è evidente come la situazione prefascista che ha cominciato a crearsi dalla crisi del governo Berlusconi, cinque anni fa, sia arrivata al punto di svolta. Le destre – M5S, Lega di Salvini, fascisteria residua e avanzi di berlusconismo – cercheranno una qualche forma di coalizione. La variabile della legge elettorale è importante ma non centrale. Si adatteranno. Subito dopo, quando i guastatori avranno finito il loro lavoro preparatorio, sorgerà il fascismo 2.0. Se gli Italiani lo vorranno.

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Il referendum e la piccola guerra di coltello nel PD

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Incontro Laura Fincato, tra i fondatori del PD e attuale Presidente dell’aeroporto di Rimini, all’imbarcadero del “2” alla Giudecca. Siamo iscritti allo stesso circolo, dove ormai non la si vede più. Mi sfogo con lei per l’andazzo nel partito, esagerando un po’, tanto per tastare il terreno. Sono davvero inviperito per come i vertici stanno gestendo la faccenda del referendum. Già la riforma è uscita bruttina, ma che si chieda ai militanti di fare campagna per il Sì senza averla seriamente spiegata nei circoli – le iniziative sono partite soltanto dopo che la data è stata fissata – beh, questo io lo trovo insultante. Poi, chiaramente, le dico, io voterò Sì, per varie ragioni. La Fincato invece voterà No. Cita l’opinione «dei costituzionalisti», non entra nel merito del testo, ma si affretta a precisare che la sua non è una scelta dettata da ragioni di corrente: «mica per Bersani, eh!»
Certo che non è «per Bersani», e come potrebbe esserlo? È tempo di levare dalle spalle di Pierluigi Bersani il fardello del prestanome. Già ottimo amministratore e ottimo ministro autore delle note lenzuolate, Bersani è esattamente questo: più che il rappresentante, il prestanome della Ditta. La sua storia politica e personale ne avevano fatto il candidato ideale a guidare il partito mai nato, unione dei portafogli elettorali dei cattolici progressisti e degli ex comunisti (con l’aggiunta di qualche socialista, tra i quali Laura Fincato). Misurato, ragionevole, moderato sino a tempi recentissimi, in cui ha sostituito la bonarietà con una rabbia non sua. Lasciamo stare quindi Bersani, che meriterebbe, sia detto senza alcuna ironia, un po’ di riposo, e guardiamo al gruppo nel suo insieme. Gli ex PCI – e gli ex figiciotti degli anni ’70 in particolare – a suo tempo hanno messo le sedi e la macchina del partito. Peccato che, già prima della fondazione del nuovo soggetto, le sedi avessero cominciato a svuotarsi – tanto che ultimamente le varie Fondazioni Rinascita sparse sul territorio hanno cominciato a monetizzare quel patrimonio immobiliare – e la macchina complessiva a ingripparsi. È a quel punto che emerge il rozzo fiorentino, il quale rompe il patto tra cattolici e postcomunisti, smarcandosi dagli eredi della stessa Sinistra DC. Lui e i suoi amici – vecchi e nuovi – si prendono tutto. Partito – a dire il vero un po’ di malavoglia – e Governo. Secondo l’uso tradizionale del Partitone, i conflitti interni vanno risolti con la massima discrezione. Coltellate all’inguine se necessario, ma sempre nel chiuso delle stanze, mai in pubblico. In pubblico sono consentite soltanto le punzecchiature sarcastiche per le quali Massimo D’Alema è così amato – soprattutto dai cronisti politici. In pubblico la parola chiave è unità. «Fedeli alla linea» – anche quando la linea è uno scarabocchio, e rispettosi della disciplina di partito. Queste le regole della ditta (o, meglio, del clan), che per Renzi naturalmente non valgono più. Renzi dev’essere eliminato, e non perché avrebbe causato grandi strappi «tra la nostra gente» (per inciso: D’Alema e gli altri il contatto con la «nostra gente» l’hanno perso da quel dì), né tantomeno per questa riforma pasticciata ma innocua, che è riuscita a mobilitare energie contrarie degne davvero di miglior causa. Renzi dev’essere punito semplicemente perché ha sgarrato, perché si è messo contro il clan. Un clan ormai declinante, a dire il vero, che di questo variegato fronte del No rappresenta una porzione marginale. Ma l’autopercezione gioca brutti scherzi, quando gli ego – e gli interessi personali – sono smisurati. E così può capitare di credersi – o di spacciarsi – per avanguardia di fantomatiche resistenze, di blaterare di difesa della Costituzione, mentre di fatto si lavora da utili idioti di ogni destra possibile. Come da tradizione, del resto.

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Perché firmerò per i referendum di Civati

Premessa numero uno: sono convinto che la scissione del PD nasca da uno scontro personalistico e da una grande immaturità politica, quella per cui una minoranza del 14% rifiuta i risultati di primarie e congressi e, non volendo attendere il suo turno, se ne va per costruire un nuovo soggetto dall’identità non meno incerta di quella dello stesso Partito Democratico. Se un partito come il Labour, tra tante fuoriuscite dei babbei à la Ken Loach o di fanatici come George Galloway, rimane comunque abbastanza grande e plurale per un veteromarxista come Jeremy Corbyn, non si capisce perché non potesse restare nel PD un liberale di sinistra come Pippo Civati. Ma di questo ho già scritto diffusamente su queste pagine. Premessa numero due: non mi convince quasi nulla degli otto quesiti referendari proposti da Possibile. Vorrei passarli in rassegna brevemente: l’Italicum è una brutta legge, ma non ha alcun senso abrogarla prima ancora che entri in vigore, dopo uno dei dibattiti parlamentari più complicati della storia della Repubblica. Io rimango un sostenitore dell’uninominale, e l’idea che eliminare i capolista bloccati riesca a restituire la sovranità al popolo mi sembra quantomeno ingenua. Sono assolutamente favorevole alle trivellazioni. Preferirei che fosse il cane ENI a mettere le sei zampe sul petrolio dell’Adriatico, prima che ci tocchi comprarlo dai Croati e da Gazprom. Detto per inciso, il Professor Prodi, padre nobile dei civatiani, la pensa come me. Gran cosa, il welfare norvegese. Chiedetevi come facciano a pagarselo.

L’unico sì che voterei è quello sulle procedure straordinarie nelle grandi opere, tra le cause principali degli sperperi di denaro pubblico e della corruzione cui abbiamo assistito in questi ultimi anni. Credo che molti nel PD, persino qualche renziano tra i meno acritici, potranno fare altrettanto. Il jobs act è una promessa tradita, perché alla cessazione di alcune vecchie tutele non è corrisposta la creazione di quelle nuove. La flexicurity è scomparsa dall’orizzonte, e d’altronde non esiste ancora nemmeno un piano generico delle coperture necessarie. Ma i referendum sul demansionamento e sulla mancata reintegrazione per il licenziamento economico sono in tutta evidenza battaglie di retroguardia, pensate fingendo di ignorare il disastroso quadro generale dell’economia italiana. In quanto alla faccenda dei nuovi poteri ai presidi, la cosa mi lascia totalmente indifferente. Si tratta del referendum più debole del lotto – e forse della storia referendaria italiana.

A dispetto della buona fede di molti, appare evidente come la motivazione di fondo di questi referendum non sia l’urgenza di bloccare leggi ritenute pericolose per la democrazia o per i diritti dei lavoratori o per l’ambiente. I referendum di Possibile sono piuttosto un atto fondativo, un appello rivolto ad alcuni gruppi di interesse scontratisi con le riforme di Renzi. L’antirenzismo generico non è sufficiente per costruire una formazione politica nuova, serve una conta (da cui il “contiamoci” dello slogan principale), e l’impegno in una battaglia referendaria può fungere da battesimo del nuovo soggetto, che ancora non è un partito, e non è detto che lo diventi, in senso stretto. A questo punto sarete andati a rileggervi il titolo: si sarà mica dimenticato un «non»? No, non mi sono dimenticato il non, andrò a firmare per i referendum, sì. Innanzitutto perché, da “radicaleggiante” e tra varie delusioni e riserve, ho sempre creduto nello strumento referendario (utilizzato negli ambiti che la Costituzione prevede, eslcudendo quindi il “referendum sull’Euro” proposto da schiere di imbecilli e fascisti camuffati). In secondo luogo, perché voglio favorire, nel mio piccolo, la crescita della parte più responsabile dell’opposizione a sinistra del PD. Ormai la frittata della scissione è fatta, quindi tanto vale augurarsi che là fuori non cresca ancora il populismo, di sinistra o meno, e che anzi in un futuro non lontano, superati i rancori, ci si possa incontrare di nuovo.

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Mirafiori, vince il Sì

Una vittoria non schiacciante, e tuttavia l’esito del referendum sembra rappresentare l’ennesima sconfitta operaia – per qualcuno un’episodio esiziale, che ridefinisce una volta per tutte la natura delle relazioni sindacali in Italia. Nondimeno, esistono ancora delle sostanziali differenze tra l’operaio di catena ammarigano e il suo collega torinese, a partire dal fatto che a Torino non si è mai guadagnato quanto a Detroit, ma nemmeno si è accettato di veder il proprio stipendio ridotto a meno del 50%, come è accaduto alla Chrysler-Fiat guidata da Marchionne. Com’è ovvio, alla vittoria del sì ha contribuito il voto dei quadri e probabilmente quello degli ultimi arrivati tra gli addetti alle linee di montaggio, che ritardano così di alcuni anni (quanti?) la definitiva partenza di Fiat Auto dall’Italia. Credo si debba riflettere sulla scelta di FIM di organizzare l’incontro pubblico del fronte del sì in un luogo ‘neutro’ e distante dall’esperienza operaia come la Galleria d’Arte Moderna. Al di là dei pistolotti sulla responsabilità, sulla difesa del posto di lavoro, sembra che i sindacati confederali guardino un po’ più avanti, verso l’economia dell’immateriale. Sembra che una vocina dica: «Mandate i vostri figli alle accademie di belle arti, fateli studiare da curatori, pagategli un master di fotografia. L’industria qui ha i giorni contati, le arti visive sono il presente e il futuro delle nostre città!»

Alla peggio andranno a fare le pulizie alla GAM.

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