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Il disordine nuovo

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«Le potenze di questo mondo si dividono visibilmente in due gruppi non simmetrici: da una parte le autorità costituite e dall’altra la folla. In genere, le prime prevalgono sulla seconda; in periodo di crisi, succede l’inverso. Non soltanto la folla prevale ma essa è una specie di crogiolo dove vengono a fondersi anche le autorità più consolidate. Questo processo di fusione assicura la riformazione delle autorità grazie al capro espiatorio, ossia al sacro».

(René Girard – Il capro espiatorio, Adelphi, 1999)

Lo spoglio dei voti non era nemmeno terminato e già si notavano le prime mani avanti, i primi distinguo, i primi scaricabarile. «il mio no è differente», si affannano a dichiarare i tanti benintenzionati di Sinistra, in lieve imbarazzo di fronte a certi loro compagni di strada. «E comunque è stato Renzi a voler personalizzare il referendum!». Il che è vero. Come è vero che se Renzi non l’avesse fatto, ci avrebbero comunque pensato i suoi avversari. E, al di là di tutto, è ragionevole che un governo resti in carica quando una riforma costituzionale che è il cuore stesso, il pilastro del proprio programma viene rifiutata dal 60% dell’elettorato? Certamente no. Inutile tentare di eludere la natura politica o minimizzare gli effetti del voto. Con la vittoria del No, a mio avviso si chiude quella che abbiamo chiamato Seconda Repubblica. Non ho idea di quando e come verrà inaugurata la Terza, ma il percorso del Paese sin qui è abbastanza lineare. Siamo arrivati impreparati alla caduta dei muri e alla globalizzazione dei mercati e stiamo andando alla cieca da un quarto di secolo. Al netto di ogni sacrosanta critica possibile, le riforme, che Renzi ha semplicemente copincollato da vari programmi della Sinistra dagli anni Ottanta in poi, avevano appunto lo scopo di attrezzarci meglio rispetto agli scenari di un mondo sempre più piccolo. Una condizione necessaria, ma tutt’altro che sufficiente a garantire di nuovo il benessere diffuso, in un futuro non troppo lontano. La riforma delle istituzioni è il comburente senza il combustibile (i capitali). L’uno in teoria dovrebbe portare l’altro. Nel mentre, l’economia non riparte e lo sciacallaggio del disagio – ingegnerizzato per il web nel caso di Casaleggio & Grillo, più ruspante e piazzaiolo in quello di Salvini – fa il resto, sfrondando la complessità a colpi di roncola per trovare tra le frasche il capro espiatorio preferito del momento: il migrante. «No ti vedi che semo pieni de negri, par colpa de Rensi?». Così si è espressa un’abitante del quartiere popolare in cui ho fatto volantinaggio durante la campagna. Una tra i tanti. A poche centinaia di metri da lì, BoBo e Sinistra identitaria hanno punito Renzi per la sua lontantanza estetica – e quindi morale – dal loro mondo, e si è alla fine compiuta la vendetta che i dirigenti PD rottamati e i loro sottopancia avevano giurato nel 2013. Chi non dorma in piedi o sia in malafede sa bene come l’insistenza di costoro sulla questione sociale e sugli strappi di Renzi col mondo del lavoro sia puramente strumentale. Quando i vari D’Alema, Bersani & C. parlano della “nostra gente”, omettono di precisare che la “nostra gente” oggi vota Grillo o Salvini anche per colpa loro. La disaffezione dei salariati e il mal di pancia della base sono fenomeni che risalgono a tempi in cui Renzi era noto soltanto agli spettatori della Ruota della Fortuna. La battaglia di Baffino è una battaglia tutta interna al ceto politico, che ha voluto defenestrare il giovane arrogante a spese di tutto il partito e di tutto il Paese. I notisti politici potranno seguire con passione le prossime evoluzioni di queste facce di culo. Io, dopo aver visto il terzo governo di centrosinistra abbattuto dal fuoco amico, mi limiterò a fare di tutto perché le nostre strade non si incrocino più.

Guardando al futuro prossimo, ciò che davvero conta è il messaggio, chiarissimo, che gli Italiani hanno lanciato, identificando in Matteo Renzi un’incarnazione, un agente di tutto ciò che temono, di volta in volta rappresentato da Unione Europea, JP Morgan, Trilateral, ecc.: in buona sostanza, il mondo globalizzato, senza più confini né sicurezze (non male, per uno scout della Valdarno…). A spingere verso i seggi persino gli impolitici è stato quindi l’odio profondo per Renzi, ma anche il desiderio di mantenere quell’anarchia non-solidale, quella competizione tra clan che è poi la forma costitutiva di (s)governo di questo Paese da sempre e, forse, per sempre. Chi anela al potere e chi ha paura del potere, tutti uniti contro Renzi, ma anche contro la democrazia liberale in sé. Gli effetti giuridici delle modifiche alla Costituzione poco c’entrano con tutto questo, la Carta qui è semplicemente l’oggetto simbolico di un’operazione rituale: il sacrificio del capro espiatorio. La semplicità del quesito reale («volete tenervi Renzi?») e la naturalezza della negazione in una fase di crisi spiegano la grande affluenza e il carattere di questo voto. A muoversi è stata la folla, al di là delle singole appartenenze. Al suo interno, tanti cittadini che, dopo anni di astensionismo, hanno deciso di mettere la testa fuori dal loro buco per esercitare la pars destruens della partecipazione democratica, e l’hanno fatto con rabbia. Una rabbia che ognuno di noi sperimenta ogni giorno in amici, colleghi, conoscenti, una forma lievemente ossessiva che ha trovato nella caduta di Renzi il suo climax. Molta energia è stata liberata, altra lo sarà molto presto, come in un Vajont politico. È evidente il carattere reazionario di questa spinta, è evidente come la situazione prefascista che ha cominciato a crearsi dalla crisi del governo Berlusconi, cinque anni fa, sia arrivata al punto di svolta. Le destre – M5S, Lega di Salvini, fascisteria residua e avanzi di berlusconismo – cercheranno una qualche forma di coalizione. La variabile della legge elettorale è importante ma non centrale. Si adatteranno. Subito dopo, quando i guastatori avranno finito il loro lavoro preparatorio, sorgerà il fascismo 2.0. Se gli Italiani lo vorranno.

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Qualche ottimo motivo per votare Sì, nonostante tutto

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Ci sono tanti modi di dire sì. Ci sono sì convinti ed entusiastici, sì di comodo, sì svogliati e sì a naso turato, sì dubbiosi e sì pieni di rabbia, come quello di Fabrizio Barca. Al pari di Barca – senza avere le sue competenze – sospetto che, nella peggiore delle ipotesi, questa riforma non cambierà nulla in termini di efficienza istituzionale. Del resto, non credo che in un Paese in cui ci sarebbe un gran bisogno di delegiferare, sfrondando l’ordinamento di qualche migliaio di norme, il problema principale sia quello dei tempi di approvazione delle leggi. Forse nemmeno il risparmio sui «costi della casta» – parte di quell’armamentario retorico populista cui anche Renzi per forza di cose attinge nei momenti difficili – non sarà granché, e pazienza. Sembra che anche il – sacrosanto – (ri)accentramento di vari settori (turismo, infrastrutture, sanità) di fatto non potrà essere così radicale come molti di noi si aspettavano. Fosse dipeso dal sottoscritto, ad essere abolite sarebbero state le Regioni, non le province, enti assai più utili e meglio gestibili, a dispetto dei luoghi comuni diffusi in questi anni. Abolire le regioni, figuriamoci! Ve le immaginate le barricate di certi nostri agguerritissimi Presidenti – dalla riforma del titolo V in poi autodefinitisi “governatori”? Su questo punto c’è poco da dire. La «clausola di supremazia» del governo centrale riporta semplicemente le cose alla situazione originaria del dettato costituzionale. In effetti non so quanti, tra i Padri Costituenti, avrebbero ritenuto normale che opere di interesse nazionale (ferrovie, elettrodotti, gasdotti, ecc.) potessero essere bloccate dalle paturnie o dai meschini calcoli elettorali di qualche amministratore locale. Dopo aver tanto combattuto le fole della Lega anni Novanta, non ci siamo accorti che la secessione è stata di fatto perseguita – a destra e a sinistra – da tante comunità ed enti locali sotto forma di anarchia campanilista, di chiagniefotti da strapaese, riassumibile nel motto «mandateci i soldi e tenetevi i gasdotti!». Il Senato delle autonomie dovrebbe quindi piacere un po’ a tutti, su e giù per lo Stivale. E invece no. I critici sostengono che gli eletti negli enti locali «non troveranno il tempo» di andare a Roma due volte al mese. Resta da capire come lo trovino oggi tutti quei sindaci e consiglieri regionali in volo da Pechino a Roma a Bruxelles a difendere gli interessi del proprio gonfalone. Che sia proprio l’equivoco relativo all’accentramento di alcune competenze a far temere a molti un rischio autoritario? Eppure la riforma restituirebbe al Parlamento il suo ruolo di potere legislativo, limitando l’abuso della decretazione da parte del Governo, esattamente una delle accuse mosse – giustamente – a Renzi in questi anni. Non ho ancora trovato un solo costituzionalista in buona fede in grado di dimostrare che la sovranità popolare ne sarebbe in qualche modo intaccata. Di fatto, verrebbero anzi rafforzati gli istituti della democrazia diretta, dalle iniziative di legge popolare al referendum abrogativo. E’ vero, aumenterebbe il numero di firme richieste, ma nel primo caso si garantirebbe la discussione in aula entro tempi certi, nel secondo il quorum verrebbe abbassato al 50%+1 dei votanti alle elezioni politiche precedenti. Inoltre, per la prima volta dal primo voto politico a suffragio universale – un altro referendum, quello sulla scelta tra monarchia e repubblica – verrebbe inserito in costituzione (art.55) il principio della parità di genere. Certo, la riforma poteva essere fatta meglio, molto meglio. In un mondo ideale, s’intende. Nel mondo dei sogni di Massimo D’Alema e Gaetano Quagliariello (!), i quali, dopo un ventennio di chiacchiere inconcludenti, se ne escono con la proposta di una «mini-riforma alternativa» da approvare in poche settimane. E con quale maggioranza, di grazia? Questo Parlamento è riuscito molto faticosamente a trovare un accordo su questa riforma, ampiamente discussa ed emendata 122 volte, non su quella che frullava in testa al sottoscritto o a D’Alema. Non sapremo mai che riforme avrebbe potuto realizzare la coalizione Italia Bene Comune, perché troppi elettori di sinistra hanno preferito il buffone di S.Ilario e, allo stato attuale, non possiamo avere di meglio. I tanti pro e gli altrettanti contro giustificano tanti modi di dire sì, escluso quello degli entusiasti, ma nella comunicazione politica il dubbio e i vabbè sono vietati, ne va della forza del messaggio.

Per converso, tra i tanti modi possibili di dire No, il più diffuso, fatto di accuse sanguinose e di chiamate alle armi, è proprio quello meno giustificato. Siamo onesti: al netto di un elevatissimo tasso di analfabetismo funzionale, non si possono tirare in ballo madri e sorelle discutendo di una riforma che nella peggiore delle ipotesi non cambierà nulla. Almeno volendo restare al merito del testo. Ma il merito del testo è puro pretesto, perché, come ognun sa, la maggioranza assoluta di chi vota No esprime la sua ostilità non alla riforma, ma al governo in carica, anzi alla persona di Matteo Renzi. A forza di ripetere la panzana del “Premier non eletto”, in tanti si sono convinti di poter tirar giù questo governo a tavolino, per così dire. Renzi non mi ha mai convinto del tutto, e non ho mai nascosto la mia insofferenza per certi renzianissimi, dentro e fuori il cosiddetto cerchio magico. Trovo che la loro narrazione fondamentale, il loro storytelling fatto di «gente che ce l’ha fatta» non parli a troppi che, per condizione e per cultura, dovrebbero riconoscersi in una grande partito di centrosinistra. Il punto è che Renzi resta un’anticchia meglio dei suoi avversari e dunque ce lo siamo fatti piacere, con tutte le riserve del caso. Sarei comunque in difficoltà, dovessi trovare un’alternativa al Partito Democratico. Non credo che gli interessi di Capitale e Lavoro coincidano, ma non credo nemmeno alle grandi palingenesi. Penso che l’innovazione venga quasi sempre dallo spirito di impresa, ma non credo affatto alla mano invisibile del mercato. Sono antifascista e sarei rimasto volentieri iscritto all’ANPI, se questo fosse rimasto un’associazione democratica. Credo nell’autodeterminazione dei popoli, per questo sostengo Israele. Credo che uno Stato nel 21esimo secolo per definirsi civile debba essere dotato di un serio welfare, che è cosa ben diversa dal creare uno stipendificio per i clientes dei partiti. L’etichetta di liberal-socialista è quella che mi definisce meglio. Ma non mi straccio le vesti se l’offerta politica reale non corrisponde ai miei confusi ideali. E se Renzi, come ha compreso Fabrizio Barca, è una sorta di «argine […] contro il dilagare della sfiducia nelle pubbliche istituzioni», se l’alternativa è un fronte «parolaio, sfascista e a-democratico», beh, la scelta per il Sì diventa a mio avviso automatica. È persino difficile sostenere la vista d’insieme del fronte del No, il quale include, in ordine sparso: i reazionari che non perdonano al cattolico Renzi le politiche su immigrazione e diritti civili, i miracolati grillini, una parte delle élite economiche e mediatiche di questo paese (perché questo è anche uno scontro tra élite, come lo sono stati Brexit e presidenziali USA), i nazisti di Forza Nuova che senza tema di ridicolo paventano una deriva autoritaria (!!!), i politologi e i costituzionalisti che l’ascesa di Renzi ha privato dei vecchi referenti politici, le tante vittime dei maghi della truffa Grillo & Casaleggio e infine certe seppioline marxiste – sempre convinte di vedere un po’ più lontano degli altri – che questa volta hanno visto in Grillo una possibilità di rottura della nostra malconcia democrazia liberale.

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Ancora una volta, è ciò che resta della Sinistra di classe a distinguersi per il proprio sonnambulismo. «La Sinistra torni a fare la Sinistra sennò arriva la Destra vera», dice il refrain. Ma una sinistra che usi l’aggettivo cosmopolita in senso dispregiativo (tra gli altri, anche il Prof. Giulio Sapelli, proprio su queste pagine), che insiste ambiguamente sul tandem sovranità monetaria-sovranità nazionale, che si contrapponga al «Compassionate establishment politicamente corretto» come fa Stefano Fassina, assomiglia davvero troppo alla Destra radicale. Storie simili a quelle viste un secolo fa, sansepolcrismi da terzo millennio. Ma questa, me ne rendo conto, è una mia piccola ossessione (a chi voglia approfondire consiglio i libri di Zeev Sternhell). Comunque vada, rimane l’amarezza per il clima da guerra civile, per l’aggressività della più brutta campagna politica del dopoguerra. Su quest’aria maledetta che ci sta avvelenando tutti, Vittorio Sermonti, pochi giorni prima di morire, ci ha lasciato una riflessione che dovremmo mandare a memoria:

«La cieca inappellabilità del discorso politico dei più si fonda su una griglia di dati illusori, certificati dalla più faziosa, boriosa, rabbiosa selezione di informazioni («non me la contano giusta: so io come stanno davvero le cose…»). Faziosità, boria e rabbia che hanno radici profonde nel buio di ognuno, non tollerano il dubbio implicito in ogni scambio di idee, sono il funerale della politica. Impariamo a dubitare anche di noi, amici cari».

Il 5 dicembre, qualunque sia l’esito del referendum, dobbiamo cercare di ripartire da qui.

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La Costituzione, Christian Rocca e i nuotatori della marana

Che faccio, prendo il Corrierone? Sì, dai, il corrierone, bello spesso, tanta roba da leggere. Però fa caldo, e se poi c’è il corsivo di Falli della Roggia mi innervosisco, che fatica. Pure il formato non aiuta. E se invece prendessi un bel mégasin patinato? Un “Venerdì”? Quanto tempo è che non prendo “Il Venerdì” di Ripobblica? Bof. Alternative…eccola là. E’ il primo giugno ma tento ugualmente e chiedo il numero di maggio.
«Senti, ce l’hai ancora “IL“?»
«Il maschile?» fa l’edicolante.
«No, il mensile…sì insomma il mensile… di cultura del Sole 24 ore»
Proprio così, “di cultura”, gli dico. Giudicatemi male, me lo merito.
«Eh, “IL”, del Sole»
«Sì, ecco, “IL”», ribadisco, ma la scarsa lucidità del mattino, unita certo al clima atroce, da metropoli subtropicale, mi manda in confusione e il mio povero cervello traduce la definizione di “maschile” in immagini di automobili, playmate poppute e attrezzi da palestra. Essù, sveglia, giù dalle brande! “IL” maschile, nel senso di magazine-mensile-maschile. De cultura e politica e attualità, certo, semplicemente orientato in base al genere. Nel senso che questa pubblicazione si rivolge ai possessori di pene e testicoli. Me li tasto con delicatezza, mentre l’edicolante si gira per prendere la rivista. Sono al loro posto.
«Quant’è?»
«Te lo regalo, è il numero di maggio…e cosa vuoi che ti faccia pagare, 50 centesimi?»
Edicolante modello.
Bello, questo mègasin, graficamente. Da un punto di vista materiale, maschile ma non troppo virile, a dire il vero: in mano resta infatti un po’ molliccio, sarà per via della grammatura della carta e della rilegatura. Ma la sostanza pare buona, a giudicare dai nomi dei collaboratori. Prevale la parrocchia terzista-fogliante con le sue migliori penne, c’è Saviano con un articolone sulla violenza criminale in Sudamerica, e altre cosucce interessanti, mi sembra. Dico “mi sembra” perché purtroppo la rivista l’ho scordata sul tavolino di un bar dopo pochi minuti, e con quest’afa non ce l’ho proprio fatta a tornare indietro a prenderla. Qualcosa però ho fatto in tempo a leggerla. Un estratto dal prossimo libro di Luigi Zingales, il padovano di Chicago, ad esempio. E l’introduzione alla serie di articoli sulla Costituzione Italiana – cioè sulla supposta necessità di cambiarla – a firma del direttore, Christian Rocca. Rocca chi? Quello che va raccontando in giro da dieci anni la storiella secondo cui (il mio amatissimo) La Versione di Barney sarebbe stato portato al successo in Italia dal Foglio? Massì, lasciamoglielo pure credere, in fondo c’è qualcosa di teneramente infantile in questa millanteria. Non si riesce nemmeno a rimanere infastiditi dal ridicolissimo tentativo di fare della Versione una sorta di manifesto implicito dei nostri neo (e teo) con alla vaccinara. Tutta gente che si è fermata prima di leggere la postilla di Mike, al termine del romanzo, tutta gente che un giorno scoprirà la componente edipica del proprio posizionamento politico. E chi se ne frega di simili inezie, in fondo? Quando però gli stessi personaggi si mettono a scrivere di Costituzione, la faccenda si fa un tantino più seria. Perché va bene che siamo lettori curiosi del Foglio, che le utopie non ci piacciono e che la sinistra italiota ci fa pena, che semo tutti quanti open-minded, senza più dogmi (il mio, a dire il vero, ce l’ho ancora: i fascisti lo chiamano “dogma antifascista”), che saremmo curiosi di vedere un po’ di libero mercato in questo Paese, anche solo per vedere l’effetto che fa. Ma a tutto c’è un limite, signori, soprattutto alle cazzate. Vediamo un po’ che cosa ci racconta Christian – con l’acca – Rocca sulla Costituzione repubblicana. Innanzitutto dice che la nostra non è la Costituzione più bella del mondo. Il che ci può stare, perché no. Mica è caduta sul Sinai. Che ci spieghi il perché.

Nessuno nega che il testo del 1948 abbia svolto un compito importante e decisivo nell’Italia post fascista né che sia stato a lungo tutela e garanzia democratica di un Paese uscito malamente dalla dittatura mussoliniana. Ma dalla fine della Seconda guerra mondiale sono trascorsi sessantaquattro anni, e ventidue dalla caduta del Muro di Berlino.

Capito, la Costituzione non va più bene perché è vecchia.

Non che il problema sia l’anzianità della Carta. L’età non c’entra niente con la sua inadeguatezza.

Contrordine: non è un problema d’età.

Alcune Costituzioni, quelle nate nel modo giusto, addirittura migliorano con gli anni. La Costituzione americana, nata come esperimento democratico inaudito, è di due secoli fa ma ancora adesso è fresca come un fiore

La Costituzione Ammaregana, certo. Che è nata nel modo giusto, si suppone. Mentre la Costituzione Italiana è nata nel modo sbagliato. Cioè a dire, in che modo?

La Costituzione italiana è di un altro tipo: non è il prodotto di una rivoluzione democratica e liberale,

Certo che no, lo sappiamo.

non è frutto di una lotta di liberazione nazionale, ma è figlia di un particolare incrocio storico e politico post bellico.

Un particolare incr..I beg your pardon, sir:

“non è frutto di una lotta di liberazione nazionale”. Perché la Resistenza non fu una lotta di liberazione? Pare di no:

La nostra Costituzione è nata dalla devastazione di un Paese sconfitto e per molti versi è stata anche un ottimo compromesso ideologico che ci ha consentito di superare la Guerra civile e di allentare le tensioni tra i blocchi contrapposti. Se fino agli anni Settanta siamo stati l’unica democrazia del Mediterraneo,

Ma non mi dire. E Israele che fine ha fatto? Ah già, ce ne ricordiamo solo quando serve a mettere in piedi qualche polemica. (Sull’esistenza della Francia mediterranea potrei dilungarmi ma non lo farò)

un Paese capace di superare la drammatica stagione del terrorismo rosso e una nazione in grado di ridurre a triste caricatura i tentativi di golpe della destra, il merito è anche di quel testo redatto dai Padri fondatori della nostra Repubblica.

Del terrorismo e dell’eversione di destra – quella delle bombe – non rimane nulla, nella sintesi di Rocca. Resta soltanto la “triste caricatura” dei golpe stile Vogliamo i colonnelli. Ma non ci lamentiamo, in fondo Rocca riconosce qualche merito ai Padri fondatori. Purtroppo non basta:

Oggi però non è più così. Siamo tutti consapevoli che la Costituzione del 1948 non è più all’altezza della situazione.

Tutti consapevoli, dice. Ma di che altezze – o bassezze – parla? Che abbia deciso di spiegarci finalmente il perchè?

Altrimenti non si spiegherebbero i tentativi di cambiarla, compresi quelli recentissimi di Alfano, Bersani e Casini

Alfano. Angelino Alfano. Quello del Lodo…Scusate, mi ero distratto. Dice Christian Rocca: la Costituzione non va più bene perché altrimenti nessuno avrebbe tentato di cambiarla. Quando il pragmatismo anglossasone incontra la caponata di melanzane. So impressive.

Non spetta a IL entrare nel merito dei principi e delle regole da cambiare nella Costituzione. Rientra però nei compiti di una rivista di attualità ribadire che la Costituzione va cambiata, ok, ma non a spizzichi e bocconi, non rubacchiando una norma alla Quinta repubblica francese e il resto al cancellierato tedesco o al presidenzialismo degli Stati Uniti. Le Costituzioni non nascono a tavolino. [?] Il tentativo di migliorare la Carta con interventi rapsodici e successivi è stato il grande errore di questi anni. A confusione si è aggiunta confusione. A problemi si sono sommati altri problemi. Qualche miglioramento c’è anche stato, ma a danno di una visione di insieme, di un sistema coerente, di regole chiare.

Il titubante avvoltoio gira attorno alla carogna ma non si posa. Rocca parla poi di legge elettorale, del ruolo del Presidente – che di fatto, dice Rocca, conta già più di quanto non dica la Costituzione, e quindi tanto vale diventare una repubblica presidenziale. Ma quello che veramente non gli va non ce lo vuole dire. Lo fa dire al ben più navigato Piero Ostellino. Non oseranno prendersela con Ostellino, pensa Rocca.

Se il problema fosse soltanto quello del funzionamento degli organi costituzionali, non saremmo neanche messi male. Piero Ostellino sostiene da anni, pressoché solitario, che la causa principale del ritardo del nostro Paese sia la struttura socio-economico-costituzionale ancora collettivista, dirigista, corporativa. Abbiamo un ordinamento giuridico che non si fonda sull’individuo ma sul lavoro, su un’astrazione collettiva stabilita dall’articolo 1 della Carta. Secondo Ostellino sono i principi della Costituzione, ancora più che le regole, a essere superati. Difficile dargli torto.

Eccoci qui, dove volevamo arrivare sin dall’inizio. Naturalmente, degli orientamenti sociali della Costituzione o della “modernizzazione del Paese” non frega nulla a nessuno dei cosiddetti liberali che scrivono su IL. La propaganda in favore di una riscrittura radicale della Costituzione è stata in questi anni uno dei più remunerativi lavori su commissione presi in carico dai pennivendoli terzisti, dotati o meno di qualche competenza in materia. L’obiettivo è produrre e diffondere la volgare falsificazione secondo cui la carta del ’48 sarebbe una sorta di porcheria totalitaria, mezza cattocomunista e mezza fascista, che è dovere di ogni “liberale” contribuire a riformare. Che i liberali propriamente detti avessero contribuito a scriverla, quella costituzione, che i veri liberali oggi la difendano, è del tutto irrilevante. Un Berlusconi defilato ha reso ancora più semplice il compito dei pennivendoli, i quali riescono persino a mettere da parte la loro vis polemica. Almeno sinché parliamo di riforme costituzionali, s’intende. Perché ci son cose molto più serie di una costituzione repubblicana, di fronte alle quali è tuttora impossibile mantenere l’aplomb. Ad esempio, come si fa a mantenere l’aplomb parlando dei soliti magistrati rompicoglioni? E come si fa a rimanere sereni parlando di calcio, l’unica grande ossessione nazionale? Non si può. E se poi i magistrati tornano ad occuparsi di calcio, no, dico, come si fa a mantenere l’aplomb?

«Di nuovo, non so se Buffon scommettesse. So, però, che in Italia c’è il fascismo.»

Nel frattempo è arrivata l’estate. A sguazzare nella marana pseudoliberale, cercando un po’ di refrigerio, cercando di recuperare la serenità perduta, troviamo tutti i nostri opinionisti Ammaregani, da Christian Rocca a Pigi Battista. Hanno timore degli scherzi e fanno il bagno vestiti.

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