Il referendum e la piccola guerra di coltello nel PD

Massimo_D’Alema_8812707342-800x540.jpg

Incontro Laura Fincato, tra i fondatori del PD e attuale Presidente dell’aeroporto di Rimini, all’imbarcadero del “2” alla Giudecca. Siamo iscritti allo stesso circolo, dove ormai non la si vede più. Mi sfogo con lei per l’andazzo nel partito, esagerando un po’, tanto per tastare il terreno. Sono davvero inviperito per come i vertici stanno gestendo la faccenda del referendum. Già la riforma è uscita bruttina, ma che si chieda ai militanti di fare campagna per il Sì senza averla seriamente spiegata nei circoli – le iniziative sono partite soltanto dopo che la data è stata fissata – beh, questo io lo trovo insultante. Poi, chiaramente, le dico, io voterò Sì, per varie ragioni. La Fincato invece voterà No. Cita l’opinione «dei costituzionalisti», non entra nel merito del testo, ma si affretta a precisare che la sua non è una scelta dettata da ragioni di corrente: «mica per Bersani, eh!»
Certo che non è «per Bersani», e come potrebbe esserlo? È tempo di levare dalle spalle di Pierluigi Bersani il fardello del prestanome. Già ottimo amministratore e ottimo ministro autore delle note lenzuolate, Bersani è esattamente questo: più che il rappresentante, il prestanome della Ditta. La sua storia politica e personale ne avevano fatto il candidato ideale a guidare il partito mai nato, unione dei portafogli elettorali dei cattolici progressisti e degli ex comunisti (con l’aggiunta di qualche socialista, tra i quali Laura Fincato). Misurato, ragionevole, moderato sino a tempi recentissimi, in cui ha sostituito la bonarietà con una rabbia non sua. Lasciamo stare quindi Bersani, che meriterebbe, sia detto senza alcuna ironia, un po’ di riposo, e guardiamo al gruppo nel suo insieme. Gli ex PCI – e gli ex figiciotti degli anni ’70 in particolare – a suo tempo hanno messo le sedi e la macchina del partito. Peccato che, già prima della fondazione del nuovo soggetto, le sedi avessero cominciato a svuotarsi – tanto che ultimamente le varie Fondazioni Rinascita sparse sul territorio hanno cominciato a monetizzare quel patrimonio immobiliare – e la macchina complessiva a ingripparsi. È a quel punto che emerge il rozzo fiorentino, il quale rompe il patto tra cattolici e postcomunisti, smarcandosi dagli eredi della stessa Sinistra DC. Lui e i suoi amici – vecchi e nuovi – si prendono tutto. Partito – a dire il vero un po’ di malavoglia – e Governo. Secondo l’uso tradizionale del Partitone, i conflitti interni vanno risolti con la massima discrezione. Coltellate all’inguine se necessario, ma sempre nel chiuso delle stanze, mai in pubblico. In pubblico sono consentite soltanto le punzecchiature sarcastiche per le quali Massimo D’Alema è così amato – soprattutto dai cronisti politici. In pubblico la parola chiave è unità. «Fedeli alla linea» – anche quando la linea è uno scarabocchio, e rispettosi della disciplina di partito. Queste le regole della ditta (o, meglio, del clan), che per Renzi naturalmente non valgono più. Renzi dev’essere eliminato, e non perché avrebbe causato grandi strappi «tra la nostra gente» (per inciso: D’Alema e gli altri il contatto con la «nostra gente» l’hanno perso da quel dì), né tantomeno per questa riforma pasticciata ma innocua, che è riuscita a mobilitare energie contrarie degne davvero di miglior causa. Renzi dev’essere punito semplicemente perché ha sgarrato, perché si è messo contro il clan. Un clan ormai declinante, a dire il vero, che di questo variegato fronte del No rappresenta una porzione marginale. Ma l’autopercezione gioca brutti scherzi, quando gli ego – e gli interessi personali – sono smisurati. E così può capitare di credersi – o di spacciarsi – per avanguardia di fantomatiche resistenze, di blaterare di difesa della Costituzione, mentre di fatto si lavora da utili idioti di ogni destra possibile. Come da tradizione, del resto.

Matteo Frenzy. Opinioni di un bastian contrario

E’ possibile trovarsi dalla stessa parte per motivi opposti, ma è sempre bene segnalare i propri.

Non penso affatto che Renzi sia un «cavallo di Troika» come sostiene il rivoluzionario a partita IVA Luca Casarini. A volte penso anzi che se la Troika BCE-FMI-CE togliesse per davvero la sovranità a questo paese, non potremmo stare peggio di così, figuratevi. Non penso nemmeno che la riforma del Senato possa portare a una «svolta autoritaria» come alcuni noti studiosi di diritto affermano in un loro appello (al quale ha aderito, tra gli altri, anche Beppe Grillo, il più autoritario e antidemocratico dei nostri leader politici). Non condivido quasi nulla con costoro, sappiatelo. Eppure il mio scontento è sempre lì, e non potrebbe essere altrimenti, perché il difetto del governo Renzi sta, per così dire, nel manico, nel suo atto di nascita, nella maggioranza che lo sostiene. E negli atti che quotidianamente ci propina, con o senza l’ausilio di slide esplicative. I parlamentari renziani della prima o dell’ultim’ora liquidano le critiche al governo ricordando il «grande consenso ottenuto alle Primarie di dicembre sulla base di un programma molto chiaro» (Alessia Morani). Peccato che il «programma molto chiaro» escludesse le pastette e le congiure di palazzo, prevedendo invece il passaggio elettorale. Peccato che il «grande consenso» ottenuto grazie anche al mio voto alle primarie non sia una delega in bianco al segretario. In quanto ai piccoli influencer pascolanti tra blog e social network, che ci rassicuravano sulle intenzioni di Renzi, salvo poi rimangiarsi tutto o adottare la tattica dello struzzo, la loro fedeltà è stata giustamente premiata: sono diventati responsabili della comunicazione (Francesco Nicodemo).

Non sono tanto il decisionismo, né uno stile da baraccone che in fondo è quello cui ci eravamo già abituati, è l’operazione complessiva a deludere. Una maggioranza spuria, di natura consociativa, con l’appoggio esterno/interno di B., col quale R. ha raggiunto un compromesso al ribasso, piccole manovre contraddittorie precedute da molta chiacchiera, siparietti comici, montagne che partoriscono topolini. In tutto ciò, l’unica cosa che emerge con forza è una frenesia – finora soprattutto verbale – per cui l’importante per il leader è dare un’impressione di iperattività: fare, fare, fare, ma soprattutto dire, dire, dire. Nell’ordine, i famosi «80 euro in busta» che faranno comodo a tutti quelli che li riceveranno. Sono una sorta di assegno sociale, dal quale peraltro sono esclusi i più poveri, pensato per far ripartire i consumi. Non sono in grado di dire se riuscirà in questo, di sicuro l’intento propagandistico-elettorale, a poche settimane dalle Europee, sembra raggiunto. In quanto alle coperture, addirittura «doppie», attendiamo il DEF, forse pronto a un mese dall’annuncio. «Il superamento del bicameralismo giustifica un’intera carriera politica», ha dichiarato ieri il premier. Davvero ci vuole un bel coraggio ad affermarlo seriamente, se la grande «spinta riformatrice» si traduce in una frettolosa (e irrituale) riforma costituzionale con al centro una ridicola riforma del Senato, fatta al solo scopo di far funzionare una legge elettorale balorda. Ogni parallelo col Bundesrat offende l’intelligenza di chi lo sostiene (mentre si rimette mano al titolo V), i risparmi sono risibili, ma una certa vena populista è soddisfatta. Sì, perché quel tocco «anticasta» che abbiamo consapevolmente scelto in vista delle elezioni ha sedotto molti, in particolare gli analfabeti politici che sarebbero pronti a rinunciare in blocco alla democrazia per un po’ di tasse in meno. Sul fronte lavoro, dello strombazzato jobs act ancora non v’è traccia, e finora siamo semplicemente tornati a una situazione pre-Fornero, peggiorata. Flessibilità senza welfare, cioè ulteriore precarietà, il tutto sperando che il mezzo punto di occupazione in più che eventualmente avremo nei prossimi mesi venga attribuito al decreto. Insomma, sperando ancora una volta che ci caschiamo. I mercati sembrano cascarci, se lo spread è ai minimi (170 punti base) da tre anni a questa parte. «Effetto Renzi», come titola la stampa amica? Non ho gli strumenti per dirlo, ma arrivo a leggere un grafico: mi sembra che l’andamento sia lo stesso da tempo e che la caduta dello spread fosse stata anche più decisa all’insediamento del povero Letta. Eppure Renzi riesce a spiazzare. A sinistra si tace, imbarazzati, sull’aumento della tassazione sulle rendite (parola-feticcio) finanziarie, improvvisato per trovare le risorse destinate al taglio dell’IRAP. Sono tutti certissimi che sia giusto penalizzare chi abbia 10mila euro in obbligazioni favorendo chi ha qualche milione di euro in BOT. A me rimane il dubbio.

Questo è il pacchetto (nel senso di piccolo “pacco”, alla napoletana) preparatoci dal rottamatore. Ma i contenuti sono accessori. Le chiavi per capire Renzi e il suo successo sono infatti la sua capacità proteiforme e la sua vacuità. Qualcuno mi ha suggerito la similitudine con Zelig, l’uomo camaleonte, ma quando Renzi ha sbottato di fronte all’inviato di un noto talk politico, parlando delle resistenze alla riforma del Senato, ho avuto un’illuminazione:

«Se pensano che sia qui per fare la bella statuinase ne trovino un altro»

Va ricordato ancora che alle primarie si votava per il segretario e che Renzi non starebbe dove sta senza l'”aiutino” dei soci della “Ditta”. Personalmente ho votato Renzi credendolo 1) l’unico candidato che un liberalsocialista potesse votare nonché 2) l’unico candidato in grado di battere le destre, Grillo e i vari populismi. Sia noi poveri beoti desiderosi di cambiamento che il gruppo dirigente della vecchia segreteria, che ha consentito e assecondato la staffetta, cioè l’esecuzione politica di Letta, abbiamo in qualche modo visto in Renzi una sorta di golem. Abbiamo tutti pensato – con motivazioni diverse, anche opposte tra loro – che questo golem potesse essere controllato. Non ho votato Renzi per avere quello che vedo oggi. La statua d’argilla animata cammina veloce e non si sa dove stia andando. Forse da nessuna parte.

(Ora mi risponderete che è «meglio andare da nessuna parte che restar fermi»…).