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Il voto per i sindaci e la Sinistra assente

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Che cosa mai si potrebbe aggiungere al bla-bla delle estenuanti maratone televisive elettorali, ai dibattiti sulle geometrie dei partiti, sulle beghe tra correnti, sui matrimoni d’interesse delle coalizioni e, in sempre maggiore misura, sui tweet dei leader e leaderini? Comunque vadano i ballottaggi, le urne raccontano già una prima importante crisi di consenso del renzismo. La narrazione un po’ sbruffona dell’«Italia che riparte» può funzionare per un certo periodo, sostenuta dalla voglia diffusa di rottura con la vecchia classe politica, dalla necessità dei ceti più dinamici – dotati sinora di risorse, ma non delle leve del potere – di entrare nella stanza dei bottoni. Ma quando il ceto politico, nuovo o usato e riverniciato che sia, è costretto a confrontarsi direttamente con l’elettore delle periferie, della provincia, di quella parte di Paese colpita più duramente dal nostro declino economico, e quando il governo delle città – con tutte le differenze del caso, perché Trieste non è Roma – deve fare i conti con la crisi dello Stato, non c’è più alcuno storytelling che tenga. Il PD renziano ha convinto i pariolini, ma non riesce a convincere né gli abitanti di Tor Bella Monaca, né i padroncini in crisi dei distretti industriali del Paese. In tutti i luoghi in cui vivono – male – le classi disagiate, i proletari, i sottoproletari e i declassati, gli orfani dello stato sociale, la Sinistra – la Sinistra tutta, non il solo PD renziano – è in via di sparizione, senza per questo riuscire a radicarsi nei cimiteri della piccola e media impresa. La lezione della storia, di materialistica chiarezza, è che, senza rivoluzioni in vista, è il “welfare esteso” a legare la Sinistra politica alle masse. Sono – erano – rimasti gli asili, le case popolari, gli assegni sociali e i posti di lavoro nelle partecipate a indirizzare il voto di un certo elettorato ora astensionista, se non grillino o leghista. Nelle nostre città, lontano dai «luoghi della Bellezza» decantati da Renzi e protetti dalle signore col doppio cognome, questo distacco si mostra in tutta la sua evidenza ogni santo giorno.

Si mostra alla fermata dei mezzi o al bar, luoghi in cui la classe politica ormai si guarda bene dal comparire, in quartieri di case popolari, di appartamenti per i lavoratori della tal municipalizzata che hanno votato PCI-PDS-DS-PD sinché hanno potuto toccare con mano il loro relativo benessere materiale. Pane e lavoro, si diceva un tempo. Con la crisi del debito, questo sistema è collassato. Quelle stesse persone e i loro figli oggi votano Lega o Movimento 5 Stelle, e tra loro monta l’odio per lo straniero capitalizzato dai Salvini di turno. Renzi e i suoi pards hanno il torto di essersi completamente disinteressati a queste realtà. La loro miscela di culto dell’impresa, paternalismo democristiano e americanismo à la Nando Mericoni non è adatta a rappresentare le periferie. Ma del processo di distacco tra la Sinistra e i ceti popolari si discute da almeno due decenni, come sanno bene tutti gli apparatčik postcomunisti che non hanno digerito la scalata renziana al PD. Costoro non hanno mai ritenuto opportuna alcuna seria autocritica, hanno fatto finta di non sapere che le masse erano già perse da tempo, da quando il giovane Renzi concorreva alla Ruota della fortuna, forse da prima della fine del PCI. Frequentando ciò che rimane della borghesia di sinistra – o rivedendo il cinema di Ettore Scola – è possibile capire quanto classista fosse quella che un tempo è stata sinistra di classe, quanto fosse grande l’inconfessabile disprezzo nutrito dagli intellettuali per i salariati. Rifiutate sia la rivoluzione che la socialdemocrazia propriamente detta, la nostra Sinistra si è ritrovata a distribuire ciò che la DC elargiva. Spesso con intelligenza – inutile citare il solito caso emiliano, altrettanto spesso con grande cinismo. Basta uno sguardo alle nostre periferie, il risultato di una convergenza di interessi tra palazzinari, “architetti utopisti” – Dio ce ne scampi! – e funzionariato politico.

Sorpresa: nel momento in cui le clientele cessano di esistere, perché i bilanci pubblici collassano, i clientes rompono le righe. E trovano immediatamente il loro capro espiatorio nell’Unione Europea o nei migranti in fuga da guerre e miseria. Dare la colpa di tutto alle «TV di Berlusconi», contro le quali poco potevano le armi assai spuntate delle nostre professoresse democratiche, è sintomo di pigrizia o disonestà intellettuale. La xenofobia e il razzismo sono sempre orribili, in particolare se prendono la forma della guerra tra poveri, ma d’altronde quale livello di tolleranza è mai possibile pretendere da un disoccupato ignorante se sono le stesse figlie dei senatori del PCI – in mia presenza – a lamentarsi dei «negroni» [sic] incontrati per strada? Nessun vecchio figiciotto lo ammetterà mai, ma la verità è che la Sinistra ha smesso di comunicare con la maggior parte dei suoi elettori, contando sulla loro fedeltà come su quella di un gregge di pecore, dimenticando come le pecore, in determinate condizioni, si possano trasformare in lupi. La subalternità sociale è un problema da risolvere o un potenziale politico da coltivare? Questo è il grande paradosso del riformismo, almeno a partire dalla fine delle utopie. Finora si è deciso di ignorare del tutto il problema, salvo piangere una fantomatica “perdita di identità” o lamentare lo spaesamento della “nostra gente” (?) di fronte a questioni che interessano in realtà soltanto il ceto politico. Se Renzi piange, la Sinistra PD non avrebbe insomma nulla di cui ridere, perché, una volta eliminato il fastidioso toscano, rimarrebbe soltanto un deserto che loro stessi hanno contribuito a creare. Rimane da menzionare l’ultimo pezzetto della mia grande famiglia politica («es una familia un poquito de mierda, pero es siempre nuestra familia», diceva Fidel a Bobo in una memorabile striscia di Sergio Staino): gli opliti della Vera Sinistra, i professionisti dell’antirenzismo, fuoriusciti dal PD o mai entrati in Parlamento. La loro insignificanza è certificata, il voto “di protesta” si indirizza altrove, perlopiù a destra, come in altri periodi oscuri della nostra storia. E per chi come me ha scelto Renzi proprio per arginare il populismo dei muri, dei nazionalismi e dei deliri complottisti, questo è un grande problema. Peggio che perdere il governo della Capitale.

La foto di copertina è di Daniela Fontes.

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Un partito solido o le supercazzole? Questo è il problema

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Vorrei che fosse chiara una cosa: al di là di qualche periodica tirata sul come ci siamo ridotti male, signora mia, so bene che è soltanto grazie alle «nuove» – ancorché ormai ventennali – tecnologie e alla crisi della carta stampata se scribacchini come il sottoscritto, sprovvisti del tesserino dell’Ordine dei Giornalisti, e in tutta onestà poco interessati a procurarselo, hanno avuto accesso a canali in grado di raggiungere un pubblico più esteso del familiare pianerottolo – includendo in detto pianerottolo tutte quelle forme pre-social network che i veterani dei newsgroup ricorderanno. Tra le tante testate web nate in quest’ultimo lustro, oltre a quelle che offrono informazione, approfondimento e commento, come quella su cui mi state leggendo in questo momento, ve ne sono altre – una pletora di cui ormai ho perso il conto – nate come agili strumenti di propaganda tematica per le varie tribù che popolano lo scenario à la Mad Max della politica italiana. Tra queste, per diffusione sui social, peso relativo nel dibattito e puntualità nella polemica, si distinguono senza dubbio quelle di area renziana e/o terzista, che nella fase delle primarie hanno contribuito certamente alla vittoria del rottamatore. Con semplicità renziana, la più importante di esse si chiama, appunto, «Il Rottamatore», e proprio sul Rottamatore un altro Brain degli Stati, Robbie Galante, è intervenuto qualche giorno fa parlando proprio di comunicazione politica. Roberto – che spero mi perdonerà la sintesi brutale – si chiede che cosa sia successo alla verve comunicativa renziana, e perché Renzi non riesca a spiegare quanto belle e buone e quanto bene stiano facendo o faranno le riforme già approvate o in cantiere. Se il PD e il governo faticano, sostiene Robbie – e questa è già una presa di coscienza non banale – è in buona sostanza perché Renzi racconta male quello che sta facendo. Onestamente mi riesce difficile capire quale ragionamento e, soprattutto, quale percezione della realtà possano portare a una conclusione del genere. Roberto parla di involuzione comunicativa, eppure io non vedo grandi involuzioni rispetto al solito stile renziano. Vedo semplicemente un leader al cui impegno verbale di prima della fatidica staffetta del febbraio 2014 si è sostituito un compito incommensurabilmente più gravoso, quello di chi ogni giorno deve prendere decisioni per conto dell’intero Paese. Alla chiacchiera si è sostituita la realtà, una realtà molto spesso refrattaria agli slogan confezionati settimanalmente ad uso del distratto elettore medio.

Il «profondo ripensamento nel modo di comunicare del partito» evidentemente non era così profondo. Evidentemente, non faceva parte di alcuna visione strutturata del benedetto partito nuovo, ma nasceva soltanto dalle esigenze retoriche della scalata alla Ditta. Una volta vinti primarie e congresso, una volta accolti – per necessità aritmetica – sul carro gli avversari interni di poco prima, la necessità di ripensare la narrazione del partito è venuta meno e lo strombazzatissimo concetto di PDcommunity è scomparso dall’orizzonte ancor prima di venir precisato. Il punto è che quello che a Roberto Galante sembra un difetto di comunicazione a me sembra la – provvidenziale – fine di un’illusione. L’illusione è quella dell’equivalenza tra politica e comunicazione politica, del dominio dello storytellingsull’elaborazione politica. Cadute le grandi narrazioni, agli ideologi severi dovevano pur succedere altre figure. Sono arrivati i pubblicitari e gli autori televisivi, coi quali temo dovremo convivere molto a lungo, seppur di malavoglia. Anche nei momenti di maggior entusiasmo renziano da parte mia, ho sempre digerito male proprio quel tipo di retorica, quella forma ostentata di distacco dalle parole (e dalle cose) non solo della “sinistra dei no”, per distaccarmi dalla quale avevo scelto proprio Renzi, ma anche delle migliori tradizioni del riformismo socialista e liberale italiano. Di più: un distacco dai modi di pensare la politica in generale coi quali sono cresciuto.

La questione centrale, che pongo da elettore e da militante è sempre quella della natura del partito. L’idea à la mode è quella secondo cui la forma partito novecentesca va abbandonata e le strutture dei circoli e la massa degli iscritti vanno sostituite con qualcosa di diverso, di più «leggero» – anche più leggero del «partito leggero» introdotto con i Democratici di Sinistra. Un puro comitato elettorale, insomma, da sciogliersi un secondo dopo l’acclamazione del leader di turno, una sorta di bar ai cui tavoli incontrarsi per capire come vincere. Una stanza in cui i vari campaignerinfluencer e tirapiedi di varia specie ragionano su come «portare a casa il risultato», davanti a un whiskino. Non vorrei togliere ad alcuno la primogenitura della scoperta, ma, per una serie di ragioni complesse, materiali e culturali, i partiti non son «più l’unico terminale del processo politico» da quel dì, e cioè dall’inizio della seconda repubblica e dall’ingresso della c.d. società civile in Parlamento – senza contare la presenza, al di fuori di esso, di un movimentismo diffuso e agguerrito, antipolitico o antagonista.
In un contesto simile, non abbiamo bisogno di un altro loft. Quello che serve è un partito aperto ma solido, che formi il suo personale politico e che faccia contare i propri iscritti attraverso i circoli. Che non vada al traino degli umori della società civile, ma che riesca anzi a competere coi soggetti di base, per tornare lentamente ad essere vero punto di riferimento, quando sarà finita la stagione dell’antipolitica. A scanso di equivoci: sto nel PD e sostengo il governo Renzi in primo luogo perché l’alternativa sono Salvini, grillo, i rossobruni e i nazicomplottisti. Se il panorama esterno al PD fosse meno raccapricciante, sarebbe solo la disciplina di partito a farmi sopportare certe supercazzole. Ricorderà bene, il fiorentino Renzi, che in questi giorni si celebra il quarantennale dell’unica supercazzola degna di – assoluto – rispetto:

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A sinistra del PD, la storia si ripete sempre identica

Devo essere davvero diventato un reazionario col botto come pensa, facendomelo intuire, qualche mio conoscente. Non riesco a spiegarmi altrimenti perché, di fronte agli incontri dei landiniani di Coalizione Sociale e dei civatiani di Possibile, al netto di ogni sarcasmo, mi rimanga soltanto uno sgradevole senso di nausea. Non vorrei essere frainteso: si tratta di quel tipo di nausea che ti prende con quei cibi e quelle bevande che in una certa occasione ti hanno fatto stare malissimo, e che il tuo corpo da quel momento rifiuta. Sono abbastanza cresciuto da ricordare tutte le scissioni, le costituenti, i cantieri, i laboratori e le coalizioni della sinistra rosso-verde degli ultimi vent’anni. Ho già dato su quel versante, non ho lo stomaco – né, soprattutto, le stesse idee – dei tanti amici e conoscenti che ad esempio qui a Venezia approfitteranno della sconfitta del Senatore Casson per rinforzare le palizzate del loro Fort Apache. Che cosa debba diventare questo fortilizio, non è del tutto chiaro. Che i frondisti del PD possano (ri)costituirsi in partito appare bizzarro, avendo essi rifiutato l’idea stessa di partito rifiutando la sconfitta alle primarie e il conseguente cambio di segreteria e di linea. All’assemblea di Roma, Civati ha del resto definito Possibile come «un esperimento nuovo [sic] che avrà una formula, delle strutture anche organizzative diverse dal solito», «una ramificazione di comitati molto piccoli, molto versatili, collegati tra loro, che possano discutere, votare delle cose [sic]».

Alleato naturale di Possibile, la “coalizione sociale” di Landini – un sindacalista che non tenta nemmeno di scalare il proprio sindacato, ma punta direttamente a nazionalizzare le industrie – sembra ancor meno destinata alla forma partito. Può forse voler dire qualcosa la presenza di vecchie glorie dell’operaismo quali Piperno e Scalzone – per inciso, rappresentanti di un’area che coi metalmeccanici, qualche decennio fa, comunicava a colpi di Hazet 36. Infine SEL, l’unico partito tradizionale del lotto, nato con l’intenzione dichiarata di riempire il «drammatico vuoto a sinistra» creatosi dopo la fondazione del PD, ma che in sei anni è riuscito a riempire soltanto un buchino del 3% – «siamo minoranza numericamente, ma minoritari, francamente, no», sostiene Fabio Mussi – del quale tenderà a presidiare gelosamente i confini, almeno sinché converrà a Vendola e ai suoi pretoriani. I due movimenti e il partitino personale potranno forse dare origine a un cartello elettorale pronto, nella migliore delle ipotesi, a prendersi un 8-10% alle elezioni o, nella peggiore, a ripetere la disfatta della Sinistra Arcobaleno. Tanto più che la Sinistra arcobaleno (per l’esattezza: la Sinistra l’Arcobaleno) appariva politicamente ben più omogenea della “cosa” di sinistra che eventualmente verrà.

All’incontro di Possibile, Pippo Civati ha infatti invitato una rappresentanza dei Radicali, e ha citato i liberali tout court tra le componenti politiche che il nuovo soggetto dovrebbe riuscire ad attrarre. Essendo Civati, come sappiamo, un liberale di sinistra riposizionatosi tatticamente, la cosa non dovrebbe stupire. Non stupirà nemmeno vedere dei liberali partecipare alle manifestazioni e firmare appelli assieme ai catorci di AutOp, eventualità già presentatasi altre volte nella prima come nella seconda repubblica, in situazioni di “emergenza democratica” vera o immaginaria, dagli anni di piombo sino al ventennio berlusconiano. Il collante che tiene insieme visioni così diverse è in effetti sempre la presenza di un grande nemico pubblico/nemico del popolo, ruolo che oggi Renzi incarna alla perfezione, meglio di quanto non abbia mai fatto lo stesso Berlusconi.  Com’è noto, la sinistra massimalista ama impiegare tutte le proprie capacità di mobilitazione contro il “nemico interno”, il “socialfascista” o il riformista “subalterno al neoliberismo”. Soltanto pochi anni fa, anche Prodi veniva etichettato così da qualche attuale alleato di Civati. E non importa che i civatiani abbiano fondato una vera e propria mistica prodiana ai tempi dei “101” e della seguente arlecchinata di #occupyPD, perché per ora il rancore personale verso Renzi, riassumibile nel «nemmeno una telefonata» ascoltato e letto più volte in queste settimane, basta ad eliminare ogni spiacevole contraddizione. Renzi è il vero fulcro e motore di tutte le iniziative politiche a sinistra del PD, per questo, fossi in Pippo Civati, non mi augurerei una caduta troppo rapida del rottamatore. Capisco che l’eventualità di una vittoria delle destre non rappresenti per gli antirenziani un disincentivo, ma qui si tratta di non scomparire. Perché se finisce Renzi, finisce anche la colla che tiene insieme i pezzi della Sinistra dei Puri.

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Costruire il campo democratico

Lo so, in molti pensano al navigatissimo Goffredo Bettini, uno dei due o tre personaggi più influenti della sinistra romana, come al primo dei “renziani dell’ultim’ora”. Per quanto mi riguarda, in vista del congresso, trovo utile raccogliere ogni idea, riflessione, suggestione su ciò che dovrebbe o potrebbe essere il nuovo Partito Democratico. Per questo avevo parlato dei sei impegni proposti quest’estate da Fabrizio Barca, e per questo riporto qui di seguito un paragrafo dell’interessante e condivisibile documento diffuso un paio di settimane fa da Campo Democratico. Non un’area o una corrente, ma direi una “quinta mozione” trasversale (o, meglio, una “meta-mozione”):

IL CAMPO DEMOCRATICO

Da tempo siamo convinti che le divisioni in diversi partiti (alcuni dei quali oggi in crisi o quasi scomparsi) e nelle varie correnti all’interno di essi, sono solo funzionali alla conservazione di classi dirigenti conservatrici e in parte logore che vogliono mantenere e difendere i loro orticelli, le loro rendite di posizione e il loro potere in contrasto con un fortissimo sentimento di unità tra i nostri elettori.

Non vale più la considerazione che l’articolazione della rappresentanza politica corrisponde ad una varietà di insediamenti sociali, di culture radicate, di identità che risalgono alla storia italiana.

Tutto ciò da tempo è stato spazzato via, o molto indebolito, dalla trasformazione della modernità globalizzata, dalla crisi dei corpi intermedi, dalla rivoluzione del mondo del lavoro, dallo stacco che purtroppo si è verificato tra politica e cittadini, tra istituzioni e popolo.

Oggi, dunque, non c’è alcun motivo di tenere separato ciò che nella dinamica sociale, negli orientamenti e nelle condizioni esistenziali delle persone si avverte, o potenzialmente si può avvertire, unito.

Le distinzioni sui cosiddetti programmi sono state troppe volte esasperate per ragioni di tattica politica, di visibilità, di pura propaganda.

È del tutto evidente che nel PD ci sono tante personalità politicamente distanti tra di loro, talvolta in misura maggiore rispetto a quella che li divide da chi milita in altre formazioni del centro-sinistra.

La canne d’organo sono accordi di potere che generano una feudalizzazione della politica.

Occorre dunque lavorare per un campo unico, largo, inclusivo dei democratici.

Quello che purtroppo non è riuscito ad essere il PD.

D’altra parte le grandi vittorie il centro-sinistra le ha ottenute proprio quando ha agito come campo unitario.

Così sono state conquistate le grandi città: Milano, Torino, Napoli, Bologna, Cagliari, Genova ed ora Roma.

Nessuno dei nostri elettori si è chiesto di quale partito o corrente fosse il candidato Sindaco.

Quanto moderato o radicale. Si è scelto in ciascuna realtà il migliore democratico in grado di aprire una fase di buona politica, alternativa alla destra.

L’empatia unitaria, creativa e spontanea della nostra gente è più avanti delle divisioni di chi pretende di guidarla.

Agli schemi astratti di alleanza o conflitto degli stati maggiori, vince la semplicità di una spinta trasversale che unisce e mescola le persone.

Questo campo unitario deve essere il nuovo soggetto della sinistra e di tutti i democratici italiani.

Cosa lo unifica e lo delimita? Come abbiamo detto non devono essere le convenienze dei gruppi dirigenti, o gli interessi di blocchi sociali che in gran parte non esistono più nelle forme del passato, né i programmi illuministici e perfetti, elaborati a priori dai partiti, i quali per altro non hanno più la sufficiente capacità cognitiva della realtà.

No, nulla di tutto questo. Il campo è unito da un medesimo sguardo sulle cose e sul mondo, attraversato da una modernità in bilico tra straordinarie occasioni e un arretramento di civiltà.

A noi preme lo sguardo che anima i programmi, la lettura della realtà, l’azione, le scelte e la passione delle persone.

Siamo stati inondati di programmi; alla fine inerti e improduttivi.

Contraddittori e incapaci di ingranare, come un motore in folle, nella cangiante e mobile vita dei cittadini.

Lo sguardo dei democratici è alternativo a quello della destra.

Esso muove nelle profondità della mente il riconoscimento dell’altro, l’immedesimazione nei confronti del suo dolore, l’empatia, la solidarietà, il desiderio di realizzazione dell’autonomia, della libertà per se stessi e per il prossimo. Tutti elementi essenziali per leggere la condizione sociale e i conflitti dell’oggi.

Questo sguardo delimita il grande campo dei democratici: che è largo, perché in esso possono tranquillamente ritrovarsi a proprio agio sia i moderati che la sinistra più radicale: in un soggetto politico innovativo, partecipato e contendibile che, attraverso una fusione permanente e progressiva con la variegata e mutante realtà sociale e umana da governare, compirà le scelte programmatiche più opportune, sulla base di processi di democrazia deliberante.

Tutto ciò è esattamente l’opposto di quella egemonia culturale, o sub culturale, che Berlusconi è riuscito a imporre negli ultimi vent’anni in Italia.

Egli ha promosso la sua visione delle cose. Ha toccato tasti dell’animo delle persone, a lui congeniali: l’esaltazione del più forte, della competitività distruttiva, del potere del denaro e dell’immagine e, soprattutto, delle gerarchie. Ha sancito il disprezzo di chi non ce la fa e l’accettazione, come in natura, della distanza ineluttabile tra chi sta in alto e chi deve subire.

Ecco il confine chiaro e profondo tra la sinistra, i democratici e la destra. Ci sono due sguardi diversi alternativi e inconciliabili.

Il campo dei democratici deve conquistare autonomia e coraggio con le proprie parole. Affermando il valore delle persone e lottando perché esse abbiano una vita più autentica, ricca e piena.

Conquistando spazi per la loro autonomia, creatività, voglia di intraprendere contro ogni prepotenza, burocrazia vessatoria, rendita economica e di posizione, furbizia o slealtà nella competizione della vita.

Costruendo reti di solidarietà, di dialogo e di comprensione.

Non in omaggio ad un astratto buonismo. Piuttosto perché questi sentimenti, che sono dentro ciascuno di noi, ci rendono più pienamente umani.

Non le storie passate, o le identità trascorse possono amalgamare nel PD le tradizioni diverse che in esso sono confluite: piuttosto, il radicale ritorno ai principî (intesi, diceva Machiavelli, come le fondamenta dalle quali siamo scaturiti) del valore sacro delle persone.

Il campo democratico ampio, unitario, inclusivo e contendibile unisce tutti coloro che accettano questa sfida.

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La Leopolda vista da lontano

Post doppio, oggi, in via del tutto eccezionale. E’ che non mi sarei potuto permettere due coccodrilli di fila – Zuzzurro e poi Lou – che sarebbero diventati tre, con Gigi Magni (Magni lo ricorderò più avanti), a meno di non voler trasformare flâneurotic in un blog di annunci mortuari.

Insomma, non avrei voluto scrivere un post sulla Leopolda, ma faccio qui di necessità virtù e cerco di fissare brevemente un paio di punti chiave del discorso complessivo – o meglio, del discorso di Renzi e di quella manciata di interventi che sono riuscito a seguire in streaming.

Mentre ho già fatto altrove i miei rilievi sui materiali di comunicazione dell’ultima campagna renziana, sul format della Leopolda 2013 (che se non ho capito male si differenzia un po’ dalle edizioni precedenti) non ho molto da dire. Non so molto di questi tipi di eventi, occorrerebbe esserci stati per poter parlare dell’aria che vi si respira. Mi limito a segnalare che, oltre alle convention di partito americane, oltre a certi meeting motivazionali (aborriti a sinistra in quanto associati allo stereotipo aziendalista), la Leopolda a me ricorda lo stile di tante associazioni giovanili cattoliche (non solo o non tanto gli scout). C’è quel tipo di atmosfera da famiglia allargata che personalmente mi infastidisce un po’, ma, me ne rendo conto, è un problema mio.

Badiamo piuttosto alla sostanza. In generale ne è uscita rafforzata la mia convizione che Matteo Renzi sia l’unica alternativa possibile per un PD che voglia cambiare (salvandolo) questo Paese in picchiata. Non la migliore delle alternative in assoluto, ma la migliore delle possibili. Esistono purtroppo ostacoli – di linguaggio e di stile, prima di tutto – che rendono quella che per comodità chiamiamo “la sinistra del partito” del tutto allergica a Matteo Renzi. In fase precongressuale questa allergia raggiunge la soglia dello shock anafilattico, la soglia, cioè, della tenuta stessa del partito. Qualcuno minaccia di lasciare se Renzi diventerà segretario. Non vi sembra di esagerare?

Eppure, cari antirenziani, l’idea per cui «la sinistra che non cambia si chiama destra» non andrebbe liquidata col sarcasmo. La Sinistra democratica, storicamente, accoglie il cambiamento, non lo rifiuta. Lo studia per governarlo, in modo che tutti abbiano la possibilità di realizzarvisi liberamente e che nessuno ne resti travolto. Questa è la natura del progressismo, e questo porta a chiedersi ogni giorno cosa significhi essere di sinistra, cioè quali strumenti scegliere per raggiungere quello stesso fine. Chiedetevi, prima di tutto, cosa abbia fatto negli ultimi vent’anni la Sinistra che custodisce le vecchie insegne per difendere realmente gli interessi di cui si fa portatrice. Esemplare, in questo senso,  mi è sembrato l’intervento di Graziano Delrio, che molto semplicemente ha ricordato come proprio perché crediamo nell’uguaglianza dei cittadini e vogliamo uno Stato in grado di fornire a tutti un servizio pubblico di qualità, a partire da sanità e istruzione, dobbiamo riconoscere la necessità di “tenere i conti in ordine” e cominciare a tagliare la spesa pubblica improduttiva (e cioè, a scanso di equivoci: la spesa che non produce ciò per cui è messa a bilancio). Per far questo, però, occorre rompere un sistema clientelare fondato appunto sulla spesa, che ha garantito consenso per decenni. E, giocoforza, dal punto di vista di Renzi, ottenere l’appoggio di soggetti esterni a questo sistema, si chiamino anche Davide Serra.

Questa è la strategia di Matteo Renzi, che se la prende un po’ superficialmente con “i sessantottini” (notazione di stampo neo-con, diciamolo), afferma la centralità dell’impresa («chi crea un posto di lavoro è un eroe»), e continua a rompere alcuni schemi consolidati. Schemi più retorici che sostanziali, in realtà. Senza dover tornare ai tempi del PCI, che qualche rapporto col mondo dell’impresa lo intratteneva eccome, ricordiamo in cosa sia consistito – in teoria –  il progetto del centrosinistra unitario, dell’ulivo il cui rametto sta ancora, stenterello, ai piedi del logo del Partito Democratico: unire le forze produttive del Paese nel segno della solidarietà e dell’innovazione. Nel programma del ’96 si leggeva di «Aspirazione locale e globale, vicinanza al proprio territorio e straordinaria circolazione di idee, immagini, capitali, uomini e donne, competizione, non più solo militare o mercantile, ma “istituzionale”, di istituzioni e norme che reggono la vita sociale ed economica del paese». Che fine abbiano fatto questi propositi lo sperimentiamo ogni giorno. E quindi non ci si può stupire se Renzi, soprattutto quando si trova a casa sua, a Firenze, alla Leopolda, sfodera una retorica aggressiva.

Detto questo, occorre stare attenti alla possibilità dello shock anafilattico di cui parlavo sopra. Se la comunità dell’Ulivo e poi del PD è riuscita comunque ad essere un soggetto di massa interclassista, come si diceva un tempo, ora il declino del Paese, le sconfitte politiche e l’incapacità di fondare davvero un partito unito e plurale stanno polarizzando le posizioni dei candidati in modo che probabilmente non avremo un congresso di idee, ma di ceti. Mi pare ovvio che alla Leopolda prevalessero imprenditori e partite IVA. L’impressione è che l’unico sindacalista presente fosse Guglielmo Epifani, lì in quanto segretario del partito – un partito ospite tra gli altri ospiti, assenti i suoi simboli. E guardando agli altri candidati, appare altrettanto ovvia l’identità dei loro soggetti sociali di riferimento: grossomodo, il pubblico impiego per Cuperlo, e la piccola borghesia intellettuale (studenti inclusi) per Civati. Chi uscirà vincitore dal congresso dovrà cercare una sintesi all’interno del partito, in vista di quella che chiamerei una “conferenza di pace sociale”, nella quale chiunque voglia riuscire a salvare questo paese dovrà far dialogare i tre grandi settori del mondo del lavoro: autonomi, dipendenti pubblici, dipendenti privati.

Il tema del partito, di cosa dovrà essere il futuro Partito Democratico, rimane in parte eluso da Renzi. Dopo un periodo di distanza, il rottamatore, spinto dagli eventi, si è finalmente messo in gioco. Occorre capire se il rapporto col governo Alfetta consentirà un periodo di elaborazione politica, perché non è detto che lo scalpitante Matteo resista. Occorre anche capire che effetto avranno i numerosi salti sul carro del (presunto) vincitore registrati in queste ultime settimane. A livello di congressi locali le manovre si sprecano: qui a Venezia, a titolo di esempio, la giovane candidata renziana alla segreteria provinciale ha ritirato la candidatura all’ultimo momento, e siamo stati di fatto costretti a “scegliere” un candidato unico appoggiato da segreteria uscente e renziani della penultima e ultima ora. Per non parlare degli improvvisi flussi di tessere segnalati in alcune grosse federazioni. Cose di cui si prova vergogna a parlare, da iscritti.

Che i meccanismi di partecipazione vadano ripensati mi sembra chiaro, nel frattempo anche tra i modelli Leopolda e quello congressuale tradizionale andrebbe cercata una sintesi. Matteo Renzi deve fare chiarezza sul proprio modello di partito, come suggerisce Stefano Menichini in un ottimo editoriale su “Europa”. Nemmeno questo congresso potrà essere il congresso fondativo che è mancato al Partito Democratico. Avremo comunque molto di cui discutere, riprendiamo a farlo (io non ho mai smesso, in verità), non perdiamo anche questa occasione.

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