Verona, la splendida, e le sue pasque allucinate

Verona, una città che ho sempre colpevolmente trascurato. Durante le mie rare e frettolose visite non avevo mai avuto modo di visitare lo splendido centro storico con le sue piazze eleganti, le antiche chiese e i palazzi gentilizi, Castelvecchio col suo bel museo civico sistemato da Carlo Scarpa e gli scavi scaligeri, esempio di come si possa utilizzare uno spazio archeologico posto sotto il piano stradale come affascinante spazio espositivo (in questi giorni gli scavi ospitano la stupenda retrospettiva di René Burri che sta girando il mondo da alcuni anni). E il monumento a Padre Dante in Piazza dei Signori, e le arche di Cangrande, e di Mastino (fuori dal recinto), i leoni della Serenissima, gli antichi bastioni. E le accoglienti osterie nei vicoli, in cui si mangia la pastisàda de cavàl e nelle quali i turisti convivono ancora coi vecchi del posto, questi ultimi un po’ appartati, impegnati in lunghe partite a briscola davanti a un gòto di Valpolicella. E’ poi normale che al terzo bicchiere uno dei giocatori riveli una voce tenorile ancora potentissima, cantando una qualche aria verdiana e ricordandoci così che Verona è anche la città dell’Arena. Davvero un degno ingresso allo Stivale per chi arrivi dal Nordeuropa attraverso il Brennero, la prima città d’arte italiana che Tedeschi, Olandesi e Danesi incontrino nella loro discesa, spesso sulla via del Gartsee o delle spiagge adriatiche. La raccolta bellezza di Verona ti fa perdonare e presto dimenticare il balcone di Giulietta, comprensibile cedimento al turismo spazzatura. Dimentichi presto anche la grata piazzata ai piedi del balcone, che da qualche tempo raccoglie centinaia di lucchetti  (venduti nel gift shop accanto) , proprio come a Ponte Milvio a Roma, al Ponte dell’Accademia a Venezia o al Pont des Arts a Parigi, accidenti a Federico Moccia.

Compilata la scheda da guida turistica, oltre al nitore degli antichi palazzi e alle prelibatezze da gourmet, rimane tanto da raccontare e non tutto è altrettanto piacevole. Capoluogo lombardo-veneto con un occhio rivolto a Milano, da sempre grande crocevia commerciale, Verona è una città di grandi contraddizioni. A Verona è forte la presenza di migranti bene integrati, ma dagli anni ’80 la città è notoriamente anche una delle più grandi piazze di spaccio del Nord e un luogo ad alta attività criminale (“micro” quanto organizzata, autoctona quanto internazionale). Vi hanno sede tanto i missionari comboniani, la rivista Nigrizia e un museo africano, quanto, all’estremo opposto, le principali organizzazioni del tradizionalismo cattolico, cioè i nostri vandeani e léfèbvriani. Verona, a torto o a ragione, si ricorda come “città di destra“. Qui, nel novembre ’43, si tenne il congresso fondativo della Repubblica Sociale Italiana, e non si può negare che da allora Verona sia diventata una delle capitali della revanche fascista. Esiste certo, in città, una solida tradizione antifascista. Ma, per qualche motivo, sembra un tantino più visibile il fascistume attivo, dal golpismo negli anni ’60 e ’70 al Fronte Veneto Skinhead, Forza Nuova e Casa Pound, passando per ogni tipologia di feccia nazifascista, dalle band nazi-rock agli ultras dell’Hellas Verona. Un mondo che, tra l’altro, in questi anni ha sostenuto il Sindaco Flavio Tosi, astro nascente della tribù leghista, ormai noto a livello nazionale quanto il suo corrispettivo trevisano Gentilini (forse sul punto di dover mollare la caréga).

Naturalmente non avevo questi esempi in testa, avvicinandomi, a braccetto della mia bella, al cuore del centro storico di Verona, piazza Bra, colma di gente per il secondo giorno della Straverona e per quella che, sulle prime, ci è sembrata la solita rievocazione storica da pro loco, concepita per il gitante della domenica con prole al seguito. Una di quelle innocenti messe in scena in cui decine o centinaia di figuranti in costume d’epoca giocano alla messa in scena di battaglie lontane, combattute per motivi oggi dimenticati dai più. Le divise colorate, il rullo dei tamburi, i botti e il fumo delle schioppettate a salve, la merda di cavallo, la gente che fotografa il tutto. In questo caso venivano però rievocate le “pasque veronesi”, un episodio delle cosiddette “insorgenze antifrancesi” del 1797-’99, quando le plebi affezionate a clero e nobiltà si rivoltarono contro l’esercito della Francia rivoluzionaria sceso nella Penisola. Materiale storico che, incredile a dirsi, per qualcuno scotta ancora. Un volantino distribuito durante la manifestazione ricordava al visitatore ignaro chi fossero i buoni e i cattivi. I buoni erano ovviamente le truppe di Venezia e dell’Austria, i cattivi i Francesi, esportatori dei “falsi principi della Rivoluzione francese“. A causa loro, dice il testo, “L’Italia tradizionale e cattolica, pacifica e ricchissima dei suoi antichi Stati a dimensione d’uomo fu  distrutta”. E ancora, sulle insorgenze in generale: “la vera, grande guerra di popolo combattuta in Italia contro le truppe rivoluzionarie francesi di Napoleone”, una guerra che avrebbe fatto, a detta degli autori del volantino, molte più vittime del “cosiddetto risorgimento” o della “cosiddetta resistenza del 1943-45 “. Non mi pare che venga lasciato spazio ad alcun dubbio. Va ricordato come tutto ciò si sia svolto in un’importante città italiana durante la festa della Repubblica, nella piazza centrale e in altri luoghi del centro (tra cui una piazzetta in cui si trova il monumento a Cavour che, come mi ha fatto notare M., se non altro mostrava il culo ai pagliacci catto-reazionari). Al 2 Giugno repubblicano veniva riservato un palchetto in Piazza dei Signori, ancora spoglio all’ora di pranzo (la celebrazione era fissata per le 18:30, evidentemente per evitare tragicomiche sovrapposizioni con la mascherata delle pasque). E, quel che è peggio, la pagliacciata si è svolta con il patrocinio del Comune e della Provincia di Verona e della Regione del Veneto. Già, perché Verona non è un’isola, sta nella mia regione, dove in quanto a tradizioni reazionarie non si scherza.

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Per approfondire ancora la conoscenza del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi, cioè dei fanatici cattolici preconciliaristi che si divertono a giocare con schioppi e feluche, occorre visitare il sito traditio.it (il cui link era riportato in calce al volantino). Un concentrato di cultura antimoderna, antirisorgimentale, antisemita, antislamica e omofoba (ho dimenticato qualcosa?). Soltanto un paio di esempi: a Papa Bergoglio questi signori danno dell’ecumenista (orrore!), avendo egli festeggiato assieme ai “giudei attuali, eredi del deicidio”, e definiscono Gandhi “sodomita, razzista, politicastro da quattro soldi”. Lascio a voi il piacere di scoprire le altre perle.

Non vorrei però chiudere su Verona in questo modo. Non sia mai che vi passi la voglia di andarci – sarebbe una sciocchezza, la città è davvero bella, come la maggior parte dei suoi abitanti. Chiudiamo invece così:

E Sissi?

Puntuale come una cambiale, sta per partire anche quest’anno la macchina del Carnevale di Venezia, guidata dal suo nuovo direttore artistico, Davide Rampello. Ex uomo Fininvest con una carriera di regista televisivo e organizzatore (anche di un carnevale veneziano dei primi anni ’90),  Rampello è l’attuale Presidente della Triennale di Milano. Proprio in Triennale, nel 2007, si era reso protagonista di una brillante operazione culturale, dedicando una mostra al ventennale di uno dei maggiori prodotti dell’ingegno italico di fine Novecento: Striscia La Notizia. E potremmo anche fermarci qui.

Dopo la scadenza del contratto di Marco Balich, i tempi per ideare un tema e passare subito al lavoro organizzativo sono stati piuttosto ristretti, come ristretto è il budget di un Comune che piange miseria. Tuttavia, grazie alla fortunata coincidenza tra Martedì Grasso e 8 Marzo, nell’anno delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità il lavoro è stato relativamente semplice. Più semplice di quello del potente team di creativi milanesi coordinati da Balich negli ultimi tre anni, i cui cervelli ancora non si sono ripresi dal terribile sforzo. Chi c’era si ricorderà di Sensation – cinque sensi per cinque sestieri (con l’aggiunta, naturalmente, del Sesto Senso, che non manca mai e serve a fare quattrini). Rampello è rimasto nei paraggi, e il risultato è un payoff dalla paradossale coloritura austriacante: “Ottocento – Da Senso a Sissi – la città delle donne“. Ah, la storia d’amore tra l’ufficiale asburgico e la nobildonna veneziana, in pieno Risorgimento, la memorabile scena dei volantini irredentisti lanciati durante una rappresentazione del Trovatore, alla Fenice…

Va benissimo ricordare il capolavoro viscontiano – e riciclare l’idea di Balich – ma, onestamente, che cazzo c’entra Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, altrimenti detta Sissi? Qualcuno mi dirà, “la relazione Venezia-Vienna” non è cosa nuova, è stata al centro di tante riflessioni (e pure di un volume collettaneo dell’83, con interventi di Eduard Huttinger, Massimo Cacciari, Alvise Zorzi, etc.). Ma Rampello, in un’intervista recente, di tutto questo non parla:

D. Perché questo titolo professor Rampello?

R. Abbiamo voluto innanzitutto dare un tema. Un tema evidentemente si deve svolgere, e lo svolgimento del tema è il pretesto, la condizione per arrivare verso quello che abbiamo chiamato, la  valorizzazione della città. Perché evidentemente lavorando sull’Ottocento, abbiamo con l’Istituto Veneto fatto una grande mostra, curata da Giampiero Brunetta, sulla fotografia dell’Ottocento. Sempre con Giampiero Brunetta e la Casa del Cinema abbiamo fatto una serie, una carrellata sulle donne post-romantiche dell’Ottocento e faremo delle letture che riguardano la donna, una per tutte la Rosselli. Il titolo prende spunto dall’Unità d’Italia, quest’anno infatti è la ricorrenza dei 150 anni dell’Unità d’Italia e sappiamo benissimo che l’unità per quanto riguarda Venezia non coincide con quest’anno. Proprio per questo il tema in realtà è l’Ottocento, tutto il secolo da Goethe fino ad arrivare ai Goncourt fino all’inizio del Novecento e il sottotitolo fa riferimento a una opportunità che è offerta dal Carnevale. Voi sapete tutti che il Carnevale termina con l’8 marzo che è la giornata dedicata alla donna.

Ok. Ma Sissi che c’entra? “Beh, piace a tutti, donna è donna ed è vissuta nell’Ottocento, no? Suonava bene. Occorre vendere il prodotto, testina!  Tanto, dopo trent’anni di tivù berlusconiana, la gente ha il cervello ormai in pappa e a Venezia ci verrebbero lo stesso, che ti frega?”

Tutto giusto.

Va detto che gli Austriaci a Venezia mica hanno fatto soltanto danni, eh. Hanno portato il treno in città, bonificato gli acquitrini di Cannaregio, introdotto i kipferl – che piacevano tanto a Goffredo Parise, e che non trovo mai nei bar che frequento. E naturalmente hanno portato lo Spritz, annacquata medicina dello spirito, ultimo residuo di ritualità sociale, sacro beverone nel quale affogare le tristesse di una decadença senza fine. Io poi discendo da sudditi della Kakania, figuriamoci. Semmai è l’Ottocento come tema chiave a farmi riflettere. Il secolo del Risorgimento, certo, ma anche quello del declino più evidente di Venezia, il secolo in cui si cristallizza il mito della Venezia crepuscolare, gloomy city avvolta nelle brume e popolata di fantasmi, in definitiva: di Venezia città morta. Dice: “il fatto è che il Settecento ha un po’ rotto i coglioni”. Vero anche questo.

In ogni caso, ripeto, non vedo cosa c’entri Sissi. Visto che non l’ha spiegato Rampello, verrebbe da chiederlo a Tiziana Agostini, assessore alla Cittadinanza delle Donne e  alla Cultura (delega, quest’ultima, frettolosamente assegnata a giunta ormai composta, quando qualcuno ha notato che un Sindaco-assessore alla Cultura è cosa ridicola anche a Venezia). L’Agostini potrebbe così spiegare anche il senso di una sua recente dichiarazione:

“Si apre una nuova stagione culturale per il Carnevale coerente ad un nuovo modo di intendere Venezia, una città in grado di essere protagonista e non solo vetrina di eventi.”

Sarà, io vedo la solità città in svendita, gli abitanti cacciati in terraferma in attesa della totale trasformazione di Venezia in costoso parco a tema, l’assenza di politiche culturali degne di essere definite tali e, ciliegina sulla torta, tra le centinaia di professionisti disponibili, vedo un uomo del Biscione pagato anche con le mie tasse perché si inventi due stronzate. E ancora non so che cazzo c’entri Sissi, pace all’anima sua.