Perché i Black Bloc rubano la scena

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Una premessa sempre utile: la violenza contro l’ordine costituito non nasce mai in modo automatico da una condizione di sfruttamento o di marginalità, ma è sempre un frutto dell’”autonomia del politico”. Se così non fosse, gli ultimi della terra avrebbero già distrutto a mani nude il cosiddetto primo mondo. Più modestamente, ciò che accade è che dei ragazzetti in felpa distruggano una certa quantità di «surplus produttivo» o bastonino qualche poliziotto nel centro di Milano. Bisogna resistere alla tentazione – fortissima, per quanto mi riguarda – di rubricare l’episodio come “la solita violenza dei soliti coglioni” e chiedersi serenamente chi c’era, ieri, a sfondare le vetrine in corso Magenta. Come sempre c’era un po’ di tutto, perché l’umanità è varia anche in parrocchie ristrettissime come sembra essere quella del Black bloc. C’erano sicuramente l’attivista a tempo pieno, il cane sciolto, quello che ama dar fuoco alle cose ma non farebbe del male a una mosca, il violento borderline, il ragazzino che va lì per guardare, apre la bocca senza collegarla al cervello davanti ai microfoni della TV e poi se ne pente. C’erano tutti loro, e per la prima volta il fenomeno si è visto in purezza, per così dire. Nessuna carica della polizia e a quanto pare solo qualche scaramuccia coi collettivi studenteschi. Andavano per sfasciare tutto e hanno sfasciato tutto, praticamente indisturbati.

Non avranno Rolex al polso, ma non sono Lumpenproletariat. Sono di media estrazione sociale, quando non di buona famiglia, e in ogni caso più ricchi dei “ragazzi con le magliette a strisce” protagonisti degli scontri di piazza Statuto a Torino nel ’62 o degli “untorelli” che cacciarono Luciano Lama dalla Sapienza nel ’77. Ripensare a quegli anni è quasi un obbligo, se non altro per avere un termine di paragone. Di fatto, dalla fine del boom in poi, a cadenza periodica, appare uno strano soggetto di cui nessuno capisce l’origine e che tutti si affrettano a liquidare in positivo o in negativo rispetto alla propria narrazione. I partiti ne condannano la violenza negandone la natura politica, le teste d’uovo delle università lo vedono come un’incarnazione delle proprie teorie. I ragazzi del Black bloc show di Milano sono giovani e sono incazzati, resta da precisare il perché. Non rappresentati, declassati, frustrati dalla (im)mobilità sociale, spesso iperformati in un mercato del lavoro che non li può integrare, insomma precarizzati. Proprio sulla questione della precarietà lavorativa, è interessante riprendere un passo de L’orda d’oro di Nanni Balestrini e Primo Moroni (Feltrinelli), storia delle storie del nostro lunghissimo Sessantotto:

«Se la ristrutturazione, fluidificando il mercato del lavoro, configurò un nuovo assetto produttivo in cui l’attività lavorativa andava caratterizzandosi come precaria, saltuaria e interscambiabile tra funzioni manuali e intellettuali, i soggetti del ’77 fecero proprio questo terreno di estrema mobilità tra lavori differenti e tra lavoro e non lavoro, concependo la prestazione lavorativa come dato occasionale piuttosto che fondamento costitutivo della propria esistenza. Invece che premere e lottare per assicurarsi il “posto fisso” per tutta la vita, in fabbrica o in ufficio, vennero privilegiate le sperimentazioni sulle forme possibili di alternativa al procacciamento del reddito. Per questi soggetti la mobilità nel rapporto con il lavoro divenne da forma imposta, scelta consapevole e privilegiata rispetto al lavoro garantito delle otto ore al giorno per tutta la vita. I giovani operai già occupati nelle fabbriche, dopo aver misurato l’impossibilità e l’inutilità di resistere al processo di ristrutturazione con la lotta per la “salvaguardia del posto di lavoro”, si autolicenziarono scegliendo il fronte del lavoro mobile». (p.531)

Questo passo fa emergere tutte le (enormi) differenze e le possibili affinità con quella generazione e quel contesto. Esistono dei fili sottili che probabilmente  legano i fatti di ieri ad una tradizione politica (o prepolitica) ben più vecchia dell’Autonomia e che non hanno proprio nulla a che fare con l’utopia e il desiderio di un mondo migliore. Forse si tratta di quella sorta di dannunzianesimo da due soldi che tutte le minoranze rumorose hanno nel sangue. A me, socialmente e politicamente compatibile con molti di questi ragazzi, non è mai venuta voglia di dar fuoco ad un’automobile o di prendere a calci un carabiniere. Eppure qualche manifestazione l’ho fatta pure io. Ecco che il dannunziano di sinistra risponderebbe: «perché tu non hai le palle». Rimarrebbe da fare  un’analisi psicologica che può essere soltanto individuale, anche se mi pare si possa essere tutti d’accordo – compresi i diretti interessati – con Furio Jesi:

«Nel fenomeno dell’insurrezione spontanea sono presenti anche numerose componenti di ribellione nate dalle singole frustrazioni private. […]. Per il singolo la possibilità di vincere il suo amore-odio verso la massa e di fondersi nella massa, superando «per la causa» e nello slancio di combattere «per la causa» gli inevitabili urti e sacrifici imposti dalla partecipazione e dalla dedizione al gruppo» (Spartakus, Simbologia della Rivolta, Bollati Boringhieri, 2000)

In questo senso, il Black bloc perfeziona al massimo quest’idea di rivolta, proprio perché non implica alcuna dedizione al gruppo, né una vera partecipazione. Non esistono “il corteo” o “la manifestazione”, ma singoli attacchi istantanei dentro il corteo e la manifestazione. Nei tre lustri che ci separano da Genova e da Seattle abbiamo imparato a conoscerli. Non sono un gruppo organizzato, ma un’area, variabile e dai confini incerti, che unisce cani sciolti e frange dei movimenti, coi quali di fatto sono in competizione. La giornata di ieri ci dice proprio questo: l’opposizione sociale sta sfuggendo di mano ai movimenti più politicamente strutturati (centri sociali e affini). Gli eredi dell’autonomia, nel momento in cui sembrano diventare egemoni nelle piazze – abbandonate, come ho scritto qui, dalla sinistra parlamentare – si dimostrano del tutto incapaci di gestirle, limitandosi a balbettare le solite reprimende sulla stampa asservita o sul piccolo filisteo utente dei social, condite da benaltrismo, reducismo («che ne sai di una carica della polizia, che ne sai») e dietrologia. Ahiloro, la beffarda verità è che se nel ’77 gli autonomi erano una minoranza dedita a sabotare le manifestazioni del blocco sindacato-PCI, ora i loro lontani epigoni postoperaisti vengono sabotati dal black bloc. La manifestazione noexpo di ieri – coincidente col quindicesimo May Day organizzato dai movimenti – con tutti i suoi contenuti, è risultata infatti completamente oscurata dalla cronaca delle devastazioni. E non sarebbe potuta andare diversamente.

Una rivolta che mi piace

Qualcosa si sta muovendo sull’altra sponda del Mediterraneo. La Tunisia prima, con la fuga di Ben ‘Ali, ora l’Egitto, con un Mubarak non più in grado di reprimere il bisogno di riforme della società. Dopo il fallimento della dottrina neocon sull’esportazione armata della democrazia, anche i tiranni amici – quelli per cui si è sempre potuto chiudere un occhio – vacillano e cadono. E’ un vero punto di svolta, comunque vada a finire. Per i fautori della ‘stabilità’ ad ogni costo la situazione ha in sé qualcosa di estremamente pericoloso. Per chi crede che il Mondo Arabo non sia “pronto” anche solo per volere la democrazia, il tutto si riduce a qualche oscura manovra di palazzo o di caserma e l’unico risultato probabile sarebbe la presa del potere da parte degli islamisti. Che faranno i Fratelli Musulmani? Che farà l’esercito, sarà il ‘garante’ di una svolta? Dove arriverà Al-Barādeʿī, possibile leader di una svolta democratica, nel quale alcuni vedono “l’uomo di paglia dei fondamentalisti” e altri (i complottisti DOC!) una pedina nelle mani di qualche puparo ammarigano (Brzezinski, Soros, etc.). Le chiacchiere si sprecano, gli ‘analisti’ annaspano ed è veramente molto difficile prevedere se la rivolta diverrà rivoluzione o no.

Eppure le piazze sono stracolme di uomini e donne che chiedono Libertà e Giustizia. Le vogliono, e stanno rischiando la vita (150 di loro l’hanno già persa) per conquistarle. Questo è un dato di fatto che nessuna dietrologia e nessun calcolo interessato possono cancellare.  E se veramente le parole Libertà e Democrazia hanno qualche valore per noi, dobbiamo rallegrarcene.

Avatar – recensione lunga e intempestiva

Intrattenimento dozzinale o invito alla rivolta? Tanta forma o tanta sostanza? Vaccata o capolavoro, come pare lo abbia definito Spielberg? Ormai sarà pure uscito dalle sale, ma se non l’avete visto, non temete, ve lo sciropperete presto in blue-ray – vi sarete mica comprati il lettore per niente! Nel frattempo è materiale per blogger e grafomani d’ogni risma, compreso il sottoscritto.

In un futuro lontano ma non troppo il marine paralitico Jake Sully viene assunto da una compagnia mineraria americana per lavorare sul pianeta Pandora (un nome che è tutto un programma di sciagure), dove si trova in abbondanza un minerale preziosissimo (http://en.wikipedia.org/wiki/Unobtainium). La compagnia ha già cominciato a sfruttarne i giacimenti, inviando sul pianeta scienziati, minatori e un gran numero di contractors armati fino ai denti. In uno scenario fatto di montagne volanti e giungle zeppe di piante e bestiacce preistoriche, vive il popolo dei Na’vi, guerrieri dalla pelle blu alti tre metri e dotati di una facoltà straordinaria: attraverso una treccia di capelli dalla quale escono delle terminazioni neurali, possono ‘connettersi’ mentalmente a piante ed animali, agli spiriti degli antenati e soprattutto ad E’wa, divinità panteistica che riunisce la totalità delle forme viventi del pianeta. Centro della loro comunità è l’Albero Casa, una sorta di quercia alta come un grattacielo, sfortunatamente piazzata dagli sceneggiatori sopra il più grande giacimento del minerale concupito dalla multinazionale terrestre. Ovviamente quell’albero e quelle terre sono sacri agli indigeni, che non ci pensano nemmeno a spostarsi da lì, facendo così la felicità del comandante paranazista dei contractor, pronto a sterminarli. Prima di passare alle maniere forti, noi terrestri abbiamo però escogitato un sistema per avvicinare, studiare e possibilmente circuire gli indigeni: gli scienziati della base terrestre possono controllare, semplicemente dormendo in un lettino ultratecnologico, dei corpi creati in laboratorio mischiando dna degli autoctoni con quello umano: gli avatar. Ecco perché al protagonista non servono le gambe. Jake – cioè l’avatar con la mente di jake – si perde nella foresta, è quasi divorato da una bestiaccia e viene salvato da un’indigena, della quale ovviamente si innamora (la scopata, attesa per metà film, arriva puntuale). Istruito dall’amazzone blu, il marine impara a diventare uno di loro. Il resto dello svolgimento è piuttosto meccanico (climax, anticlimax, climax finale): l’eroe acquista consapevolezza e si schiera con gli indigeni ma perde la loro fiducia e viene battuto una prima volta. Poi si riprende, grazie a una sorta di prova d’iniziazione diventa un eroe agli occhi degli indios e li guida verso la prevedibile vittoria finale, nella quale vediamo i terrestri (salvo alcuni ‘buoni’ che si sono schierati con la resistenza) messi sulle loro navi e rispediti a casa.

Sembra purtroppo che tutta la science-fiction epica sia diventata unicamente un pretesto per sfoggiare raffinatissime elaborazioni in Computer Graphics. Questo film non fa eccezione. La storia di Avatar si basa su alcuni sempiterni tòpoi della letteratura occidentale (dal Parzival in poi), letti in chiave orientalista/terzomondista e impacchettati in una lussuosa confezione tra il fantasy e la fantascienza. Detta così suona come un gran guazzbauglio di generi. Di fatto lo è, ma con al centro un nucleo narrativo piuttosto semplice. Come in certe biografie del colonialismo europeo, l’eroe è un invasore che si innamora dell’invaso, tradisce e lo guida verso la liberazione: nel cinema, come non ricordare Lawrence d’Arabia (o anche l’irrisolto Mission, anch’esso sceneggiato da Robert Bolt). Epperò lì c’erano appunto grandi sceneggiatori, attori straordinari, un senso della visione che non esiste quasi più nel mainstream hollywoodiano. La distanza dal capolavoro di David Lean è evidentemente così grande che sembra si tratti di due oggetti completamente diversi. Quello era il Cinema, questo è intrattenimento di lusso, ipertecnologico nella forma, ma nella sostanza molto più vicino alla “lanterna magica” ottocentesca. Girato in gran parte in blue screen, avatar è un ibrido live/animation nel quale non si ricordano grandi prove attoriali. Non credo fossero previste. L’amorfo protagonista sembra scelto apposta per non rubare la scena agli avatar. Si salva forse la sempreverde Sigourney Weaver, inchiodata da trent’anni al ruolo di Alien proprio da Cameron, a partire da Aliens scontro finale (del quale esiste almeno una dichiarata citazione visiva: le estensioni meccaniche da combattimento, come quella usata da Ripley nella lotta con l’alieno nel film dell’86).

Si è fatto un gran parlare del ‘messaggio antagonista’ del film, a partire dall’ottima azione di marketing esercitata dai cinesi, che pare l’abbiano proibito sul territorio della Repubblica Popolare. Onestamente, le letture politiche mi sembrano debolissime. Certo, ci sono la multinazionale cattivissima e l’ufficiale dei marines nazistoide, il ragazzo sulla sedia a rotelle costretto a lavorare per loro per pagarsi la costosa operazione al midollo spinale, che l’assicurazione sanitaria pubblica non passa. Ci sono un popolo minacciato e un pianeta a rischio di distruzione, la critica delle guerre amerikane per le risorse (dai dialoghi scopriamo che gli USA in futuro invaderanno Venezuela e Nigeria…). Eppure stento a riconoscere qualsiasi intento critico seriamente strutturato. Sarebbe bizzarro se una macchina da soldi che ha il suo posto nel cuore dell’industria, una produzione da trecento milioni di dollari, pensata principalmente per un pubblico semi-lobotomizzato, lanciasse effettivamente messaggi antagonisti, da ricevere poi nei templi del rincoglionimento odierno, le multisale (so di essere un marziano, confesso che questa era la mia PRIMA volta in una multisala). Cameron ha senz’altro gran naso per i trend del momento. Titanic si inseriva in un filone neoromantico che adesso sembra tramontato, Avatar – progetto precedente al melassoso polpettone con Leo di Caprio, ma tenuto saggiamente in frigo – sembra inseguire invece un pubblico consapevole, critico, informato e politicamente impegnato, dalla globalizzazione alle guerre per le risorse all'”ecocidio” del pianeta (“Sul mio pianeta non c’è verde”, dice jake della terra). Insomma, Avatar è quindi un film “antagonista”? “ecologista militante”? “”altermondialista”? Non saprei, lo chiederei direttamente al ragazzotto che tiene Impero e Manituana sul comodino. Di una cosa però possiamo star certi: Avatar diventerà un cult per quelli di Casa Pound. Come potrebbe essere altrimenti, visto che “il messaggio”, sempre che ve ne sia uno, sembra mututato direttamente dal comunitarismo e dalla dottrina tradizionalista? La difesa del Sacro Suolo, l’estetica guerriera, gli antenati, la purezza etnica ribadita proprio dagli indios (mentre, un’ inquadratura lo sottolinea, i minatori sono un mix razziale non-wasp molto americano: neri, asiatici, ispanici, etc.: il proletariato USA), qualche cenno alla ‘decrescita’. Insomma, un armamentario tipico della ‘nouvelle droite’ e feccia consimile, mi pare. Ma sono tempi di grande confusione (e la situazione è tutt’altro che eccellente). D’accordo, pare che i ‘buoni’ siano per una volta dei subalterni, e che per una volta vincano. Peccato che un valido “cinema politico” si debba basare su ben altri presupposti. Se la contraddizione alla base della storia non si risolve, lo spettatore se la porta a casa con sé, e può darsi che ci rimugini sopra. Se viene invece risolta, tra grandi esplosioni catartiche, punizione e morte atroce del villain e copule tra eroe ed eroina (la tensione si deve allentare anche sul piano sessuale), succede che lo spettatore medio, sfondatosi di popcorn, se ne torna a casa appagato e grato dell’esperienza sensoriale vissuta (questo vale anche per quella parte di pubblico “de sinistra” politicamente-corretto-grappa, sia chiaro). Se ci fosse un qualche messaggio rivoluzionario, un richiamo all’insurrezione come teme il compagno Hu Jintao, sarebbe un messaggio farlocco, fasullo come lo è la visione 3D, dove la libertà dello spettatore finisce con la messa a fuoco, la quale rimane sempre e comunque decisa dal regista (e meno male, da un punto di vista cinefilo!). Semmai la vera utopia contenuta in avatar potrebbe essere quella di una totale unione armonica dell’uomo – o umanoide che sia – con la natura. Anche se poi questa cosa viene rappresentata come una funzione materiale: un sistema di cavi, una sorta di firewire silvestre. Nell’economia di un ‘action movie’ tutto deve essere raffigurabile come sequenza di operazioni fisiche, altrimenti il pubblico non capisce, si disorienta (o si addormenta). Certo è difficile addormentarsi in queste due ore e mezza di visioni da trip acido, inseguimenti, esplosioni, combattimenti, tutti segnati, per chi l’ha visto al cinema, dall’illusione della terza dimensione. In effetti quello che rimane è un lavoro assolutamente straordinario di design visivo che ha un antecedente forse solo con la trilogia dell’anello di Peter Jackson. Interessantissimo – e probabilmente sprecato – il lavoro del linguista che ha inventato il Na’viese. E’ un peccato che tutto questo dispiego di mezzi porti a risultati così lontani dal Cinema che abbiamo amato. D’altronde credo che il “cinema” sul tipo di avatar non sia attualmente altro che un grande laboratorio tecnico, in attesa del perfezionamento della realtà virtuale e della sua diffusione di massa, quando non occorrerà raccontare più nessuna storia, ma creare ambienti e situazioni per psiconauti alienati. Mi domando se qualcuno allora troverà ancora la voglia di raccontare storie con le immagini in movimento. Ci spero tanto.