Gil Scott Heron 1949-2011

You will not be able to stay home, brother.
You will not be able to plug in, turn on and drop out.
You will not be able to lose yourself on skag and skip,
Skip out for beer during commercials
Because the revolution will not be televised.

The revolution will not be televised.

The revolution will not be brought to you by Xerox
In 4 parts without commercial interruption.
The revolution will not show you pictures of Nixon
Blowing a bugle and leading a charge by John Mitchell,
General Abrams and Spiro Agnew to eat
Hog maws confiscated from a Harlem sanctuary.

The revolution will not be televised.

The revolution will be brought to you by the Schaefer Award Theatre and
will not star Natalie Wood and Steve McQueen or Bullwinkle and Julia.
The revolution will not give your mouth sex appeal.
The revolution will not get rid of the nubs.
The revolution will not make you look five pounds
Thinner, because The revolution will not be televised, Brother.

There will be no pictures of you and Willie Mays
Pushing that cart down the block on the dead run,
Or trying to slide that color television into a stolen ambulance.
NBC will not predict the winner at 8:32or the count from 29 districts.

The revolution will not be televised.

There will be no pictures of pigs shooting down
Brothers in the instant replay.
There will be no pictures of young being
Run out of Harlem on a rail with a brand new process
There will be no slow motion or still life of
Roy Wilkens strolling through Watts in a red, black and
Green liberation jumpsuit that he had been saving
For just the right occasion
Green Acres, The Beverly Hillbillies, and
Hooterville Junction will no longer be so damned relevant,
andWomen will not care if Dick finally gets down with
Jane on Search for Tomorrow because Black people
will be in the street looking for a brighter day.

The revolution will not be televised.

There will be no highlights on the eleven o’clock News
and no pictures of hairy armed women Liberationists and
Jackie Onassis blowing her nose.
The theme song will not be written by Jim Webb, Francis Scott Key,
nor sung by Glen Campbell, Tom Jones, Johnny Cash,
Englebert Humperdink, or the Rare Earth.

The revolution will not be televised

The revolution will not be right back after a message
About a whitetornado, white lightning, or white people.
You will not have to worry about a germ on your Bedroom,
a tiger in your tank, or the giant in your toilet bowl.
The revolution will not go better with Coke.
The revolution will not fight the germs that cause bad breath.
The revolution WILL put you in the driver’s seat.
The revolution will not be televised,

WILL not be televised,WILL NOT BE TELEVISED.

The revolution will be no re-run brothers;
The revolution will be live.

Dolce Fortezza Europa

Mentre l’ignavia europea lascia languire la rivoluzione in Libia e il Cav. continua nei suoi tentativi di sfuggire ai processi, per distrarre l’italiota medio viene proiettato il vecchio filmino sull'”emergenza immigrazione”. Come scenario (quasi à la Antonioni!) l’estrema propaggine insulare della malconcia Repubblica, già bersaglio dei missili di Gheddafi un quarto di secolo fa, oggi palco per l’ennesimo show del Caimano e simbolo di una vergogna nazionale, quella dei Centri di Identificazione ed Espulsione.
Sulla vergogna dei CPT/CIE non si dirà mai abbastanza. L’esistenza di quei campi è un’onta per ogni paese che si definisca civile e lo è persino per un paese incivile quale l’Italia berlusconizzata. Anche senza ricorrere ai discutibili papiri di Agambenuccio nostro, L’idea che lo spostamento in massa di esseri umani inermi possa essere ‘gestito’ con il concentramento degli stessi ha in se qualcosa di malato, e certamente risulta funzionale, se non ad un’ideologia globalmente diffusa, almeno agli squallidi interessi di una “classe dirigente” fatta di s t r o n z i.
L’industria della crisi e delle emergenze vere o finte è come sappiamo una voce stabile dell’economia nazionale. Lo stato emergenziale, o meglio la percezione dello stesso, ha un valore d’uso politico altissimo in campagna elettorale e  la campagna elettorale in Italia comincia durante lo spoglio delle schede, non finisce mai. Ma oltre all’uso politico c’è quello puramente economico. Il cittadino onesto, preoccupato per la robba e la virtù della figliola, minacciate entrambe dagli sbarchi dei pirati barbareschi, non si interessa di queste cose. Non si indigna per i CIE, ma forse nemmeno sa quale sia l’indotto gravitante attorno all’ingabbiamento, all’identificazione e all’espulsione di questa gente.
(Ministro Testicoli, se proprio li vuole rinchiudere, questi migranti, anziché nelle tendopoli dentro al filo spinato, li sistemi nelle caserme dismesse. Ho capito che le dobbiamo tenere da parte per le prossime pappate degli speculatori ma nel frattempo usiamole no? Lo faccia sapere al suo collega Ignazio, il mulo parlante, che ne ha la competenza. I miei rispetti.)

E con la parte istituzionale abbiamo chiuso. Ma dei nuovi arrivati che possiamo dire?
L’impressione, confermata dai fatti, è che le migliaia (migliaia, non milioni…) di ragazzi tunisini non si vogliano fermare nel Bel Paese ma vogliano semmai raggiungere la Francia e i paesi del Nord Europa.
E’ possibile che di questo i nazileghisti siano contenti, convinti di essere riusciti nel miserabile intento di mostrare l’Italia quale paese inospitale. Purtroppo per loro non possono cancellare per decreto la posizione geografica dello stivale, che ne ha fatto per secoli un’ideale banchina di transito tra Europa e Mediterraneo. Quindi i migranti continuano ad arrivare, seppure per non fermarsi. E in ogni caso i Francesi li rispediscono a Ventimiglia senza tanti complimenti.

Non tutte le ondate, o mini-ondate migratorie sono uguali. E’ certo che i settanta eritrei che hanno perso la vita tre giorni fa sfuggivano alle violenze in Libia, come le altre vittime della notte scorsa,  in quella che sempre più spesso si rivela una traversata mortale. Ma da cosa sfuggono i giovani tunisini che arrivano a Lampedusa? E’ difficile riconoscere uno status preciso a questi ultimi migranti: sono richiedenti asilo? No, e il paradosso è vederli partire da un paese in cui si è appena svolta una rivoluzione, la meglio riuscita, finora, tra quelle che interessano il Mondo Arabo. “perché se ne vanno proprio ora?”, verrebbe da chiedere ingenuamente.
La risposta più interessante è forse quella di Gabriele Del Grande, che da anni si occupa di narrare le storie delle migrazioni dal Sud del Mondo verso la Fortezza Europa. Prendendo spunto da un popolarissimo brano hip-hop algerino, Partir loin, forse meglio che attraverso centinaia di report socioeconomici, è possibile capire cosa spinge le decine di migliaia di giovani nordafricani ad attraversare il canale di Sicilia:

Vogliono viaggiare. Il perché, sono fatti loro. Dopotutto viaggiare non é un’esclusiva dei disperati, ma al contrario è una parte imprescindibile della vita di ogni ragazzo nel mondo globale di oggi. Se non fosse che le nostre ambasciate da anni vietano a tutta una generazione in Africa di poter viaggiare legalmente con un visto sul passaporto.
[…]
il regime di criminalizzazione della libertà di circolazione deve cadere, esattamente come sono cadute le dittature del sud del Mediterraneo.

Beh, che dire: sottoscrivo.

“I faraoni siamo noi”

Un regime dispotico che non sia sconfitto in guerra cade per consunzione. La consunzione del despota, in particolare se anziano, e quella di un regime che lentamente viene scalzato da ciò che nella società si muove, magari impercettibilmente, giorno dopo giorno. Non posso che ripetere la formula per cui questa ed altre recenti rivoluzioni – perlopiù rivoluzioni in fieri – hanno trovato nella Rete un catalizzatore molto potente. Ma la natura delle sollevazioni popolari non cambia, cambia soprattutto l’ordine di grandezza di ciò che avviene. Onore al popolo tunisino, naturalmente, ma col cambio di regime all’ombra delle piramidi [è un’espressione trita, lo so: aspetto da anni di poterla usare]  è successo qualcosa di realmente epocale.  L’Egitto è quel che è. Un grande paese dalla storia antichissima, fonte di miti e simboli di portata enorme, tanto che a volte si tende a confondere l’Egitto reale con quello artefatto del nostro immaginario. L’Egitto reale è stato a lungo un luogo centrale per il Mondo Arabo, nel bene e nel male. Il panarabismo, il “socialismo nazionale” nasseriano, l’islamismo politico di Sayyid Qutb e dei Fratelli Musulmani sono nati da quelle parti. L’Egitto è stato il più diretto avversario militare di Israele in ben tre guerre (fortunatamente perse), il protagonista, con Sadat, della pace di Camp David e un vitale alleato degli Stati Uniti, dai quali riceve svariati miliardi di dollari ogni anno. E’ uno dei centri nevralgici del turismo globale ed è,  infine, il cuore di una grande industria culturale, i cui film, dischi, romanzi vengono diffusi in tutto il resto del Medio Oriente. Questo paese, malamente retto dall’anziano dittatore-alleato-dell’Occidente (altri direbbe: nostro-figlio-di-puttana), ha avvertito la crisi più di altri. Ma questa volta non si è trattato soltanto di una rivolta del pane. Tra i protagonisti della rivolta spicca un nuovo ceto di cittadini più che istruiti e formati ma privati ancora delle libertà individuali e di una sufficiente possibilità di estrarre reddito. Soprattutto per costoro, lo scarto tra le potenzialità del paese e l’oppressione – civile ed economica – del cleptocrate Mubārak, è diventato insopportabile. Un esempio tipo potrebbe essere rappresentato da Sandmonkey, un blogger che in queste settimane ha fornito al mondo una testimonianza appassionata di quanto succedeva attorno a piazza Tahrir.

Le reazioni di chi guarda da fuori sono molteplici. Entusiasmo, solidarietà (è il mio caso), ma anche fregola di analisi e controanalisi politologiche, geopolitiche, geostrategiche, non sempre fondate e non sempre utili se non ad alimentare la chiacchiera globale (è sempre il mio caso, ça va sans dire). Qualche timore per le sorti del processo di Pace Israelo-Palestinese, che a dire il vero agonizza da tempo, e per la c.d. stabilità della regione mi sembrano un prematuro esercizio jettatorio, a volte dettato dalla malafede. In modo complementare, le critiche ad Obama per l’atteggiamento tenuto di fronte alla rivolta sono del tutto strumentali. Questa, volenti o nolenti, è la nuova politica estera americana, decisamente meno incline all’acritico sostegno dei nostri-figli-di-puttana, all’esportazione armata della democrazia, al farsi i cazzi degli altri. Sbaglia anche, a mio avviso, chi ponga adesso questioni come l’influenza del FMI o in generale le contraddizioni del libero mercato e la natura di classe o meno della rivolta. L’Egitto ,in questo momento, si sta liberando di un despota. Il resto, se è il caso, verrà a suo tempo. Vale la pena di ricordare il vecchio Marx: Lo svolgimento delle contraddizioni di una forma storica della produzione è tuttavia l’unica via storica per la sua dissoluzione e la sua trasformazione…

E’ una rivolta popolare o no, questa? Lo è senza dubbio. Il Popolo, così spesso farsescamente tirato in causa nelle costituzioni, nelle formule ufficiali, e così scarsamente considerato da parte dell’O.O.O (Osservatore Orientalista Occidentale), è sceso in piazza e ci è rimasto fino al raggiungimento dell’obiettivo (parziale): la deposizione del tiranno. Quello che succederà da questo momento in poi è difficile da prevedere. Non è ancora una rivoluzione, non è ancora una democrazia, ma gli esordi sono promettenti.  Stando all’art.84 della Costituzione Egiziana, in un caso come questo i poteri del presidente sono assunti in prima istanza dal presidente del parlamento. I militari, come spesso accade in questi frangenti, rivestono un ruolo essenziale. In Egitto hanno finora goduto di una sostanziale simpatia della piazza – non essendo coinvolti nella repressione come le forze di sicurezza al comando diretto del presidente , rappresentano inoltre un freno allo spauracchio dei Fratelli Musulmani e sono quindi garanti della laicità dello Stato, in modo non dissimile dai loro corrispettivi turchi. A loro il compito di “garantire la transizione”, che auspicabilmente dovrebbe portare ad elezioni veramente libere. L’attuale vice-presidente d’emergenza, Omar Suleiman, è anche capo dei servizi segreti (i torturatori delle extraordinary renditions di Bush, per intenderci) e di certo avrà fatto i suoi preparativi per una qualche resistibile ascesa. Stiamo a vedere, intanto godiamoci, da sinceri democratici (sono serissimo), la gioia del Popolo Egiziano che, anche all’estero, anche qui in Italia, festeggia la liberazione dal faraone. In via Padova, a Milano, i cronisti de “Il Fatto” hanno registrato quello che per me è subito diventato lo slogan del movimento egiziano:

«Siamo noi, i faraoni siamo noi! Il popolo è faraone, non lui, noi siamo i faraoni! Evvai!»

Una rivolta che mi piace

Qualcosa si sta muovendo sull’altra sponda del Mediterraneo. La Tunisia prima, con la fuga di Ben ‘Ali, ora l’Egitto, con un Mubarak non più in grado di reprimere il bisogno di riforme della società. Dopo il fallimento della dottrina neocon sull’esportazione armata della democrazia, anche i tiranni amici – quelli per cui si è sempre potuto chiudere un occhio – vacillano e cadono. E’ un vero punto di svolta, comunque vada a finire. Per i fautori della ‘stabilità’ ad ogni costo la situazione ha in sé qualcosa di estremamente pericoloso. Per chi crede che il Mondo Arabo non sia “pronto” anche solo per volere la democrazia, il tutto si riduce a qualche oscura manovra di palazzo o di caserma e l’unico risultato probabile sarebbe la presa del potere da parte degli islamisti. Che faranno i Fratelli Musulmani? Che farà l’esercito, sarà il ‘garante’ di una svolta? Dove arriverà Al-Barādeʿī, possibile leader di una svolta democratica, nel quale alcuni vedono “l’uomo di paglia dei fondamentalisti” e altri (i complottisti DOC!) una pedina nelle mani di qualche puparo ammarigano (Brzezinski, Soros, etc.). Le chiacchiere si sprecano, gli ‘analisti’ annaspano ed è veramente molto difficile prevedere se la rivolta diverrà rivoluzione o no.

Eppure le piazze sono stracolme di uomini e donne che chiedono Libertà e Giustizia. Le vogliono, e stanno rischiando la vita (150 di loro l’hanno già persa) per conquistarle. Questo è un dato di fatto che nessuna dietrologia e nessun calcolo interessato possono cancellare.  E se veramente le parole Libertà e Democrazia hanno qualche valore per noi, dobbiamo rallegrarcene.