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Il lungo addio del Rock ‘n’ Roll: Chris Cornell 1964 – 2017

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«How would I know
That this could be my fate?»

Leggo delle sue quattro ottave e mezza di estensione vocale («una follia della biologia e della genetica», praticamente un freak, secondo Giulia Pompili del «Foglio») e mi sembra l’unica considerazione strettamente musicale su Chris Cornell che si possa trovare sulla stampa generalista. Il resto è pura enumerazione delle tante rockstar morte male. Belli, bravi e maledetti. Un cliché fastidioso? Forse. Certo Chris Cornell non era Bowie. Non aveva inventato nulla, era un manierista dalla splendida voce, nei Soundgarden, negli Audioslave e in una manciata di album solisti non sempre memorabili, sicuro solo nel territorio classico del rock ‘n’ roll cristallizzatosi negli anni Settanta. E dunque di cosa mai potranno parlare i coccodrillisti dei giornaloni e dei giornalini nazionali? Resta quell’inquietudine, quella frustrazione, quel male di vivere – chiamatelo come volete – che in certi casi è posa, in altri bestia addomesticata e in altri ancora ti ammazza. Senza dubbio, una delle pietre angolari del rock ‘n’ roll. Un disagio come motore dell’ispirazione che è passato un po’ di moda, diciamolo, perché oggi il rock non è più il megafono di niente, è diventato piccino e ora occupa una nicchia tra le tante. Come i giudizi universali nelle chiese e nei battisteri medievali (che erano fonte di terrore autentico per i contemporanei) oggi sono ridotti ad asset del turismo culturale, così il rock ha perso qualunque carica destabilizzante, non spaventa più nessuno, è un prodotto tra i tanti dell’industria culturale, il cui consumo è segno ormai di appartenenza ricercata, come le cene vegan e i libri di Carrère, ma senza alcun senso di novità, quindi relegato alla categoria del vintage. Qualcosa di cui i media si possono ricordare giusto al momento del coccodrillo. RIP.

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David Bowie 1947-2016

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There’s a starman waiting in the sky
Hed like to come and meet us
But he thinks he’d blow our minds

Difficile immaginarlo oggi che il rock ‘n’ roll è diventato genere marginale o, nella peggiore delle ipotesi, stile di pantaloni e frangette e tatuaggi. C’è stato però un periodo, finito appena l’altroieri, in cui il pop – cioè la ‘popular music’ – era dominato dal rock ‘n’ roll, e in quel gran calderone potevano – e dovevano – confluire tante visioni, aspirazioni e talenti diversi. Allora accadeva che un ragazzino di nome Keith Richards folgorato dal blues di Chicago fondasse i Rolling Stones, o che Francis Zappa, giovane fan di Edgard Varèse e Stravinskij si inventasse le Mothers of Inventions, o appunto che un grande appassionato di musical come David Jones, poi David Bowie, iniziasse a creare i suoi personaggi, da Ziggy in avanti. Qui sta una delle chiavi per capire l’opera-vita di questo ragazzo della working class nativo di Brixton, London SW, così si spiega quel camaleontismo che non è semplicemente la periodica riverniciatura della popstar coi colori di moda, ma vera e propria creazione drammaturgica. Tutto il lavoro di Bowie è teatrale, ben al di là della “teatralità” tipica di tanto pop britannico: «avevo in mente di scrivere musical per i teatri del West End e di Broadway, non mi sono mai sentito un performer», dirà in varie interviste recenti, «I didn’t feel at ease on stage, ever». Si stenta a crederlo. Eppure è così, Bowie ha fatto di necessità virtù: se nessuno è in grado di impersonare Ziggy polvere-di-stelle, sarà il suo stesso creatore a farlo, vincendo le sue stesse timidezze. Se al posto di un musical ne usciranno un album e un tour, andrà bene ugualmente, perché forse il gran teatro del rock ‘n’ roll è lo spazio adatto per quel tipo di cose. E pazienza se la famiglia Orwell negherà i diritti per un’”opera rock” tratta da 1984, perché da quel rifiuto nascerà Diamond Dogs.

Alla fine dei  ’70, Bowie si emancipa dalle sue fiammeggianti personae glam e si concentra sul songwriting, senza però abbandonare mai la recitazione, in scena o sul grande schermo, come interprete e come autore. Dall’uomo che cadde sulla terra di Nic Roeg al musical Lazarus, dall’interpretazione di John Merrick nella versione teatrale di The Elephant Man al divertito cameo in Zoolander. Quando sei diventato un’istituzione, un’industria e un marchio quotati a Wall Street e un oggetto di mostre, ti puoi permettere di tutto e non devi dimostrare niente a nessuno. L’amore per la messa in scena spiega però soltanto a metà la grandezza di Bowie, che è stato uno degli orecchi più raffinati degli ultimi cinquant’anni, contraddistinto da una rara curiosità. Nella sua irrequietezza creativa, Bowie era affamato di musica, arti visive e letteratura in egual misura e tutto concorreva a creare ed arricchire il suo lavoro. Lo prova il fatto di aver attraversato mezzo secolo di storia del pop riuscendo sempre a risultare almeno attuale, non limitandosi a scimmiottare gli stili e i generi del momento, ma reinventandoli sempre a sua immagine, rendendoli funzionali ai suoi progetti, quando non inventandoli di sana pianta. Dagli esordi che richiamano il vaudeville all’hard glam di Ziggy, dal “plastic soul” del Duca Bianco (periodo Station To Station, e non Let’s Dance come ho sentito dire da David Zard in uno dei tristissimi e ridicoli “speciali” della nostra tv di Stato!) alla straordinaria trilogia berlinese Low-Heroes-Lodger, tra sperimentazione sonora e grandi invenzioni melodiche, Bowie ha sempre lasciato un segno forte sul sentiero del rock. L’ha fatto in vita e, possiamo dirlo, anche in morte. David Bowie è ricorso all’eutanasia?  Confesso che l’ipotesi giornalistica di un suicidio assistito come «ultimo gesto artistico» inizialmente mi ha lasciato perplesso, ma è tra gli altri lo stesso Tony Visconti a dirci che «his death was no different from his life, a work of art» – il che può ricordare Debord (“l’arte come costruzione della propria stessa vita”). Blackstar in questo senso potrebbe essere ascoltato come l’ultima, definitiva parola di un artista rispetto al tema della morte. O forse no. Rimane il fatto che si tratta di un disco bellissimo. Lo ascolteremo e riascolteremo con attenzione – e, vorrei dire, con cautela – assieme agli altri ventisei che David ci ha lasciato durante il suo magnifico passaggio sul pianeta Terra.

La foto è di Jérôme Coppée

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Lou Reed 1942-2013

Some people they like to go out dancin’
and other people they have to work.

Luglio 2000. Una delle mie precedenti (dis)incarnazioni in rete amava buttare il suo tempo assieme a qualche decina di fanatici che su usenet (i social network erano di là da venire) discutevano animatamente di musica rock e affini, a tal punto animatamente da chiamare spesso in causa le condotte sessuali di madri, sorelle e fidanzate. Chi non si insultava troppo arrivava ad incontrarsi fisicamente al raduno annuale, che spesso si teneva in uno dei festival estivi sparsi per la penisola (ce n’era qualcuno in più, allora). Quell’anno si scelse Pistoia Blues, e fu quella l’unica volta in cui vidi Lou Reed dal vivo. Non so perché non abbia più cercato un suo concerto, dopo di allora. A parte la mia invincibile pigrizia, forse è per la convinzione che i big che ti piacciono vadano visti una o due volte al massimo. I miti devono restare miti, a vederli troppe volte si rischia l’eventualità statistica che poi ti deludano, che smettano di essere dei miti. (Ok, è una stupidaggine, prendete per buona soltanto la faccenda della pigrizia).

Come sempre, con gente che ha fatto la storia della musica, si respirava una certa aria di revival. E’ sempre una parte del pubblico a chiederlo, il revival. In quel caso a chiedere una fettina di anni ’70, anche inventati, in una sorta di pantomima mentale. Nei ’70 Lou, come molte altre rockstar americane, in Italia non riusciva a suonare. Veniva contestato dai minus habens extraparlamentari i quali avevano deciso che Lou Reed era nazista (forse nemmeno sapevano che Lou era ebreo, sennò, forse, gli avrebbero dato del “sionista”). Gli extraparlamentari nel 2000 ovviamente non c’erano più. Rimanevano però gli sfattoni e i sopravvissuti all’eroina degli anni ’80. Stavano soprattutto nelle prime file, eccitatissimi, a gridare «LUUUU, FACCE HEROIIIIN!!!!», e a tirare oggetti sul palco. Più che altro pacchetti di lucky strike vuoti, ma qualcuno iniziò a tirare monetine. Una di queste finì proprio sulla mano sinistra di Lou, bene in vista sulla tastiera della Telecaster. La band smise di suonare, e tutti noi iniziammo ad imprecare cercando di individuare il colpevole. Rick Hutton, storico presentatore di Pistoia Blues (e di Videomusic) si avvicinò a Lou e riferì più o meno questo: «Mr. Lou Reed dice che se non smettete di lanciare cose il concerto è finito qui». E cioè a dire: signori, l’aver pagato il biglietto non vi dà il diritto di rompere il cazzo. Le prime file si calmarono e il concerto proseguì. Fu un live memorabile, anche se pochi conoscevano i pezzi dell’ultimo album. Sì, perché l’aver pagato il biglietto non ti dà nemmeno il diritto di pretendere che la tua rockstar resti ferma ai suoi (e tuoi) vent’anni. Questo è un punto su cui riflettere: Lou non si era mai, mai fermato. Pur restando sempre fedele a sé stesso, aveva sperimentato di tutto. Anche oltre la musica, anche a rischio della sua persona, evidentemente. Anche, al momento opportuno, cambiando vita. Potrebbe essere una lezione per molti, chissà. Perché poi piaccia a tante persone così diverse tra loro, sia quando canta di Rachel, la drag queen, che di Kurt Waldheim e di Jesse Jackson, rimarrà un mistero. Il mistero di una chitarra attaccata ad un amplificatore, quella cosa che chiamiamo rock ‘n’ roll, sempre uguale, sempre diversa.

Grazie di tutto, Lou.

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