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A sinistra del PD, la storia si ripete sempre identica

Devo essere davvero diventato un reazionario col botto come pensa, facendomelo intuire, qualche mio conoscente. Non riesco a spiegarmi altrimenti perché, di fronte agli incontri dei landiniani di Coalizione Sociale e dei civatiani di Possibile, al netto di ogni sarcasmo, mi rimanga soltanto uno sgradevole senso di nausea. Non vorrei essere frainteso: si tratta di quel tipo di nausea che ti prende con quei cibi e quelle bevande che in una certa occasione ti hanno fatto stare malissimo, e che il tuo corpo da quel momento rifiuta. Sono abbastanza cresciuto da ricordare tutte le scissioni, le costituenti, i cantieri, i laboratori e le coalizioni della sinistra rosso-verde degli ultimi vent’anni. Ho già dato su quel versante, non ho lo stomaco – né, soprattutto, le stesse idee – dei tanti amici e conoscenti che ad esempio qui a Venezia approfitteranno della sconfitta del Senatore Casson per rinforzare le palizzate del loro Fort Apache. Che cosa debba diventare questo fortilizio, non è del tutto chiaro. Che i frondisti del PD possano (ri)costituirsi in partito appare bizzarro, avendo essi rifiutato l’idea stessa di partito rifiutando la sconfitta alle primarie e il conseguente cambio di segreteria e di linea. All’assemblea di Roma, Civati ha del resto definito Possibile come «un esperimento nuovo [sic] che avrà una formula, delle strutture anche organizzative diverse dal solito», «una ramificazione di comitati molto piccoli, molto versatili, collegati tra loro, che possano discutere, votare delle cose [sic]».

Alleato naturale di Possibile, la “coalizione sociale” di Landini – un sindacalista che non tenta nemmeno di scalare il proprio sindacato, ma punta direttamente a nazionalizzare le industrie – sembra ancor meno destinata alla forma partito. Può forse voler dire qualcosa la presenza di vecchie glorie dell’operaismo quali Piperno e Scalzone – per inciso, rappresentanti di un’area che coi metalmeccanici, qualche decennio fa, comunicava a colpi di Hazet 36. Infine SEL, l’unico partito tradizionale del lotto, nato con l’intenzione dichiarata di riempire il «drammatico vuoto a sinistra» creatosi dopo la fondazione del PD, ma che in sei anni è riuscito a riempire soltanto un buchino del 3% – «siamo minoranza numericamente, ma minoritari, francamente, no», sostiene Fabio Mussi – del quale tenderà a presidiare gelosamente i confini, almeno sinché converrà a Vendola e ai suoi pretoriani. I due movimenti e il partitino personale potranno forse dare origine a un cartello elettorale pronto, nella migliore delle ipotesi, a prendersi un 8-10% alle elezioni o, nella peggiore, a ripetere la disfatta della Sinistra Arcobaleno. Tanto più che la Sinistra arcobaleno (per l’esattezza: la Sinistra l’Arcobaleno) appariva politicamente ben più omogenea della “cosa” di sinistra che eventualmente verrà.

All’incontro di Possibile, Pippo Civati ha infatti invitato una rappresentanza dei Radicali, e ha citato i liberali tout court tra le componenti politiche che il nuovo soggetto dovrebbe riuscire ad attrarre. Essendo Civati, come sappiamo, un liberale di sinistra riposizionatosi tatticamente, la cosa non dovrebbe stupire. Non stupirà nemmeno vedere dei liberali partecipare alle manifestazioni e firmare appelli assieme ai catorci di AutOp, eventualità già presentatasi altre volte nella prima come nella seconda repubblica, in situazioni di “emergenza democratica” vera o immaginaria, dagli anni di piombo sino al ventennio berlusconiano. Il collante che tiene insieme visioni così diverse è in effetti sempre la presenza di un grande nemico pubblico/nemico del popolo, ruolo che oggi Renzi incarna alla perfezione, meglio di quanto non abbia mai fatto lo stesso Berlusconi.  Com’è noto, la sinistra massimalista ama impiegare tutte le proprie capacità di mobilitazione contro il “nemico interno”, il “socialfascista” o il riformista “subalterno al neoliberismo”. Soltanto pochi anni fa, anche Prodi veniva etichettato così da qualche attuale alleato di Civati. E non importa che i civatiani abbiano fondato una vera e propria mistica prodiana ai tempi dei “101” e della seguente arlecchinata di #occupyPD, perché per ora il rancore personale verso Renzi, riassumibile nel «nemmeno una telefonata» ascoltato e letto più volte in queste settimane, basta ad eliminare ogni spiacevole contraddizione. Renzi è il vero fulcro e motore di tutte le iniziative politiche a sinistra del PD, per questo, fossi in Pippo Civati, non mi augurerei una caduta troppo rapida del rottamatore. Capisco che l’eventualità di una vittoria delle destre non rappresenti per gli antirenziani un disincentivo, ma qui si tratta di non scomparire. Perché se finisce Renzi, finisce anche la colla che tiene insieme i pezzi della Sinistra dei Puri.

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Nota politica all’insegna del cinismo e della bieca Realpolitik

E’ stato appassionante. Abbiamo tifato, inveito, ironizzato, accusato, analizzato. Adesso, però, basta. Chi ha voglia di ragionare ha l’occasione per farlo. Per gli altri c’è spazio nell’accozzaglia grillino-rossobruna che affollava Piazza Montecitorio. Torniamo indietro di due mesi: i risultati del 25 febbraio rendevano chiaro che le cosiddette “larghe intese” sarebbero state una semplice necessità di buon senso. Personalmente speravo (e spero) in una faccenda il più possibile breve e indolore, finalizzata essenzialmente alla riforma elettorale. Poi, di nuovo al voto, con un solo vincitore, dotato dei numeri per applicare le sue ricette (o anche per non fare nulla, ma in santa pace, sostenuto dal consenso, in attesa dei forconi). Che poi queste larghe intese avessero coinvolto il Pdl piuttosto che il M5S, sarebbe stata questione secondaria. Non si tratta di un matrimonio. Mi riesce quindi davvero difficile credere che un uomo di buon senso come Pierluigi Bersani abbia veramente creduto di poter governare per l’intera durata della legislatura sudando freddo ad ogni voto di fiducia. L’inutile e imbarazzante tentativo col M5S ha semplicemente avuto la funzione di rassicurare SEL e la sinistra del partito, grazie alla quale il Segretario ha vinto le primarie. Ricevuto il no grillino e indisponibile a una tregua istituzionale col Centrodestra, Bersani avrebbe dovuto dimettersi. Forse avrebbe lasciato il partito nel panico, ma un panico salutare, che avrebbe costretto le varie anime a contarsi e a parlarsi, in vista dell’elezione del Presidente. E invece no, ad avere la crisi di panico è stato proprio Bersani. Fermo, paralizzato, incapace di avanzare o indietreggiare, afasico. E’ in quel frangente che Richelieu D’Alema e gli ex-Popolari hanno fatto capoccella proponendo la loro “sorpresa”. Niente di sorprendente, a dire il vero. Se la prospettiva è quella di riuscire a formare un governo senza innescare una serie di rappresaglie da parte del Pdl, Marini al Quirinale è una delle opzioni possibili. A quel punto, però, chi avrebbe dovuto guidare il partito (il povero Bersani, sempre lui) era già completamente nel pallone, bisognoso della soccorrevole zampa di un vero maschio-alfa: “Lo dice Massimo, beh, cosa stiamo a perdere tempo a contarci tra di noi, facciamolo e basta, dai”. Risultato: Marini resta sotto di duecento voti. Una clamorosa figura di merda. Nel frattempo i grullini hanno proposto Rodotà, persona degnissima che ha un solo torto, non proprio irrilevante: essere stato presentato da chi fino all’altroieri stigmatizzava, e aver fatto finta di niente. A quel pezzo non trascurabile di PD che fa da sponda a Grillo e alla pancia del Paese Rodotà piace. Ma sono ancora troppo pochi, e nei più prevale la disciplina di partito.

A quel punto, tocca davvero tirare fuori qualcosa di sicuro, per evitare ulteriori figuracce. Il Professore. L’unico ad aver battuto Berlusconi, ad avere profilo internazionale, eccetera. Ma anche il vecchio protagonista delle partecipazioni statali e soprattutto l’uomo dell’Euro. Va ricordato come tutte o quasi le partite IVA oggi con l’acqua alla gola considerino Prodi come la fonte prima di ogni loro guaio. Lo vorrebbero morto. Quest’area eurofoba è oggi distribuita in modo diseguale tra PdL e M5S (Lo stop di Grillo a chi tra i suoi avrebbe volentieri votato il Professore era anche mirato a non perdere consensi tra gli odiatori della Mortazza, mi pare). Insomma, forse il ricordo idealizzato dell’esperienza dell’Ulivo prodiano annebbia un po’ la mente ai vecchi dirigenti. Fatto sta che con Prodi si realizza il capolavoro dei capolavori. Si cerca di vendere un ripiego come prima scelta, una cosa vecchia per una nuova (e Grillo lo fa notare), si provoca la spaccatura del partito (la vendetta di dalemiani e democristiani non si fa attendere) e si regalano energie nuove a Berlusconi, che vive di scontri frontali (e di scontri apparenti) e che, rimasto sempre silenzioso, da questa elezione del Presidente esce vincitore assoluto. Gli scontri frontali fanno invece malissimo a un Paese diviso come non mai, impoverito e incazzato. E’ in questo senso che va letta l’ultima scelta possibile, la scelta emergenziale di un PD ormai in macerie, non come apertura all'”inciucio”. Il Presidente migliore della cosiddetta Seconda Repubblica, un uomo di 88 anni che avrebbe davvero meritato il riposo del giusto, ha ancora una volta la responsabilità di tenere in ordine il pollaio della nostra democrazia. Per quanto mi riguarda, gliene sono grato. E dovreste essergliene grati anche tutti quanti voialtri facili all’indignazione. Certo, se solo ci fosse stato un po’ più di coraggio e fantasia in questo Parlamento, lo si sarebbe trovato subito il nome “non divisivo”, di specchiata onestà, di grande caratura internazionale, gradito a liberali di destra e di sinistra, ai giovani, alle donne…il nome era quella di Emma Bonino, sulla quale, purtroppo, pesa una conventio ad excludendum altrettanto trasversale, che va dai cattolici reazionari (troppo libertaria per costoro) alla sinistra-sinistra (troppo liberista). Chiudiamo pure il libro dei sogni. Chi manca ancora? il mio candidato alle primarie, ovviamente, Matteo Renzi. Devo essere onesto, Irrenzi mi perde parecchi punti, essendosi dimostrato politicista quanto gli altri, nei momenti cruciali (Marini non rappresenta il cambiamento, Prodi invece sì?) e, soprattutto, piuttosto opaco, in questa sua incerta scalata di un partito che praticamente non esiste più. Spero chiarisca presto le sue intenzioni perché la scissione è vicinissima e, dall’altra parte del grande buco rimasto al posto del PD, Fabrizio Barca e Nichi Vendola sono in procinto di mettere in piedi il cantiere di una nuova ‘cosa’, una sorta di super-SeL, il cui obiettivo principale consisterà nel farsi accogliere dal PSE (o dall’Internazionale Socialista? Boh.). Ancora fermi lì, stiamo, ai mai disciolti nodi identitari di questa smandrappata Sinistra. Ma si tratta di un anelito rispettabile, in fondo: non è perché uno smette di essere comunista che gli passa la voglia di perdere. Come poi faranno Nichi, il mago delle narraFioni, e un verboso funzionario ministeriale a competere coi modi spicci del M5S è davvero un mistero. Buon viaggio, comunque.

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