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Trappole per gonzi d’inizio secolo

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Non ricordo esattamente l’anno (direi tra il ’98 e il 2000), ma ricordo molto bene le parole: «a questo punto ci vorrebbe un nuovo fascismo che facesse da contraltare allo strapotere americano». A pronunciarle, dopo una pizza tra iscritti e simpatizzanti di Rifondazione Comunista, era stato Gianfranco La Grassa, economista marxista vicino a Costanzo Preve, le cui idee il compagno Giancarlo, anima intellettuale del locale circolo di Rifonda, tentava disperatamente di diffondere in quel nostro scalcagnato gruppetto. In quel momento mi limitai ad alzare il ciglio e a tenerlo alzato per il resto della serata, ma negli anni successivi ho ripensato a quelle parole ogni volta che mi sono trovato di fronte a qualche ripugnante linguainbocca tra estrema destra ed estrema sinistra. Costanzo Preve, scomparso nel 2013, è stato un ex althusseriano passato al comunitarismo. La sua tesi, in soldoni, è che i marxisti non hanno capito niente di Marx né del Capitale, che il marxismo storico ha sbagliato a credere all’autonomia del proletariato, che concetti come laicità, razionalismo, cosmopolitismo, ecc. vanno combattuti in quanto parte del “fondamentalismo illuminista”, che la dicotomia Destra-Sinistra è del tutto esaurita e che l’unica alternativa al capitalismo si trova nel concetto di comunità. Un altro marxista diventato reazionario, e fin qui niente di particolarmente sorprendente. Per un po’ di tempo ho creduto che posizioni di questo tipo non rappresentassero altro che delle bizzarre curiosità intellettuali per pochi, trascurate anche dall’accademia, nella loro marginalità. Non avrei mai potuto immaginare che il percolato che cola dai resti putrefatti del marxismo potesse arrivare a insozzare il discorso pubblico mainstream come poi è avvenuto.  Ho avvertito i primi segni della catastrofe imminente quando, alcuni anni fa, certi miei conoscenti – fino ad allora poco interessati alla politica e per niente alla filosofia – mi parlarono dei «video di Costanzo Preve» nei quali si erano imbattuti da bravi navigatori solitari dell’internet. Se fossimo rimasti a quel livello di diffusione, il fenomeno sarebbe stato paragonabile a quello delle fesserie complottiste sull’11 settembre o sulle scie chimiche. Il problema è che mentre è facile smontare una verità pseudoscientifica, le idee politiche non possono essere confutate razionalmente. È nella natura dell’ideologia il non essere falsificabile.

Il disastro definitivo è avvenuto durante questi ultimi anni di crisi, quando i media generalisti, terrorizzati dal crollo degli investimenti pubblicitari, hanno cominciato a cavalcare il populismo e persino l’editoria cosiddetta di sinistra ha pensato bene di dare spazio a certi personaggi. Ecco quindi che se Costanzo Preve negli anni ’90 affidava il suo pensiero ai libri della piccolissima C.R.T. di Pistoia, oggi il suo allievo Diego Fusaro – che viene ospitato nei talk televisivi in prima serata –  pubblica un suo testo su Gramsci con Feltrinelli – in una collana diretta da Massimo Recalcati tristemente intitolata «Eredi». Le tendenze radicali ni droite ni gauche nascono sempre in momenti di crisi profonda della Sinistra. Al netto delle enormi differenze tra epoche lontane, qualcosa del genere è già accaduto agli inizi dello scorso secolo, ed è davvero sorprendente come la tendenza odierna stia montando a un secolo esatto dal sindacalismo rivoluzionario dei Labriola e dei Corridoni, confluito nel fascismo pochi anni dopo. Più avanti nel corso della storia della Sinistra, si sarebbe parlato di infiltrazione. Il fatto è che ormai non c’è più nulla da infiltrare, il pensiero “di sinistra” è sparso a terra, spappolato e marcescente. Di fronte alla balbettante Sinistra odierna, priva di visione e schiacciata su singoli temi-feticcio(segnatamente: l’Euro), non possiamo meravigliarci se il keynesiano Stefano Fassina si trova in sintonia col terzetto di economisti noeuro (Bagnai, Borghi, Rinaldi) in lizza per il posto da ministro in un ipotetico governo Salvini. Né, a maggior ragione, ci possiamo meravigliare se chi ha perso il lavoro dopo una delocalizzazione non distingue lo spauracchio fascista della «sostituzione dei popoli europei» da quello marxista del «piano del Capitale» per abbassare il costo della manodopera. Se poi l’UE viene definita “nazista” dai noeuro, tutti sono nazisti e nessuno lo è più, il linguaggio si ammala, le retoriche saltano e nessuno è più riconoscibile da ciò che dice. La confusione è grande sotto il cielo e la situazione è tutt’altro che eccellente. Ridotta alla sua essenza, la questione è in fondo quella di cui dibattiamo da vent’anni: le due risposte possibili alla globalizzazione: integrazione o chiusura. Ripensando a chi erano i noglobal ai tempi di Seattle, e a chi li ha ormai superati a destra sia nelle piazze che nei salotti televisivi, viene davvero voglia di rimpiangere il patto di Varsavia.

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La Terza Via dei talebani padani

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Osservando – a debita distanza – una figura come quella di Massimo Carminati detto er cecatoil caso di queste ore appare come l’ultimo capitolo della storia, tipicamente romana, di un neofascismo straccione alla ricerca di un qualsiasi modo pe’ svorta’. Anche la teppa vuole una vecchiaia sicura, e così, dopo la bassa manovalanza nello stragismo e le rapine e lo spaccio, arriva infine il momento della scrivania, magari negli uffici di qualche cooperativa amica che si occupi di “negri” o di “zingari”, un business redditizio quasi quanto l’eroina, ma infinitamente più sicuro, perché legale. Le ideologie in questo caso contano molto poco, il malaffare investe trasversalmente destra e sinistra e nella definizione di “cupola fasciomafiosa” la sostanza è l’attitudine mafiosa, mentre il fascio è solo un ricordo, una vecchia spilletta di bigiotteria. Come scrivevo qualche giorno fa, se si vuole avere un’idea della destra radicale del XXI secolo occorre staccare lo sguardo da Roma e rivolgerlo a nord, dimenticando i personaggi di Vogliamo i colonnelli, tuta mimetica e saluto romano. L’incontro danzereccio con Marine Le Pen stile Padanian Gigolò, la copertina di «Oggi» e chissà quale altro aiutino da parte di un circo mediatico alla costante ricerca di bestie nuove da esibire serviranno a rassicurare una parte degli elettori eventualmente in dubbio sulla natura del Salvini, che in fondo l’é un brav fioeu e fa pure il simpatico. Purtroppo è nella nostra peggiore cultura giornalistica, quella che commenta la politica come forma teatrale, il non riuscire ad andare oltre il chiacchiericcio, il retroscenismo, la conta delle poltrone, l’esegesi delle dichiarazioni, la rifrittura incessante dell’aria fritta. Bravissimi se si tratta di approfondire il linguaggio retorico di Renzi o dei suoi avversari, impareggiabili nella semiotica delle cravatte e delle scarpe, dei giubbini e dei tagli di capelli dei leader. Quando però si tratta di raccontare le idee, in particolare quelle nate ai margini del palcoscenico, sgranano gli occhi, alzano il ciglio, sorridono sarcastici: «Idee? Essù, le idee…siamo nel 2014!»

Siamo nel 2014, sì, eppure per certi versi sembra di essere rimasti fermi a vent’anni fa. Come allora, la destra radicale monta in tutto il Continente, con alcune differenze di non poco conto: fiaccati da una devastante crisi economica, in Italia siamo più poveri o a rischio di diventarlo e le istituzioni europee hanno dimostrato un’ancora insufficiente capacità di integrare persone, economie, culture. L’idea stessa di democrazia non è mai stata così debole, così poco popolare, in competizione con l’astensionismo da una parte e le spinte antisistema dall’altra. La mistificazione del linguaggio iniziata negli anni Novanta è arrivata a livelli insopportabili. Il razzismo è diventato differenzialista, si fa chiamare «lotta contro l’omologazione dei popoli». Ormai risulta impossibile dare del nazista a qualcuno, se l’accusa di “nazismo” viene rivolta (dalla destra radicale italiana fino allo zar Putin, passando per gli artisti “comunisti e internazionalisti”) al progetto stesso dell’Unione Europea. Oggi, infine, quelle idee hanno sponsor importanti, perché collimano bene con certi grandi interessi geopolitici. Ad esempio con il progetto imperiale dello stesso Putin e della destra eurasiatista d’Europa, i cui orizzonti Le Pen padre ha riassunto così, nel corso di un incontro pubblico a Lione, alcuni giorni fa:

«Il Front è il modello dei movimenti nazionali in Europa, il suo obiettivo è la costruzione di un’Europa delle nazioni dall’Atlantico al Pacifico, da Brest a Vladivostok”».

Vent’anni fa, i rigurgiti nazisti sembravano più un problema di ordine pubblico, risolvibile ingabbiando qualche testa calda del Fronte Veneto Skinhead o feccia consimile. Il punto è che oggi non sono più (soltanto) i figli più disgraziati, i fratelli scemi dalla testa rasata e dalla svastica tatuata a costituire il problema. Una parte molto più vasta e trasversale dell’opinione pubblica, non solo in periferia, non solo nel lumpenproletariat, non solo tra i meno attrezzati culturalmente, è avvelenata da idee e linguaggi che pensavano – ingenui – di aver sistemato tra i liquami della Storia. Più esattamente, a tracimare dai tombini è un filone minore della storia del pensiero di destra, quello più aperto a mutazioni e contaminazioni e che, avendo una storia di minorità, non ha nemmeno bisogno di occultare i vecchi simboli – un po’ come la sinistra comunista e i trotskisti non si sentivano colpiti dalle critiche al comunismo sovietico. Un fascismo vergine, per così dire, e depurato in parte dai simboli esteriori, che propone alle masse disilluse la propria semplice ricetta: visto che, dopo il comunismo, anche il mercato (e quindi l’Europa, identificata con esso) avrebbe fallito, la soluzione proposta sarebbe la cosiddetta Terza via. Certo non quella di Giddens, Blair [e Renzi], ma quella, assai più vecchia, del nazismo e del fascismo di Salò, la terza via del socialismo nazionale, l’opzione retorica «ni droite ni gauche». Fino a qualche tempo fa, parlare di nazimaoisti o di oscuri gruppi rossobruni votati al progetto dell’“Eurasia Nazione” era prerogativa degli appassionati di fascisteria e, a descrivere il fenomeno come qualcosa di preoccupante, si veniva bonariamente sfottuti anche e soprattutto dai conoscenti “antifascisti militanti” (i quali peraltro, soprattutto dopo l’11/9, si sono trovati spesso e volentieri in imbarazzante compagnia, nel nome dell’antimperialismo, dell’alter/antimondialismo e dell’odio verso Israele). In effetti chi avrebbe immaginato che certe bizzarre visioni sarebbero arrivate a influenzare in modo più o meno dichiarato la piattaforma di un partito che sta in Parlamento e riesce a drenare voti sia dalla destra moderata – di fatto in via di estinzione – che dalla sinistra – schiacciata tra “partito della Nazione” e dissidenza allo sbando. Ecco perché tenere d’occhio la Lega è importante, perché la Lega in questo momento è diventato il veicolo mainstream delle idee della destra radicale, anche più del M5S – sulla cui natura fascista ci siamo interrogati a lungo.

In un altro articolo, qui sugli Stati Generali, ho fatto cenno alle ascendenze rossobrune di Borghezio e soprattutto ai rapporti della Lega con Mosca, fatti ben noti e che dovrebbero già mettere in allarme chiunque si definisca democratico. Volendo però approfondire l’elaborazione teorica neoleghista, occorre dare un’occhiata allla bizzarra «associazione a pensare» Il Talebano, creazione di Vincenzo Sofo, giovane consigliere di zona della Lega Nord a Milano. Secondo la definizione dello stesso Sofo, «Il Talebano» consiste in

«un percorso politico/culturale in collaborazione con l’attuale segretario della Lega Nord Matteo Salvini per costruire un nuovo progetto identitario con il coinvolgimento di intellettuali del calibro di Massimo Fini, Pietrangelo Buttafuoco, Alain De Benoist e Diego Fusaro.»

De Benoist, nefando animatore della Nouvelle Droite francese, è un po’ il marchio di garanzia di questo formidabile quartetto. Su Buttafuoco apro volentieri una parentesi, perché a mio avviso rappresenta come pochi la deriva culturale che in vent’anni, nel nome della «pacificazione», ha regalato dignità politica alla feccia della Storia. Intellettuale della destra tradizionalista – con tutti gli esoterici annessi e connessi – fascista aristocratico, evoliano e guenoniano, Buttafuoco è incidentalmente anche una delle firme di punta del «Foglio» e (quindi) prezzemolino televisivo. Inutile pretendere che gli amichetti del circo mediatico, da Myrta Merlino a Corrado Formigli, chiedano a Buttafuoco di spiegare le sue idee, per i motivi che abbiamo detto sopra, e perché sarebbe scortese. Quando l’ottimo Augias, solitario, ha osato toccare il nervo scoperto dell’azzimato Pietrangelo (“mi spieghi perché sei così affascinato dal nazismo?”) sui social è scattata un’indignata difesa da parte dei suoi fan – tutti sedicenti «liberali», naturalmente, che a forza di contestare il politicamente corretto stanno diventando fascisti inconsapevoli. Ne è passato del tempo (17 anni, per la precisione), da quando Gianfranco Miglio, ideologo ufficiale della Lega Nord, dibatteva di federalismo e nazionalismo con Marcello Veneziani, altro intellettuale di destra ora un po’ defilato (e forse meno appetibile per i palati raffinatissimi dei lettori del «Foglio»). Nel ’97  lo schema era ancora abbastanza semplice: sei di destra, ti piace lo Stato forte, centralizzato; sei leghista, vuoi lo Stato federale, se non la secessione. Ora le cose si sono enormemente complicate. L’elettore medio leghista potrebbe ad esempio trovarsi in difficoltà di fronte al simbolo del «Talebano» e alla presenza di un destrissimo convertito all’Islam. Ma una volta spiegata per bene la faccenda, anche le Sciure Rosette blandite dal Salvini si convincerebbero che le loro esigenze («niente moschee a casa nostra!») non sarebbero in contraddizione con l’allucinante prospettiva geopolitica di un mondo diviso in imperi – o contenitori di piccole patrie – fondati sulla Tradizione, e cioè sulle rispettive tradizioni, da coltivare «ognuno a casa propria», tornando agli antichi valori:

«SIAMO TALEBANI. Per lo spirito antisistema e radicale. Per la libertà dei popoli dell’Europa. Per uno Stato sovrano federato ad una Nazione Europa. Contro il modello occidentale globalizzato e esasperatamente modernizzato, che annichilisce ogni identità, tradizione e cultura umana e comunitaria. Contro l’Europa della finanza, alla quale opporre un Europa dei popoli, unita dal minimo comune denominatore che attraversa le varie e variopinte patrie del vecchio continente… la solidarietà tra comunità sia il nuovo punto di partenza. Contro la deriva materialista della nostra società, preservando i valori spirituali dell’uomo e della famiglia. Contro l’attuale sistema Italia – centralista, lobbista e corrotto – rivendicando il diritto di ogni piccola patria esistente in Italia di essere riconosciuta nella propria specificità… perché solo tutelando e valorizzando le diversità delle singole comunità si potrà ottenere una coscienza unitaria. Né a destra né a sinistra – schemi ampiamente superati – perché il conflitto odierno e tra chi vuole la mondializzazione e chi difende le specificità locali.»

Ma questo è solo un assaggio del pensiero del «Talebano», le cui articolazioni si comprendono meglio leggendone il succoso «documento di idee» pubblicato l’estate scorsa, tra i cui autori, oltre a Sofo, Fusaro e Buttafuoco, si nota Fabrizio Fratus, ex segretario di Daniela Santanché e acceso «antievoluzionista», personaggio che rappresenta perfettamente il fascista del futuro. Nel frullato della destra radicale postmoderna c’è tanta roba: dalle tirate antilluministe alla tesi di Tangentopoli come complotto dell’«élite finanziaria cosmopolita», dal superamento – da destra – del concetto di stato-nazione cui si sostituiscono le patrie e le comunità all’«importanza di appartenere al continente euroasiatico» (Buttafuoco). Si cita nientemeno che Bauman – a dimostrazione che ormai la tiritera sulla società liquida è davvero buona per tutti gli usi – assieme alla «teoria geostorica» dell’SS Jean Thiriart (sempre lui, l’ex guida di Borghezio), ci si scaglia contro l’Euro e si invoca la sovranità monetaria – con tanto di proposta di introduzione di una moneta complementare. E, perché sia chiaro che questo titanico sforzo intellettuale serve ad un progetto concreto, non manca l’appello al voto:

«Non c’è tempo, non c’è ragionamento o paura che possa fare indugiare un patriota all’adesione al progetto lanciato in campagna elettorale da Matteo Salvini e dalla sua nuova Lega Nord (Lega delle Patrie) […]»

Eccoci qui, la cloaca è aperta.

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Dalla Padania all’Eurasia, dalle camicie verdi a quelle (rosso)brune

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Del primo importante dato uscito da queste elezioni regionali è già stato detto molto, anche qui sugli Stati. Per quanto mi riguarda, l’astensione non è affatto un aspetto secondario, è un gran brutto segnale che andrebbe letto con attenzione. So bene che i più accesi sostenitori del mio segretario non sono d’accordo. «Me ne farò una ragione».
Il secondo dato, e cioè l’exploit della Lega Nord di Salvini, risulta per certi versi ancora più preoccupante del primo. Le ipotesi sul perché un personaggio assai mediocre come Matteo Salvini sia riuscito a raccogliere tanto consenso mi appassionano sino a un certo punto. Forse è proprio la sua mediocrità a funzionare tra i bravi cittadini indignati? Lascerei l’argomento agli appassionati di comunicazione politica. L’apparenza mi interessa, ma le idee mi interessano di più.

Quando D’Alema parlò di “Lega costola della sinistra”, pensava evidentemente più a una questione di ceto che non di ideologia. Così, tornando all’oggi, dire che Camusso e Salvini sarebbero «facce di una stessa medaglia» è certamente una stupidaggine, ma che tanti iscritti CGIL – una parte importante di ciò che resta della classe operaia – votino in effetti Lega in tanti collegi elettorali storicamente di sinistra è un dato di fatto difficilmente contestabile. Un Paese impoverito e insicuro reagisce spesso in questo modo. Ciò detto, cavarsela dicendo che Salvini «cavalca il populismo» mi sembra davvero troppo sbrigativo.

Distratti dalla componente triviale del leghismo – che ho potuto sperimentare direttamente, avendo abitato a cinquanta metri dal palco della “festa dei popoli padani” – e dalla manifesta pecoronaggine del suo ceto dirigente, tendiamo spesso a trascurare il pensiero e l’evoluzione politica di quello che è il partito più vecchio tra quelli attualmente esistenti. Dalla rivolta del contribuente incazzato all’invenzione della tradizione di un’inesistente piccola patria, dalla voglia di indipendenza da Roma all’ingresso definitivo nel sistema, dai diamanti in Tanzania al cambio di dirigenza. Oggi più che mai nella Lega si è imposta una componente legata alla destra radicale, e la sola presenza di Mario Borghezio al Parlamento Europeo è lì a ricordarcelo.

Per macchiettistica che sia la sua figura, Borghezio possiede un pedigree inequivocabile, diviso tra Ordine Nuovo e la ”Jeune Europe” dell’ex SS Jean Thiriart, il rossobruno per eccellenza. Una “destra di popolo” tra le più ripugnanti, e destra di popolo non è forse anche la Lega? Salvini non arriva a tanto, se non altro per motivi anagrafici, dedicandosi prevalentemente alla sciura Rosetta del Giambellino, alla quale serve le consuete banalità xenofobe («se è razzista dire che le case popolari [bla bla bla] allora sono razzista») spacciate per un pragmatismo speculare e alternativo a quello renziano. Matteo n.2 tiene tutto sommato un basso profilo retorico, come del resto Marine Le Pen al di là delle Alpi. Se però alziamo lo sguardo oltre il populismo da mercato rionale e le visite alle periferie incazzate, ci accorgiamo di uno sfondo più vasto e ancora più preoccupante.

Il tour eurasiatico di Matteo Salvini, da Parigi a Mosca, appare ridicolo soltanto perché ridicolo è il suo protagonista. Ma la sostanza andrebbe presa seriamente. Come il progetto imperiale di Vladimir Putin si possa sposare con le fanfaronate di un Salvini qualunque è presto detto: a Putin fa comodo un’Europa piccola, divisa, impaurita e possibilmente un tantino più lontana dagli Stati Uniti. È vero che lo zar ci tiene già in pugno a causa della nostra dipendenza energetica. È vero che l’Italia è il secondo partner commeciale della Federazione Russa – come l’effetto delle sanzioni ci ha ricordato – e che i capitali russi hanno fatto il loro ingresso in svariati settori, dall’industria all’edilizia all’università. È altresì vero che Putin può contare sul lavoro di lobbying dei pensionati della nostra sinistra di sistema, da Blair a Schroeder.

Il problema è che, nonostante tutto, l’integrazione europea procede. Ecco perché, dal punto di vista russo, l’ondata di antieuropeismo di questi ultimi tre anni rappresenta un’occasione da non perdere, ed ecco perché i (non più tanto) piccoli attori politici della virulenta destra no-euro sono seguiti con una certa attenzione da Mosca. I milioni ricevuti dal Front National probabilmente non sono che un inizio. Nel frattempo il pensiero politico alla base di questi avvicinamenti si precisa e si mostra in tutti i suoi aspetti più deliranti.
Finora ho citato Borghezio, Jean Thiriart. Putin. Mancherebbe un nome, quello di Aleksandr Dugin, e il quadretto della destra “eurasiatista” sarebbe completo.

E come potrebbe mancare il nefando Dugin, invitato a Milano l’estate scorsa dall’associazione Lombardia-Russia di Gianluca Savoini e Gianmatteo Ferrari, i principali organizzatori del pellegrinaggio di Salvini alla corte dello zar. Non che certe imbarazzanti liaisons siano nuove – basti ricordare le simpatie della Lega per Milošević o Zhirinovskij. A fare la differenza tra una qualche affinità ideologica e l’azione politica comune è però il contesto globale, che negli ultimi quindici anni è cambiato al punto che i peggiori deliri distopici stanno acquistando una rispettabilità politica a livello di massa. Sarà dunque il caso di drizzare bene le antenne. (continua)

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Saltare sul carro del vincitore, anche se è carico di letame

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Di Andrea Inglese, poeta, intellettuale engagé di stanza a Parigi, e tra gli animatori del blog letterario Nazione Indiana, mi ero già occupato a proposito di certe sue divertenti fanfaluche staliniste a proposito di scienza. Davvero niente in confronto al suo commento sull’exploit di Grillo:

[…] Il carisma è sempre pericoloso, in politica, sia che si parli di politica diretta, orizzontale, che di politica istituzionale, e rappresentativa. Ma l’assenza totale di carisma non è neppure una ricetta che si può propinare sempre e comunque, speranzosi nelle sue miracolose virtù. Discorso simile va fatto per le emozioni, o i sentimenti. Qualche indicazione il laboratorio delle destre estreme in Europa dovrebbe alla fine averlo dato. L’emozione è un materiale ineliminabile della politica: va lavorato, non semplicemente neutralizzato

Insomma, il carisma di Grillo ha fatto colpo anche sui raffinati intellettuali marxisti, che hanno qualcosina da imparare dal “laboratorio delle destre estreme”! Un po’ rosso, un po’ di bruno…Tombola!

Degna di nota anche la risposta di Inglese al commento di un lettore:

a nunzio, che scrive
“non pensavo che per fare la rivoluzione bisognasse allontanare i giornalisti”, eppure uno che la rivoluzione l’ha fatta davvero, Lenin, già nel 18 abolisce la libertà di stampa (facendo incazzare Rosa Luxemburg)

ed è proprio con sguardo un po’ leninista che bisognerebbe studiare la vittoria di Grillo;

[In questi giorni Guido Olimpio del Corriere ha proposto un divertente parallelo tra ‘la Guida’ Khomeini e Beppe Grillo. Anche in quel caso, i numerosi boccaloni della sinistra comunista videro qualcosa di “rivoluzionario” nel golpe degli Ayatollah. Lo sapete che fine fece il Tudeh, vero?
Io aggiungerei che, senza andare troppo ad Est, anche qui abbiamo avuto i nostri Bombacci]

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Io, Rifonda e gli altri/3

Ma quanto diamine la stai menando, con questo tuo apprendistato politico? Il giusto, soltanto il giusto. Ultima puntata.

Ero incazzato per la caduta del governo, che aveva portato all’interregno di Richelieu D’Alema e preludeva al ritorno del Caimano, anche se le sue conseguenze sarebbero state chiare soltanto in seguito. L’uscita da Rifonda era in realtà solo il sintomo di un mal di pancia più profondo. Mi ero già accorto di essere lontano su troppe questioni, non soltanto dal partitino, ma da tutta la cosiddetta Sinistra antagonista, della quale Rifonda era poi la sponda di destra. Non capivo perché certi dittatori dovessero piacermi soltanto perché si dichiaravano “socialisti”. Ero in disaccordo totale sul sionismo (l’“anti-israelismo”: l’unico collante che tenga ancora insieme la maggior parte della Sinistra), sugli OGM e sul pensiero scientifico,  sull’Europa e sulla moneta unica, sull’uso della forza in determinate situazioni e su tante questioni economiche, rispetto alle quali rivelavo una scandalosa vicinanza a quei liberali che a parole avrei dovuto disprezzare! Mi accorsi che l’estremismo – al di fuori delle arti – mi respingeva, così come mi respingeva la Totalità hegelo-marxista. La dura verità stava emergendo. Ero un riformista. «Dio buono, che vergogna!». Ma fingevo, negavo soprattutto a me stesso, perché non è sexy essere riformisti a vent’anni. Ai tempi di Genova – quando  il Bertinotti, che si è sempre creduto molto furbo, cercava di “cavalcare i movimenti” – osservavo con curiosità quello che succedeva nella galassia no-global. Era una realtà che mi attraeva e mi respingeva allo stesso tempo, che fondamentalmente non capivo e che un po’ invidiavo. Mi accorsi ad esempio che alcuni giovani cattolici di paese, cresciuti e rimasti topi di sacrestia, ora si erano piazzati più a sinistra di me, in quella cazzo di Rete Lilliput! Non che fosse una novità, nella storia politica d’Italia.

Alcuni episodi lasciarono il segno. Ricordo ad esempio la presentazione di Impero di Toni Negri e Michael Hardt, a Trieste, credo proprio nel 2001. Quando le tirate negriane raggiungevano il climax, mi giravo verso il resto della platea in cerca di qualche sorriso, ma lo studentame adorante non coglieva il ridicolo. Applaudivano anzi sempre più forte, guidati dai capiclaque dei disobba locali. Mi venivano in mente le descrizioni di certi rituali primitivi: mi aspettavo che Negri da un momento all’altro tirasse fuori un coltellaccio e immolasse Pier Aldo Rovatti, seduto di fianco a lui. Finita la messa, mi fermai a cercare qualche voce di dissenso. La trovai in un giovane comunista di non so che gruppetto, il quale, dopo aver dato del revisionista a Negri, mi spiegò con tranquillità che il crollo definitivo del Capitale, dati alla mano, era ormai una questione di mesi. Occorreva pensare all’organizzazione dei soviet nella Bassa Friulana. In quell’occasione compresi due cose importanti. La prima era che avrei sempre preferito i veterocomunisti ai postoperaisti innamorati del suono della loro voce. La seconda era che le infinite faide interne alla Sinistra avevano effettivamente qualcosa di religioso. Era una lotta per l’egemonia dottrinale che continuava da un secolo e mezzo, fatta di chiese, concili, scismi, movimenti ereticali, scomuniche, roghi, santi e martiri. Occorre avere almeno un po’ di fede, in quelle faccende. A me la fede manca del tutto e, agli invasati che si scannano per la giusta dottrina, preferisco chi tenta concretamente di mettere una pezza ai mali del mondo (e non al Male, che nessuna utopia potrà mai eliminare) senza troppi strepiti, con umiltà e intelligenza. La maggior parte dei comunisti pre-Bolognina erano fatti così, a ben vedere. Ma erano comunisti? Io di sicuro non lo sono più.

Sia chiaro: non rinnego niente. Se penso soprattutto a quel circolino di paese, so di aver scelto le migliori persone che potessi frequentare allora. Con alcuni era nata una vera amicizia, al di là della politica e se ora non ci vediamo più è soltanto perché la vita ci ha allontanati. Nel ’98 mi ero già trasferito in città per studiare, come gli amici più stretti. Cominciai a tornare meno spesso al paese, soltanto per vedere i miei. Negli anni ho continuato a frequentare gli stessi ambienti, un po’ per affinità, un po’ per abitudine, un po’ per caso. Ho scoperto lo strano piacere delle eresie marxiste (francofortesi-operaisti-situazionisti-etc.) considerate puramente come generi letterari. Ho votato tutti i partiti della sinistra, comunista e non, inclusi i Radicali ed escluso Tonino Di Pietro, che non è di sinistra. Grazie a Gianpaolo Pansa, mi sono iscritto all’ANPI, che qui a Venezia spesso delega la faccenda delle iscrizioni a…Rifonda (mi hanno già telefonato varie volte perchè vada a ritirare la tessera 2012 al circolo, me ne dimentico sempre).

Ho scoperto che, là dove la Sinistra è maggioranza, i sinistronzi sono legioni, sia tra i puri e gli antagonisti che tra gli opportunisti e gli amici dei palazzinari. La stronzaggine, del resto, è una qualità prepolitica che a volte si colora di qualche tinta. Quanta ideologia, decisamente troppa. Quanta ideologia è davvero necessaria per affrontare razionalmente e in modo laico le questioni più elementari, ad esempio del dove e come far passare una strada o una ferrovia? Sarà che viviamo in uno strano Paese, una Repubblica in cui non è mai esistita una Destra democratica, dove c’è la Sinistra più settaria del mondo, dove il termine “legalità” evoca un’idea di Stato di polizia, mentre “antifascista” – anche grazie agli sciocchi per i quali tutto è fascismo, dalla cravatta al biglietto del tram – viene scambiato per qualcosa di a-democratico e violento dalla maggioranza filistea. La quale maggioranza, peraltro, in fatto di democrazia, avrebbe molto da imparare. Con la crisi, poi, lo scenario si è fatto ancora più confuso, le parole d’ordine sono diverse, o hanno cambiato senso, e il vecchio Marx – un grande classico della modernità, da leggere e rileggere – non sta più sulle insegne della rivolta. La verità è che ho provato ad essere comunista fuori tempo massimo, quando il comunismo era ormai una pantomima, e la radicalità stava prendendo altre forme, come oggi appare evidente a tutti. Pare proprio che i vent’anni passati dalla fine del socialismo reale siano stati soltanto una parentesi di spappolamento e marcescenza delle idee radicali: postmodernisti e tradizionalisti, cyberfanatici e luddisti, islamisti e leghisti, complottisti, signoraggisti, sciroccati ingenui e miserabili che spillano loro quattrini, giovani borghesi indignati, nazi e fasci 2.0, comunisti che riscoprono la patria e fanno l’occhiolino ai rossobruni. Tutta roba da cui mi tengo ben distante.

Resta il problema dell’etichetta da portare. Sembra che non se ne possa fare a meno. «Riformista…» no, «Migliorista…» nemmeno, «Socialdemocratico» per carità. Il mio amico comunista scuote la testa. Quelle etichette non gli piacciono. Improvviso e azzardo un «Azionista», nel senso del Partito D’Azione, di Giustizia e Libertà, di Rosselli, Rossi, Salvemini, Ginzburg, Lussu, Foa, Spinelli, Galante Garrone, Fenoglio, etc. «Ecco, ti pareva, snob fino all’ultimo!», direte. Boh. A me sembra più snob citare Agamben, la biopolitica e i rizomi, ed ho il sospetto che il vero discrimine stia nell’attitudine all’autoironia, qualità estremamente rara (e preziosa), in politica:

Nel febbraio del 1974 il “Giorno” pubblicava un’intervista fattami da Corrado Stajano. Il titolo, credo non scelto da lui, era: Il mite giacobino non s’arrende. Quella qualifica mi mise di buon umore, e subito scrissi e mandai a Stajano, dedicandoglielo, questo scherzoso


Autosfottò del “mite giabobino”

Gli antifascisti levano le tende
ma il mite giacobino non si arrende.
La birba vince e il giusto se la prende,
ma il mito giacobino non si arrende.
Cadono Luther King, Kennedy, Allende,
ma il mite giacobino non si arrende.
La fiaccola del Mis losca si accende,
ma il mite giacobino non si arrende.
La classe dirigente compra e vende,
ma il mite giacobino non si arrende.
Dilaga il mal da Napoli a Torino,
ma non si arrende il mite giacobino.

(Alessandro Galante Garrone, Paolo Borgna – Il mite giacobino, Roma, Donzelli 1994)

Avercene, di miti giacobini così.

(Fine)

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