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Tranquilli, nel PD stiamo lavorando per voi (?)

Se a un malato di politica come il sottoscritto ormai appassionano ben poco le disquisizioni sulle differenze ideologiche all’interno del Partito Democratico (socialdemocratici fuori tempo massimo contro liberisti immaginari, ecc.), mi domando quanto possano appassionare l’elettore non identitario, il disgraziato medio alle prese con bollette e bollettini da pagare. Eppure qualche domanda bisognerà pur farsela, in vista del congresso. L’impressione, volendo sviscerare un po’ lo schemino renziani vs antirenziani, è davvero quella di uno scontro tra conservatori e innovatori. Certo, gli innovatori possono non piacere, ma i conservatori sono quelli che hanno portato al disastro del partito, e tuttora vorrebbero dare lezioni di buona politica. Personalmente trovo fuorviante (e offensiva) questa millimetrica misurazione del posizionamento, reale o presunto, dei protagonisti del PD. Davvero mi si vuol convincere che la Bindi o Fioroni starebbero “più a sinistra” di Renzi? O è solo fumisteria ad uso di una base lasciata allo sbando? A me pare abbastanza ovvio. La parte conservatrice del partito crede che sia più comodo lasciare intatti certi equilibri, certe rendite di posizione, certi interessi corporativi, legati o meno alla propria corrente. Si spera in questo modo di conservare il consenso del proprio elettorato (che non è più operaio da quel dì, e grossomodo coincide con l’area del pubblico impiego) senza nemmeno tentare di conquistarne altri. E se anche ci si accorge dell’esistenza dei c.d. non garantiti, di chi non è rappresentato da nessuno, tantomeno dal sindacato, la risposta è la stessa: agire sulle politiche di spesa, magari tornando ad indebitarsi un po’ – garantiti dall’illusione di aver svolto bene i “compiti a casa” e comunque forti del clima eurofobo di questi anni – e drogare la situazione con piccoli interventi non strutturali. Tirare a campare, insomma. E’ una forma di governo debole, una sostanziale rinuncia a governare davvero – e quindi a riformare il Paese – contando piuttosto sugli automatismi del rapporto tra integrazione europea e corporativismo nazionale: gli interessi particolari, ben rappresentati nel Paese, tirano la corda da una parte, Bruxelles la tira dall’altra, e i neodorotei gestiscono il tutto, senza rischiare troppo. Questa è la linea delle larghe intese, cioè del pentapartito 2.0 rappresentato dall’ineffabile Letta, e corrisponde in fondo alla linea “socialdemocratica” di gran parte dell’opposizione interna a Renzi. Davvero paradossale che l’ascesa del sindaco di Firenze venga paragonata a quella – presto rivelatasi nefasta – di Bettino Craxi. Craxi non fu un innovatore, ma un genio della compravendita elettorale attraverso l’indebitamento, più che attraverso la corruzione. E fu abbastanza intelligente da cooptare anche parte della sinistra del PSI una volta raggiunto il potere. Ecco perché la visione del craxiano Brunetta sorridente assieme al “turco” Fassina non stupisce, se il nome Claudio Signorile vi dice qualcosa. In tutto ciò, quasi dimenticavo Pippo Civati (#CivatsRegal) e Fabrizio Barca, il primo impegnato da mesi a corteggiare il Movimento 5 Stelle, il secondo a proporre le sue capacità di tecnocrate per riorganizzare il partito. La demagogia gentile di Civati mi infastidisce molto, i tecnicismi di Barca mi affaticano un po’. Certo mi rendo conto che i renziani non vogliono o non possono impegnarsi a fondo nel rinnovamento del partito, e qualcuno dovrà pur farlo assieme a loro. Per il momento la confusione è grande sotto il cielo, e la situazione è tutt’altro che eccellente.

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Quindici uomini

 

Berlusconi il pirata si salva ancora una volta. Con quindici voti di differenza. Non è una vittoria politica, è l’ennesima vittoria del clan.  Nemmeno alle soglie del collasso economico il gruppo che sostiene questo governo riesce a far prevalere l’interesse collettivo sugli interessi personali. I pretoriani sono legati al cesare da un patto di dipendenza, e lo seguiranno sino alla fine. Hanno tutto da perdere.

Fallito quindi il tentativo dell’opposizione di far mancare il numero legale – una pratica legittima ma eccezionale, esattamente come il ricorso continuo al voto di fiducia –  Rosy Bindi ed altri se la sono presa con quegli “stronzi” dei Radicali Italiani, che hanno partecipato al voto sin dalla prima chiamata. Bene, senza dimenticare le stupidaggini compiute da Pannella nel corso degli anni, accusare i Radicali di fare da quinta colonna di Berlusconi per il fatto di aver esercitato con coerenza la loro funzione parlamentare è una vera sciocchezza. In 617 hanno votato, la maggioranza richiesta era di 309 voti, i ‘sì’ sono stati 316, i no 301, e tra questi i sei ‘no’ dei radicali eletti nelle liste del Partito Democratico. Questi sono i numeri, il resto è il tentativo di un PD assai malconcio di trovare un capro espiatorio.  Qui l’intervento di Rita Bernardini.

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