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Vincenzo Gallo 1946-2018

In quest’agosto orribile, ci mancava anche questa. Come molti della mia età, avevo iniziato a seguire Vincino nei prima anni Novanta, su “Cuore”, l’unico periodico che abbia davvero contribuito alla mia formazione intellettuale. Sulle pagine verdoline di quel settimanale trovavi chi aveva creato “Il Male” assieme agli autori della generazione successiva. Tra tutti quanti, Vincino è forse l’unico rimasto davvero uguale a se stesso. Un “anarcoide provocatore”, come veniva definito affettuosamente da Michele Serra, con quell’aria svagata di chi non deve rendere conto a qualche parrocchia politica e di chi non deve dimostrare la propria “bravura” a nessuno. Impossibile non amare quel tratto che solo gli stupidi definiscono “tremolante” e “impreciso”, come se la satira fosse una classe di disegno dal vero (se cercate quella “bravura”, potete rivolgervi a un altro fondatore del “Male”, che oggi pubblica i suoi lavori sul “Peppischer Beobachter”). Vincino era in realtà uno straordinario ritrattista e parodista, perché con quel suo tratto essenziale sapeva rendere alla perfezione il carattere intimo di un personaggio. Lo faceva coi politici, ma poteva farlo con chiunque, gentile, disponibile e curioso di umanità com’era. L’aveva fatto anche con me, un perfetto sconosciuto incrociato sui social che, se non ricordo male, aveva commentato da perfetto cretino le contraddizioni del “Foglio” di Ferrara – non la sua parrocchia, ma evidentemente il luogo in cui nessuno gli rompeva le palle. «Mandami una tua foto». Da quella fotina, in pochi minuti mi donò un divertente studio della mia persona, un ritratto che da tempo è il mio avatar. Mi mancherai, Vincino, mi sarebbe piaciuto ringraziarti di persona.

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Gennarino della Manciuria

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«No, guarda, pure se stesse fisicamente bene, e bene non sta, non potrebbe uscire! Non lo vedi che occhiaie? Ti pare che possa uscire in diretta, co’ sta faccia? Ma poi Fefè, dimmi la verità, il Dottore ti ha detto qualche cosa che non so? Guarda che se lo vengo a sapere…»

«Ma che stai dicendo, ma che vieni a sapere? Ti ricordo che è pure figlio mio! Sta benissimo, le occhiaie le ha sempre avute! Ci sta marciando, co ‘st’infortunio!»

«Ma senti questo…L’hai mai presa, tu, una capata cadendo da mille metri?»

Parlavano come se il figlio non fosse stato lì di fronte a loro, come se non avesse potuto sentirli. Era sveglio già da un po’, ma non sembrava ascoltarli e nemmeno sembrava assorto in qualche pensiero. Lo si sarebbe potuto confondere con un monaco buddista libero da ogni preoccupazione mondana o anche con un manichino da negozio. Abbandonato sul divanetto, una leggera smorfia di fastidio sulla faccia, Gennaro Infante fissava un angolo del soffitto dorato.

«Papà, senti…»

I genitori si voltarono di scatto verso di lui, la madre trattenendo il respiro, il padre sorridendo di un sorriso finto, quel ghigno paretico che aveva passato al frutto dei suoi lombi e che da anni Gennaro sciorinava in televisione. (Le occhiaie, quelle Gennarino le aveva invece prese dalla madre).

«Oh, il nostro malatino si è svegliato! Come stiamo, Genna’, tutto a posto?»

«La testa, ti fa ancora male la testa? Guarda che il Dottore è qua fuori, adesso lo chiamiamo e ti visita». Gennaro si girò lentamente, così lentamente che la madre si spaventò e non riuscì a evitare uno scongiuro a mezza voce.

«No, Mamma, la testa va bene, non ti preoccupare. Papà…»

«Dimmi!»

«Papà…io questi divanetti li voglio cambiare. Voglio un divano a elle da quattro posti. Qui non si riesce a stendere le gambe, ma ti pare possibile che il Presidente del Consiglio non possa stendere le gambe a casa sua?».

«Eh? Genna’, ma allora davvero devo credere che non stai bene. Con tutto quello che stiamo passando, tu al divano pensi? E poi ti ho già detto che i divanetti azzurri di Berlusconi non si toccano, ché portano bene!».

«Sì, il governo più lungo della storia della Repubblica, eccetera…ma se il divano grande lo metto nello studio? Che dici, mamma?».

In quel momento, nella stanza accanto, il direttorio della Lista Colucci era riunito in conciliabolo col Dottore. Michele Colucci, sempre più distante dalla politica, pochi minuti dopo essersi collegato in videoconferenza da un’isoletta del Caribe venezuelano, aveva piazzato un’iguana davanti alla webcam e se n’era andato  («sentite, io vi lascio con Peppino, il rettile più intelligente del mondo. Capisce tutto e ricorda tutto, basta che parliate lentamente, scandendo bene. Ci aggiorniamo, ragazzi, un bacione!»).

Per “i quattro moschettieri”, come i giornali chiamavano il gruppetto dei supposti fedelissimi Orrù, Tavagnasco, Moroni e Nasica, erano stati giorni difficili. Infante aveva un’unica parte da sostenere. Era arrivato in cima, gli bastava seguire le istruzioni. Le linee guida della Lista erano semplici e chiare: primo: mantenere la calma, secondo, chiedere al Dottore. Qualcuno poteva forse credere che la Lista avesse aperto una crisi con la Francia così, a casaccio, senza una precisa strategia, e che Gennaro dovesse sbrogliarsela da solo? Che sciocchezza. La posizione davvero complicata era quella delle seconde file, delle riserve, per così dire. Di loro quattro, insomma. Occorreva certo mostrare – ossia fingere – preoccupazione per la salute del Presidente del Consiglio. Non si poteva però esagerare, o i media avrebbero cominciato a parlare di dimissioni. Infine, dovevano riuscire a nascondere l’eccitazione per le possibilità che si sarebbero aperte per uno di loro, nel caso Gennaro avesse lasciato. Nasica, la vera riserva, l’eterno numero due che aveva peraltro annunciato il suo prossimo ritiro dalla politica, era fuori di sé. Scamiciato e gesticolante, le sigarette accese a ripetizione tenute come lo farebbe un torturatore, elencava tutte le possibilità delle successive 48 ore a Tavagnasco e Moroni, che a un tratto lo afferrarono per le braccia e lo fecero sedere. «Non potrebbe mica dargli qualcosa, Dottore?», fece Moroni.

Il Dottore era all’estremità opposta della stanza, alla finestra, assieme a Michele Orrù, Sottosegretario alla Presidenza, “la testa più lucida della Lista”.

«Massimo, perdonami, magari è una domanda stupida, per carità, però…e se si fosse mosso qualcosa in testa per via della capocciata che ha preso?».

Il Dottore squadrò Orrù scuotendo la testa: «Io non ci posso credere…ancora con questa storia? Ve l’ho detto mille volte che non esiste nessun chip, cazzo! Gennaro in testa non ha niente! In tutti i sensi, vorrei aggiungere, e adesso ne abbiamo la conferma. No, qui bisogna arrivare a prendere delle decisioni, anche spiacevoli, se è il caso…io lo dico a te qui in camera caritatis, è possibile che Gennaro sia del tutto unfit e si debba cambiarlo»

«In camera…cioè, nel senso…Massimo, io non so se ho capito quello che mi vuoi dire, ma ti dico che se Gennaro molla adesso è un disastro. È la fine di tutto. Ci siamo spinti troppo oltre con la crisi francese, la tensione è altissima. Il Paese è come una corda di violino, bisogna suonarla, altrimenti…»

«Altrimenti?»

«Eh, altrimenti…altrimenti si spezza…no?»

«Orrù, resto sempre ammirato dalla precisione delle tue metafore. No, no…basta cazzate. Basta! Ma siamo impazziti? Prima la colite, poi questa cosa della craniata…no, è che il candidato doveva forse essere un po’ più fisicamente prestante, ma soprattutto, perdonami, un po’ meno coglione. Io ve l’avevo detto: garantisco sul condizionamento, ma il materiale di partenza – che avete scelto voi e soltanto voi – deve essere valido. Io non posso fare miracoli!»

«Beh, a suo tempo, qualche alternativa c’era…tolto il sottoscritto, alla gente piaceva molto Liborio…»

«Nasica? Nasica, nel caso te lo fossi scordato, non ha passato il test base. Non aggiungo altro.»

«No, per carità…Lo sai qual è il vero problema? È che il potere dà alla testa. E lui è un po’ ragazzino, per cui, dopo poche settimane si è sentito di poter fare tutto…non ci abbiamo pensato noi della lista, e forse neanche il condizionamento ne tiene conto…non so, l’esperto sei tu, eh, dico per dire…»

«Hai perfettamente ragione. Ecco, se devo fare autocritica, la faccio su questo…narcisismo e megalomania sono fattori importanti, vanno assolutamente inseriti nell’algoritmo», disse professionale il Dottore. La faccenda del condizionamento mentale o “training psicotronico” , come lo chiamavano i membri del direttorio nelle rare occasioni pubbliche in cui affrontavano l’argomento, era nata assieme alla Lista, ma era stata descritta con (relativa) dovizia di particolari soltanto all’inizio dell’ultima campagna elettorale. Il Dottore aveva giocato d’anticipo, bruciando l’”inchiesta esclusiva” dell’ultimo cronista non allineato e usando il candore come arma retorica. «È un metodo di potenziamento cognitivo che non influisce sulla volontà, ma aiuta a prendere le decisioni nel modo più razionale. È l’esatto opposto del condizionamento mentale, perché nasce per combattere ogni condizionamento mentale. Scientology, signori, non c’entra proprio nulla». La gente se l’era bevuta e i critici erano stati ridicolizzati o coperti di fango nei soliti modi. In quanto agli eletti e in particolare ai membri del direttorio, avrebbero dato tutto quello che avevano per sottoporsi al trattamento al posto di Gennaro.

«Che senso ha sprecare tempo e risorse con i social network, come credono certi babbei ossessionati dalla Russia, se si può contare sulla tecnologia psicotronica del Cerpan?». A una rosa di dirigenti selezionati, il Dottore aveva raccontato la storia del trattamento. Il Cerpan era in sostanza una macchina messa a punto dai sovietici negli anni Sessanta, mentre gli americani lavoravano al progetto MK Ultra. «Lo Sputnik del condizionamento psichico», così lo definiva il Dottore. «Approccio chimico contro approccio fisico. Mentre la CIA regalava milioni di dollari ai professori di Berkeley perché si facessero di acido, i Russi avevano semplicemente perfezionato l’intuizione di Mesmer sul magnetismo animale. Saperi antichi, molto antichi. Del resto, come ben sapete, già nell’antico Egitto…»

A quel punto i coluccini, di cui era nota l’inclinazione per le pseudoscienze e l’esoterismo, erano completamente conquistati. L’unico a sollevare qualche perplessità, non di ordine scientifico, ma politico, era stato proprio il padre di Gennaro. Non gli piaceva l’idea di lasciar sottoporre il figlio a una specie di lavaggio del cervello inventato dai comunisti.

Il Dottore gli spiegò che i comunisti c’entravano ben poco perché quelli erano saperi tradizionali, ma lo convinse pienamente soltanto quando raccontò di essere nipote del segretario personale di Pino Romualdi. Di fronte a Raffaele Infante non poteva esibire credenziali migliori.

Il ciclo di condizionamento del candidato premier, condotto in gran segreto a Torino nella sede centrale della Mombelli, la società del Dottore, ebbe quindi inizio. Due sedute alla settimana per tre mesi, al termine dei quali la candidatura venne annunciata ufficialmente. Presenti alla sedute, oltre al diretto interessato, c’erano soltanto il Dottore e il direttore generale della Mombelli, l’ingegner Privitera. Due persone possono, con qualche sforzo, mantenere un segreto, sosteneva il Dottore. «Dalle tre in su è impossibile».

Nemmeno Colucci c’era mai stato, anzi gli era stato richiesto espressamente di non andarci. Il suo crescente disinteresse per il movimento politico che portava il suo nome aveva reso le cose più facili.

Fino ad allora, il segreto era stato mantenuto, e nessuno aveva messo in dubbio l’esistenza o l’efficacia di un procedimento detto “training psicotronico”; che però non esisteva affatto. Era tutta una colossale panzana, una stupidaggine inventata inizialmente dal Dottore per sondare gli umori dei complottisti amici e dei dietrologi nemici. Si era molto divertito perché inventare quella storia gli aveva dato modo di riprendere una sua vecchia passione. Da ragazzo, il Dottore scriveva brevi racconti di fantapolitiica e fantascienza distopica. Nulla di memorabile, ma si facevano leggere. Erano, in sostanza, gradevoli collage di roba letta altrove. Da uno di questi racconti, La macchina psicotronica del dottor Karapetijan, a sua volta scopiazzato da The Manchurian Candidate di Robert Condon, aveva ripreso l’idea del condizionamento.

Gennaro veniva accompagnato in un ufficio della Mombelli, uno stanzone senza finestre da poco ristrutturato e completamente spoglio nel quale erano stati installati una brandina e un vecchio elettrocardiografo recuperato personalmente dal Dottore da un ecocentro in periferia. Il candidato premier veniva fatto sdraiare e opportunamente addormentato con un’iniezione di sedativo. Alla prima seduta Gennaro svenne alla vista dell’ago e non ci fu bisogno di addormentarlo. Al suo risveglio, pochi secondi dopo, il Dottore gli disse che erano passate due ore. La percezione del tempo in quello stato variava di molto, come durante i sogni, gli aveva spiegato. «Coi cervelli mollicci, non serve nemmeno il sedativo, bastano le chiacchiere», aveva poi osservato Privitera. Ogni tanto, nei momenti cruciali di quella sua avventura politica, il Dottore rifletteva sulla bizzarria della situazione. Stentava lui stesso a credere di essere riuscito ad abbindolare una nazione intera in quel modo. Scoppiava a ridere e poi, finite le risate, lo prendeva un’angoscia potente.

«Basta, entriamo» disse il Dottore, e si diresse verso la porta che dava sulla sala dorata, seguito subito da tutti gli altri. Nasica e Morone, nell’agitazione del momento, tentarono di passare in due per la porta e Nasica si fece venire un ematoma alla spalla.

«Dottore, per l’amor di Dio, ci tranquillizzi lei!»

«Signora mia, che volete che vi dica, abbiamo fatto tutti gli esami, raggi, TAC, EEG, ha preso tutto quello che doveva prendere, è stato a riposo due settimane…se si è stufato, che lo dica. Qui fuori c’è la fila per fare quello che fa lui».

Gennaro commentò alzando leggermente il sopracciglio sinistro. Suo padre scosse la testa, imprecando sottovoce. La madre, allarmata, si alzò di scatto. «Ma no, no, no, nemmeno per idea! Non si lascia così! “Boia chi molla”, dico bene, Fefè?», disse rivolta al marito, più implorante che risoluta. Non si era ancora abituata a Gennaro Presidente e già lo volevano togliere di mezzo? No. Non sarebbe stato giusto. Doveva prima capire, prendere le misure, e soprattutto vivere fino in fondo il suo pezzetto di quel sogno. Non ci poteva credere, le sembrava impossibile che Fefè e i vecchi camerati, con l’aiuto di Colucci e del Dottore avessero fatto diventare uomo di Stato quel suo scapestrato figliolo. Gennarino Primo Ministro. Gennarino, Gennarino…Gennarino era una capa fresca, inutile negarlo, e la carica lo aveva solo peggiorato. Ma ora poteva finire così, dopo tutti i sacrifici, lo stress, la fatica delle campagne elettorali, gli insulti ricevuti, le cattiverie?

«Mamma, ti ricordi quel famoso consiglio di Istituto, con la faccenda dei bagni nuovi arrivati già scassati…» gli aveva chiesto il figlio qualche giorno prima.

«E come, non me la ricordo? Pure lo sciopero, facesti. Lo sciopero a scuola…la faccia che non fece tuo padre! Ma fu proprio allora che iniziasti con la politica, quella bella, quella fatta per la gente – allora, fu, e non al terzo anno di giurisprudenza come scrive coso, il giornalista…Savarese, quell’ommemmerda

«Mamma, ti prego, niente volgarità, lo sai che mi danno fastidio!»

«Scusa, tesoro, scusa, mamma è nervosa…»

A vederlo abbandonato su quel divanetto, la testa tutta fasciata e lo sguardo acquoso, lo stesso che aveva certe mattine d’inverno, quando proprio non ne voleva sapere di andare a scuola, non sembrava possibile che quel ragazzo nel giro di poche ore avrebbe dovuto spiegare in diretta TV che forse avremmo dovuto dichiarare guerra alla Francia. Quando non parlava, quei suoi occhi tristi ti davano un’impressione di bontà, di innocenza, pensava la madre. «È per via degli occhi all’ingiù», si ripeteva, «come i miei, come quelli di nonna. Poi, se solo apre bocca, vabbè…»

A scuola, a diciott’anni compiuti, Gennaro metteva le puntine sotto il culo al professore di filosofia e faceva i gavettoni alle ragazze. Non leggeva giornali, salvo ovviamente quelli sportivi, non aveva opinioni politiche e si diceva genericamente ecologista soltanto per far colpo sulla supplente di scienze. La storia del suo impegno era un’invenzione totale – peraltro la più innocente tra le bugie diffuse dalla Lista – fabbricata per costruire “un candidato con una bella storia”, come diceva il Dottore. Tutti credevano alle belle storie – avevano bisogno di crederci – e tutti credevano a una piccola bugia. Tante piccole bugie, prese assieme, facevano il programma della Lista Colucci.

Il Dottore si fermo alle spalle di Gennaro, appoggiando le mani alla spalliera del divano. «Ecco che succede a voler strafare. Va bene la foto in acciaieria, lì ti sei solo bruciato le sopracciglia, ma almeno, per il rotto della cuffia, non sei scivolato nel metallo fuso. Va bene anche la prova a Monza col nuovo SUV disegnato da Lapo. Prototipo distrutto, ma se non altro sei uscito dalle lamiere senza un graffio dichiarando che «sulla sicurezza la tecnologia italiana non è seconda a nessuno», e anche lì ti hanno preso sul serio, perché sei come loro, sei uno di loro, un grandissimo paraculo. Però, Gennarino, se fai il fenomeno col parapendio – saltando un consiglio dei ministri! – e cadendo tiri una craniata sull’abete più vecchio del Trentino, come pretendi che la gente – il Popolo, Gennarino – non ti consideri un povero imbecille o un arrogantello testa di cazzo? Se a questa figura ignominiosa aggiungiamo il tuo silenzio di dieci giorni, privo di qualunque giustificazione medica, beh, perdonami, ma sono costretto a dirtelo nel modo più brutale: se alle sei non vai in tv, sei fuori. E mica intendo fuori dal governo, io ti dico che sei fuori da tutto. Se riuscirai a tornare a fare i siti web per le parrucchiere di Afragola, potrai considerarti fortunatissimo. Chiaro?

«Genna’, hai sentito il Dottore? Davvero vuoi dare un dolore così grande a me e a mamma tua?». Il Presidente del Consiglio non rispondeva e si mordeva piano le labbra. Dopo aver affrontato per un attimo gli sguardi dei genitori alzò la testa e tornò a fissare il soffitto istoriato.

Passarono due lunghissimi minuti, durante i quali il Dottore strinse forte i pugni, arrivando a conficcarsi le unghie nelle palme. Orrù e gli altri controllavano i social sui loro telefoni. Raffaele Infante e signora si stringevano per farsi coraggio, senza farsi troppo notare.

Gennaro si girò verso il Dottore. «Massimo, vedi che io sono pronto. Non capisco tutte queste vostre paranoie…».

Un coro di sospiri di sollievo, non tutti sinceri, riempì la stanza.

«Mi fai un po’ di spazio?». Il Dottore si sedette accanto a Gennaro. «Signori, qui la situazione è molto semplice. Tra quattro ore e trentacinque minuti il ragazzo dovrà presentarsi alla nazione e spiegare che siamo in guerra – si fa per dire, semplifico un po’ – con i nostri cugini francesi. Dovrà ricordare a tutti i motivi di questa crisi. Dovrà ricordare che la Francia respinge i jihadisti e i delinquenti africani verso il nostro confine e che noi non abbiamo potuto far altro che chiuderlo. Inoltre, in virtù di accordi sottobanco presi dai massoni del precedente governo, abbiamo dovuto cedere a Parigi metà del mar Tirreno. Se aggiungiamo poi che l’attuale presidente francese è un banchiere massone…»

«e pure ebreo. E ricchione» disse il padre di Gennaro.

«…un banchiere massone che ha ripetutamente dileggiato il nostro Presidente del Consiglio qui presente e offeso le nostre istituzioni! Insomma, mi sembra che l’output, cioè le conclusioni non possano essere che quelle che abbiamo già preso. È tutto scritto qui, l’ha scritto il nostro spin virtuale ed è un testo straordinario che convincerà tutti, da destra a sinistra. Pure i no-border, convinciamo. Scusa la banalità, ma il futuro di questo Paese è nelle tue mani, Gennaro! E rivolgendosi agli altri, aggiunse «Voi che ne dite? Secondo voi, il nostro Gennarino della Manciuria si vuole prendere un’altra settimanella per decidere? Io non credo. Sbaglio, Presidente Infante?»

Gennaro giunse le mani e chiuse gli occhi, fingendo di riflettere sulla sua scelta. Gennarino della Manciuria…la Manciuria…Chissà perché lo chiamava così, pensava. Non aveva il coraggio di chiederglielo, per non passare da ignorante. La Manciuria…era come dire la Cina. Che fosse per via degli occhi? Ma i suoi occhi erano all’ingiù, non all’insù come quelli dei cinesi. «Boh. Va’ a sapere, quello è uno scienziato. Io mi fido. Gli devo tutto».

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Stamattina ho battuto forte la testa e sono rinsavito

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La prego Gnech, non faccia torto alla sua intelligenza difendendo l’indifendibile. Persino Calabresi su Repubblica parla di «furbizia e immaturità»! Alt! Fermi là, risparmiamo energie e banda. Io non voglio difendere proprio nulla, anzi. Sono indignato quanto e più di voi. Sarà per quello scivolone in bagno, stamattina. Che capocciata. Ma mi è servito, eh. Ora so. Ora capisco. Questo governo fotocopia è l’ultimo schiaffo che il Popolo possa sopportare. Una cosa invereconda, proprio. Ora, io non so se ci credano fessi a tal punto. Mi viene il dubbio che i fessi siano loro e che stavolta abbiano firmato la loro condanna definitiva. E pensare che la maggioranza degli Italiani era così ben disposta sino a ieri, tanto da soprassedere all’immolazione dei piddini agli dei del Popol Vuh proposta da Dibba. Renzi e i suoi avevano la possibilità di salvarsi e l’hanno gettata così. Arroganti maledetti. Dice: voi avete rifiutato l’ipotesi del governo di unità nazionale. Eccolo lì. Eccolo lì il verme piddino, il ratto disgustoso. Guarda che i cittadini non sono tonti come credi tu, hanno capito benissimo il trappolone! Il PD voleva coinvolgere i cittadini nei loro sporchissimi giochi, trascinarci tutti nella fanga con la scusa delle urgenze, delle scadenze, delle sofferenze (sì, quelle delle banche, mica quelle del popolo!), degli impegni internazionali…Col ciufolo che la gente ha voglia di mischiarsi con questa manica di fetenti, in un governo che rappresenta solo le élite, il grande capitale, la finanza internazionale, gli speculatori, gli affamatori, i cosmopoliti, gli intellettuali decadenti, i teorici del gender, il Bilderberg, la CIA, i massoni, i sionisti, i negri, i cinesi, la Monsanto, i petrolieri, Big Pharma, i seminatori di scie chimiche. COL CIUFOLO! Il Movimento Cinque Stelle e gli altri Difensori della Costituzione erano stati chiarissimi: Renzi non si dimetta, anzi sì, ma non subito, anzi si vada a votare immediatamente con l’italicum, o meglio un legalicum – «italicum male, legalicum bene», ripetiamolo assieme. Lo scrive la Consulta, no? Decidono il 24 gennaio e il 25 si può votare. Il resto sono chiacchiere. Al limite, un «governo del Presidente» poteva essere un compromesso accettabile. Ma si sa che Mattarella è la marionetta di Napolitano. Due traditori, come lo stesso Gentiloni, che ha regalato tutto il Tirreno compresa l’Elba ai Francesi. Ah no? Ma ce l’avete facebook? Sveglia! Lo sapete chi è Gentiloni? Gentiloni è il classico radical chic, però anche democristiano. Cioè era democristiano ma stava con Capanna, ed è pure di famiglia aristocratica. Portava il loden nel ’68, ho detto tutto. E’ ammanicatissimo, ha pure uno zio papa! Che schifo. Se proprio avessero voluto salvare almeno l’apparenza, avrebbero potuto cambiare i nomi. Guardate che c’era la fila, la fila c’era, per i ministeri. Scusate, ma chi non farebbe a gara per partecipare a un governo elettorale? Invece l’unico a sparire – per finta – è Renzie. Ma poi la Boschi, ma dico, va bene la palla del «se perdo, lascio la politica», del resto quelle son cose che si dicono, l’aveva detto pure Beppe dopo le Europee, ma nominarla ancora dopo che la sua schiforma è stata bocciata! Ovvio, Renzie gli ha tenuto una poltrona perché lei è la sua amante, si sa…o forse è l’amante di qualcun altro, ancora più potente, anzi forse è lei quella davvero potente, ma sì, dev’essere così, quel bel visino lì nasconde qualcosa, è tutta una maschera, è tutta un’apparenza per coprire un volto mostruoso, questa è come Selma Hayek in Dal tramonto all’alba, ve lo dico io!!! Ah, ma li sistemiamo per le feste noi, questi vampiri, vedrete!

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Il nome del figlio e la fine della politica

Una parte di farsa, una parte di satira (politica e di costume), un forte elemento vernacolare. In proporzioni variabili, la formula della commedia (all’)italiana mi sembra questa. In genere sono sempre l’elemento farsesco e i caratteri regionali a strappare la risata. La satira provoca più che altro un ghigno amaro, stampa in faccia a noi pubblico partecipe la maschera del pessimismo, della disillusione e del cinismo che andrebbe riprodotta al centro della bandiera italiana, assieme al “tengo famiglia” di Leo Longanesi. Francesca Archibugi se l’è un po’ presa con chi ha definito il suo film un remake de Le Prénom di Alexandre le Patellière e Matthieu Delaporte. È un nuovo adattamento della pièce – che è degli stessi La Patellière e Delaporte, ma non sottilizziamo. Ciò che importa è che la “traduzione” dei personaggi e degli ambienti del testo francese è perfettamente riuscita. E la commedia originale, in cui il tema è ben presente, diventa una sorta di ritratto allo specchio della nostra élite di sinistra, qualunque cosa “élite di sinistra” voglia dire. Dico ritratto e non caricatura, perché chiunque abbia incrociato quel mondo sa come gli aspetti autocaricaturali non manchino, e di fronte a certe macchiette in carne ed ossa lo sforzo di uno sceneggiatore consista anzi nel tentare di dare al personaggio tutta quella dimensione privata e sentimentale che solo il cinema e la letteratura possono, molto faticosamente, cercare di mostrare a chi non sia in intimità con le persone. Il primo a tentare il ritratto autosatirico è un padre nobile cui l’Archibugi non a caso si ispira dichiaratamente, Ettore Scola. C’eravamo tanto amati, forse il canto del cigno della commedia all’italiana, e poi La terrazza e La famiglia, un trittico in cui sono già esplicitati gli elementi di tante commedie d’autore dei trent’anni successivi. La borghesia intellettuale di sinistra, con le sue case piene di libri, le sue contraddizioni politiche e private, il suo sostanziale classismo, le guerre verbali condotte sempre a tavola, italianissimamente.  Chi è venuto dopo ha raccolto il testimone, vivendo un po’ di rendita e non sapendo sempre bene che direzione prendere. In tempi recenti, la satira del gauchiste italiano è stata una specialità di Paolo Virzì (che nel film è presente pur in assenza, attraverso moglie e figlia), non dell’Archibugi, che alla ferocia preferisce un tono nostalgico e partecipato, più nelle sue corde. L’eterna nostalgia dell’infanzia e dell’adolescenza, della propria tribù familiare unita, di un tempo in cui tutto sembrava ancora possibile (individualmente e collettivamente). E naturalmente la profonda nostalgia di quel cinema. Per chi come il sottoscritto ha formato il proprio senso del comico – ma arriverei a dire: il senso della propria appartenenza nazionale – con i personaggi di Gassman, Sordi, Tognazzi e Manfredi, quando ormai il loro mondo era già finito, la nostalgia è elevata al quadrato. Tramite di questa nostalgia nel Nome del figlio è naturalmente Alessandro Gassman. L’evocazione di Vittorio nel suo Paolo Pontecorvo – che è sia il Bruno Cortona del Sorpasso che lo zagagliante Peppe er Pantera dei Soliti ignoti – pur divertentissima, lascia un senso di vuoto. Qualcosa manca, qualcuno manca, e anche se ci fosse ancora, tutto sarebbe cambiato attorno a lui.

La nostalgia per ciò che, in termini di passioni politiche e identità collettive, si è vissuto soltanto di riflesso è però a sua volta oggetto di satira. I quarantenni del film non hanno fatto in tempo a vivere la stagione dell’impegno, essendo cresciuti nel riflusso degli anni ’80. Sandro-Luigi Lo Cascio rappresenta però chi ha preso il testimone dal padre (anche dall’altrui padre) senza sapere dove andare. Oggi vive chiuso in un guscio – anche il guscio virtuale di twitter – come un paguro, inerte, impotente, lo sguardo rivolto ipocritamente ad un passato di cui sfrutta pigramente la rendita. I notisti politici in vena – come sono sempre – di semplificazioni direbbero che l’Archibugi è saltata pure lei, dopo Francesco Piccolo, sullo stracarico carro renziano. Troppo semplice, così. Quale sarebbe il protagonista renziano del film? Forse Paolo, la cui vitalità spesso sgradevole dovrebbe far scattare in noi l’identificazione? Non direi. L’elemento politicamente nuovo del film è proprio questo. La parte giusta è poco riconoscibile, tutto si è fatto confuso. Le certezze incrollabili sono crollate addosso alle generazioni che ci hanno preceduto. E il renziano, dice la regista, in realtà non c’è. L’idealismo ha mostrato tutta la sua ipocrisia, ma dall’altra parte il realismo si è fatto spesso cinismo.E noi – pubblico ideale del film – in mezzo tra due fuochi, rifiutando di scegliere tra due alternative altrettanto indesiderabili – sempre tenendo a mente che la nostalgia delle origini non è mai di sinistra. No, la soluzione è ancora lontana, e forse nemmeno i quarantenni di oggi la conoscono. E allora viene il sospetto che la chiave del film possa stare non nei suoi protagonisti, ma nei suoi piccoli comprimari, i bimbi sempre così centrali nella poetica di Francesca Archibugi. Dalla trovata filmica del piccolo drone telecomandato dai figli di Betta e Sandro, che attraversa le stanze registrando gesti, sguardi e parole di un mondo a loro fortunatamente incomprensibile, al finale in sala parto, il film sembra volerci dire che in fondo non ci sono soluzioni da trovare. Cercarle diventa una perdita di tempo. Cresciamo e facciamo un errore dopo l’altro. Alla fine resta qualche rimpianto, ma non importa, perché la vita continua. Mentre la Politica, quella è scomparsa davvero. O così, se non altro, si pensa e si dice sulle terrazze romane.

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Tripoli, bel suol d’amore

Effetto domino, si direbbe. Anche in questo caso, non si può che sostenere la rivolta del popolo libico contro il proprio despota, altro nostro-figlio-di-puttana (oleum non olet), al quale negli ultimi anni un’intesa col governo Berlusconi ha affidato il compito di carceriere: vale la pena di ricordare quale trattamento subiscano i migranti che hanno la sventura di passare per la Libia nel loro viaggio verso il continente europeo  (come raccontato da Andrea Segre, Dagmawi Yimer e Riccardo Biadene in Come un uomo sulla terra ). Chissà quanti culi stanno bruciando a Roma, in questo momento, oltre a quello di Frattini (quanti morti occorrono? C’è una soglia minima?)

ANSA: “Tripoli minaccia l’Ue sull’immigrazione: blocco alla cooperazione contro i flussi illegali se continua l’appoggio alla rivolta”

Memorabile Primavera, quella del 2011. Accerchiato dai giudici e messo in difficoltà da un’improvvisa reazione allergica al fondotinta, il Cavaliere era comunque riuscito a compiere l’ultimo passo della sua scalata. Con un titanico colpo di reni, attuando in pochi giorni la Legge Signorini – che metteva fuori legge la Sinistra in quanto “priva di stile” – Silvio Berlusconi aveva sbaragliato i suoi nemici una volta per tutte, senza prendersi nemmeno il tempo per una sveltina gratificatoria. Non c’è pace per i giusti, e infatti ai bordi meridionali della Penisola tornava a premere un’oscura forza illiberale, non più contenuta dagli sforzi dell’amico Gheddafi. Il Colonnello, minacciato da una rivolta ordita dai poteri forti del bolscevismo finanziario, si trovava in grave difficoltà e non poteva più garantire di tenere gli extracomunitari lontano dalle coste italiane. A un secolo esatto dalla Guerra italo-turca, era venuto quindi il tempo di intervenire nuovamente, in nome della Libertà, per soccorrere il prezioso alleato. Numerosi esponenti dell’esecutivo, dimostrando il loro sprezzo del pericolo, si erano subito resi disponibili a far parte della spedizione, della quale Ignazio La Russa aveva curato gli aspetti logistici. Ripristinato l’utilizzo del mulo, animale amatissimo da La Russa, il ministro combattente era partito alla volta di Tripoli con la divisione aviotrasportata “Italo Balbo”.    Al seguito delle truppe d’assalto, Il reparto costruzioni, comandato dal Geniere Capo Castelli, che doveva approntare i campi di concentramento dove rinchiudere sia i rivoltosi che avevano tentato di rovesciare Gheddafi che – così recitava la circolare vergata dal Ministro Testicoli diffusa prima della partenza – “I membri di Al Càida o comunque negri di provenienza subsahariana in procinto di invadere il territorio nazionale allo scopo di instaurarvi il Califfato”.

La sera del 29 Marzo la colonna di camion carichi di tubi innocenti e filo spinato era stata investita dal terribile vento del deserto, il Ghibli. Senza possibilità di trovare un riparo, in poche ore l’intero reparto si era ritrovato sotto una pesante coltre di sabbia che ricordava i bastoni messi dalla Sinistra tra le ruote del Libero Mercato, come argutamente notò il Geniere Capo. I mezzi erano inservibili e già sorgeva il temibile sole libico – unico vero nemico dei militi padani, mai scesi a sud di Gabicce. Fu allora che il Capitano Bossi Renzo suggerì al geniere Castelli di muovere assieme in avanscoperta, alla ricerca del “primo distributore di benzina”.  Ma il deserto, terrone e comunista, sembrava aver teso loro una trappola mortale.

«Pronto pronto, pattuglia Olona chiama Nibbio, Olona chiama Nibbio, mi sentite..? Niente»

«E alura? Come la mettiamo?»

«Eh, non so, chiamiamo l’assistenza»

«Non trovo il numero, prova a sentire La Russa»

«La Russa non si riesce a chiamarlo nemmeno lui, è su un C130 e là il cellulare non prende»

«Casso, Castelli, e allora siam del gatto…me l’avevano detto di non andare, ma io niente. Pensavo “se a far bocchini ti fanno ministro, figuriamoci ad andare in Libia!”

«Aspetta, aspetta…cos’è ‘sto rombo?»

«La so! E’ come un quadrato, però schiacciato!»

«Bestia! ‘sto rombo qui, non lo senti? Un motore!»

«Un autoveicolo, sì! Adesso lo sento!»

Nel deserto non è facile capire da dove provenga un suono. Come due fennech intenti ad aguzzare l’udito in attesa della magra preda (un piccolo roditore, un beccaccino, una blatta), i due militi  si acquattarono dietro a una duna, dalla quale fece capolino un blindato amico. Era uno dei Doblò ricarrozzati in ghisa, prodotti dalla Fiat di Marchionne a Puerto Rico per finire gli ultimi pezzi dei magazzini torinesi. La Russa era riuscito ad inserirne 12mila esemplari nell’ultima finanziaria, ad un prezzo particolarmente conveniente.

«E’ dei nostri! E’ dei nostri!»

«’Spetta, testina, che ne abbiamo venduti anche ai beduini, di ‘sti furgonati qui…controlla la targa…sì, sembra proprio dei nostri»

Il mezzo si fermò inchiodando in una nuvola di sabbia sottile dalla quale, come in sogno, apparve nientemeno che il Maresciallo Borghezio, lo stratega dell’impresa Libica, a capo della Legione Padana.

«BORGHESSIO! E’ il Cielo che ti manda! Qui è successo un casino, abbiamo perso il resto del reparto e non si riesce a comunicare, con queste radio del menga! Sono ancora in garanzia ma non si trova il numero dell’assistenza!»

«Camerata, quelle radio sono finte. Le aveva ordinate la RAI a Paolo Berlusconi per la fiction Squadra Giambellino, ne servivano dieci ma il costo al pezzo veniva drammaticamente abbattuto ordinandone dai mille in su, per cui han deciso di riciclarle…quando torniamo a Roma mi farò sentire io, non temere!»

«Ma porca…come coi decoder»

«Non importa, camerati, saltate sulla camionetta! Lasciate perdere i tubi innocenti, questi islamici bastardi non meritano il vostro lavoro! costruirete ben di meglio, quando avremo riconquistato tutta la Tripolitania e l’intera Cirenaica! Non capite? Ora che siam qui non ce ne andremo più!»

«Ma…e a Gheddafi ghe giren minga i ball?»

«Gheddafi lo sa, il suo esilio è già concordato, Berlusconi gli regala la Sicilia. La Tripolitania ce la teniamo noi del Nord, naturalmente, la Cirenaica se la prendono i camerati del PDL. E ci sarà lavoro per tutti!»

«E figa!»

Il Geniere Capo Castelli tirò un calcio al giovane Capitano Bossi Renzo, sussurrandogli all’orecchio

«Pirla…lo sai che al Borghezio ci piace il casso!»

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